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impressioni, incazzature, notizie di un curioso di musica italiano in Germania (ma anche in altri posti)

Morte (di noia) a Venezia

Un tempo la English National Opera passava per un luogo di basse provocazioni e sguaiatezze. Anche il normalmente educato Jonathan Miller si lasciò andare e propose un Rigoletto in gessato e mitra fra i grattacieli di Broccolino (che poi fece scuola nei palcoscenici tedeschi che raramente si privano di questa banalità), senza dire che molta della fama dello scellerato Calixto Bieito più si deve in buona parte al suo sessuomaniaco (e tremendamente noioso) Don Giovanni visto in questo teatro cinque anni fa.

Decenni dopo, vittima di una crisi crescente di presenze, la provocazione non paga ma soprattutto non stupisce visto che il programmatico "fare non come è scritto" è diventato la norma nella maggior parte delle scene liriche europee. E allora ci si inventa la vera novità: prendere alla lettera e trattare un'opera molto particolare ed intimistica come se si trattasse di uno dei grandi blockbuster dell'opera.

Si incarica allora Deborah Warner di costruire uno spettacolo che ha la sontuosità di un film e di affollare la scena come se si trattasse di un musical. Solo che Death in Venice di Britten è un'opera fatta di un solo personaggio e della sua interiorità fatta di ricordi, di (molti) rimpianti e di tardivi vagheggiamenti per una giovinezza oramai perduta. Davanti al sontuoso e mobilissimo impianto scenico di Tom Pye illuminato dalle impressionistiche luci di Jean Kalman e agli eleganti costumi fin de siècle di Chloe Obolensky, la Warner costruisce il suo musical dalle generiche ascendenze manniane, lavora di fino sui movimenti, gestisce le masse con grande sapienza e buon occhio e, soprattutto, elimina ogni possibile traccia di intellettualismo e/o tematiche controverse (del resto chi si scandalizza più quando si parla di omosessualità?)

 

In questo minimalismo da West End, è ben assecondata dal suo protagonista Ian Bostridge che somiglia molto a questo spettacolo, ed in questo modo ne risulta interprete ideale: elegante ed impeccabile (anche musicalmente) tanto quanto è algido e asettico. Vocalista (consapevolmente) eccellente, l'Ascenbach di Bostridge è più dandy annoiato che intellettuale tormentato. Come può l'adolescente Tadzio non cadere vittima del suo fascino? Da questo nasce la sua crisi.

 

Discretamente inesistenti gli altri interpreti, cominciando dal diafano controtenore Iestyn Davies come Apollo. Vagamente meglio l'impegnato baritono Peter Coleman-Wright nei vari ruoli di interlocutore di Aschenbach. Ottimo il pudico Tadzio del danzatore Benjamin Paul Griffith.

Gli ottimi strumentisti dell'Orchestra della English National Opera erano diretti con energia dal giovane direttore musicale del teatro Edward Gardner.

Si graffia poco, si sbadiglia molto, ma alla fine gli applausi al solido professionismo della produzione non si negano e sono fin troppo generosi.

Assassini

Passeggi per i giardini e le fontane del magnifico parco del castello di Schwetzingen ed improvvisamente ti trovi davanti ad una specie di visione orientale: una vera moschea con tanto di minareti, ingentilita da contaminazioni rococó per adattarla al quadro idilliaco.

E poi ti imbatti in un mondo lontanissimo fatto vecchi e di montagne, di sangue, di assassini, di fumatori di hashish, dei loro sogni. Racconta Marco Polo nel suo Milione: "Lo Veglio tenea in sua corte tutti giovani di 12 anni, li quali li paressero da diventare prodi uomini. Quando lo Veglio ne facea mettere nel giardino a 4, a 10, a 20, egli gli facea dare oppio a bere, e quelli dormía bene 3 dí; e faceali portare nel giardino e la' entro gli facea isvegliare. Quando li giovani si svegliavano e si trovavano la' entro e vedeano tutte queste cose, veramente credeano essere in paradiso."


E ne parla anche Bernhard Lang presentando la sua nuova opera, che debutta nell'idillio di Schwetzingen.

Non si va subito nel magnifico teatrino, ma c'è da sapere tutto su Hassan el Sabath, il Vecchio delle montagne, e te lo raccontano tutto insieme nella Kammermusiksaal sei creature dark che arrivano dal giardino su una Mercedes nera e ti catturano con i loro racconti sincopati.

Un tiro di coca e i sei ci portano a sognare con loro nel teatrino ...

Il pubblico, incuriosito e incantato, risponde con calore alle sperimentazioni narrative di Lang e dei suoi convinti narratori.

Imboscate

Secondo il settimanale Time Out che gli dedica un articolo questa settimana, la riluttanza di Simon Keenlyside a concedere interviste nascerebbe dal suo timore di cadere nelle imboscate dei giornalisti. Che, prendendo spunto dalla sua laurea in zoologia, gli potrebbero fare domande su qualche specie di uccelli. Oppure, che si potrebbero informare sul perché Keenlyside venga definito una icona gay.

Meno male che l'ufficio commerciale della Royal Opera non fa e non si fa domande ed va sul pragmatico, pubblicando nel programma della stagione di primavera 2007 delle foto del divo inglese in rigorosa tenuta leather alla Tom of Finland.

Time Out non riporta alcuna protesta di Keenlyside a proposito di questa scelta, ma rassicura che il 47enne baritono inglese è felicemente sposato con una ballerina del Royal Ballet.

Pelléas lunaire

Viaggio a Londra. Passaggio obbligato alla Royal Opera House.

Pubblico molto variegato: dall'aristocratico al popolare (colpisce la quantità di persone con sporte da picnic che consumano sandwich e thermos di caffé, nascosti in qualche anfratto delle labirintiche scale d'accesso all'Amphitheater). Molte memorabilia nell'angusto corridoio che collega il bar alla sala. Gli inglesi sono attentissimi alla memoria e all'esempio dei grandi.

Mercoledì sera si dà il Pelléas et Mélisande di Debussy, in uno spettacolo coprodotto col Festival di Pasqua di Salisburgo. Locandina molto attraente: Simon Keenlyside e Angelika Kirschlager protagonisti, dirige Simon Rattle.

Cast impeccabile, esecuzione smagliante, nessuna sbavatura.

Rattle ci convince pienamente forse per la prima volta, con una direzione rigorosa, controllatissima eppure piena di pathos e di colori. L'equilibrio con la scena è ammirevole, il dialogo appassionante. Un Debussy, quello di Rattle, di cui  finalmente si apprezza lo spessore della concezione teatrale.

Tutto funziona anche grazie ad una compagine vocale che è difficile immaginarsi migliore, mche e lì per lì magari provoca qualche diffidenza.

Keenlyside, invece, disegna un Pelléas perfetto, lunare e lacerato, dalla fanciullesca gestualità. Perfetto nel passaggio dallo slancio dell'irruenza giovanile al mesto ripiegarsi in una malinconia attonita. Angelika Kirschlager gli tiene testa con la sua Mélisande forte e libera nel suo impeto giovanile, niente affatto diafana e pre-raffaelita, come vuole l'abitudine. Ammirevoli pure il sanguigno Golaud di Gerald Finley, la discreta Geneviève di Catherine Wyn-Rogers e il dolente Arkel del veterano Robert Lloyd. Il sorprendente George Longworth regala a Yniold la grazia e la freschezza della giovanissima età.

Infine, lo spettacolo bellissimo di Stanislas Nordey, fatto di segni, di colori dalle valenze simboliche, di gesti somministrati con encomiabile economia. Per il gioco di segreti della prima parte, lo scenografo Emmanuel Clolus costruisce dei tableaux di oggetti ripetuti, in cui domina il bianco, nascosti in grandi armadi spostati a vista. Anticipata da un grande pannello luminoso con la scritta "L'odore del sangie comincia a salire", la seconda parte è dominata da grandi pannelli dipinti di sangue che svelano, in un bel gioco geometrico, i segreti e precipitano verso l'ineluttabile tragedia. L'ultima scena, popolata di manichini vestiti come Pelléas, materializza e moltiplica l'incubo di Mélisande, svuotata, precipitata in un sonno che trapassa nella morte, mentre gli altri escono di scena e i macchinisti raccolgono i manichini lasciando Mélisande sola nella scena vuota. Molto belli i costumi di Raoul Fernandez, da clown triste, bianchissimi, per tutti i personaggi e rosso per Mélisande. Magiche le luci di Philippe Berthomé.

Il pubblico frettolosissimo (qui a Londra si corre sempre!) ha comunque risposto con entusiasmo.

Servitori della musica

A guardarlo, Lorin Maazel sembra un maggiordomo: elegante, discreto, misuratissimo, attento ad evitare sbavature o eccessi, panno sempre pronto ad eliminare impronte o tracce di polvere. Ascoltandolo stasera all'Alte Oper si capisce che è proprio così. Suoni levigati, dinamiche trattenute, mai un eccesso. Nemmeno nella ritmica nervosa e nei lividi colori del grottesco del Concerto per Orchestra di Béla Bartók che chiude una serata aperta da un sontuoso Karneval di Antonín Dvořák.

Si ammira, in compenso, la sontuosa New York Philharmonic e i suoi eccellenti interpreti, la sua pienezza di suono, la morbidezza, gli straordinari colori. Si ammira anche l'autorevole ed incisiva interpretazione della giovanissima Julia Fischer nel Concerto per violino di Johannes Brahms, cui Maazel contribuisce intessendo un pregevole e lussuoso tappeto sonoro. Malgrado i tempi non rapinosi dell'Allegro non troppo, e lo svenevole ed estenuato incedere dell'Adagio, la Fischer impone la sua lettura rigorosa e severa, sostenuta da una tecnica implacabile.

Grande successo di pubblico, che l'Orchestra ringrazia con due danze ungheresi di Brahms.

Eccessi di immagini

«Wagner aveva ragione: basta sentire e immaginare, a volte vedere distrae.
Ma i nostri sono gli anni dell'immagine invasiva, e la Fura s'inchina al gusto del tempo.»
(Sandro Cappelletto, La Stampa)




Alle prove


Durante una recita

Per non smentirsi, la scena pare funzionare meglio in tv. È già annunciato un DVD in alta risoluzione di questo Ring.