publicopera

impressioni, incazzature, notizie di un curioso di musica italiano in Germania (ma anche in altri posti)

Venezia a Valencia (e ritorno)

All'indomani del concerto della Orquesta de la Comunitat Valenciana, il Teatro La Fenice di Venezia e il Palau de las Arts "Reina Sofia" di Valencia annunciano un accordo quinquennale di coproduzioni fra i due teatri.

Si comincia dal barocco con la Didone di Cavalli prodotta nello scorso settembre al Malibran e una produzione vivaldiana (quest'autunno sempre al Malibran si allestiranno l'Ercole sul Termodonte e Bajazet). In cambio, la Fenice ospiterà nel 2009 L'arbore de Diana di Vicente Martín y Soler, compositore valenciano, su libretto di Lorenzo da Ponte.

Se ne parla oggi nella stampa locale.

 

Maazel e l'Orquesta de la Comunitat Valenciana alla Fenice

Bella serata di musica stasera alla Fenice. Protagonista del concerto straordinario erano la neonata Orquesta de la Comunitat Valenciana e il suo direttore/fondatore Lorin Maazel.

Mentre tutti i paesi europei riducono più o meno costantemente i propri budget per la cultura, in Spagna si investe in cultura massicciamente e con convinzione, rilanciando l'immagine del paese e turismo e riqualificando aree altrimenti destinate alla depressione economica (l'esempio di Bilbao è illuminante). E mentre a Venezia non si riesce a montare il suo quarto ponte sul Canal Grande, Santiago Calatrava continua a Valencia la costruzione della sua Ciudad de las Artes y las Ciencias. E non ci si limita soltanto a costruire un contenitore per l'opera, il Palau de les Arts Reina Sofia, ma lo si dota anche di un contenuto che ne possa affermare l'identità culturale.  

Entusiamo e freschezza, suono brillante (soprattutto in Ravel, meno in Debussy e Britten), forse manca ancora una consuetudine del suonare insieme e una personalità spiccata. L'orchestra è comunque giovane, gli strumentisti (i fiati, in particolare) sono ottimi, il suo direttore, principale è personaggio carismatico: tutti ingredienti che, se coltivati, nel tempo garantiranno un'identità (senza necessariamente aggiungere al programma il superfluo alicantino Óscar Esplá eseguito da una valenciana opaca Isabel Rey) e un sicuro successo. Le premesse e le potenzialità, a giudicare dalla buona prova offerta stasera, ci sono tutte.

 

Programma

Benjamin Britten, Quattro interludi marini da Peter Grimes op. 33a
Claude Debussy, La Mer

Óscar Esplá, Canciones playeras
Maurice Ravel, Daphnis et Chloe. Suite n. 2

Tristano del selvaggio West

 

Non è Dick Johnson che bacia Minnie ma Tristan sedotto da Isolde. La produzione è della Virginia Opera.

Lui si chiama Thomas Rolf Truhitte e le foto vengono dal suo sito.

Urlatori

Gran successo l'altra sera all'Alte Oper dell'Andrea Chénier in versione concertante. Frankfurter Museumorchester e coro dell'Oper Frankfurt in gran spolvero diretti con deciso trasporto e totale convinzione da Paolo Carignani.

Ascoltando la sguaiata e muscolare prova del tenore 'in jeans' Antonello Palombi era legittimo chiedersi se finezze vocali fossero possibili in un tale profluvio di decibel. Ebbene, la solida e misurata prova di ´eliko Lučić, perfetto come Carlo Gérard, dimostrava che, volendo, si può. Micaela Carosi, spesso inghiottita dalla massa sonora, convinceva poco tranne in alcuni momenti topici. Comprimari di lusso Johannes Martin Kränzle come Mathieu e Marina Prudenskaja come Bersi. Dignitosi gli altri.

 

Giardino di voci

Dal 2002, Le jardin des voix funziona come vivaio di voci giovani coltivate con amorevole affetto da (zio) William Christie e Kenneth Weiss. Da qualche anno, i fiori del suo vivaio vengono portati ed esposti anche qui a Francoforte.

Il programma è raffinato. Nella prima parte trionfa il '600 veneziano con alcuni Madrigali e scene dell'Orfeo e della Poppea di Monteverdi, Francesco Cavalli e Biagio Marini (più un omaggio alla Roma barocca di Giacomo Carissimi). Nella seconda il '700 con un florilegio di arie händeliane e una scena dell'opera L'incontro improvviso di Haydn.

Il gruppo è sembrato più convincente nell aprima parte per il fresco gioco teatrale delle giovani voci e per l'indugiare di Christie sulla bellezza dei suoni, cesellati con estrema cura per esaltarne la bellezza assoluta. Voci tuttavia ancora acerbe con parecchi limiti tecnici che emergevano soprattutto nelle arie händeliane, eseguite in maniera un po' scolastica e senza quello slancio che dà vita ai mondi immaginifici di maghe ed eroi del caro Sassone. Molto riuscito il finale sella serata con la lunga scena conclusiva del primo atto dell'opera di Haydn.

Ottima la prova de Les Arts Florissants in tutti i diversi stili musicali, sempre in perfetta sintonia con il suo direttore William Christie.

La classe 2007 al completo: Laura Hynes Smith, Claire Meghnagi, Francesca Boncompagni, Sonya Yoncheva, Amaya Dominguez, Michail Czerniawski, Juan Sancho, Pascal  Charbonneau, Nicholas Watts, Jonathan Sells.

Garanča meccanica

Dicono sia la diva del futuro prossimo. Eppure, almeno da queste parti, non pare aver lasciato un grande segno, anche se qualche anno nell'ensemble dell'Oper Frankfurt c'è stata: se la ricordano in pochi, ed anche stasera i parecchi posti vuoti nella Sala Grande dell'Alte Oper, davano un po' il segno di un senso di freddezza che nemmeno una certa attenzione mediatica sembra vincere.

Comunque, complice un programma sfacciatamente ruffiano, un direttore (Heiko Mathias Förster) poco incline alle raffinatezze sonore e facile all'entusiasmo - frenato dall'Orchestra dei Münchner Symphoniker talora un po' allo sbando - ed un talento vocale indiscutibile, la Garanča ha riscosso un grande successo di pubblico, concedendo ben tre bis, tutti rigorosamente in linea con il gusto nazionalpopolare della serata.

La voce è bella, timbro brunito, grande omogeneità di registro, tecnica sicura e agilità impeccabili (sfoggiate soprattutto in "Parto, parto" dalla Clemenza di Tito e nel rondó della Cenerentola). Tuttavia, difetta e gravemente di calore e di quell'abbandono che, soprattutto nella seconda parte "francese" di Offenbach ("Ah! Que j'aime les militaires" e "C'est l'amour vainqueur" dai Contes d'Hoffmann), Massenet ("Werther! ... Qui m'aurait dit la place") e Bizet ("Les tringles des sistres tintaient" dalla Carmen), la rendrebbe davvero primadonna. È quell'incontebile guardate come sono brava, quell'aria da prima della classe, che ci spegne l'entusiasmo. E pure il gesto spagnolesco di Carmen o il saluto militare della Gerolstein o l'inflessione napoletana di A Marechiaro (uno dei bis) risultano fatalmente studiati.

Fra un'aria e l'altra, un centone di hits operistici da Bellini, Donizetti, Gomez e ancora Bizet e Offenbach.

Ovviamente, accoglienza calorosissima (...e ci mancherebbe!)

Frankfurter Opera Talk / ´eliko Lučić

Baritono verdiano di razza, nell‘ensemble dell'Oper Frankfurt dal 1998, sta ormai decollando nello star system internazionale ed è ospite dei più importanti teatri lirici del mondo. Nato in Serbia nel 1969, ha scoperto presto la propria passione per il canto. Allievo del mezzosoprano Biserka Cvejić, debutta a Novi Sad e Belgrado, nel 1987 vince il concorso Francisco Viñas a Barcelona grazie al quale ottiene la sua prima scrittura internazionale e, dopo un breve passaggio a Colonia nel 1997, Udo Gefe lo chiama a Francoforte dove ha ricoperto soprattutto ruoli verdiani e pucciniani. Venerdì prossimo debutterà come Carlo Gérard nella versione concertante di Andrea Chénier all'Alte Oper diretto da Paolo Carignani, un ruolo "pericoloso per la voce: devi spingere, urlare tutto il tempo. Manca la cantabilità che ritovo in Verdi".

Temperamento sanguigno, valori tradizionali, profonda ammirazione per i grandi del passato che ascolta nei momenti di relax ("per piacere e per imparare da questi grandi"), si lancia volentieri in polemiche contro lo star system che, a suo dire, sta rovinando il mondo dell‘opera: "Oggi la professione è business. È più importante essere belli che saper cantare. Tutto è veloce: si cambia il modo di cantare per inseguire comunque il successo facile, ma nessuno cura più la voce. Va bene, ma continuo ad ammirare le grandi voci del passato: Bastianini, Corelli, e anche prima."

Il suo modello? „Cesare Siepi: un gentleman, un dio, tutto!"

Dei suoi spettacoli a Francoforte, il migliore a suo dire è stato La Bohème (regia di Alfred Kirchner), ma ha apprezzato anche il Trovatore (regia di Antonio Calenda), che però è scomparso rapidamente dalla programmazione, "a qualcuno non piaceva". Quello che ha detestato di più: "Il Macbeth messo in scena da Calixto Bieito: una persona molto piacevole fuori dal teatro, ma molto problematico sul palcoscenico. D'accordo con i miei colleghi, la sera della prima abbiamo deciso di cambiare una scena di sesso perché la collega che doveva era troppo timida per eseguirla come voleva lui." Nel 2008 terminerà il suo contratto con l'Oper Frankfurt, dove concluderà con Jago il suo ciclo di ruoli verdiani. Un solo rimpianto: non cantare Posa, il suo ruolo verdiano preferito, nella produzione del Don Carlos prevista nell'Ottobre 2007, diretta da Carlo Franci.

Impegni artistici con la Metropolitan Opera lo impegneranno in tutte le stagioni a seguire fino al 2011, con opere come Macbeth, Nabucco, Rigoletto (ruolo in cui debutterà a Dresda in giugno), Traviata, Madama Butterfly, Trittico.
E dopo? „Forse mi ritirerò: non mi piace la direzione che ha preso l‘opera. Non è più canto, arte ma solo business."

Tre foto del Macbeth di Bieito (Oper Frankfurt, 2003) recuperate dagli archivi.

Quotidianità del Tristano

Piccola cronaca del Tristan prodotto dallo Staatstheater Kassel. Kassel, città nel nord dell'Assia, è nota soprattutto per la mostra di arte contemporanea Documenta, una specie di Biennale che si tiene ogni cinque anni, e la cui dodicesima edizione si potrà visitare dal 16 giugno al 23 settembre prossimi (e magari ci si tornerà più in là).

Tornando al Tristan, prova complessivamente riuscita con qualche significativo "ma".

1. Messa in scena iperminimalista di Johannes Schütz, cui si deve la concezione di questo signolare Tristan: scena vuota, salvo qualche sedia e dei tavoli impiegati per suggerire ambienti. Un solo riflettore illumina il fulcro dell'azione, luce di una lente sotto la quale si pratica una impietosa anatomia dei sentimenti e delle relazioni. I personaggi interagiscono in quanto persone, più che personaggi di un dramma. La stessa gestualità si ispira alla naturalità del quotidiano più che la solennità della tragedia. Gli stessi passaggi forti, tragici sono affidati ad elementi che annullano la valenza simbolica e ne esaltano la banalità. E quindi il filtro è un bicchiere di latte, il fiotto di sangue di Tristan pugnalato una spremuta d'arancia rovesciata da Melot.  
L'impressione è piuttosto di assistere ad una prova del Tristano più che ad uno spettacolo compiuto. Lo spettacolo però funziona, ha una sua forza e coerenza.
I "ma" sono altrove.

 

2. La direzione musicale di Roberto Paternostro benché tecnicamente ineccepibile, non ci ha del tutto convinto per il suo non scegliere che direzione prendere. Se lo spettacolo di Schütz opera una scelta estrema e chiarissima, Paternostro rimane in costante bilico fra una lettura intimista, che si traduce in pianissimi orchestrali ed in una dinamica accattivante, nonché in una attenzione al cesello cameristico (la notte dei due amanti, il lancinante dolore di Tristano del terzo atto), e una magniloquenza che si sposa pochissimo con la severa austerità della scena (deludente perché pochissimo intimo ci è sembrata la conclusione del duetto amoroso del secondo atto, così come la morte di Isotta). Di suo, l'orchestra dello Staatstheater di Kassel ci è sembrata ineccepibile e certamente al livello di teatri di rango.

3. Protagonisti assoluti costantemente sotto l'implacabile fascio di luce, sono il Tristan di Leonid Zakhozhaev e l'Isolde di Adrienne Dugger. La loro adesione al progetto scenico di Schütz si percepisce e se lo spettacolo funziona è soprattutto grazie al loro impegno totale.
Vocalmente, Zakhozhaev è un Tristano che combina la grande energia che il ruolo richiede ad una raffinatezza di canto che lascia il segno. La prova di Adrienne Dugger, al contrario, solleva qualche perplessità: voce notevole e di bel timbro ma talvolta discontinua nell'emissione. Inoltre, si avverte un indugiare eccessivo su raffinatezze agogiche che talora scompaiono nella massa sonora che esce dalla fossa. Resta comunque il dubbio - soprattutto avendo in mente la direzione talora non troppo sottile di Paternostro - se si tratti di un vocalismo eccessivamente raffinato per Wagner o piuttosto economia di mezzi per arrivare alla meta.
In quanto agli altri cantanti, già messi poco in rilevo dalla regia che li teneva molto spesso nascosti nell'oscurità della scena, ognuno ha svolto il ruolo dignitosamente. La Brangäne di Lona Culmer-Schellbach troppo spesso spariva sommersa dal fiume di suoni, Stefan Adam come Kurwenal offriva una prova più che dignitosa e Allan Evans era un nobilissimo Re Marke.

Grande successo di pubblico, con numerose chiamate ai vari interpreti. Anche l'orchestra sale sul palco per ricevere la sua quota di meritato successo (oramai sta diventando una moda con Wagner...)



A margine: Johannes Schütz non è nuovo a questo tipo di operazioni. Ci ricordiamo almeno di una Ariadne auf Naxos vista a Mainz nel 2003. Anche lì, magari un po' aiutato dal libretto di von Hofmannstahl, il Prologo si svolgeva in un palcoscenico completamente nudo. Scelta curiosa: scenografo di formazione, quando si occupa della regia sembra rinunciare volentieri al suo mestiere d'origine. Come se i corpi diventassero degli strumenti di scena.  

Memoria di passati eventi

Entrando al Bockenheimer Depot per Die weiße Rose si è accolti da una parete di 2000 fogli composti dagli studenti della scuola Fratelli Scholl di Bensheim, quartiere periferico di Francoforte. Riflessioni, impressioni, provocazioni sulle figure di Sophie e Hans Scholl di un paese che non smette di fare i conti con il suo passato di orrore.

 

Esercizio di memoria anche nell'opera composta da Udo Zimmermann e dal suo librettista Wolfgang Willascheck dedicata agli ultimi momenti dei due fratelli prima della loro condanna a morte. La compagine di camera della Frankfurter Museumorchester diretta da Yuval Zorn accompagna le riflessioni dei due studenti espresse nell'austera scena di Kaspar Glanert dai dedicatissimi Britta Stallmeister e Michael Nagy.

 

Già protagonista di Through Roses di Marc Neikrug - di soggetto molto affine - allestita in questo stesso spazio dall'Oper Frankfurt nella scorsa stagione, Christoph Quest dedica una grande cura ad uno spettacolo costruito su gesti molto curati, segni, suoni dal passato.

Malgrado la folta partecipazione di studenti, spettacolo seguito con la giusta attenzione. Calda l'accoglienza.

Gregorian 016

"A Papa Paolo VI
che gli chiedeva cosa la Chiesa potesse fare
a favore della musica, Igor Stravinskij rispose:
"Santità, restituisca alla musica i castrati".

Dalla Repubblica di oggi:
Benedetto XVI intende rilanciare latino e gregoriano nelle liturgie cattoliche. E ne consiglia l'uso nelle grandi celebrazioni che avvengono in occasione dei raduni internazionali: "E' bene - scrive nella sua prima Esortazione Apostolica - che tali celebrazioni siano in lingua latina; così pure siano recitate in latino le preghiere più note della tradizione della Chiesa ed eventualmente eseguiti brani in canto gregoriano". E i futuri sacerdoti "fin dal tempo del seminario" siano preparati a celebrare in latino, "nonché ad utilizzare testi latini e a eseguire il canto gregoriano".

... Se si riesce a liberare le catacombe dai turisti, forse si potrà cominciare ad utilizzarle nuovamente.
(sentita qui)

Post Scriptum: Per motivi puramente umanitari, questo blog si dissocia preventivamente da richieste neo-stravinskijane.

Frankfurt Opera Talk / Nathaniel Webster

Ieri sera, Nathaniel Webster, baritono, racconta della sua passione fin da bambino nei cori di chiesa negli Stati Uniti, dei suoi studi a New York, a Glasgow, a Parigi (Opéra Studio) e finalmente del suo primo ingaggio professionale all'Oper Frankfurt. E continua con i suoi interessi per la musica pop e del tornare a casa prima o poi.

A conclusione parla del suo futuro qui che non va oltre il 2008. Dopo, sostiene, molte cose cambieranno quando si insedierà il nuovo direttore musicale Sebastian Weigle che sostituirà Paolo Carignani attualmente in carica.

Lunedì prossimo tocca a Zeljko Lucic.

Woodstock wagneriana

Impresa degna del titanismo di Wagner: tutto il suo Ring des Nibelungen in due soli giorni. Avvenimento operistico ma anche festa popolare, entusiasmi da stadio (se non suonasse snobistico), scoperte e scambi fra compagni di viaggio.

All'Opera di Colonia (tutto) lo scorso weekend.


Sabato, poco prima di mezzogiorno: si comincia.


Folterkammer für Musiker


Si sta per cominciare.


Primo successo: Das Rheingold. Solo Philip Joll (Wotan, al centro) non è festeggiato come gli altri.


Prima pausa: nel foyer si servono Würst e Kartoffelnsuppe.




Si ricomincia nel tardo pomeriggio con la più bella: la Walküre.
La prima giornata è davvero finita.




L'alba del giorno dopo (sono le 10 meno un quarto).
Molti i connazionali.


La coppia più festeggiata: Brünhilde (Barbara Schneider-Hofstetter) e Siegfried (Stefan Vinke). Entusiasmo alle stelle.


Ci si prepara all'ultima tappa. È quasi finita.


Con la lunghissima prima scena del Götterdämmerung si torna a reazioni più umane.


Gran finale: il direttore Markus Stenz (festeggiatissimo) porta l'Orchestra Gürzenich e tutti i tecnici di scena sul palco a condividere il successo.

Foto in corso d'opera

In un piccolo caffé in un quartiere periferico a nord di Francoforte, ci si può rinfrescare la memoria su alcuni recenti spettacoli dell'Oper Frankfurt grazie ad alcune belle foto di Wolfgang Runkel.



Wolfgang Runkel, giovane studente di pianoforte alla Hochschule für Musik und Darstellende Kunst di Francoforte, per divertimento comincia a fotografa spettacoli di amici e colleghi. Poi nel 2004 incontra la fotografa teatrale Barbara Aumüller ed è la svolta (semi)professionale. Attualmente lavora soprattutto con l'Oper Frankfurt, ove si occupa delle riprese ed occasionalmente per qualche prima. Nel 2005 la rivista Colorshot della Canon Deutchland gli ha dedicato un servizio che si può leggere qui.

Sconsigliato ai nottambuli (il Café Mokka chiude alle 19) ma vale una visita.

Alcune delle foto esposte

a b c
d e f
g h

(a) La Cenerentola (reg. Keith Warner)
(b) Die Meistersinger von Nürnberg (reg. Christof Nel)
(c) Don Giovanni (reg. Peter Mussbach)
(d) Elektra (reg. Falk Richter)
(e) Pikovaya Dama (reg. Christian Pade)
(f) The Turn of the Screw (reg. Christian Pade)
(g) Il prigioniero (reg. Keith Warner)
(h) La clemenza di Tito (reg. Christof Loy)

Altre foto si trovano nel sito di Wolfgang Runkel.

Frankfurt Opera Talk / Simon Bailey

Da più di sei anni, Don Porsché, docente in pensione di lingua inglese, americano da più di 35 anni in Germania, è l'anima di un gruppo di discussione in inglese sull'opera: Frankfurt Opera Talk. Il gruppo fa parte del programma di attività dell'Università popolare (Volkhochschule) di Francoforte. La formula è semplice: un ospite (anglofono) che proviene dall'attivissimo mondo dell'opera tedesca ed un gruppo di curiosi di opera (non necessariamente esperti). Per due ore e mezza, si chiacchiera, si discute, si scambiano opinioni, si raccontano esperienze.

Ieri sera è toccato a Simon Bailey, baritono di punta dell'Oper Frankfurt, coinvolto in parecchie produzioni in questa stagione e fresco di debutto come Figaro nella nuova produzione delle Nozze di Figaro. Si cominca proprio da lì, fra soddisfazione per il successo ed un po' di amarezza per qualche contestazione isolata - e, secondo Bailey, ingiustificata - al direttore Julia Jones.

Fra qualche ascolto di Elektra (nella cui recita del 17 marzo prossimo, Bailey sarà Orest), con le Nozze di Figaro, opera di riferimento per questo ciclo di conversazioni, si raccontano aneddoti - come quello del regista scozzese David McVicar che adora i nicknames e ribattezza Agie e Poppy le due eroine dell'händeliana Agrippina - e si discute con leggerezza di debutti internazionali, delle opportunità offerte da un teatro straordinariamente produttivo come l'Oper Frankfurt per un giovane cantante, delle esperienze con grandi direttori (curiosamente, il suo ricordo più affettuoso va a Carlo Franci e al suo grande mestiere).

Sulla gestione attuale del teatro, Bailey è molto positivo. La modernità delle messe in scena sarebbero motivate da una esigenza del pubblico locale, poco incline alla tradizione. E Bailey finisce con un elogio alla coerenza del progetto artistico perseguito dal teatro, che più che sullo star system, che comunque vincoli di budget non permetterebbero, punta su un gruppo omogeno di artisti che creino un marchio, uno stile riconoscibile e di livello medio-alto. Insomma, qui si fa del teatro musicale, non si creano eventi. Si conclude con considerazioni estemporanee sul fututo dell'opera, in particolare in Germania. Secondo Bailey fra trent'anni il sistema operistico tedesco è destinato a ridimensionare il ruolo dei finanziamenti governativi e somiglierà di più al sistema britannico dove governo e sponsor contribuiscono entrambi al 50%. Vada come vada, Bailey non crede in una scomparsa del genere. Bisogno di opera, in una forma o in un'altra è destinato a durare nel tempo.

La prossima settimana tocca ad un altro baritono, Nathaniel Webster.

Nozze festose a Francoforte

Scene semplici ma funzionali. Costumi in tono con l'azione. Regia che prende l'opera per quel che è - una straordinaria commedia che funziona grazie all'ottimo lavoro sul team di cantanti - che crede che il testo possa funzionare senza inutili prevaricazioni o sovrastrutture ideologiche. Sarà pure la negazione del Regietheater, ma il pubblico apprezza e molto il risultato finale della nuova messa in scena delle Nozze di Figaro che ha debuttato ieri all'Oper Frankfurt.

Il canadese Guillaume Bernandi, il regista della nuova produzione vista ieri a Francoforte, aggiunge poco alla commedia di Da Ponte. Si misura discretamente con l'illusione teatrale, gioca a trattare i personaggi come attori di una infallibile commedia dell'arte e li veste dei costumi di Peter DeFreitas che ne sottolineano sia la maniera (come nel caso dei divertenti barocchismi scelti per i ruoli minori di Marcellina, Don Bartolo, Basilio e il notaio) sia il realismo (il Conte, Figaro e Susanna). Lo scenografo Moritz Nitsche si concede pure qualche palese (ed innocua) citazione pittorica nel finale - Melanconia di Giorgio De Chirico - per dare un segno visivo alla malinconia mozartiana. Tutto comunque funziona alla perfezione e contribuisce a creare uno spettacolo che, se non passerà negli annali delle messe in scena mozartiane, risulta molto equilibrato e gradevole.

Ottima prova anche dell'ensemble vocale, in gran parte formata da cantanti di casa coadiuvati da Miah Persson, freschissima Susanna, e da Maria Fontosh, ottima cantante ma che (curiosamente) non ci è troppo in sintonia con il ruolo della Contessa. In quanto agli altri, Johannes Martin Kränzle, fascinaccio e ciuffo alla Douglas Fairbanks, offre un eccezionale prova come dandesco Conte. Simon Bailey, per una volta non sopra le righe, regala un Figaro di ottime qualità musicali e perfettamente in parte. Jenny Carlstedt è un brillante Cherubino, anche se sembra appena uscito da un college inglese. Misuratamente il trio buffonesco della Marcellina di Annette Stricker, Basilio/Don Curzio di Michael McCown e Bartolo di Soon-Won Kang, quest'ultimo anche se un po' in affanno all'inizio. Elin Rombo completa il cast con la sua acerba Barbarina.

La prova di Julia Jones, dopo un primo atto non proprio brillante, cresce e convince sulla distanza per chiarezza e grande equilibrio. Ci hanno convinto soprattutto l'incalzante finale del secondo atto e le appropriate sonorità crepuscolari del quart'atto (ci sarebbe piaciuto un finale un po' meno in affanno, tuttavia). Qualche inciampo di troppo nell'orchestra, che comunque nel complesso ha offerto una buona prova anche se non memorabile come in altre occasioni. Puntuale la prova del coro diretto da Apostolo Kallos.


Redon

Allo Schirn si è aperta lo scorso 27 gennaio una importante mostra dedicata a Odilon Redon. Mostra sorprendente per completezza e ricchezza di spunti su un pittore solitamente molto poco visibile. Imperdibile il catalogo. La mostra chiude il 29 aprile.

Qualche citazione redoniana (in tema col blog) rubata al vernissage:

Un articolo di Giovanna Canzi sulla mostra si legge nel Sole 24 Ore.

classico/neo/classico

Vedere nella locandina il nome di Hugh Wolff - direttore musicale della hr Sinfonieorchester fino alla scorsa stagione - nel secondo dei concerti della serie barock + poteva apparire sorprendente, per chi ne conoscesse gli interessi soprattutto per la musica del '900. E a nostra memoria, benché nata sotto il suo regno, Wolff è al debutto in questa rassegna. Poi si legge il programma ed in effetti si ritrovano le sue preferenze: il neoclassico Stravinskij, il classico (ed immancabile) Haydn e, in ossequio allo spirito della rassegna, tre arie händeliane.

Si comincia con la Sinfonia n. 98 di Haydn, che scorre via leggera senza lasciare troppe tracce (ma forse con qualche smagliatura eccessiva). Si continua poi con l'omaggio ad Händel. Apre Shawn Mathey con "Del mio sol vezzosi rai" dall'Ariodante, eseguita con troppo distacco e una certa approssimazione stilistica. Stella Doufexis non fa molto meglio con la celebre "Verdi prati" dall'Alcina. Conclude Markus Eiche con una veemente "Sibilar gli angui d'Aleppo" dal Rinaldo, pure stilisticamente opinabile, ma almeno un po' trascinante.

Seconda parte interamente dedicata al Pulcinella di Stravinskij, in cui finalmente la serata prende quota grazie ai tempi brillanti imposti da Wolff e all'incisività dei numerosi interventi dei bravi solisti dell'orchestra, i legni in particolare. Più che le tracce del passato, della partitura stravinskiana Wolff sottolinea dissonanze, asimmetrie ritmiche e l'asciutta scrittura. Insomma, la sua modernità.

Calorosa l'accoglienza del numeroso pubblico presente nella bella Sendsaal della Hessischer Rundfunk.

 

Passeggiando nel foyer durante l'intervallo, nell'angolo dei CD prodotti dell'Hessischer Rundfunk non ci è sfuggita una piccola novità molto divertente, presa al volo: Fledermaus trifft Unterwelt, più o meno Il pipistrello all'inferno. Preziosa (almeno per chi, come noi, ama il genere) collezione di trascrizioni di celebri pezzi di Jacques Offenbach - non solo dall'Orphée - e dal Fledermaus, a cura di Andreas N. Tarkmann. Le due gemme: Ouverture, czarda e finale II del Fledermaus.
Esegue con classe e grande divertimento l'Antares-Ensemble, formato (ovviamente) da membri dell'hr Sinfonieorchester.


L'Antares-Ensemble: Sebastian Wittiber (flauto), Michael Sieg e Michael Höfele (oboe), Jochen Tschabrun e Sven van der Kuip (clarinetto), Christian Lampert e Thomas Sonnen (corno), Carsten Wilkening e Matthias Roscher (fagotto), Johannes Stähle e Simon Backhaus (contrabbasso).

Alcuni brani del CD di ascoltano qui. 

 

Che ora è?

Leporello (da lontano, sempre tremando):
"Oibò; tempo non ha, scusate."
(Don Giovanni, Atto II)

Variazioni operistiche sul quadrante analogico, in senso rigorosamente antiorario.


L'heure espagnole
di Maurice Ravel
Regia di Aniara Amos, scene e costumi di Maria-Elena Amos
Wiener Volksoper (2007)


La traviata
di Giuseppe Verdi
Regia di Willy Decker
Festival di Salisburgo (2005)


Faustus, the Last Night di Pascal Dusapin
Regia di Peter Mussbach
Staastoper Berlin (2004)


Satyricon
di Bruno Maderna
Regia e scene di Herbert Wernicke
Teatro La Fenice (1999)

E al cinema.


Safety Last
(1923)
Regia di Fred C. Newmeyer e Sam Taylor
Con Harold Lloyd


Ni neibian jidian
(What time is it there?; 2001)
Regia di Tsai Ming Liang
con Kang-sheng Lee