publicopera

impressioni, incazzature, notizie di un curioso di musica italiano in Germania (ma anche in altri posti)

A Aix

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Non ha la produttività industriale del Festival di Salisburgo né il suo efficientismo teutonico. Il Festival di Aix come la città che lo ospita vive dei ritmi pigri del paesaggio mediterraneo e di un certo snobismo francese. L'organizzazione non è impeccabile, le informazioni sono fitrate (o almeno questa è l'impressione) e se conosci qualcuno che può darti una dritta è meglio. Il paesaggio è incantevole, la cornice di molti eventi è preziosa e la prossimità agli artisti è qualcosa che aggiunge calore ed umanità agli eventi.

Piccola cronaca essenziale di tre giorni di festival.

sabato 5 luglio: Mozart o Haydn?

Ufficialmente i biglietti per tutte le opere in programma nella serata sono esauriti. Non è chiarissimo però se la risposta è definitiva o se si può trattare, se ci si può mettere d'accordo o se il verdetto è definitivo. Non lo è e, grazie ad una gestione flessibile di rinuncie e cambi di programma, si riesce a trovare sempre qualcosa. Incertezza fra la mozartiana Zaide messa in scena dall'oramai anemico Peter Sellars (avrà ancora qualcosa di dire?) e L'infedeltà delusa con una compagnia di giovani guidati dal giovane direttore in ascesa Jérémie Rohrer è risolta pragmaticamente leggendo le critiche feroci che hanno massacrato il Singspiel mozartiano: vince Haydn sulla fiducia.

Il minuscolo spettacolo messo in piedi dell'Académie européenne de Musique prende vita sulla piccola scena incorniciata fra un grande platano ed un cipresso, montata nell'incantevole cortile dell'Hôtel Maynier d’Oppède. Opera molto di genere, senza dubbio le giova la cornice estiva e la freschezza dell'assortita compagnia. Colpiscono soprattutto la sicura professionalità di Claire Debono nei panni di Vespina (che per l'amore per il travestimento ricorda molto da vicino la quasi omonima Despina, ma con qualche dose di cinismo in meno) e il piglio brillante e preciso del giovane direttore. Ottima anche la 'sua' orchestra, Le Cercle de L'Harmonie. Spettacolino bistrattato da più d'uno fra il pubblico per via di qualche veniale scemenza e qualche caduta di gusto qua e là, ma in fondo che si poteva fare di più? (o magari qualcosa di meno avrebbe aiutato).

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Attesa per l'uscita del pubblico della concomitante Zaide per un'occhiata al famoso Théâtre de l'Archevêché, sede storica del Festival. Molti gli applausi e nessun dissenso visibile nel pubblico. Avremo fatto la scelta sbagliata?

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domenica 6 luglio: passioni (per lo più inedite) dusapiniane 

Come in tutti i festival si tende a far tardi. Qui ad Aix specialmente, cominciando gli spettacoli quando fa notte. La partenza il giorno dopo è sempre piuttosto lenta. Il giorno si annuncia sotto il segno del compositore francese Pascal Dusapin, con la pomeridiana della sua ultima opera Passion ispirata (d)a Monteverdi.

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Il pubblico aspetta sotto sole che M.me la Ministre (della cultura probabilmente) arrivi al Théâtre Jeu de Paume nell'angusta Rue du Théâtre, bloccata al traffico per motivi di sicurezza (pare davvero di essere chez nous...). Si comincia comunque in tempo.

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Due personaggi (Lei e Lui) e gli altri, che osservano, commentano e ripetono le frasi spezzate e ripetute dei due protagonisti. Frammenti testuali di un discorso amoroso che è anche un combattimento. Monteverdi è una presenza invisible ma latente che rivela la sua presenza nelle schegge di testo (in italiano) assemblate dallo stesso Dusapin, nelle reminiscenze strumentali più che musicali, nell'essenzialità del discorso musicale. Musicalmente, Dusapin impone ai suoi cantanti una linea melodica di estrema semplicità e suggestione, che il piccolo complesso strumentale (il sempre impeccabile Ensemble Modern diretto da Franck Ollu) accompagna quasi come un basso continuo, che si trasforma incessantemente in continue evoluzioni timbriche. Con i suoi elaborati melismi la bionda sirena Barbara Hannigan incanta Georg Nigl e lo rifiuta, nella scena vuota firmata da Giuseppe Frigeni con pochi segni fortemente evocatori (l'acqua, una grande conchiglia, un albero/diapason). Il pubblico resta fino alla fine, qualcuno protesta (chissà perché), ma l'accoglienza è calorosa per tutti.

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La giornata dusapiniana non è finita: continua alle 22 con l'esecuzione dei quartetti per archi n.1, 3, 4 e 5, di nuovo all'Hôtel Maynier d’Oppède. Pochi (ma buoni?) gli spettatori.

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Malgrado siano stati composti nell'arco di oltre vent'anni, Dusapin esibisce una sostanziale fedeltà ad un linguaggio che è rimasto inalterato alla base e a partire dal quale sperimenta nuove soluzioni armoniche e ritmiche. L'esecuzione del Quartetto Diotima è quanto di meglio si possa sperare per restituire con la necessaria precisione e chiarezza le complesse strutture compositive. 

lunedì 7 luglio: splendori e miserie del Festival di Aix

Attività collaterale, ma non troppo, in mattinata: la bella mostra 60 ans, 60 photos al Pavillon Vendôme.

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60 foto che illustrano la storia del festival dal badacchino della piccola scena montata nella Cour de l'Archevêché fino alla Walküre del 2007 nel nuovissimo Grand-Théâtre de Provence. Come un bel film, la mostra ci racconta di un piccolo festival dalle grandi ambizioni, ci mostra i grandi che sono passati di qua, l'evoluzione dei gusti, la grande scoperta del barocco in anticipo sui tempi.

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Il cortile dell'antico arcivescovato di Aix, scelto come sede degli spettacoli nel 1948
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Die Entführung aus dem Serail (1962)
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Il festival si democratizza: il concerto di Ella Fitzgerald nella Place de Cardeurs (1975, altri tempi)

Ritiro "spirituale" necessario prima di affrontare la maratona della terza tappa dell'Anello del Nibelungo voluto da Stéphane Lissner, ai tempi della sua reggenza ad Aix. Dalla scorsa edizione l'Anello si è trasferito nel tecnologicamente più accogliente Grand-Théâtre de Provence, edificio firmato dall'architetto Vittorio Gregotti, in un nuovo quartiere continguo al nucleo antico della città di Aix. È un edificio piuttosto gradevole con i suoi colori mediterranei, le ampie terrazze da cui si godono dei begli scorci sulla città e la sua ampia sala molto funzionale (almeno dalla platea; molti spettatori nelle gallerie devono alzarsi in piedi per vedere la scena).

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Stéphane Braunschweig e Simon Rattle guidano un cast con poche ma significative modifiche rispetto alle tappe precedenti: tornano Willard White (Wotan), Dale Duesing (Alberich), Anna Larsson (Erda) e Burkhard Ulrich (Mime). Al debutto Ben Heppner come Siegfried (un vero debutto, nonostante il solido curriculum wagneriano) e Katarina Dalayman che sostituisce Eva Johansson, la Brünhilde (non memorabile) della Walküre. Tornano anche i Berliner Philharmoniker, senza alcun dubbio i più entusiasmanti della nutrita compagnia. Rattle continua a sorprendere per lo più on the downside. Ben Heppner ha un bell'inizio ma frana sul finale con seri problemi di emissione e di intonazione, quando Rattle mosso a pietà ce lo nasconde all'udito con uno dei finali più assordanti che ci sia mai capitato di ascoltare in quest'opera. Katarina Dalayman non si ricorderà per introspezione di canto (ma che poteva fare?). Invece Burkhard Ulrich si impone su tutti come uno dei Mime più interessanti e riusciti degli ultimi tempi (decisamente dispiace che sia lui a soccombere a Notung...). Nella regia Braunschweig non abbiamo visto lampi di genio, ma nemmeno cadute clamorose. Un po' dispiace che sia l'unico a venire redarguito da una parte del pubblico, che invece, inebriato dal tifone di decibel evocato da Rattle, si scatena in entusiasmi degni davvero di miglior causa.

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Appuntamento al 2009?

leggi i commenti
Ho seguito Siegfried del 4 luglio su Radio Classique e confermo l’impressione non entusiasmante. Heppner davvero in difficoltà, già dal secondo atto, Rattle con i Berliner sembra mia zia al volante di una Porsche... prima o poi si schianterà.
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