publicopera

impressioni, incazzature, notizie di un curioso di musica italiano in Germania (ma anche in altri posti)

La sposa in nero

All'Oper Frankfurt va in scena la seconda nuova produzione della stagione: La fidanzata dello Zar di Nikolaj Rimsky-Korsakov. Nuova tappa del filone slavo, quindi, che nelle ultime stagioni si è visto arricchire di titoli della tradizione russa come Chovanscina e La dama di Picche, o ceca comei due titoli janacekiani Kát'a Kabanová e Jenufa o La sposa venduta di Smetana, vista nella scorsa stagione e diretta da Stein Winge come ora l'opera di Korsakov.

Sorta di Cenerentola al nero, l'opera racconta della tragica vicenda di Marfa, destinata a diventare sposa dello zar Ivan il Terribile, spezzando il sogno d'amore coltivato fin dall'infanzia per il nobile Ivan Lïkov. Marfa è anche concupita dal boiardo Grijaznoij che cerca di conquistarla per mezzo di un filtro amoroso fornitogli dall'alchimista Bomelius. A questi però si rivolge pure Lijubasha, nel tentativo disperato di riconquistare lo sposo Grijaznoij, sostituendo il filtro d'amore con una pozione che cancellerà la bellezza della rivale. Come Lucia, Marfa impazzirà, rendendo vani il desiderio di Grijaznoij, che sarà giustiziato dopo aver ucciso Lijubasha.

Il regista Stein Winge prende l'opera per quel che è: un romanzo popolare a tinte fosche. L'elemento storico nello concezione di Winge non ha nessuno spazio. Quel che gli interessa è il racconto, che conduce con mano sicura, prosciugandolo di qualche eccesso grandguignolesco e talvolta cogliendo l'ironia di alcune situazioni (si veda la camporella di Lijubasha e del "pusher" Bomelius alla fine del secondo atto). A parte qualche scivolata nella provocazione facile - come lo stupro di gruppo degli oprichnik nella festa a casa Grijaznoij, peraltro prontamente sanzionata da numerosi buh del pubblico -  la lettura di Winge convince pienamente. Benoît Dugardyn costruisce delle scene misuratamente spettacolari, decisamente cinematografiche, assecondando brillantemente sul piano visivo l'intenzione registica.

Ancora una volta, il cast vocale è scelto con mano felice, persino nei ruoli minori. Domina la Lijubasha di Elena Manistina, il cui bel timbro brunito e la solidità di interprete colpiscono già dalla sua canzone di sortita. Le tengono testa due stelle della compagine del teatro come Johannes Martin Kränzle, chekoviano Grijaznoij, e Britta Stallmeister, fragilissima ed infantile Marfa, che offre una delle sue prove più convincenti. Ottime pure le prestazioni di Michail Schelomianski come dolente Sobakin, Michael König come Likov, la sempre convincente Elzbieta Ardam come Dunijasha e la fresca Ann Marie Backlund come Domna Saburova e Simon Bailey come Malijuta-Skuratov.

Dirige con grande perizia e slancio ciaikovskiano l'esperto Michail Jurowski, che imprime alla partitura un irresistibile senso del teatro. Assecondano con convizione il versatile coro e la Frankfurter Museumorchester.

Alla fine il pubblico accoglie festosamente tutti gli interpreti.

info tecniche qui

Picasso a teatro

Da qualche giorno si è aperta allo Schirn di Francoforte la mostra Picasso e il teatro. Luogo ideale per esplorare trasversalità o ragionare su paradossi vedi la recente mostra sul Nulla), per celebrare il 125esimo anniversario della nascita di Picasso lo Schirn sceglie una prospettive originale anche se non del tutto inedita: il teatro. A detta di Paolo Valentino sul Corriere della Sera di lunedì scorso, "quella sul Meno è forse la più originale nella valanga di mostre aperte in queste settimane un po' dappertutto in Europa, da Berlino a Parigi, da Malaga a Vienna".

 

Esponente di punta del gruppo di artisti della scena parigina nei primi decenni del 1900, Picasso collabora con l'impresario dei Ballets Russes, Sergei Diaghilev, realizzando scene e costumi per i suoi spettacoli. La collaborazione inizia nel 1917 con Parade su musiche di Erik Satie, con cui Picasso lavorerà ancora nel 1927 per il Mercure.

Tale collaborazione lo farà collaborare anche con altri musicisti di punta come Manuel de Falla (El sombrero de tres picos, 1919) e Darius Milhaud (Le Train Bleu, 1924).

Nel 1917 Picasso conosce in Italia Igor Stravinsky con cui collaborerà per il Pulcinella del 1920. A proposito del ritratto realizzato da Picasso, Stravinsky racconta un divertente episodio. Fermato alla frontiera con la Svizzera, un doganiere solerte pretende di perquisire il suo bagaglio, nel quale si trova il ritratto di Picasso. Probabilmente sconcertato dalla sua modernità, alla curiosità del doganiere che chiede di cosa si tratti, Stravinsky risponde "Il mio ritratto disegnato da Picasso". Risposta del solerte funzionario (si sa: in tempi di guerra si sospetta di tutto): "Impossibile. Si tratta senza dubbio di un piano". Risposta di Stravinsky: "Sì, il piano del mio volto".

La mostra segue anche il percorso inverso, investigando quanto il teatro sia stato fonte di ispirazione per la pittura di Picasso.

  

La mostra rimane aperta fino al 21 gennaio.

Materiali fotografici raccolti qui:

What's Opera, Doc?


The complete works of Richard Wagner (abridged).
Special guest: Bugs Bunny

Barocchisti esperti

"Pour moi, la sonorité des baroqueux a quelque chose d'exotique..."
Gérard Mortier
(Diapason, ottobre 2006)

Piccolo florilegio di opinioni (fulminanti) di quattro grandi interpreti del repertorio barocco.

René Jacobs

«Quel che rende la musica essenziale, è l'inatteso: da una battuta all'altra, può cambiare, lasciare la strada che si pensava di aver preso. Se si dovessero bruciare tutte le partiture di Vivaldi per conservarne soltanto una di Scarlatti, non esiterei a farlo.»

Le Monde de la Musique, novembre 1998, a proposito dell'oratorio Caino o il primo omicidio di Alessandro Scarlatti

«Amo appassionatamente David et Jonathas, ed anche di più Medée [di Marc-Antoine Charpentier]. Per queste due opere, sarei pronto a sacrificare tutte quelle di Lully»

Classica/Répertoire
, settembre 2004

«In Händel, quando si guardano due battute, si sa più o meno come la musica continuerà.»
«... C'è qualcosa che non bisogna dimenticare anche se nessuno ne parla: [Händel] è un ladro!»

Crescendo
, aprile/maggio 2004

 

John Eliot Gardiner

«Vivaldi è capace di invenzioni di prodigiosa efficacia, ma le ripete fino alla nausea.»

Diapason
, décembre 2001

 

Nikolaus Harnoncourt

«Il rispetto di cui gode Lully supera la mia capacità di comprensione»

Classica/Répertoire, giugno 2004

 

Alan Curtis

«... Penso sia rendere un cattivo servizio a Vivaldi prendere un pezzo come Giustino, che persino gli appassionati considerano troppo lungo - ci sono in effetti troppe cose che non si sarebbero dovute conservare ...»

«... [La registrazione del Giustino di Esteban Velardi] non l'ho ascoltata, ma se mai trovassi tempo per farlo, non credo cambierei opinione ... Penso che sia bene per Vivaldi imporre dei tagli.»

Goldberg, dicembre 2003, a proposito dei tagli nella sua registrazione del Giustino

 

Trovate (e tradotte) nel Bêtisier de l'opéra baroque del Magazine de l'opéra baroque di Jean-Claude Brenac

Un'altra Olimpiade al Malibran


Dopo l'Olimpiade di Domenico Cimarosa nel 2001, quest'anno la Fenice riesuma al Teatro Malibran un'altra Olimpiade, musicata da Baldassarre Galuppi sullo stesso libretto di Pietro Metastasio. Se allora l'occasione nel 2001 furono i 200 anni dalla morte del compositore napoletano, quest'anno sono i 300 anni dalla nascita di Galuppi. Ricorrenza che rischiava di passare inosservata nell'inflazione di eventi mozartiani.

In tempi di economie, si riesuma l'allestimento di allora, con scene molto discrete e bei costumi di Francesco Zito e regia efficace di Dominique Poulange.





Non si risparmia sul cast che vanta delle vere e proprie stelle della vocalità barocca accanto a giovani ma promettentissimi talenti. Merita citarli tutti: Ruth Rosique (Aristea), Roberta Invernizzi (Argene), Franziska Gottwald (Licida), Manuela Custer (Megacle in buca, mentre in scena agiva l'indisposta Romina Basso) Mark Tucker (Clistene), Furio Zanasi (Alcandro) e Filippo Adami (Aminta).

Andrea Marcon offre una brillantissima prova a capo dell'Orchestra Barocca Veneziana, uno strumento perfetto tanto nella morbidezza di suono che nello scatto furioso (particolarmente entusiamante nel secondo atto).

 

Il risultato è notevole e ci fa riscoprire un capolavoro del belcanto e apprezzare il grande talento operistico di Galuppi. Dunque, dopo la recente Didone di Cavalli, un'altra felice riscoperta. Da augurarsi che la Fenice continui con ancora più convinzione la bella consuetudine di riscoprire gemme dimenticate della civiltà musicale veneziana affidandole a giovani ed esperti interpreti in grado di ridare loro vita con entusiasmo e freschezza.

Accoglienza calorosissima del pubblico della pomeridiana di domenica scorsa, rimasto fino alla fine, malgrado la lunghezza considerevole di quest'opera.

I non-premi di Opernwelt all'Oper Frankfurt

L'ufficio stampa dell'Oper Frankfurt mestamente informa di non aver ricevuto nessuna nomination nella classifica della rivista Opernwelt. Però ci fa sapere che molte delle sue produzioni e di coloro che vi hanno contribuito hanno ricevuto almeno qualche voto dei 50 critici internazionali della giuria di Opernwelt.

Ecco tutti i non-premi dell'Oper Frankfurt:

  • la Frankfurter Museumsorchester è arrivata seconda nella categoria migliore orchestra con quattro voti
  • Il coro dell'Oper Frankfurt ha ricevuto due voti nella categoria coro dell'anno
  • Nella categoria miglior spettacolo dell'anno figurano Parsifal (quattro voti), Un ballo in maschera (due voti), La clemenza di Tito (un voto) e Combattimenti (un voto).
  • Nelle categorie migliori cantanti, hanno ricevuto due voti Michaela Schuster per Kundry nel Parsifal messo in scena da Christof Nel e Alice Coote per Sesto in La clemenza di Tito diretto da Christof Loy, mentre un voto è andato rispettivamente a Alexandra Lubchansky per Rosina nella Finta semplice e a Carsten Süß per Wenzel nella Sposa venduta.
  • Infine, un voto a Ilse Welter per i costumi del Parsifal.

Peccato! In effetti, quella trascorsa ce la ricordiamo come una delle migliori stagioni dell'anno ed il Parsifal di Nel avrebbe ben figurato nella lista degli spettacoli premiati.

Cesare Lievi mette in scena l'Idomeneo a Wiesbaden

Non c'è davvero molto da dire dell'Idomeneo che abbiamo visto ieri sera allo Staatstheater di Wiesbaden. Di positivo, c'è senz'altro il fatto che non c'entra con il bicentenario mozartiano, ma si tratta della quinta puntata del ciclo mozartiano che Cesare Lievi sta portando avanti da qualche anno nel teatro della capitale dell'Assia. Questo Idomeneo viene dopo Die Zauberföte, Le nozze di Figaro e il fresco Così fan tutte visto nella scorsa stagione.  

Per l'Idomeneo, Lievi monta uno spettacolo globalmente gradevole, con qualche idea, non particolarmente riuscita ma nemmeno oltraggiosa (vedi il suicidio del re Idomeneo nel finale). Nell'essenziale scena fissa disegnata da Csába Antal ripensando alle architetture classiche, Lievi sembra essersi occupato soprattutto di caratterizzare la recitazione dei cantanti più che di lasciare il segno. Marina Luxardo cura il guardaroba: abiti moderni, mediterranei, qualche strizzatina d'occhio al folclore. Elettra rigorosamente in nero (ma del resto si sa: il lutto le si addice).

Quasi tutta locale la compagnia di canto, ad eccezione di Kobie van Rensburg, robusto Idomeneo, perfetto nella caratterizzazione vocale del suo personaggio (impeccabile, fioriture comprese, la sua "Fuor del mar, ho un mar in seno"). Ottima pure la coppia dei giovani amanti di Ute Döring come Idamante e Thora Einarsdottir come Ilia, entrambe pienamente convincenti nei rispettivi ruoli. Delude invece un po' Annette Luig: la sua Elettra manca di spessore drammatico e, benché tecnicamente solida, è metallica negli acuti. Adeguati l'Arbace di Jud Perry e il gran Sacerdote di Nettuno di Angus Wood.

Precisa ma abbastanza incolore la direzione di Marc Piollet. Rimarchevole invece la prova del coro dello Staatstheater di Wiesbaden.

Festosa accoglienza del pubblico, con qualche isolata (e inspiegabile) contestazione a Lievi.

Idomeneo a-islamico a Wiesbaden

Buone notizie per chi dovesse assistere stasera alla prima dell'Idomeneo di Mozart a Wiesbaden. Il sovrintendente Manfred Beilharz annuncia di non aspettarsi proteste da parte di islamisti.

Accogliamo la notizia con sollievo: dopo la cancellazione di Berlino, riusciremo a vedere finalmente il capolavoro mozartiano. E senza nemmeno temere qualche facinoroso nella elegante colonnata del teatro di Wiesbaden.

Notiamo solo che, con singolare decisione, Cesare Lievi, regista della produzione di Wiesbaden, non sfrutterà il tema islamista, di cui non si trova alcuna traccia nel libretto che Gianbattista Varesco scrisse per l'opera creata 98 anni dopo l'assedio di Vienna del 1683. Anche allora, quindi, Mozart e Varesco non sfruttarono la possibile occasione celebrativa per soli due anni.

Con una certa delusione (parlerà la stampa di questa non notizia?), andremo comunque a teatro, rassicurati almeno per la nostra incolumità.

Segue piccola antologia di grande voci.


Hildegard Behrens, "D'oreste d'ajace" (Elettra)
New York, Metropolitan Opera, 1982 (direttore James Levine)


Luciano Pavarotti, "Torna la pace al core" (Idomeneo)
New York, Metropolitan Opera, 1982 (direttore James Levine)


Carol Vaness, "D'oreste d'ajace" (Elettra)
Glyndenbourne Festival, 1983 (direttore Bernard Haitink)


Mariana Nicolesco, "D'oreste d'Ajace" (Elettra)
Staatsoper Wien, 1990

Gli oscar tedeschi della lirica 2005/06

Assegnati la scorsa settimana i premi della rivista Opernwelt per la stagione 2005/06, ossia gli oscar della lirica tedesca. Stoccarda fa man bassa. Ecco tutti i premi:

  • Teatro d'opera dell'anno: Staatsoper Stuttgart
  • Allestimento dell'anno: Alceste di Christoph Willibald Gluck, regia di Jossi Wieler e Sergio Morabito (Staatsoper Stuttgart)
  • Riscoperta dell'anno: Aeneas in Karthago di Joseph Martin Kraus (Staatsoper Stuttgart)
  • Creazione dell'anno: Ein Atemzug - die Odyssee di Isabel Mundry (Deutsche Oper Berlin)
  • Cantanti dell'anno: Catherine Naglestad e René Pape
  • Direttore dell'anno: Simone Young
  • Regista dell'anno: Sebastian Baumgarten per Orest di Georg Friedrich Händel  (Komische Oper Berlin)
  • Scenografo dell'anno: Anna Viebrock per Tristan und Isolde, regia di Christoph Marthaler (Festival di Bayreuth 2005)
  • Costumista dell'anno: Achim Freyer per Medée di Luigi Cherubini (Nationaltheater Mannheim)
  • Orchestra dell'anno: Staatskapelle Berlin
  • Flop dell'anno: Die Lustige Witwe regia di Peter Mussbach (Deutsche Staatstoper Berlin) e la stagione dell'Oper Köln, in particolare per Orphée aux Enfers regia di Bernd Weikl

Trionfo di Caligola

È decisamente insolito partecipare alla rappresentazione di una opera contemporanea ed assistere al trionfo del suo autore. È successo sabato scorso alla prima mondiale all'Opera di Francoforte del Caligula di Detlev Glanert.

Alla fine della rappresentazione tutti gli interpreti, ma soprattutto il compositore sono stati festeggiati dal folto pubblico con applausi convinti e ovazioni.

Fa piacere pensare che non è il frutto di un successo cercato ad ogni prezzo, magari gratificando l'istinto facile del pubblico. Ci è sembrato piuttosto il risultato di un lavoro fatto pensando alla fruizione del pubblico, e che tuttavia non rinuncia ad un linguaggio personale e complesso. Idea semplice eppure originale, in un mondo - quello della musica contemporanea - dominato da grandi personalità spesso caparbiamente concentrate su se stesse, salvo qualche rara eccezione.

È il risultato del metodo antico di compositori che hanno reso grande l'opera pur senza rinunciare ad innovarla. Ripensando alla storia, a questa storia, Glanert dimostra che esiste un futuro possibile per l'opera.

Qualche critica: Frankfurter Rundschau, Die Welt, Frankfurter Neue Presse, Offenbach Post, Der Neue Merker, Deutschland Radio, Il giornale della musica

Sex

Piccola antologia del sesso nelle scene d'opera (soprattutto in Germania).
Per le immagini forti, cliccate qui sotto solo se siete adulti. 

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