publicopera

impressioni, incazzature, notizie di un curioso di musica italiano in Germania (ma anche in altri posti)

Le mutande dei potenti

Le mutande del dissenso fra Carsen e la Scala.
Pescato su youtube.

Mahler a Dobbiaco

Non sarà Garmisch, ma anche Dobbiaco nel suo piccolo ... 

Gustav Mahler al fisico Arnold Berliner: ... Mi trovo completamente solo in una grande casa con un numero infinito di stanze e di letti. Peccato che i programmi per l'estate siano tutti così confusi. Innanzi tutto: quando ci vieni a trovare? Troverai sempre un letto comodo in una stanza piacevole e libri meravigliosi, che ti risulteranno nuovi ... e si garantisce una assoluta tranquillità per le meditazioni sul suicidio. Tra chiacchiere, cene e passeggiate si passano i pomeriggi e le serate ... è meraviglioso qui, e mette a posto anima e corpo ...
(giugno 1909)


 

Per ritrovare la Stube (non si mangia male):

A parte la Stube, Dobbiaco offre anche delle settimane musicali estive intitolate a Mahler.

Goldoni in clandestinità

Curiosi risvolti del Carnevale della cultura veneziano. Nell'anno dedicato alle celebrazioni goldoniane, si scopre che il commediografo veneziano è ancora autore di nicchia. Per qualche pecca organizzativa.

Avendo in maniera quasi casuale scoperto che nel programma ufficiale si cita un allestimento di "Una delle ultime sere di Carnovale" di Carlo Goldoni messo in scena da Pier Luigi Pizzi, decidiamo di informarci se vi siano ancora posti disponibili. Richiesta di per sé banale, ma...

Parte 1: A caccia di informazioni.

Dopo aver tentato invano con il servizio Hello Venezia, la "keyword per accedere a trasporti, cultura, intrattenimento, eventi", veniamo consigliati di chiamare l'organizzatore dell'evento, ossia il Teatro Goldoni (uno dei tre pilastri del Teatro Stabile del Veneto)

Telefonata alla biglietteria del Teatro Goldoni. Quella che segue è una trascrizione abbastanza fedele della chiamata.

Ci sono ancora biglietti? "Penso de sì. Calcossa dovaria ancora esserghe."
Dove si comprano i biglietti? "Xe mejo ch'el vada diretamente là. Ghe dovaria essere ea bijeteria anca là."
A che ora aprono? "Un fià prima. El prova co manca un quarto."
Ma a che ora inizia lo spettacolo? "Ale oto e meza. Me par."
(fortunatamente parliamo la lingua locale, ma non osiamo immaginarci lo sventurato turista che fosse stato animato dallo stesso interesse)

Non trovandone traccia nemmeno nella stampa locale (Il Gazzettino) cominciamo a pensare che ci sia qualcosa di losco, che per motivi che ignoriamo ci viene nascosto. Comunque insistiamo.

Parte 2: A caccia di un biglietto.

Verso le 19:30 siamo davanti al portone ancora chiuso della Scuola Grande di San Giovanni Evangelista, inusuale sede dello spettacolo. I discreti manifesti ci confermano che siamo nel posto giusto. Aspettiamo benché il manifesto dica che la cassa apre alle 19:30. Normale ritardo.

Finalmente aprono, ma non si vede. Occorre aspettare di sapere quanti abbonati verranno. Davanti alle nostre perplessità, l'addetto alla biglietteria ci rassicura che statisticamente nelle serate precedenti si sono potuti vendere dei biglietti ai non abbonati. Ci viene naturale chiedere se si tratti ancora di un teatro pubblico, o se stiamo tentando di partecipare inconsapevolmente ad un evento strettamente privato. La risposta è troppo evasiva per sciogliere i nostri dubbi.

Improvvisamente si decide che possiamo entrare. Ci vengono consegnati dei biglietti omaggio contro il pagamento di 35 euro a biglietto. Contributo volontario? (Non abbiamo dubitato dell'onestà dell'addetto, ma perché non fare le cose come si deve?).

Finalmente entriamo.

Parte 3: Lo spettacolo.

Assieme a numerosi altri clandestini, assistiamo al bello spettacolo di Pizzi. Al solito trattandosi di Pizzi nessuna novità dal punto di vista della regia, ma trionfo della tradizione. Taglio classico - anche dei costumi- e la scenografia "naturale" costituita dalla bella architettura rinascimentale della Scuola di San Giovanni (vagamente pizziana...), che ricordavamo per un felicissimo Siroe haendeliano di qualche anno fa.

  

Compagnia ottima con alcuni veterani come Warner Bentivegna (sior Zamaria), Dorotea Aslandis (siora Marta), Donatella Ceccarello (spiritata sior'Alba), Anita Bartolucci (madama Gatteau) e Giovanni Vettorazzo (sior Momolo). Un gruppo nel complesso affiatato che ha restituito un Goldoni con buon ritmo e giusto divertimento.

Spettacolo festeggiatissimo alla fine delle oltre due ore e mezza senza intervallo.

Una vedova poco allegra (malgrado l'impegno)

Arriviamo a Venezia in una vigilia di giovedì grasso piovosa e leggendo l'apocalittico articolo di Curzio Maltese. Ci hanno colpito soprattutto le frasi sulla solitudine del sindaco Cacciari e sull'impietosa analisi sociale che ne esce: "non ha intorno né una classe dirigente né un blocco sociale sul quale fondare un progetto di futuro. La classe operaia si è estinta e gli ultimi capitalisti hanno venduto o vivono di rendita, come la famiglia Coin, il Luigino Rossi delle scarpe e del Gazzettino, Pietro Marzotto. Nella culla dell'operaismo italiano e dell'Istituto Gramsci, la lotta di classe si è conclusa a sorpresa con l'abbandono dei contendenti e la vittoria di risulta di una borghesia minima di bottegai, priva di qualsiasi visione generale." C'è molto di dolorosamente vero, ci sembra.

Assistendo alla Vedova scaltra di Wolf-Ferrari stasera alla Fenice non abbiamo potuto non pensarci. La scelta di un'operina modesta, nostalgica e crepuscolare di Wolf-Ferrari, prodotto di un'altra Italietta di settant'anni fa, ci sembra perfetta per incarnare quell'ideologia minima e votata all'interesse di bottega nella riproposizione di una immagine oleografica e stucchevole della città. E non è certamente un caso che questa proposta coincida con il periodo dell'anno in cui trionfa questa immagine, e Venezia diventa un vero trappolone per turisti in cerca di eventi.

Speravamo almeno di ritrovare la grazia dei Quatro Rusteghi visti nella scorsa stagione, ma a differenza di Livermore, il regista, scenografo e costumista Massimo Gasparon, anziché affrontare con distacco critico la materia o magari sottolinearne le crepuscolari malinconie alla Strauss seconda maniera, ne fa un'operetta sontuosamente leziosa e oleograficamente stucchevole. Da buon allievo di Pizzi, ne eredita il gusto per i tableaux rutilanti e le stoffe preziose (non stupisce la sua riconoscenza alla locale ditta Rubelli). Nel complesso piacevole, come una vetrina di Natale. Riserve ideleogiche a parte, non gli si può rimproverare una certa coerenza di visione e abilità a costruire le scene, anche se spesso la gestualità sembra manierata.

Non abbiamo trovato la stessa intensità di impegno nell'elegante quanto algida direzione di Karl Martin, che non potendo contare sullo stesso entusiasmo di Gasparon o probabilmente per indecisione, si limita a una prova metronomica o semplicemente "professionale", così come l'orchestra. Ci sarebbe piaciuto un po' più di abbadono Rosenkavalieresco, o un gioco stravinskiano con gli stili eterocliti dell'elaborata partitura, invece della polverosa monotonia che abbiamo ascoltato.

Compagnia di canto complessivamente equilibrata, con l'Arlecchino istrionico di Alex Esposito che dominava decisamente sul resto del cast, complice anche la ruffianesca venezianità del ruolo.

Successo di cortesia, ma possiamo anche testimoniare di sinceri sbadigli nel loggione.

European Opera Days

Nel corso della prossima fine settimana (cioè fra il 16 e 18 febbraio), un gran numero di teatri d’opera europei festeggeranno quattro secoli di “fare opera” con un ricchissimo programma di iniziative.

(epi)Centro dell’iniziativa l’Opéra di Parigi, che organizza (furbescamente?) un convegno/cornice attorno agli spettacoli attualmente in cartellone:

  • venerdì 16 febbraio: L’eredità dell’opera europea, la sua diversità, i suoi valori intrinseci.
    Rappresentazioni: La Juive di Halévy, Diario di uno scomparso di Janáček e Il castello di Barbablù di Bartók.
  • sabato 17 febbraio: Lavorare per e con il nuovo pubblico.
    Rappresentazioni: Don Giovanni di Mozart
  • domenica 18 febbraio: Il futuro dell’opera.
    (…nessuna rapprentazione!)

Piuttosto modesto il contributo tedesco. Solo 7 teatri hanno aderito, di cui 3 in Baviera: Monaco di Baviera, Düsseldorf, Karlsruhe, Augusta, Norimberga, Cottbus e Wiesbaden. Quest’ultimo teatro, sabato 17 febbraio ospita un dittico di opere del XX secolo, Amelia al ballo di Giancarlo Menotti e Der Kaiser von Atlantis di Viktor Ullmann, messe in scena da Camerata Nuova.

Le giornate dell’Opera Europea sono una iniziativa congiunta di Opera Europa, Fedora, Reseo e l'Opèra National de Paris, in collaborazione con la Reunion des Opèras de France e Opera XXI. Il progetto è coordinato da Gérard Mortier (sovrintendente dell’Opéra National de Paris, già presidente di Fedora e Sovrintendente del Festival di Salisburgo), Bernard Foccroulle (sovrintendente del Teatro La Monnaie, presidente di Opera Europa) e Nicholas Payne (direttore di Opera Europa già direttore generale della English National Opera e sovrintendente della Royal Opera Covent Garden).

Per sapere di più, il sito dell’iniziativa è questo. Il comunicato stampa è qui.

tredici febbraio

Oggi, centoventiquattro anni fa, a Venezia moriva Riccardo Wagner.

Foto fatta in occasione del centoventritreesimo anniversario (quando questo blog ancora non esisteva).

Oggi, parecchi decenni dopo, nasceva Robbie Williams, ma anche Peter Gabriel.

Boltanski

Ieri, fra un Orff l'altro, abbiamo visto al Matildenhöhe di Darmstadt la mostra Zeit di Christian Boltanski. Più che una riflessione sul tempo, è la morte la costante della mostra ("Non riguarda il tempo, ma la morte. Ma i due sono inestricabilmente collegati.").

 

Anche con l'idea fissa della morte, più che del silenzio Boltanski parla di suoni e di musica parlando della sua arte: "Un'opera d'arte esiste per essere eseguita molte volte. [...] Il sessanta o il settanta percento delle opere d'arte contemporanee non sono create dagli artisti personalmente. Pensate solo a Dan Flavin, Carl Andre - perfino Beuys. Posso immaginare che i musei mettano in mostra solo ricostruzioni. La maggior parte di opere d'arte dei nostri giorni è fatta di progetti, istruzioni di assemblaggio, regole per l'esecuzione. Gran parte dell'arte del ventesimo secolo è analoga ad una partitura che può essere eseguita molte volte. Per quanto mi riguarda, mi piacerebbe che le mie opere fossero eseguite da altri anche dopo la mia morte. Molte delle mie opere non sono entità fisse; dipendono dal contesto nel quale si esibiscono. Questo vuol dire che lo stesso pezzo può avere un effetto completamente diverso quando vengono mostrate in altri posti. "

Ed ancora: "Sono come un pianista che esegue le sue proprie composizioni ogni volta in un modo nuovo. Mi piacerebbe che la mia musica fosse eseguita da altri in futuro. È davvero un peccato per Beuys, per esempio, che nessuno esegua più la sua musica."

  

Il visitatore è accolto da un suono: Le coeur (2005), una installazione in cui il battito cardiaco di Boltanski risuona in un corridoio lungo e stretto. Sul suono: "Il suono non è musicale per me. I suoni sono ready-mades e possono essere riconosciuti da tutti. Ognuno conosce il battito cardiaco. Questi suoni sono molto simili alla fotografia. Le foto nel mio lavoro, sono ready-mades, non sono state fatte da me. Al contrario, registravo i suoni, anche se sono pubblici. Non credo che ci sia differenza se si usano foro o suoni. La cosa interessante sul suono è che si può riempire un'intera stanza con un mezzo così piccolo."

Sfogliando il catalogo, troviamo anche qualche curiosità più strettamente musicale: uno schubertiano Winterreise coprodotto nel 1994 dalla parigina Opéra Comique, il berlinese Hebbel-Theater. E poi un Der Ring. Fünfter Tag. Der Tag danach da Wagner, riflessione personale sul quinto giorno della sagra scenica, fra relitti di palcoscenici e reminescenze di motivi del Ring, sulle tracce di ciò che è stato, di ciò che sarebbe potuto essere, o di quello che resterà.



Le cirazioni sono tratte dal catalogo della mostra.

Orffeide

Dall'insediamento di John Dew al timone dello Staatstheater di Darmstadt un paio di sagioni fa, la programmazione segue una certa idea di serialità, un po' cinematografica o televisiva. In alcuni casi questa idea si traduce in accostamenti insoliti, in altri nella (ri)proposizione di minicicli operistici curati da un unico team creativo. Nella scorsa stagione toccò alle due Iphigénies gluckiane affidate al duo Kochheim-Gruber (che ne fecero una trasposizione ai tempi di Star Wars). In questa stagione, lo stesso Dew - coadiuvato dallo scenografo Heinz Balthes - si lancia nell'impresa di recuperare due opere difficili, l'Oedipus der Tyrann e l'Antigonae, scomparse da anni dalle scene tedesche e non (se mai si vi sono arrivate), di Carl Orff, compositore non conosciutissimo se si escludono uno o due lavori.

Le ragioni per un recupero a Darmstadt non mancano: assistente del Kappelmeister nell'Opera di corte del Granduca nel 1918, Orff mantenne un qualche legame con questo teatro, concedendogli se non delle creazioni, almeno delle riprese e qualche rifacimento (come la quinta versione delle musiche di scena per il Sogno di una notte di mezza estate). Inoltre, le due opere orffiane consentono di aggiungere due titoli alla indagine sulle radici classiche della cultura musicale europea, intrapresa da Dew fin dalla sua prima stagione a Darmstadt.

Motivazioni a parte, si poteva temere che data la difficoltà dell'impresa il pubblico non avrebbe risposto. Ebbene, siamo rimasti piacevolmente sopresi dal constatare, sabato sera alla terza replica, un grande interesse: già l'introduzione nel foyer era affollatissima, parecchi curiosi guardavano incuriositi l'insolita varietà di strumenti nella fossa e i posti liberi in sala erano davvero pochi.


l'affollatissima introduzione


strumenti insoliti 

Parte 1: Oedipus der Tyrann

Si comincia sabato con l'Edipo. Scena semplice: una grande parete incombente che chiude lo spazio della scena, una lastra tombale impenetrabile alla luce. Colori e forme rievocano mondi arcaici. È sotto questa parete/tomba che si svolge davati allo spettatore la tragedia di Edipo. La musica di Orff è aspra, asciutta, ascetica, percussiva, inesorabile. L'orchestrazione essenziale e il declamato dei cantanti amplifica la forza della parola. Il canto scarno e sacrale non concede nulla all'edonismo. Nessuna pausa interrompe l'inesorabile cammino verso la verità di Edipo.

Darmstadt riesce spesso a stupire per la qualità degli spettacoli che riesce a produrre. E questo è decisamente uno spettacolo rigoroso quanto riuscito. La lunga prepaprazione si intuisce dalla cura dei dettagli, dal fluire dell'azione, dall'identificazione dei bravi cantanti/attori nei rispettivi ruoli. Norbert Schmittberg è un Edipo di lacerante umanità, che trasforma i cedimenti della voce - che mostra impietosamente i segni della fatica nel finale - in espressione lancinante di grande impatto emotivo. Yamina Maamar è una Giocasta ieratica, il cui timbro oscuro è presago di tragedia. Perfetti anche l'austero Andreas Daum come Creonte, il sidereo Mark Adler come Tiresia, così come i numerosi comprimari fra cui si fa notare l'umanissimo Corifeo di Werner Volker Meyer. Diretta da Stefan Blunier, l'orchestra ha offerto una prova pienamente convincente, grazie alla precisione e alla plastica nitidezza degli interventi degli ottimi strumentisti.

Successo incondizionato con chiamate a Schmittberg e agli altri interpreti.

Coincidenze. Tornando a casa, ascoltiamo il quinto canale della filodiffusione: si canta (in italiano) di Edipo e Giocasta e Creonte e degli altri. Sembra un'opera italiana di inizio Novecento. Controllando nel palinsesto, scopriamo che si tratta dell'Edipo Re di Ruggero Leoncavallo composto su un libretto di Giovacchino Forzano. Facciamo appena in tempo ad apprezzare le mediterranee truculenze del finale grandguignolesco. Decisamente un altro gusto.

Parte 2: Antigonae

Domenica. Si riprende e si conclude con l'Antigone. Pubblico un po' più scarso, ma pur sempre numeroso. Impianto scenico molto simile all'Edipo: la parete obliqua di colonne rosse e oro, è ora una facciata classica sbrecciata (a Tebe si combatte). Filtra una luce cupa che è destinata a lasciare il passo alla tenebra. In sintonia con una musica che è più ricca e presente, Dew abbandona in parte la ieraticità dell'Edipo e "dà sangue" ai suoi attori. La temperie drammatica è decisamente più alta. Antigone è opera dai mezzi più tradizionali, e concede qualcosa a quell'edonismo operistico che nell'Edipo è manca totalmente. La qualità dell'orchestra di Darmstadt contribuisce in maniera decisiva.

Altro successo per tutti gli interpreti di questa Antigone, molti dei quali erano già nell'Edipo, come il Creonte di Andreas Daum, il Tiresia di Mark Adler e il Corifeo di Werner Volker Meyer. Anche stavolta abbiamo ammirato la classe di Katrin Gerstenberger, che regala una Antigone sobria ma di grande musicalità. Fra gli altri, ci ha colpito Dimitry Ivashchenko, imponente Messaggero. Una parola anche per il coro maschile (in formazione ridotta) dello Staatstheater che ha svolto con onore questa notevole prova di forza.

 

A margine. Leggendo il programma, si scopre che c'è dietro a questa rivisitazione del teatro di Orff c'è anche una ragione più pratica: Dew racconta che negli anni '70 a Osnabrück comprò un cofanetto dell'Oedipus che gli costò 75 marchi (quasi il 17% del suo stipendio lordo di allora). Banale questioni di ammortamento?

Marx all'opera

Due momenti di A night at the Opera con gli straordinari fratelli Marx. Ci era finora sfuggito il profilo (ovviamente) toscaniniano del direttore del Trovatore.


(gag strepitosa!)

(A proposito di sputtanamenti trovatoriani, oggi a Darmstadt abbiamo visto nella locandina del Trovatore, accanto ai prevedibili Conte di Luna, Manrico e Leonora, un inedito Hercule Poirot...)

La solenne bellezza del Vespro di Jacobs

Dell'esecuzione di stasera del Vespro della Beata Vergine di Monteverdi all'Alte Oper ci ricorderemo a lungo la solenne bellezza. René Jacobs ha reso magnificante l'enorme ricchezza coloristica (veneziana) e la complessità della scrittura monteverdiana evitando ogni retorica e giocando invece su una fluidità ed levigatezza sonora. Jacobs privilegia tempi spediti e asciutti, che più che al rapimento mistico sembrano puttosto puntare ad esaltare la dimensione teatrale della composizione. Scelta questa, che ha molto di monteverdiano, come la scelta di disporre strumentisti e vocalisti su diversi piani per moltiplicare le sorgenti sonore e dare così una dimensione spaziale alla musica.

Un contributo fondamentale l'hanno dato i favolosi interpreti. Il parterre vocale era di eccezione: Sunhae Im, Sivia Schwartz, Maria Kristina Kehr e Marie-Claude Chappuis formavano il folto gruppo di soprani (che ha brillato negli echi suggestivi della Sonata sopra Sancta Maria); David Hansen era l'altista; strepitoso il terzetto dei tenori Emiliano Gonzalez Toro, Michael Slattery (di cui ci hanno colpito l'eleganza e il bellissimo colore vocale) e Johannes Chum; i bassi Sergio Foresti e Antonio Abete completavano degnamente l'ensemble dei solisti. Perfetti gli interventi del Vocalconsort di Berlino. Infine, gli impeccabili strumentisti dell'Akademie für Alte Musik contribuivano con estro virtuosistico ed autorevolezza stilistica ad arricchire la gamma di colori di un grande capolavoro restituito al pubblico in tutto il suo splendore.

Wagner d'Arabia

Sachs
[...] State attenti! Cattive fortune ci minacciano!
Se avvenga un giorno, che popolo e impero tedesco cadano
sotto falsa maestà latina;
e che nessun principe comprenda ormai più il suo popolo,
e latino fumo e frivolità latina
trapiantino essi nella nostra terra tedesca;
nessuno allora più saprà quel ch'è puro tedesco,
se esso non vivrà nella gloria dei Maestri tedeschi.
E perciò io vi dico:
onorate i vostri Maestri tedeschi!
e sacri tenete i loro buoni genî;
e se darete favore al loro operare,
andasse anche in polvere
il sacro romano impero,
a noi resterebbe sempre
la sacra arte tedesca!  

L'abbiamo letta oggi sui giornali di qua: è nata la prima associazione wagneriana del mondo arabo ad Abu Dhabi. Patron è lo sceicco Nahjan bin Mubarak al-Nahjan, ministro della cultura degli Emirati Arabi Uniti.
L'evento è stato battezzato da un concerto al quale hanno assistito un pubblico internazionale di circa 400 spettatori. Il programma comprendeva una serie di (poco wagneriani) brani da "L'olandese volante", "Parsifal", "Lohengrin", "Tannhäuser" e "La Vachiria" eseguiti da sei cantanti accompagnati da Christof Stoecker.
Dopo gli enormi investimenti edilizi da quelle parti, si comincia a spendere anche un po' in cultura?

Le associazioni wagneriane nel mondo si trovano qui.

Beethoven sulle Dolomiti

Altro film: Lezione 21. Lo girerà Alessandro Baricco in Val Sugana in inglese con cast internazionale. Protagonista sarà l'australiano Noah Taylor, affiancato da John Hurt, Clive Russell e Leonor Watling.
Il soggetto: lo studente Peters (Noah Taylor) rievoca la lezione (la numero 21) più bella del professore universitario Mondrian Kilroy (John Hurt) sul mistero della genesi della Nona Sinfonia di Beethoven, che nasce da foreste e cime innevate. Il fim sarà girato fra Trentino e Inghilterra.
Baricco: "Direi che è un film sulla vecchiaia, dal valore universale, nel senso che non ha riferimenti specifici alla realtà. [...] Il personaggio interpretato da John Hurt è Mondrian Kilroy, il professore del mio City: l'ho sfilato da lì e ho cambiato qualcosa, ma è lui. È un personaggio stravagante, fuori dalle regole. E la storia che ha in testa e che racconta, e la sua testa è la mia, è una pazza lezione. Ma è anche il racconto della sua vicenda personale, di un uomo ormai anziano. Per questo dico che, alla fine, è soprattutto un film sulla vecchiaia." La scelta del Trentino è legata a Mario Brunello e ai suoni delle Dolomiti: "Sono un appassionato di montagna ma solo lui poteva convincermi a salire sulle Dolomiti alle 6 di mattina".
Produttore è Domenico Procacci per Fandango. Il film uscirà a fine 2007.

La conferenza di stampa di Baricco a Trento.

Quello che dice Baricco viene dalla Repubblica di oggi.

Vivaldi a Venice

Dopo Farinelli (guest star Händel) e Lully e il suo re danzante, il biopic barocco aggiunge un altro nome illustre: Vivaldi. Se ne sa ancora molto poco: che sarà girato fra Venezia e Vienna, che sarà diretto da Boris Damast e che è stato scritto dal giornalista americano Jeffrey Freedman, dopo venti anni di ricerche. Le riprese cominceranno a primavera mentre l'uscita è prevista per il 2008.
Cast classico da coproduzioni (austro-americana in questo caso). Vivaldi sarà Joseph Fiennes e poi Gérard Depardieu sarà Gavinot un nobile dissoluto ("un lupo sotto la pelle di agnello" dice Variety) e amante di una donna perduta costretta ad abbandonare la figlia frutto della colpa all'Ospedale della Pietà, Jacqueline Bisset come Countess, Malcolm McDowell come Merlino, Elle Fanning come Cristina, Lena Headey come Norina, Zuleikha Robinson come Julietta.
La fotografia sarà di Tony Pierce-Roberts (collaborazioni importanti con James Ivory) e i costumi li disegna Jenny Beavan, come nel Casanova di Buena Vista. Infine, le musiche saranno (ovviamente) di Vivaldi e Robert Folk. Produce Mechaniks compagnia californiana di Venice (!) che offre pochissime notizie ma fa almeno vedere un primo test con l'Orchestra Giovanile di Sofia.

Variety informa che Imagine Entertainment e Columbia stanno anche lavorando ad un progetto sul prete rosso.

Effettacci senza cause

Quel che dispiace di più assistendo al pasticcio del Tannhäuser di stasera all'Oper Frankfurt, indigesta combinazione di arroganza mista a insipienza, è che non si riesce a godere nemmeno della musica e, ancor meno, a mantenere un giudizio equilibrato sullo spettacolo nel suo complesso. Ci è sembrato tutto molto opaco e poco interessante, a cominciare da un cast vocale che si farà ricordare solo per la grande eleganza del Wolfram di Christian Gerhaher. Persino la direzione di Paolo Carignani - solitamente convincente in Wagner per non dire superlativa (come nel Tristan e nel recente Parsifal) - ci è sembrata anodina e priva di ispirazione. Serata da dimenticare.