publicopera

impressioni, incazzature, notizie di un curioso di musica italiano in Germania (ma anche in altri posti)

Non temer...

Ewa Podles canta "Non temer, d'un basso affetto" dal Maometto II di Rossini.

(registrato il 13 Settembre 1998 all'Auditorium della radio polacca di Wroclaw, nel corso del concerto del 33mo International Festival 'Wratislavia Cantans')

Il regista e la spada del profeta

Da giorni i giornali tedeschi sono pieni delle polemiche scatenate dalla decisione della berlinese Deutsche Oper di cancellare dal cartellone Idomeneo che sarebbe dovuto andare in scena per poche recite dal 7 ottobre. Lo fa per non mettere in pericolo i lavoratori del teatro ed il pubblico che avesse voluto assistervi. E non solo lo cacella dalle scene, ma se se ne volesse trovare traccia nel sito, si sarebbe destinati ad essere frustrati: non esiste più nulla, come fosse l'immagine di un qualche vecchio amico in un album fotografico di Stalin.

Stupisce che una decisione così attenta verso un soi disant sentimento religioso arrivi comunque a quasi tre anni dal debutto dello spettacolo di Hans Neuenfels, quando, sia la reazione non proprio amichevole di critica e pubblico, a suo tempo avrebbe magari offerto una occasione meno attaccabile. O forse no, vista la sacralità del Regista da queste parti.

Il motivo: il buon re Idomeneo verso il finale arriva in scena con le teste mozzate di Buddha, Poseidone, Gesù e Maometto (l'ordine seguito qui segue l'età presunta dei quattro personaggi non la loro importanza).

Ma perché tanta furia vendicatrice? Potrebbe stupire il fatto che Idomeneo non si limiti a colpire Poseidone ma coinvolga anche altri tre sciagurati che con le sue tormentate vicende, per quanto se ne sa, c'entrano poco. Ma qui ci viene in soccorso il Neuenfels stesso: "Poiché milioni di morti sono da mettere sul conto dei conflitti di religione, abolirle tutte può essere una misura propedeutica alla pace" e, con indiscutibile coerenza, dichiara lui stesso guerra alle religioni.

Passi pure l'ingiusto attacco al normalmente pacifico Buddha, a Neuenfels avrebbe però giovato ascoltare almeno il monito di una delle vittime, fedelmente riportato dell'evangelista Matteo: Qui gladio ferit gladio perit.

È fin troppo facile attaccare la censura in qualsiasi forma si presenti, magri anche sotto lo spesso strato di cipria del politically correct. E, del resto, le critiche all'eccesso di zelo della sovrintendente Kirsten Harms non sono giustamente mancate da parte degli intellettuali e della classe politica.

Si pensi però un attimo al terribile dilemma del bloggista - megalomane nel suo intrinseco esibizionismo - che deve rispondere all'imperativo morale di documentare con una immagine il fatto di cui racconta: rispettare il sentimento religioso di milioni di cittadini di questo pianeta legittimando in tal modo la censura, o rivedicare con un gesto il suo diritto ad esprimersi liberamente? Ebbene: questo bloggista sceglie il secondo corno, sebbene ceda solo al buongusto e mostri qui sotto una immagine meno cruenta della produzione berlinese. Con le quattro vittime vive e, sembra, in ottima forma.

Come dire che alla fine della fiera il solo decapitato è il Neuenfels. Ah! se solo avesse letto Matteo...

Obbligatoria antologia in difesa della libertà di espressione:

Primedonne


Anna Caterina Antonacci "Essa corre al trionfo! ... Ah! dov'è Pirro?" dall'Ermione di Rossini. Registrata al Glyndebourne Festival Opera (1995, regia di Graham Vick).


Gran finale (con Buce Ford).

I Meistersinger di Wagner tornano all'Oper Frankfurt

Domenica 24 va in scena all'Opera di Francoforte l'ultima recita dei wagneriani Meistersinger von Nürnberg, nella ripresa dell'allestimento già visto quattro anni fa. Oggi si respira un'aria più giovane, un entusiasmo nel fare musica insieme che non ci ricordavamo.

Compagnia di canto da citare in blocco: Wolfgang Koch come Hans Sachs, Johannes Martin Kränzle come Beckmesser (perfetto!), Raymond Very come Walther von Stolzing, Juliane Banse come Eva, Carsten Süß come David, Claudia Mahnke come Magdalena, Magnus Baldvinsson come Veit Pogner, gli alti maestri cantori di Christian Dietz, Carlos Krause, Franz Mayer, Christoph Kayser, Hans-Jürgen Lazar, Michael McCown, Florian Plock, Gérard Lavalle, Jacques Does, la ronda di Simon Bailey e infine i giovani attendenti di Katharina Magiera, Linda Sommerhage, Dzuna Kalnina, Don Harrison, Sung Ho Kim, Thilo Busch, Thomas Jakobs, Juan Noval Moro, Danilo Tepsa, Thomas Althammer, Markus Ahme.

Roland Böer dirige con grande autorità e soprendente competenza l'ottima Frankfurter Museumorchester. Superlativo il coro.

La controversa lettura del regista Christof Nel, decisamente meno contestata di quattro anni fa, divide ancora: fortemente ideologica, non priva di forzature (il Beckmesser ebreo non ci convince del tutto), rigorosa e non compiacente, è tuttavia profondamente ed efficamente teatrale. Uno spettacolo che divide e fa discutere, soprattutto per quel finale che aprendo uno squarcio sinistro sulla deriva nazionalsocialista dell'ideologia wagneriana e che colpisce come un pugno allo stomaco.

A titolo di cronaca, piuttosto affaticato nel finale, l'elegante Very viene forse troppo severamente redarguito da parte del pubblico. Meno contestabile il fatto che il crocifisso ariano fosse decisamente fuori forma rispetto al 2002.

Riapre Darmstadt


Venerdì 22 settembre: riapre lo Staatstheater Darmstadt. Meglio, riapre la Großes Haus del teatro inaugurato nel 1972. Due anni di lavori, 70 milioni di euro.



  
Il foyer completamente rinnovato ha ora un aspetto piuttosto asettico, vagamente ospedaliero (con tanto di armadietti/guardaroba per il pubblico pagante).


Palcoscenico completamente rifatto per dotarlo della più avanzata tecnologia.

La sala invece è rimasta intatta (a parte una mano di pittura, giusto per rinfrescare un po' l'ambiente). E tutto sembra pronto per la grande inaugurazione.
 

Si apre con un'accoppiata insolita ma piuttosto intrigante: Osud di Janáček e Lélio di Berlioz. Nella prima si racconta della crisi creativa ma soprattutto esistenziale di un compositore, nella seconda (che poi non è nemmeno un'opera) del delirio di un compositore. Il legame c'è e c'è pure, soprattutto per Berlioz ed il suo teatro immaginario, l'opportunità di parlare di teatro, del teatro e di metterlo in scena. C'è poco gioco di specchi, poiché lo sforzo del regista John Dew è piuttosto quello di legittimare l'accostamento delle due composizioni distanti per gusto e clima culturale. L'accostamento è realizzato attraverso la figura del vecchio compositore seduto al pianoforte al centro della scena che, con Janáček, rivive gli eventi anche tragici della sua giovinezza e, con Berlioz, vive un delirio fra manifesto estetico e fantasmi del passato. Nel complesso, tuttavia, manca l'idea forte, manca lo spirito della festa teatrale, limitandosi Dew all'illustrazione per Osud e ad assemblare un varietá nel Lélio (solo la Faintaisie sur la Tempête de Shakespeare funziona davvero).

Se il senso della festa manca, il teatro c'è ed impegna tutte le sue forze: la compagnia di canto, l'orchestra guidata da Stefan Blunier, il coro diretto da André Weiss, il gruppo di danza di Mei Hong Lin. Il teatro si riprende il suo spazio dopo due anni di esilio nella angusta Kleines Haus.

Grande impegno da parte di tutti ripagato con grande calore dal pubblico.

Feltro ne' sandali

Alcuni anagrammi operistici trovati nella rubrica Lessico e nuvole di Stefano Bartezzaghi dell'ultimo numero del Venerdì de la Repubblica. L'autore è Ernesto Tamagni, appassionato di enigmistica nonché pianista, organista, compositore e insegnante di teoria e solfeggio al Conservatorio G. Verdi di Milano. Tamagni è scomparso recentemente.

 

 

Alianti in galleria

L'italiana in Algeri

L'asina olandese

Sansone e Dalila

L'asma bronchiale

Il ballo in maschera

L'Aurora riceve nuda

Adriana Lecouvreur

Calzoni maledetti

La clemenza di Tito

Chiederan rane

Andrea Chénier

Circolare con fatica

Il franco cacciatore

Compro i mariti dalla Calabria

I lombardi alla prima crociata

Famiglia Cutolo

Il flauto magico

Fidanzate dell'orso

La forza del destino

Fra i gerani di Latina

La finta giardiniera

Inni e danze poco popolari

L'incoronazione di Poppea

Marcisce in Fiandra

Francesca da Rimini

Il merlo di sera

L'elisir d'amore

Odio l'indossatrice

L'assedio di Corinto

I passeri incivili

I vespri siciliani

Polli arrostiti insani e duri

Il ritorno di Ulisse in patria

Serbi gelidi variabili

Il barbiere di Siviglia

Le spese delle amanti

Pelléas et Mélisande

Le spie del circo di Lugo

Il crepuscolo degli dei

I tori allucinati

Il turco in Italia

La vera sorella di Alice

Il cavaliere della rosa

per leggere i titoli delle opere trascinate il mouse nella zona nera qui sopra

 

La Didone di Cavalli al Malibran

Da questa stagione, la Fenice riprende una felice tradizione: riscoprire una gemma dimenticata della gloriosa civiltà musicale veneziana. Quest'anno tocca a Cavalli e Galuppi, mentre per la prossima stagione si annuncia (finalmente) un Vivaldi raro.

Nello spazio raccolto del Malibran va in scena La Didone di Gian Francesco Busenello e Francesco Cavalli.

Lo spettacolo è affidato ad un team assolutamente speciale: gli studenti del laboratorio della Facoltà di Design e Arti dell'Università di Architettura di Venezia. Tutt'altro che saggio scolastico, lo spettacolo appare già maturo e perfetto nel guidare lo spettatore attraverso il racconto dei drammatici eventi della caduta di Troia e dell'amore infelice della regina Didone per Enea, così come è narrato nel prezioso libretto di Busenello. E lo fa costruendo ambienti essenziali che una sapientissima illuminazione arricchisce di suggestioni, e vestendo i numerosi personaggi di costumi di arcaica essenzialità per gli umani e di immaginifici anacronismi per gli dei. Essenziale per l'ottimo risultato è l'aver creduto al valore drammaturgico del testo di Busenello e l'aver lavorato su una gestualità essenziale e convincentissima, per restituire un senso al recitar cantando.

 

I numerosi interpreti vocali aderiscono al progetto con convinzione ed entusiamo e decretano il succcesso dell'opera. Malgrado qualche asprezza vocale, la Didone di Claron McFadden è musicalmente autorevole e incisiva nel gesto scenico. Ottimo l'Enea di Magnus Staveland il cui canto restitiuisce umanità e nobiltà all'eroe troiano. Disuguale la prova di Jordi Domènech come Corebo nell'atto "troiano" e Iarba a Cartagine: lo si vorrebbe più sciolto nella sua irresistibile follia, più convincente come interprete di alcune pagine fra le più belle che Cavalli dedica ai suoi due ruoli. La versatile Manuela Custer caratterizza in maniera convincente la tragica figura di Cassandra, la furia (ironica) di Giunone e l'ammiccante cinismo di una damigella di Didone. Gli altri interpreti, Marina de Liso, Donatella Lombardi, Isabel Alvarez, Antonio Lozano, Gian Luca Zoccatelli, Filippo Morace, Maria Grazia Schiavo, Roberto Abbondanza sono tutti adeguati ed estremamente versatili nel caratterizzare i numerosissimi ruoli minori di quest'opera.

Il ricco spettro del racconto di Busenello, che modula con grande sapienza i toni della tragedia e della commedia, trova un riscontro nella straordinaria duttilità e varietà di stili della preziosa musica che Cavalli ha composto e che Fabio Biondi e i bravissimi musicisti dell'Europa Galante restituiscono con intima adesione e moderna intelligenza.

Niente


Riflessioni sul nulla allo Schirn nella mostra NICHTS.
Variazioni (paradossali) sul vuoto di chi professionalmente riempie il vuoto della tela o dello spazio.
Nomi: John Baldessari, Joëlle Tuerlinckx, Tom Friedman, Martin Creed.
E poi molte voci e soprattutto suoni davanti a quattro pareti bianche.

 

 

Il niente lascia spazio alla musica: l'Ensemble Modern suona la musica del silenzio con appassionata competenza.

John Cage String Quartet (1949-50)
Mark André ...als...I. (2001)
John Cage Seven Haiku (1952)
John Cage Waiting (1952)
John Cage 4'33" (1952)
Gérard Pesson Mes béatitudes (1994-95)

Muti

Evento musicale d'eccezione per celebrare i 25 anni della riapertura dell'Alte Oper domenica scorsa. Riccardo Muti dirige la gloriosa Philharmonia Orchestra di Londra. Il programma è decisamente in linea con sapori nazional-popolari, come piace al Nostro.

Si apre con la brillante esecuzione della sinfonia del Guglielmo Tell. Si continua con la Suite dell'Uccello di Fuoco. Molto levigato, si ammirano soprattutto la morbidezza dell'orchestra e la sua flessibilità, peccato (veniale?) per quell'attacco disordinato della danza infernale del re Kashchei che un po' lascia sorpresi. Pausa.

Si riprende con una assai poco ispirata Patetica di Ciaikovskij. Applausi di circostanza e bis obbligato. Almeno con l'amato Martucci Muti ritrova l'ispirazione (comuni radici campane?).

Usciamo muti e perplessi.

ps. grazie, be'!

Cartoline da Bayreuth

«Cariss. Ho sentito una buona esecuzione orchestrale dei Maestri Cantori ma ho dovuto deplorare il nessun affiatamento fra orchestra - cori e artisti, i quali in tutta confidenza ti dirò che sono dei cani. Queste esecuzioni di Bayreuth sono una vera mistificazione per chi come me spera sempre la perfezione. - Ciao. Tuo - Arturo»

Arturo Toscanini, Cartolina da Bayreuth a Pietro Sormani, 29 luglio 1899
pubblicata in Harvey Sachs (a cura di), Nel mio cuore troppo d'assoluto. Le lettere di Arturo Toscanini, Garzanti

"[...] Tutta l'atmosfera della sala, la sua cornice e il suo ambito mi sembrarono lugubri. Era come un crematorio (per soprammercato molto fuori moda) dove si aspettava di veder comparire il signore in nero incaricato di pronunciare il discorso solenne esaltante le qualità del defunto. L'ordine di radunarsi fu dato dalla fanfara, e la cerimonia cominciò. Mi feci piccolino ed immobile. In capo a un quarto d'ora non stavo più in me; le membra erano intorpidite, mi occorreva cambiar posizione. Crac! È fatta! La sedia fa un rumore che mi vale un centinaio di sguardi furenti [...]" (1912)

Igor Stravinsky, Chroniques de ma vie
(ripresa e tradotta da Mario Bortolotto in Wagner l'oscuro, Adelphi)

cartoline trovate qui

Drammaturgia del capro

Per la Societas Raffaello Sanzio, la tragedia non soltanto genera se stessa (e se ne contano almeno 11 versioni fra il 2003 ed il 2005), ma genera anche altre creature, come i Cryonic Chants, andati in scena un po' clandestinamente venerdì scorso alla mousonturm di Francoforte, per un pubblico di nemmeno quaranta persone.

Il τράγος, il capro, è la fonte prima della tragedia. E nell'austero spettacolo della Societas, un capro detta il testo col suo movimento su questa partitura

Il testo detto da quattro donne vestite di nero, mentre Scott Gibbons segue dalla sua consolle l'immagine del capro/tragico ed accompagna con il suo commento elettronico.

  

Fra arcaico ed tecnologico, fra idee forti e immagini oscure, la Societas propone un magma di segni e suoni che risale alle radici dell'idea di teatro e musica ed allo stesso tempo propone il suo 'dopo', il suo 'oltre'. Idea affascinante, realizzazione stimolante.

Tiziano Scarpa ne dà una descrizione fedele e coltissima qui.