publicopera

impressioni, incazzature, notizie di un curioso di musica italiano in Germania (ma anche in altri posti)

Grétry su arte

Un bel programma dedicato a André Modeste Grétry visto su arte un paio di sere fa.

Né à Liège en 1741, mort à Montmorency en 1813, André Modeste Grétry fut successivement le compositeur favori de Marie-Antoinette, le musicien de la Révolution et le protégé de Napoléon. Héritier de Lully et de sa tragédie lyrique, il va porter aux sommets un genre nouveau, l'opéra-comique. Mais alors qu'il fut en son temps immensément populaire, célébré jusqu'en Russie et aux États-Unis, il fallut attendre 2010 pour que sa musique résonne à nouveau à Versailles.

 

Tanti effetti

Dopo Aix e Bayreuth, l'ultima tappa dell'estate musicale del 2008 è in Italia per il Rossini Opera Festival. Un bel modo di trascorrre una delle estati più piovose che si siano viste in centro Europa negli ultimi anni. Tra poco riaprono i teatri e si ricomincia con le stagioni normali.

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Prima tappa: un profeta affondato nella polvere 

Un po' la distanza dalla città, un po' il tempo da lupi, un po' il pubblico abbastanza dimesso non creano un clima di festa che ci si aspetterebbe e la serata all'Adriatic Arena si presenta un po' dimessa. Malgrado gli sforzi per rendere accettabile e gradevole l'ambiente, l'edificio rimane un palasport e per di più enorme. Comunque la grande cassa in legno costruita per correggere l'acustica funziona perfettamente. Per finire ci si mette il rumore della pioggia (e qualche goccia che filtra nella sala) a disturbare la prima parte dello spettacolone di gusto archeologico messo in piedi da Michael Hampe per il Maometto Secondo. Non c'è niente nello spettacolo che non sia convenzionale: le scene e i costumi da figurina Liebig di Alberto Andreis e Chiara Donato, una gestualità enfatica e banale che sembra la caricatura di un'opera, un vago senso di noia e prevedibilità.
Se non fosse per lo straordinario senso del teatro che Rossini trasmette malgrado tutto, ci sarebbe da addormentarsi, anche perché nemmeno il cast aiuta troppo.
Dei protagonisti, solo il Calbo di Daniela Barcellona entusiasma davvero, mentre - tolto l'onorevole Paolo Erisso di Francesco Meli al quale però Rossini non concede nemmeno una scena tutta per sè - gli altri sono o scolastici come l'Anna di Marina Rebeka (che ha ancora spalle troppo piccolo per reggere credibilmente nel lungo finale), o oramai consunti come il pallido Maometto di Michele Pertusi ombra di se stesso.
Ottima impressione invece la lascia l'Orchestra Haydn di Bolzano e Trento diretta dal poco più che corretto Gustav Kuhn.

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Intanto nell'altro spazio, vuota, riposa la scena dell'opera che vedremo domani: Ermione. 

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Seconda tappa: reali efferatezze

Molto più convincente l'Ermione vista l'indomani nell'altra "sala" simmetrica ricavata nello stesso catino dell'Adriatic Arena. Tornato il sereno, torna anche il pubblico ed il clima è un po' più festoso (aiuta in qualche occasione per creare la giusta tensione prima cheil sipario si alzi). Lo spettacolo di Daniele Abbado è asciutto e non banale, anche se scivola su qualche eccesso francamente gratuito che un po' sporca l'apprezzabile rigore e la tensione che riesce a costruire. Quei due tipi leather al guinzaglio, strizzata d'occhio all'estetica sadomaso, e quel cadavere di Pirro oscenamente esibito nel finale ci azzeccano poco col resto e distraggono dalla grandezza del finale prima e l'allucinata tensione della grande scena di follia di Ermione.

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Il cast è complessivamente migliore del Maometto, ma anche in questo caso lontano dall'essere ideale. Sonia Ganassi è l'impegnata protagonista, anche se non siamo certi che la sua voce calzi a pennello al ruolo né che il suo progessivo abbandono dei ruoli di mezzosoprano sia un buon affare. Bisogna però riconoscerle una maturazione che comunque le permette di affrontare un ruolo molto complesso e di riuscire convincente o comunque accettabile. Chi invece convince molto meno è il Pirro di Gregory Kunde non tanto per le sue qualità drammatiche (che sono fuori discussione) ma qui si tratta di cantare e oramai i suoi mezzi sembrano irrimediabilemte compormessi: a Kunde resta qualche bell'acuto a nascondere un centro opaco e privo di profondità, una regione grave inesistente e colorature molto approssimative. Smagliante invece l'altro tenore, Antonino Siracusa, un Oreste sicuro e con totale dominio delle asperità del ruolo. Marianna Pizzolato convince più nel primo atto che nel secondo, nel quale la sua presenzasi percepisce appena. Fra i comprimari (di lusso) si distingono Nicola Ulivieri e Riccardo Botta, mentre il Pilade di Ferdinand von Bothmer è spesso impreciso e non particolarmente gradevole. L'orchestra del Teatro Comunale di Bologna svolge diligentemente il suo compito sotto la guida sicura di Roberto Abbado, che è passabile nel primo atto ma si riscalda nel secondo e specie nelle due grandi scene di Ermione nel finale.

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Al di là di qualche limite esecutivo - Ermione è comunque un'opera di complessità estrema - questa produzione ci sembra restituisca la grandezza di quest'opera e sia più riuscita della precedente. C'è davvero di augurarsi che il ROF riesca nell'impresa di farla diventare merce più comune nelle scene d'opera non festivaliere.

Terza tappa: bollicine

Per l'ultima opera ci si sposta nell'ottocentesco Teatro Rossini, (finalmente un teatro vero!) all'ingresso del piccolo ma apprezzabile centro storico di Pesaro.
Va in scena la ripresa dopo sei anni de L'equivoco stravagante nella regia di Emilio Sagi.

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L'opera non è davvero un capolavoro soprattutto per il suo libretto banalotto e con parecchie cadute di stile. Gli ingredienti del Rossini più maturo ci son già tutti e comunque l'operina è accattivante.
Sagi ci mette molto spirito e un ottimo senso del ritmo nel suo spettacolo che magari scivola talora sul piano del gusto ma raramente annoia. Divertente è anche il décor anni '70 di Francesco Guadagnini e i bei costumi di Pepa Ojanguren.
Moltissimo fanno gli assortiti ed impegnati interpreti. Il fittavolo arricchito Gamberotto è un egocentrico imprenditore import/export di verdure (ma potrebbe anche essere un mobiliere della provincia pesarese) è affidato al navigatissimo Bruno De Simone, mentre l'abbruttito e svagato Buralicchio è un perfetto (anche nel fisico) Marco Vinco. La figlia griffata Ernestina è Marina Prudenskaja che si nota poco nelle scene corali ma sfoggia autorità da autentica primadonna nella scena del sottofinale. Meno convincente è sembrato Dmitry Korchak come Ermanno, per l'emissione spesso forzata e le non immacolate colorature. Buona invece la coppia di caratteristi Amanda Forsithe e Ricardo Mirabelli.
Umberto Benedetti Michelangeli fa spesso fatica a tenere insieme tutti forse per la preferenza a tempi decisamente spediti. E meno brillante è sembrata l'Orchestra Haydn di Bolzano e Trento rispetto al Maometto.

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Tappe future

Il festival continua fino al 23 agosto ma il programma del 2009 è già stati annunciato. Aprirà una nuova edizione della Zelmira il 7 agosto con il debutto di Juan Diego Florez e la regia di Giorgio Barberio Corsetti. In concomitanza con l'ultima edizione critica curata dalla Fondazione Rossini andrà in scena per la prima volta al ROF il Sigismondo con la regia di Damiano Michieletto. Entrambi gli spettacoli saranno montati nell'Adriatic Arena. Invece, al Teatro Rossini andranno in scena la ripresa del Comte Ory firmato da Lluis Pasqual, un Tancredi in forma di concerto e l'oramai tradizionale Viaggio a Reims dell'Accademia Rossiniana in una messa in scena firmata da Emilio Sagi.

A casa Rossini

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Non c'è molto da fare a Pesaro, soprattutto quando il tempo è incerto. Una visita alla casa natale di Gioachino Rossini però è d'obbligo. Il piccolo museo non è di quelli che cambia la vita, ma è comunque un piccolo viaggio nelle memorie operistiche di primo ottocento da una prospettiva domestica. Si vedono una raccolta di stampe con le celebrità dell'epoca, una galleria di ritratti di Rossini (e tra questi, il disegno di Doré di Rossini sul letto di morte), una collezione di caricature nella cucina della casa e la spinetta di fabbricazione veneziana su cui Rossini studiò da ragazzo e alcuni (pochissimi) autografi.

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Vedere ancora piů lontano

dcc_dynamic_200809_384_01Evidentemente la Metropolitan Opera aveva visto giusto. Alla già ricca offerta del teatro americano, per la stagione 2008/09 si raddoppia. Anzi si triplica. Si uniscono l'italiana Dynamic con un pacchetto di ritrasmissioni di opere dal vivo da vari teatri europei (e molti italiani) e la Royal Opera House di Londra.

Incoraggiato dalla risposta del pubblico nella scorsa stagione, il circuito tedesco Cinemagnum aumenta considerevolmente l'offerta per il 2008/09. Si resta comunque nel grande repertorio, ma le proposte sono nel complesso stimolanti.

  • 8 settembre 2008 (20:00)
    Royal Opera House Covent Garden (London)
    MOZART DON GIOVANNI
  • 28 settembre 2008 (18:00)
    Teatro Real (Madrid)
    VERDI UN BALLO IN MASCHERA
  • 11 ottobre2008 (19:00)
    Metropolitan Opera (New York)
    STRAUSS SALOME
  • 15 ottobre (20:15)
    Teatro Lirico (Cagliari)
    BELLINI LA SONNAMBULA
  • 9 novembre 2008 (20:30)
    Royal Albert Hall (London)
    BRITTEN WAR REQUIEM
  • 22 novembre 2008 (19:00)
    Metropolitan Opera (New York)
    BERLIOZ LA DAMNATION DE FAUST
  • 3 dicembre 2008 (18:15)
    Teatro Massimo (Palermo)
    VERDI AIDA
  • 16 dicembre 2008 (20:30)
    Royal Opera House Covent Garden (London)
    HUMPERDINCK HÄNSEL UND GRETEL
  • 20 dicembre 2008 (18:00)
    Metropolitan Opera (New York)
    MASSENET THAIS
  • 7 febbraio 2009 (19:00)
    Metropolitan Opera (New York)
    DONIZETTI LUCIA DI LAMMERMOOR
  • 7 märz 2009 (19:00)
    Metropolitan Opera (New York)
    PUCCINI MADAMA BUTTERFLY
  • 17 marzo 2009 (19:45)
    Opera de Wallonie (Liège)
    VERDI LA TRAVIATA
  • 21 marzo 2009 (18:00)
    Metropolitan Opera (New York)
    BELLINI LA SONNAMBULA
  • 5 aprile 2009 (20:30)
    King's College (Cambridge)
    HÄNDEL MESSIAH
  • 9 maggio 2009 (18:30)
    Metropolitan Opera (New York)
    ROSSINI LA CENERENTOLA
  • 27 maggio 2008 (18:45)
    Gran Teatro La Fenice (Venezia)
    PUCCINI MADAMA BUTTERFLY
  • 3 giugno 2009 (20:30)
    Royal Ballet (London)
    ASHTON ONDINE
  • 25 giugno 2009 (20:00)
    Royal Opera House Covent Garden (London)
    VERDI LA TRAVIATA
  • 16 luglio 2009 (18:45)
    Teatro Real (Madrid)
    MOZART LE NOZZE DI FIGARO

I cinema che partecipano al programma della Metropolitan Opera sono qui; quelli della Dynamic qui.

Titolati

titolati_medaglie_324 

Che si parli dell’articolata burocrazia zarista dei racconti di Gogol o del sottobosco bancario di Fantozzi, i titoli ma soprattutto chi se ne vanta fanno sempre sorridere un po'. Ebbene, all’Opera di Stato di Vienna pare prendano assai sul serio l’argomento al punto che, quando si voglia prendere un biglietto, si può scegliere accuratamente in una lista di ben 177 diversi titoli.
A parte il perverso gusto combinatorio di alcuni, c’è davvero una passione enciclopedica che la dice lunga su un mondo che, caduto l’impero, si appiglia all’aristocrazia del diploma o della medaglia.

La lista completa è questa: 

Abg. z. NR Dr.
Abgeordneter
a.D.
Amtsrat
Arch.
Arch. Ing.
Arch. Mag.
Arch. Prof.
Bakk.
Bakk. art.
Bakk. (FH)
Bakk. iur.
Bakk. phil.
Bakk. rer. nat.
Bakk. rer. soc. oec.
Bakk. techn.
Bakk. theol.
Bgm.
BM
Botschafter
Botschafter Dr.
Botschaftsrat
Botschaftsrätin
Bundesminister a.D.
Bürgermeister
Bürgermeister Dr.
DDr.
Dipl. Bw.
Dipl. Dolm.
Dipl. Inf.
Dipl. Ing.
Dipl. Ing. Dr.
Dipl. Ing. (FH)
Dipl. Math.
Dipl. Oec.
Dipl. Öko.
Dipl. -Päd.
Dipl. Phil.
Dipl. Soz.
Dipl. Vw.
Dipl.-Arch.
Dipl.Biol.
Dipl.Bw.
Dipl.Dolm.
Dipl.Geol.
Dipl.Ing.
Dipl.Ing.Dr.
Dipl.Ing.Mag.
Dipl.Math.
Dipl.Met.

Dipl.Oec.
Dipl.Öko.
Dipl.-Päd.
Dipl.Phil.
Dipl.Phys.
Dipl.Soz.
Dipl.Vw.
Dipl.Vw.
Dir.
Dir. Mag.
Dir.Dr.
Dkfm.
Dkfm. Dr.
Dkfm. Mag.
Dkfm. Mag. Dr.
Dkfm.Dr.
Doz. Dr.
Doz.Dr.
Dr.
DR.
Dr. Mag.
Dr.Ing.
Gen.Dir.
Gen.Dir.Dr.
Gouverneur
Gouverneur Dr.
Hofrat
Hofrat Dipl.Ing.
Hofrat Dr.
Hofrat Mag.
Hofrat Prof.
Honorarkonsul
Ing.
Ing. Dr.
Ing. Mag.
Ing.Dkfm.
Ing.Dr.
Ing.Mag.
Intendant
Kammersänger
Komm.Rat
Komm.Rat Ing.
Komm.Rat Prof.
Konsul
Konsul Dr.
KR Dkfm.
KR Dr.
L.Abg.
Landeshauptmann-Stv.
LL.M.

Lord
MA
Mag.
Mag. Arch.
Mag. Dr.
Mag. (FH)
Mag. pharm.
Mag.arch.
Mag.Ddr.
Mag.Dkfm.
Mag.Dr.
MAS
MBA
M.B.L.
MDr.
Med.Rat Dr.
M.E.S.
MIB
Min.Rat
Min.Rat Dr.
Min.Rat.Mag.
MMag.
MMAG.
MPH
MR Dr.
MS
MSc
Oberleutnant d.Res.
Oberst
Oberstudiendirektor
ObstA Dr.
Omr.Dr.
OSR
OStR.
Ostr.Prof
Pastor
Pastorin
Pfarrer
PhD
Präs. Gen.Dir. Dr.
Präsident Ing.
Prim. Dr.
Prim. MR Dr.
Prim. Prof. Dr.
Prim. Univ. Prof. Dr.
Prim.Dr.
Prim.Univ.-Prof.Dr.
Prof.
Prof.DI.Dr.
Prof. Dr

Prof. Dr. Dr.
Prof. Mag.
Prof.Dipl.Ing. Prof.DKFM.
Prof.Dr.
Prof.Dr.Dr.
Prof.Mag.
Reg. Rat
Reg.Dir.
Reg.Rat
Reg.Rat Ing.
Sektionschef
Senator
Senator Dipl. Ing. Dr.
Senator h.c. Prof. Dr. Dr.
StD
StR. Dr.
Studienrat
Univ. Doz. Dr.
Univ. Prof.
Univ. Prof. Dr.
Univ. Doz.
Univ.-Doz. MMag. DDr.
Univ.-Lektor Prof. Mmag
Univ.Prof.
Univ.Prof.Dr.
Vizebürgermeister

Quel Lord è stupendo!

F'estival

«Perché da noi mancano festival come Avignone e Edimburgo?» si chiede Giorgio Albertazzi sul Corriere della Sera di oggi «Perché quando stiamo per farcela distruggiamo tutto. Vedasi Taormina, una sirena che non canta più: si son fissati sul cinema e hanno il più bel teatro antico all'aperto dopo quelli greci.»
Si parla ovviamente di teatro, ma non è che la situazione dei festival musicali sia poi così diversa, mancando una Salisburgo o una Bayreuth (e né la rinata Spoleto né l'imminente ROF di Pesaro possono competere).
Secondo Claudia Provvedini che firma l'articolo del Corriere sarebbero milleduecento le manifestazioni cultural-spettacolari in Italia durante l'estate, poco meno quelle di puro spettacolo. Numeri su cui Gabriele Lavia è drastico: «Sono contro i festival, anche quelli nei paesini che si arrabattano con qualche trovata, non hanno soldi, si legano alle amministrazioni ... per me ne basterebbero due.»

In curiosa sintonia, La Stampa di oggi pubblica un'intervista di Sandro Cappelletto al texano Barrett Wissman, azionista di riferimento della IMG Artists, una delle agenzie più potenti al mondo, con uffici a New York, Los Angeles, Londra, Parigi, Hannover, Lucca e Singapore, e ideatore del Tuscan Sun Festival. Nell'intervista Wissman dice la sua su come si diventa una star («C'è una differenza fondamentale tra classica e pop. Il 90 per cento degli artisti pop hanno carriere brevi, da due a cinque anni. I manager lo sanno benissimo e dunque vogliono tutto e subito. Sting e Madonna sono delle eccezioni. Un artista classico può restare sulla breccia anche cinquant'anni. Dunque se sei il suo agente, devi procedere con cautela, investire sul lungo periodo.»), sugli artisti italiani bamboccioni («Pietro De Maria è un eccellente pianista, conosciuto meno di quanto merita. Ma i ragazzi italiani devono osare di più, non fare i cuccioloni, imparare a proporsi meglio, soprattutto all'estero.») ed infine su cosa vuol dire gestire un festival musicale in Italia.

festival_barrettwissman_353Il turismo internazionale è in crisi, quest'anno è il pubblico italiano a riempire il suo Festival.
«La più grande soddisfazione è aver costruito un pubblico qui, partendo quasi da zero. Un pubblico che sta diventando competente, esigente. Però gli albergatori devono capire una cosa: non possono chiedermi 180 euro per una stanza che l'anno scorso facevano pagare 100. Sono quasi 300 dollari, un prezzo da Manhattan. Non mi piace avere la pistola puntata alla tempia. Preferisco cambiare albergo, come ho fatto.»
Il suo Festival costa due milioni di euro. Gli enti pubblici contibuiscono con 75 mila. Perché ha deciso di perderci così tanto?
«Non so quanto a lungo continuerò. Devo ancora capire il vostro paese: il finanziamento pubblico allo spettacolo si riduce molto, però ci sono festival che continuano a spendere tantissimo. Se avessi il budget di Spoleto o di Torre del Lago, la bellssima Cortona diventerebbe la Salisburgo italiana, per quantità e qualità dell'offerta. Ho gli artisti per farlo.»

Pélerinage

Sta diventando un'abitudine quella del pellegrinaggio estivo a Bayreuth, quest'anno limitata al solo spettacolo novità: il Parsifal di Stefan Herheim. Sì perché da qualche anno Wagner pare sia poco più di un prestesto: protagonisti assoluti sono i registi. L'abbiamo visto su un po' meno di copertine di Katharina nel 2007, ma anche lui non scherza. E comunque Katharina con le sue trovate mediatiche (la nuova collana musicale per bimbi della Deutsche Grammophone, la propiezione su maxischermo dei suoi vituperati Meistersinger, la diffusione internet dello spettacolo) continua a tener banco in giornali e riviste anche quest'anno. Inutile dire che fra qualche mese, a meno di sorprese dell'ultimo minuto, si sceglierà chi guiderà il Festival dal prossimo anno.

Qualche impressione al volo raccolte nel lunghissimo pomeriggio parsifaliano di ieri.

Anteprima: Una fabbrica (solo) di sogni? 

Non l'avevamo mai notato ma il Festspielhaus sembra una fabbrica. Ha tutti gli elementi dell'architettura industriale della seconda metà dell'Ottocento. Un po' come la Gebrüder-Meisel Brauerei che sorge sull'altra collina, quella rossa, e che è stata costruita grossomodo negli stessi anni. Il Festspielhaus ha soltanto qualche elemento classicheggiante in più e qualche cinimiera in meno (ma la quantità di birra che vi circola è più o meno la stessa).

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Primo intervallo: nero bayreuthiano

Il nero va molto nei teatri tedeschi, ma specialmente qui a Bayreuth (è elegante, sfina, ecc.). Per i signori uomini pare sia di rigore, anche per i più informali (si tollerano sneakers, sandali, t-shirt e camice a manica corta purché di quel colore). Le donne ed i giornalisti si concedono qualche libertà: un giornalista americano sfidava la regola con il suo completo di lino bianco.

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Secondo intervallo: souvenir de Bayreuth

Ripensando al salisburghese Mozartwürst del duecentocinquantenario, tutto sommato a Bayreuth ci si modera. Anzi, sul marciapiede di fronte, la piccola costruzione ad un piano ospita un ufficio postale autorizzato a rilasciare annulli festivalieri, un negozio di cartoline che facilitano l'annullo e un piccolo discaio/libraio dedicato completamente al culto locale, ma che vanta anche delle piccole chicche. Per la prima volta ci abbiamo visto delle t-shirt (nere!) con citazioni del Maestro. Le cartoline comunque sembrano ancora in testa alle preferenze dei parsimonosi consumatori festivalieri.

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Epilogo: nel tempio

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Sembra una cafonata, ma il cuscino, almeno per la schiena, è un vero e proprio must. Soprattutto quando a dirigere il Parsifal chiamano Daniele Gatti: ci ha messo tutto l'impegno, ma è rimasto sotto di quasi 20' minuti al suo benchmark dichiarato, ossia Arturo Toscanini. Alla seconda recita pare abbia recuperato qualcosa, ma deve impegnarsi di più, se la Sacra Famiglia gli offrirà una seconda chance. Eventualità che una agguerrita ed aggressiva minoranza non auspica, a giudicare dai buh che gli ha riservato alla fine. Nessun altro si è meritato le contestazioni del pubblico, nemmeno Herheim che, incredibilmente, si salva benché non si possa davvero dire che abbia accontentato i palati più tradizionali. Nemmeno gli stendardi e le divise naziste che compaiono in scena alla fine del secondo atto hanno provocato reazioni visibili. Una teoria vuole che in realtà Herheim con la complicità delle mobilissime scene e degli specchi di Heike Scheele nonché delle luci psichedeliche di Ulrich Niepel abbia deliberatamente voluto stordire il pubblico per assogettarne la volontà. Più di uno spettatore del resto pare abbia affermato di aver gradito e molto lo spettacolo, ma di non aver capito si trattasse di Parsifal

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Il coro del Festival, festeggiatissimo dal pubblico

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Il Maestro Gatti davanti al pubblico.

Parsifal Apotheke, Bayreuth

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C'è un che di ironico scendere dal treno e passare davanti alla Parsifal Apotheke di Bayreuth. Soprattutto se dopo qualche ora ci si immerge nel fiume di musica (e di immagini) costretti alle scomodissime seggiole del Festspielhaus.

Satiri

Il livornese Federico Maria Sardelli, fondatore del gruppo Modo Antiquo attraverso il quale ha contribuito a diffondere il verbo vivaldiano nel mondo, accanto all'attività musicale e musicologica, da anni svolge con altrettanto successo un'attività parallela di autore satirico per il mensile Il Vernacoliere.

Secondo la sua biografia pubblicata nel sito della gloriosa pubblicazione livornese, "Federico Maria (Boria) Sardelli può essere annoverato tra le persone più odiose e supponenti che vi siano in giro. Si dedica a questo e a quell'altro con eguale alterigia, credendo di primeggiare in ogni disciplina escluso il rally. [...] Ai numerosi babbei che gli domandano come faccia a conciliare attività così varie e dissimili non risponde nemmeno ma spara un raudo serpentone ai loro piedi."

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Nel 2007 Sardelli è stato invitato all'Händel Festspiele di Halle per dirigervi il concerto inaugurale ed un'edizione dell'Ariodante con la regia di Stephen Lawless e le scene di Benoît Dugardyn.

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Ad Halle è poi tornato nel 2008 per la ripresa dell'Ariodante e vi tornerà ancora nell'aprile 2009 per la seconda ripresa di questa produzione.

Le sue impressioni tedesche sono state documentate nelle pagine del Vernacoliere per la prima volta nel luglio 2007 e ancora nell'aprile 2008.

1. Cibo 

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2. Ristoranti

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3. Costumi

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4. Creature

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5. Epilogo

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Un grazie di cuore a Stefano B., sincero ammiratore del Maestro e affezionato lettore del Vernacoliere, per la segnalazione e per aver gentilmente fornito il materiale.

Bayreuth 2008 (ossia c'era questo, c'era quello)

Non si sa se sia solo un'impressione, ma vedere le foto di quelli che ieri erano all'inaugurazione del Festival di Bayreuth da un'impressione di dejá vu. Che anche il protocollo sia un riflesso della immutabilità del festival europeo più longevo, anche dal punto di vita della gestione artistica?

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La cancelliera Merkel accompagnata da consorte. Le cronache dicono ci vada regolarmnte dal 2003.
Décolleté meno sexy che a Oslo, Frau Merkel non rinuncia a mostrareai fans  (almeno) la spalla.

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Baviera ieri e oggi: il disarcionato Edmund Stoiber con signora e l'attuale presidente bavrese Auch der Günther Beckstein (CSU) con la moglie Marga.

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Bayreuth è anche politically correct: il capo del partito liberale Guido Westerwelle con il suo compagno Michael Mronz.

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I politici dominano da sempre l'inaugurazione del Festival di Bayreuth (si racconta che altrove le passerelle tendano ad essere calcistiche...), ma c'è spazio anche per qualche esponente della cultura: l'immancabile Thomas Gottschalk con la discreta compagna Thea ("in dramatischer Robe" commenta Der Spiegel).

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Ed infine lui, il vecchio re sempre più stanco, sostenuto della giovane principessa Katharina, la meglio piazzata a succedergli (magari in compagnia della più navigata - in theatrical matters - sorellastra Eva Pasquier-Wagner). Se una cosa positiva questa edizione l'ha avuta è che, dopo la lettere delle dimissioni annunciate di Wolfgang, si è parlato meno di eredità e un po' più di questioni artistiche. 

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La cancelliere rende omaggio all'ultimo re di Baviera.

Quanto allo spettacolo, nessun dissenso apparente. È piaciuto a tutti. Gatti forse un po' lungo ma voci bellissime. Le foto dello spettacolo di Herheim raccontano di bambini e (sembra) streghe, di Gurnemanz e Kundry angeli neri, di Klingsor in guepière, di Parsifal a Villa Wahnfried.

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Da domani i resoconti.

Santo Stefan martire?

"Bimbi! Fate cose nuove! nuove! e ancora nuove! - se vi agrappaste al vecchio, vi afferrebbe il diavolo dell'improduttività, e sareste i bimbi più tristi."
Richard Wagner
in una lettera a Franz Liszt dell'8 settembre 1852

stefanherheim_450"Titurel, Gurnemanz, Amfortas, Klingsor e Parsifal sono raffigurazioni dell'umanità, che attraversando il confine fra spazio e tempo si abbattono l'un l'altro e si mettono in condizione di ottenere una redenzione. Kundry è la loro proiezione della femminilità, che in quanto altra deve essere sconfitta. Il punto non è l'emancipazione o la liberazione sociale realizzabile, ma piuttosto la redenzione, la concessione pietosa di una agognata salvezza attraverso una forza superiore.
Tutto questo sembra molto teorico - ma appena il sipario si apre, si è in un mondo magico di un racconto per bambini del 19 secolo, nel quale succedono molte cose inquietanti.
"

Così parla Stefan Herheim, regista dello spettacolo inaugurale del Festival di Bayreuth 2008.
Un altro martire del nuovo a Bayreuth?

La diretta dello spettacolo si può ascoltare su Bayern 4 Klassik dalle 16 di oggi.
Qui le altre dirette radio.

Monaco 850

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La cucina musicale di Monaco sforna normalmente piatti particolarmente prelibati. Figuriamoci quando si tratta di celebrare un compleanno importante: 850 anni. Difficile seguire tutte le iniziative in programma, culminate con la riapertura del Cuvilliés-Theater con il mozartiano Idomeneo lo scorso giugno (impossibile trovare un biglietto nonstante i prezzi non troppo democratici: 450 euro a poltrona!).

L'occasione per una visita alla capitale bavarese lo scorso weekend è la festa di compleanno organizzata il 12 luglio dai Münchner Philharmoniker (e i due biglietti vinti per quel concerto alla lotteria).

Antipasto freddo: il Cuvilliés-Theater

Avendo mancato l'Idomeneo del cinquantenario allestito lo scorso giugno in occasione della riapertura a cinquant'anni dalla ricostruzione nel secondo dopoguerra, almeno una visita al Cuvilliés è d'obbligo. Quasi cinque anni di restauri, una spesa complessiva di 25 milioni di euro (secondo la stampa locale) interamente sostenuta dal Ministero delle Finanze bavarese, proprietario della teatro che sorge nel complesso della Residenz, per tirare a lucido la sala rococó e restituirla al pubblico per i prossimi cinquant'anni.
Coperto il cortile con una struttura di vetro e acciaio, completamente rinnovata la scena (purtroppo non visibile durante le visite), sostituite le poltroncine salvaguardandone lo stile rococó, una bella lucidatura alle sontuose decorazioni della sala.

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Tutto ciò mentre nella lontanissima capitale federale il dibattito fra conservatori e demolitori della sala della Staatsoper Unter den Linden è accesissimo. Ma si sa: la Baviera tende alla conservazione. Ed è visitatissima dai turisti.

Primo di classe: Beethoven, Thielemann e i Philharmoniker

Il concerto dei Münchner Philharmoniker è nella Philharmonie, un bellissimo auditorium completamente in legno nel complesso culturale Gasteig, che sorge a poche centinaia di metri dall'Isar.

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Dopo il discorso di rito da parte di una non meglio identificata autorità locale, inizia il concerto che ha in programma la sola sinfonia n.9 di Ludwig van Beethoven, quest'anno più popolare che mai nella sua patria. Sul podio il direttore musicale dell'orchestra Christian Thielemann, che finalmente riusciamo ad ascoltare dal vivo. Spesso descritto come continuatore ideale di una tradizione musicale e progenie direttoriale che si credeva esitanta con Karajan, in effetti Thielemann privelegia i tempi distesi e l'andamento solenne (è il caso dell'Adagio molto e cantabile del terzo movimento). Come Karajan, Thielemann cura la bellezza del suono e la predilezione per gli indugi romantici (a tratti, questo suo Beethoven fa pensare a Strauss!).

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Carismatico come i grandi direttori, Thielemann entusiasma il pubblico con l'incalzante e solenne finale, assecondato dall'ottima performance di orchestra e coro, mentre i solisti apparivano un po' sottotono.

Secondo piccante: Eugenio nel Wisconsin

Luglio a Monaco è anche e soprattutto il Münchner Opernfestspiele, un'incredibile vetrina di star che danno prestigio all'ultimo mese di programmazione dell'iperproduttiva Opera di Stato della Baviera.

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Al Nationaltheater domenica 13 luglio torna in scena l'Onegin, la prima delle prime della stagione corrente. Il cast è lo stesso del debutto dello scorso novembre con la sola eccezione di Lenskij interpretato dal rumeno Marius Brenciu al posto di Christoph Strehl. Dirige Kent Nagano.

La stampa ha scritto molto dello spettacolo di Krzysztof Warlikowski che propone (impone?) una interpretazione non proprio sfumata della figura di Onegin e del suo legame chiaramente omosessuale con Lenskij. A parte l'ambientazione USA anni '60 della prima parte, è soprattutto la seconda parte che esplicita il tema: già durante l'intervallo cowboys a torso nudo passeggiano sul palco aspettando che il pubblico riprenda posto. Sono gli stessi cowboys (in versione drag queen per il ballo chez les Gremins) a dare corpo alle ossessioni erotiche di Onegin. Non del tutto fuori tema, la regia di Warlikowski sembra piuttosto soffrire della tipica "monodimensionalità" del teatro di regia. Bisogna ammettere però che la netta separazione fra la prima (fino alla prima scena del terzo atto) e la seconda parte - cioè come la vede Tatjana e come la pensa Onegin - risolve alcuni dei nodi drammaturgici irrisolti dell'opera di Ciaikowskij.

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Le tentazioni di San Pëtr: Leningrad cow/boys

Musicalmente buono anche se non eccezionale, come forse ci si poteva aspettare. Michael Volle come Onegin entusiasma meno che nelle sue prove wagneriane, soprattutto per una certa genericità di fraseggio ma si conferma ottimo attore. Tatiana Monogarova come Tat'jana è un po' monocorde. Marius Brenciu, a parte qualche difetto di intonazione qua e là, è un buon Lenskij, forse un po' trattenuto, probabilmente per essere dovuto entrare rapidamente in una produzione non facilissima. Bene i numerosi comprimari, fra cui il basso Günther Groissböck veniva salutato da vere e proprie ovazioni per il suo cameo di Gremin (o piuttosto per la sua apparizione nei panni di Zareckij?). Poco da segnalare sulla direzione di Kent Nagano: molto attenta all'equilibrio con la scena, corretta, poco appassionata e/o appassionante. Ottimi come da attese l'Orchestra dell'Opera di Stato bavarese ed il coro preparato da Andrés Máspero.

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Accoglienza calorosa del pubblico alla fine della prima parte, ma anche della seconda.

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L'Opera di Stato si democratizza (o approfitta semplicemente della concomitante Christopher-Street parade?) e con Oper für alle offre gratuitamente lo spettacolo su maxischermo nella Max-Joseph-Platz, proprio ai piedi della scalinata dei Nationaltheater. Purtroppo la pioggia incessante rovina la festa.

To fly or to «brundlefly»?

Cronaca di The Fly di Howard Shore dal nostro corrispondente parigino.

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To fly or to «brundlefly»? 

Adaptation par son réalisateur – David Cronenbergd’un film culte du cinéma fantastique, commanditée et dirigée par une légende vivante de l’art lyrique, –Placido Domingo–, « the Fly » avait ce qu’il fallait pour attirer au Châtelet un nouveau public, plus jeune et moins attaché à la tradition, selon les vœux de Jean-Luc Choplin, son directeur général. Les intentions des principaux protagonistes étaient aussi les meilleures. Dans un dossier consacré à l’œuvre par « Opéra Magazine » dans son numéro de juin 2008, Placido Domingo déclare à propos d’Howard Shore dont c’est le premier opéra : « après avoir écouté les bandes-son de Lord of the Rings et The Fly, j’ai su d’emblée qu’il était fait pour composer un opéra » et ce dernier fait chorus avec David Cronenberg selon qui le film avait « quelque chose de théâtral dans sa structure : trois personnages principaux dans un décor unique, poussés à des émotions extrêmes ». Et de poursuivre : « Je ne voulais surtout pas réaliser un remake du film, en me contentant de le transposer paresseusement à la scène ».

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De fait, le réalisateur et le compositeur ont fait appel à David Henry Hwang pour écrire un livret nouveau, la musique, elle aussi est nouvelle, n’utilisant que très peu de citations de la bande-son et la mise en scène –pour une fois !– ne recourt pas à des projections vidéo. Est-ce à dire que, pour reprendre la question très justement posée par Pierre Cadars dans le même dossier, on assiste à une « simple téléportation ou (à une) fusion d’un nouveau type » (entre cinéma et opéra, de même qu’entre Seth Brundle et la mouche, donnant ainsi naissance au néologisme créé par le héros : « Brundlefly ») ? Peine perdue. A l’audition, il faut bien se rendre à l’évidence : « The Fly » does not fly et le spectateur s’ennuie plus d’une fois. Comment rendre compte de ce que l’on peut considérer comme un échec ?

thefly_chatelet03_476Sans doute est-ce que, dans l’univers musical comme dans l’univers sociétal, la consanguinité nuit. De fait, la familiarité n’est pas celle que l’on s’attendrait à trouver et on ne la trouve pas là où l’on voudrait. Le livret «nouveau » colle au script, ce qui donne un texte très bavard. La mise en scène et les costumes –ces derniers de la sœur du metteur en scène !– effectuent certes une transposition des années 1950 aux années 1980, mais il s’agit d’un clin d’œil au  film de Kurt Neumann sorti en 1958, déjà inspiré du roman de George Langelaan. Enfin, conséquence sans doute du manque de familiarité du compositeur avec le genre opératique ou la partition ne s’accorde pas à un univers où le langage musical doit suffire à caractériser les personnages et leurs émotions. La musique s’étire pendant plus de deux heures en longues nappes sonores, n’atteignant quelque intensité que dans le deuxième acte, tandis que dans la fosse, Placido Domingo semble s’efforcer, à force de décibels, de donner du tonus à une partition assez anémique et que sur le plateau le chant reste le plus souvent plat. Seuls les affects les plus élémentaires nous sont communiqués : brutalité de Seth lorsque sa transformation en mouche s’amorce, répugnance de Veronica devant cette transformation, concupiscence et volonté de domination de Stathis Borans, le rédacteur en chef de Veronica, vis-à-vis de celle-ci. Encore cette communication s’effectue-t-elle davantage par le truchement de la direction d’acteurs de David Cronenberg que par celle du matériau musical. L’approche réductrice du compositeur s’oppose à une véritable progression de l’action et le personnage qui en souffre le plus est celui de Veronica. Dans le film, on la voit évoluer d’une logique de calcul – celle d’un reporter à l’affût du scoop– à une admiration teintée de tendresse devant le génie et la vulnérabilité de Seth, puis à la passion amoureuse et enfin à la compassion. Dans l’opéra, elle apparaît comme le jouet des événements. En outre, Ruxandra Donose a une voix légèrement voilée, à la différence de Daniel Okulitch en Seth Brundle et de Daniel Curry en Stathis Borans qui bénéficient, surtout le premier, d’un timbre clair.

Le décor unique mais évolutif de Dante Feretti est bien planté : le loft de Seth est encadré par les deux « pods » entre lesquels  les téléportations s’effectuent ; le bureau de Stathis occupe le côté cour ; le loft se transforme en bar lors de la scène où Seth va défaire Marky lors d’une partie de bras de fer et ainsi « gagner » sa partenaire Tawny. Confiés à  Stephan Dupuis, les maquillages –transformation de Seth– sont très réussis et les effets spéciaux –la mouche escaladant les praticables– spectaculaires. L’orchestre Philharmonique de Radio France tire son épingle du jeu. Tout cela ne suffit pas à faire de cette création mondiale un spectacle mémorable. (cp)

Un minidocumentario delle prove e della conferenza stampa di David Cronenberg.

Häuser

Rafael Neff è nato nel 1969 a Freienseen nell'Assia. Neff ama le architetture barocche ed ama i teatri d'opera, che ha fotografato in una serie di foto che abbiamo visto nella galleria Lumas. Secondo il critico, la luce che inonda le sale ci racconta di tutti i drammi rappresentati sulle queste scene e fa rivivere le arie si sono sentite in queste sale.

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Parigi, Palais Garnier

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Zurigo, Operhaus

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Cracovia, Opera

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Praga, Statní Divadlo

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Budapest, Magyar Állami Operaház

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Vienna, Staatsoper

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Monaco di Baviera, Nationaltheater

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Venezia, Teatro la Fenice

È bello chiamare case i teatri d'opera.

A Aix

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Non ha la produttività industriale del Festival di Salisburgo né il suo efficientismo teutonico. Il Festival di Aix come la città che lo ospita vive dei ritmi pigri del paesaggio mediterraneo e di un certo snobismo francese. L'organizzazione non è impeccabile, le informazioni sono fitrate (o almeno questa è l'impressione) e se conosci qualcuno che può darti una dritta è meglio. Il paesaggio è incantevole, la cornice di molti eventi è preziosa e la prossimità agli artisti è qualcosa che aggiunge calore ed umanità agli eventi.

Piccola cronaca essenziale di tre giorni di festival.

sabato 5 luglio: Mozart o Haydn?

Ufficialmente i biglietti per tutte le opere in programma nella serata sono esauriti. Non è chiarissimo però se la risposta è definitiva o se si può trattare, se ci si può mettere d'accordo o se il verdetto è definitivo. Non lo è e, grazie ad una gestione flessibile di rinuncie e cambi di programma, si riesce a trovare sempre qualcosa. Incertezza fra la mozartiana Zaide messa in scena dall'oramai anemico Peter Sellars (avrà ancora qualcosa di dire?) e L'infedeltà delusa con una compagnia di giovani guidati dal giovane direttore in ascesa Jérémie Rohrer è risolta pragmaticamente leggendo le critiche feroci che hanno massacrato il Singspiel mozartiano: vince Haydn sulla fiducia.

Il minuscolo spettacolo messo in piedi dell'Académie européenne de Musique prende vita sulla piccola scena incorniciata fra un grande platano ed un cipresso, montata nell'incantevole cortile dell'Hôtel Maynier d’Oppède. Opera molto di genere, senza dubbio le giova la cornice estiva e la freschezza dell'assortita compagnia. Colpiscono soprattutto la sicura professionalità di Claire Debono nei panni di Vespina (che per l'amore per il travestimento ricorda molto da vicino la quasi omonima Despina, ma con qualche dose di cinismo in meno) e il piglio brillante e preciso del giovane direttore. Ottima anche la 'sua' orchestra, Le Cercle de L'Harmonie. Spettacolino bistrattato da più d'uno fra il pubblico per via di qualche veniale scemenza e qualche caduta di gusto qua e là, ma in fondo che si poteva fare di più? (o magari qualcosa di meno avrebbe aiutato).

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Attesa per l'uscita del pubblico della concomitante Zaide per un'occhiata al famoso Théâtre de l'Archevêché, sede storica del Festival. Molti gli applausi e nessun dissenso visibile nel pubblico. Avremo fatto la scelta sbagliata?

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domenica 6 luglio: passioni (per lo più inedite) dusapiniane 

Come in tutti i festival si tende a far tardi. Qui ad Aix specialmente, cominciando gli spettacoli quando fa notte. La partenza il giorno dopo è sempre piuttosto lenta. Il giorno si annuncia sotto il segno del compositore francese Pascal Dusapin, con la pomeridiana della sua ultima opera Passion ispirata (d)a Monteverdi.

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Il pubblico aspetta sotto sole che M.me la Ministre (della cultura probabilmente) arrivi al Théâtre Jeu de Paume nell'angusta Rue du Théâtre, bloccata al traffico per motivi di sicurezza (pare davvero di essere chez nous...). Si comincia comunque in tempo.

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Due personaggi (Lei e Lui) e gli altri, che osservano, commentano e ripetono le frasi spezzate e ripetute dei due protagonisti. Frammenti testuali di un discorso amoroso che è anche un combattimento. Monteverdi è una presenza invisible ma latente che rivela la sua presenza nelle schegge di testo (in italiano) assemblate dallo stesso Dusapin, nelle reminiscenze strumentali più che musicali, nell'essenzialità del discorso musicale. Musicalmente, Dusapin impone ai suoi cantanti una linea melodica di estrema semplicità e suggestione, che il piccolo complesso strumentale (il sempre impeccabile Ensemble Modern diretto da Franck Ollu) accompagna quasi come un basso continuo, che si trasforma incessantemente in continue evoluzioni timbriche. Con i suoi elaborati melismi la bionda sirena Barbara Hannigan incanta Georg Nigl e lo rifiuta, nella scena vuota firmata da Giuseppe Frigeni con pochi segni fortemente evocatori (l'acqua, una grande conchiglia, un albero/diapason). Il pubblico resta fino alla fine, qualcuno protesta (chissà perché), ma l'accoglienza è calorosa per tutti.

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La giornata dusapiniana non è finita: continua alle 22 con l'esecuzione dei quartetti per archi n.1, 3, 4 e 5, di nuovo all'Hôtel Maynier d’Oppède. Pochi (ma buoni?) gli spettatori.

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Malgrado siano stati composti nell'arco di oltre vent'anni, Dusapin esibisce una sostanziale fedeltà ad un linguaggio che è rimasto inalterato alla base e a partire dal quale sperimenta nuove soluzioni armoniche e ritmiche. L'esecuzione del Quartetto Diotima è quanto di meglio si possa sperare per restituire con la necessaria precisione e chiarezza le complesse strutture compositive. 

lunedì 7 luglio: splendori e miserie del Festival di Aix

Attività collaterale, ma non troppo, in mattinata: la bella mostra 60 ans, 60 photos al Pavillon Vendôme.

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60 foto che illustrano la storia del festival dal badacchino della piccola scena montata nella Cour de l'Archevêché fino alla Walküre del 2007 nel nuovissimo Grand-Théâtre de Provence. Come un bel film, la mostra ci racconta di un piccolo festival dalle grandi ambizioni, ci mostra i grandi che sono passati di qua, l'evoluzione dei gusti, la grande scoperta del barocco in anticipo sui tempi.

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Il cortile dell'antico arcivescovato di Aix, scelto come sede degli spettacoli nel 1948
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Die Entführung aus dem Serail (1962)
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Il festival si democratizza: il concerto di Ella Fitzgerald nella Place de Cardeurs (1975, altri tempi)

Ritiro "spirituale" necessario prima di affrontare la maratona della terza tappa dell'Anello del Nibelungo voluto da Stéphane Lissner, ai tempi della sua reggenza ad Aix. Dalla scorsa edizione l'Anello si è trasferito nel tecnologicamente più accogliente Grand-Théâtre de Provence, edificio firmato dall'architetto Vittorio Gregotti, in un nuovo quartiere continguo al nucleo antico della città di Aix. È un edificio piuttosto gradevole con i suoi colori mediterranei, le ampie terrazze da cui si godono dei begli scorci sulla città e la sua ampia sala molto funzionale (almeno dalla platea; molti spettatori nelle gallerie devono alzarsi in piedi per vedere la scena).

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Stéphane Braunschweig e Simon Rattle guidano un cast con poche ma significative modifiche rispetto alle tappe precedenti: tornano Willard White (Wotan), Dale Duesing (Alberich), Anna Larsson (Erda) e Burkhard Ulrich (Mime). Al debutto Ben Heppner come Siegfried (un vero debutto, nonostante il solido curriculum wagneriano) e Katarina Dalayman che sostituisce Eva Johansson, la Brünhilde (non memorabile) della Walküre. Tornano anche i Berliner Philharmoniker, senza alcun dubbio i più entusiasmanti della nutrita compagnia. Rattle continua a sorprendere per lo più on the downside. Ben Heppner ha un bell'inizio ma frana sul finale con seri problemi di emissione e di intonazione, quando Rattle mosso a pietà ce lo nasconde all'udito con uno dei finali più assordanti che ci sia mai capitato di ascoltare in quest'opera. Katarina Dalayman non si ricorderà per introspezione di canto (ma che poteva fare?). Invece Burkhard Ulrich si impone su tutti come uno dei Mime più interessanti e riusciti degli ultimi tempi (decisamente dispiace che sia lui a soccombere a Notung...). Nella regia Braunschweig non abbiamo visto lampi di genio, ma nemmeno cadute clamorose. Un po' dispiace che sia l'unico a venire redarguito da una parte del pubblico, che invece, inebriato dal tifone di decibel evocato da Rattle, si scatena in entusiasmi degni davvero di miglior causa.

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Appuntamento al 2009?

Papi destri

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«L'affare di Roma è un gran fatto, ma mi lascia freddo ... perché non posso conciliare Parlamento e collegio dei cardinali, libertà di stampa e inquisizione, codice civile e sillabo ... Che domani venga un papa destro, astuto, un vero furbo, come Roma ne ha avuti tanti, e ci ruinerà.»

Giuseppe Verdi in una lettera del 1870 a proposito della presa di Porta Pia.

(lettera ripresa nell'articolo di Luca Fontana Il bavosissimo baciamano in Diario 27 giugno-10 luglio 2008)