publicopera

impressioni, incazzature, notizie di un curioso di musica italiano in Germania (ma anche in altri posti)

A Cecilia, come Maria, caduta da cavallo

Vestita di rosso fuoco, imponente, entra la diva.

Immancabilmente preceduta da regolarissima strenna natalizia (di biennale frequenza, per chi ama la statistica) e, ma solo quest’anno, da un container di memorabilia dedicate alla sua nuova fiamma. E si scopre che la Maria Malibran è suo mito da sempre e che – ma la Malibran non era un soprano? – avevano suppergiù la stessa voce, almeno a suo dire. La accompagna la Scintilla di Zurigo, sua (della Cecilia non della Maria) città di elezione, con un programma di sublimi idiozie, che la sua voce rende accettabili, perfino credibili.

Curioso: la voce anziché ispessirci si è alleggerita che quasi non c'è. Quel che conoscevamo (e amavamo) come mezzosoprano rossiniano della migliore acqua, si è trasformato - o almeno vorrebbe - in soprano etereo dalle ali fragilissime che però si spinge troppo su, quasi non la vediamo (e sentiamo) più ed eccola, come Icaro, cadere nel nostro lago di lacrime. Nessuna speranza di ascoltarle un canto disteso, lirico (una corona, presto! una corona…). Lei è così: fiorisce persino sulla fioritura, sciorina le sue agilità barocche anche per gli jodel del paleoromaticismo alpestre di cui il programma è ricco. Come dire che c'è qualcuno che cavalca l'Ottocento guardando all’indrè. E a cavalcare così, si sa, si rischia di cadere e di rompersi l’osso del collo. Come la mitica Maria.

Successo trionfale e due bis: l'incontournable Rataplan scritto dalla Malibran sí misma e, di nuovo, il Rondó dell'Angelina. Ah! les beaux temps...


Sfolgorante esibizione di Cecilia Bartoli ieri sera all'Alte Oper di Francoforte

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