Avvicinandosi in una giornata grigia, quasi autunnale, si ha l'impressione di essere in un centro spaziale. Invece è il nuovo teatro di Valencia, il Palau de les Artes. Costruzione incredibile del valenciano Santiago Calatrava, come il complesso nel quale si trova, la Ciutad de las Artes, guardata con una certa diffidenza da molti valenciani, che si domandano quanto diavolo sia costata e costerà questa impresa titanica.
Gli altri, sembrano approfittare con orgoglio dello straordinario sforzo della Generalitat per mettere la terza città spagnola al livello di Madrid e Barcellona anche sul piano dell'offerta musicale. Ieri sera si inaugurava l'Anello coprodotto con il Maggio Musicale Fiorentino. Impossibile trovare posto. I pochi (ma non pochissimi) fortunati l'hanno fatto sapere al mondo: mai sentiti tanti telefonini suonare e, soprattutto, visto tanta gente spedire SMS o più comodamente rispondere alle chiamate. I wagneriani anche più moderati lo avrebbero probabilmente considerato un intollerabile oltraggio.
Bella la sala bianca con azulejos blu cobalto, i colori della mediterranea Valencia. Pare che per l'abbondanza di piastrelle, i valenciani (quelli maliziosi) abbiano battezzato la sala "el baño". L'acustica è miracolosa.
Mentre Valencia costruisce, Venezia discute: ancora rinviato la posa del quarto ponte sul Canal Grande di Santiago Calatrava, a suo dire il più bello che abbia disegnato. Ora si parla di giugno.
L'intenzione dichiarata del gruppo catalano è di riportare l'opera di Wagner alle origini, rinunciando alle visioni terrene con personaggi presi dalla strada da qualche decennio la norma negli allestimenti wagneriani, "per rendere protagonisti la potenza della musica e la luce capace di muovere tutto." A loro modo fedeli alle indicazioni sceniche di Wagner al punto da recuperare, attualizzandole, alcune macchine sceniche progettate dallo stesso Wagner. "Abbiamo ridisegnato le gru che utilizzò Wagner nel suo tempo però migliorandole, costruendole in alluminio" dice Carles Padrissa, direttore di scena designato dal gruppo teatrale. C'è spazio tuttavia per un messaggio politico: "Come l'affanno consumista dell'uomo fa degradare la natura e questa invii i suoi esseri di luce, che sono gli dei. Le chiavi di questo racconto passano di qua."
La direzione musicale è affidata sia a Valencia che a Firenze a Zubin Mehta, che sottoscrive in pieno il progetto scenico de la Fura che lui stesso ha voluto. "Ho visto una produzione della Damnation de Faust de la Fura dels Baus e mi piacque moltissimo, per questo ho posto come condizione indispensabile che il gruppo catalano si occupasse della direzione scenica."
I costi di produzione sono degni di un kolossal: si parla di 3 milioni di euro per l'intera Tetralogia. Solo la Fura riceverà 751 mila euro per il progetto artistico di questa Teatralogia, e altri 581 per i quattro allestimenti. In totale i costi per i due teatri ammonteranno a 700 mila euro per Oro e Valchiria, 400 mila per Siegfried e 500 mila per il Crepuscolo, che Valencia sosterrà al 60% per le prime tre opere che debutteranno nel teatro spagnolo quest'anno e nel 2008, e al 40% per l'ultima giornata, che invece debutterà al Comunale di Firenze nel 2009.
Un bel reportage sull'allestimento dell'Anello a Valencia nel Pais di sabato scorso.
Visita obbligata (anche perché la prima) al glorioso Teatro di San Carlo per un'opera (a suo modo) napoletana: Elegy for Young Lovers di Hans-Werner Henze su un bel libretto di Wystan Hugh Auden e Chester Kallman. Così bello, il libretto, che - abbiamo l'impressione - potrebbe funzionare anche senza il raffinato e freddo contrappunto musicale di Henze, che sembra piuttosto togliere pathos al complesso universo di personaggi che ruotano attorno all'odiosa figura del poeta Gregor Mittenhofer se non fosse per qualche bel momento: il lirico duetto fra la giovane Elisabeth e la folle Hilda nel sottofinale del primo atto, la "concettuale" scena fra Mittenhofer e i due giovani, ed il geniale finale con l'afasia di Mittenhofer e i suoi spettri giocati in chiave musicale.
Pier Luigi Pizzi è sembrato ispirato e pienamente convincente: grande pulizia e rigore sulla scena - scenografia ridotta a pochi indispensabili elementi (anche la presenza incombente della montagna è risolta con semplici e raffinati giochi di luce) - sguardo analitico e economia di mezzi espressivi. Il regista prevale finalmente sul decoratore. Fondamentali alla riuscita dello spettacolo sono stati i sette interpreti: lo spettacolo vive del loro impegno collettivo. Nella concezione complessiva dello spettacolo quel che conta è il gioco di squadra e lo scavo psicologico più che le personalità vocali, che del resto non brillano in particolare nel settore maschile. Si fanno però notare almeno Ruth Rosique per la freschezza che regala alla sua Elisabeth e la stralunata Isolde Stiebert come lunare Hilda.
Jonathan Webb ha concertato con grande concentrazione e precisione la complessa partitura ben assecondato dal gruppo di strumentisti del Teatro di San Carlo.
La magnifica giornata d'estate e la pomeridiana di sabato hanno tenuto lontano il pubblico, decisamente scarso in sala. Solo in pochi, comunque, hanno lasciato il teatro prima della conclusione.
PS. Passeggiando per Via Toledo, ci stava quasi per sfuggire Imperdonabile!
In tempi di vacche magre per questo povero blog, volentieri postiamo una corrispondenza ricevuta da un amico parigino sulla Thaïs di Jules Massenet andata in scena in forma di concerto al Théâtre du Châtelet lunedì scorso.
Sur le genre, d'abord. A mon sens non-négligeable et même parfois inspiré (cf Manon) mais, sans en être grand connaisseur, Massenet me donne irrésistiblement envie d'ouvrir les fenêtres. C'est particulièrement le cas dans cet oeuvre qui allie un sensualisme assez lourd à une religiosité sulpicienne, un breuvage fort apprécié fin 19ème mais que je trouve indigeste sinon suspect.
L'oeuvre, donc. L'action se déroule au 4ème siècle. Athanaël curieusement transformé en Nathanaël dans les sur-titres du Châtelet-, moine cénobite, se met en tête de "libérer" Alexandrie du stupre où elle est plongée et à cette fin de ramener Thaïs, "prétresse de Vénus" (!) dans le droit chemin (mon interprétation: sa libido travaille le brave garçon). Il va pour cela se faire inviter chez un de ses amis noceurs -Nicias- pour rencontrer la belle, qui est justement la maîtrese très provisoire d'Alcias, et la convertir (mon interprétation: tendance au voyeurisme), ce qu'il fait en un tournemain (intéressant parallèle entre la consultation par Thaîs de son miroir -"Vénus, dis-moi que je serai toujours belle" - et l'éternité promise par Nathanaël qui ne se prive pas au passge d'humilier copieusement l'hétaïre) . Il la conduit ensuite dans un couvent dans le désert (belle scène de halte dans une oasis où l'on commence à mieux comprendre que le désir d'humiliatiation de celle qu'il appelle "ma soeur" -et qui lui répond "mon père"!- est destiné en fait à le protéger d'un sentiment contraire à la règle monastique). Après l'avoir laissée là, Nathanaël regagne sa tanière mais ne tarde pas à se rendre compte de la nature très charnelle de son inclination. Lorsqu'il revient au couvent, trois mois après y avoir laissé Thaïs, il est déjà trop tard: à force de prières et d'auto-humiliation (Quelle idiote! Mais n'est-il pas fatal -y compris au sens premier- que l'élève s'efforce à dépasser le maître?), Thaïs est mourante; satisfaite d'avoir racheté ses "péchés", elle ne comprend rien aux déclarations enflammées de Nathanaël. Voilà, c'est tarte au possible; on peut aussi dire que c'est la rencontre d'une hystérique -cf plus bas- et d'un névrosé. Mais il est amusant de constater que le livret s'inspire d' Anatole France: je n'ai pas lu le roman mais je me serais attendu à ce que le "compagnon de route " fasse prévaloir la matière sur l'esprit; il est vrai que l'oeuvre est peut-être antérieure à la propre conversion d'Anatole.
La représentation, enfin. Renée Fleming (Thaïs) avait déplacé les foules. Par ma part, je l'ai toujours trouvé assez froide et si sa voix convient bien au rôle de Thaïs par sa luxuriance et son moelleux, le registre est à mon sens trop bas (Renée Doria et Beverly Sills, qui ont enregistré des versions de référence, chantent nettement plus haut). Elle nous a néanmoins gratifiés, comme toujours, de merveilleuses notes filées, ne se montrant pleinement convaicante dans son personnage que dans deux scènes où elle faisait nettement ressortir le penchant hystérique de Thaïs: la scène de la conversion et celle finale. Or, c'est un aspect essentiel du livret, sans lequel on ne pourrait notamment pas comprendre la rapidité de la conversion: il faut que celle-ci réponde à une incapacité profonde du personnage à s'accepter pour ce qu'il est (de manière significarive, Thaïs chante, lors de sa conversion, que les hommes sont brutaux et les femmes méchantes; il est vrai qu'elle a raison sur le premier point mais c'est le deuxième qui est révélateur). Gerald Finley (Nathanaël) était par contre convaicant de bout en bout dans son personnage torturé, grâce aussi à une très belle projection et malgré quelques intonations un peu dures. Fabrice Dalis (Nicias) remplaçait Barry Banks au pied levé et il est probable que le public a beaucoup perdu au change; je n'ai pas entendu BB récemment mais ce pauvre FD n'a pas du tout la voix du rôle et il nous a infligé quelques moments douloureux. Dans les rôles moins importants, à noter une délicieuse Crobyle aux aigus percutants (Marie Devellereau dont j'ai du mal à comprendre qu'elle ne fasse pas une plus belle carrière) et la jeune et charmante "Charmeuse" (Rebecca Bottone, toutefois plus mezzo que colorature comme le voudrait le rôle). Direction efficace mais sans génie de Christoph Eschenbach; honnête prestation de l'Orchestre de Paris et du choeur Accentus.
En bref, l'occasion d'entendre en "live" une oeuvre rarement jouée aujourd'hui bien que très populaire en son temps mais pas une soirée inoubliable.
Merci, Christian!
A complemento, un'altra Thaïs (un po'meno di lusso...) sarà ripresa nella produzione di Pier Luigi Pizzi (di cui esiste anche un DVD Dynamic) al Teatro Malibran per il programma del Teatro La Fenice il prossimo novembre.
La serata di lied con il controtenore americano Bejun Mehta all'Oper Frankfurt stasera ci ha entusiasmato assai poco. Sarà stata forse una scelta non felicissima di lied oppure una certa aria spocchiosa da primo della classe, che magari si può perfino capire: dopotutto il Nostro è stato un Wunderkind ed è uno dei controtenori di punta del momento. Benché dotato di timbro gradevole e di sicura tecnica, Mehta rimane un falsettista e la voce non ha quello spessore e quella profondità capaci di restituire spessore drammatico alla bella scelta di lieder di Mozart, Schubert o Wolf, che gli sembrano rimanere estranei. Canto corretto, ma manca la poesia.
Nel complesso una prova un po' sfuocata, che scalda il pubblico solo nell'aria vivaldiana del bis, buttata in pasto al pubblico con piglio blasé, come per dire se è questo che volete...
Programma
Wolfgang Amadeus Mozart (1756–1791) Das Veilchen KV 476 Die Verschweigung KV 518 Als Luise die Briefe ihres ungetreuen Liebhabers verbrannte KV 520 An die Freude KV 53 Die kleine Spinnerin KV 531
Franz Schubert (1797–1828) Frühlingsglaube op. 20 Nr. 2 D 686 Lied der Mignon op. 62 Nr. 4 D 877/4 Heidenröslein op. 3 Nr. 3 D 257 Der Tod und das Mädchen op. 7 Nr. 3 D 531 Am Tage Aller Seelen (Litanei) op. posth. D 343 Der Musensohn op. 92 Nr. 1 D 764
Hugo Wolf (1860–1903) Auch kleine Dinge (Italienisches Liederbuch) Der Mond hat eine schwere Klag’ erhoben (Italienisches Liederbuch) Und willst du deinen Liebsten (Italienisches Liederbuch) Gebet (Mörike-Liedern)
Ralph Vaughan Williams (1872–1958) Bright Is the Ring of Words (aus den Songs of Travel) Roger Quilter (1877–1953) It Was A Lover And His Lass op. 23 Nr. 3 Gerald Finzi (1901–1956) The Sigh, A Young Man’s Exhortation Roger Quilter Take, O Take Those Lips Away op. 23 Nr. 4 Hey, Ho, the Wind And the Rain op. 23 Nr. 5
Noi comunque lo preferiamo in questi ruoli:
(Mitridate re di Ponto, direttore Mark Minkowski, regia di Günter Krämer, Salzburger Festspiele 2006)