Delle grandi personalità colpisce soprattutto la semplicità con cui riescono ad esprimere concetti anche complessi. È l'impressione che ci ha fatto ieri sera all'Alte Oper Radu Lupu che era accompagnato dalla hr-Sinfonieorchester diretta dal suo nuovo direttore principale Paavo Järvi nel Concerto n.5 per pianoforte di Beethoven. La lettura visionaria e moderna è offerta al pubblico con la semplicità, appunto, dei grandi. Assorto, quasi ascetico, conquista e convince pienamente per la mancanza totale di retorica ed enfasi, per le sonorità trasparenti quasi astratte nell'intervento solistico che precede il finale dell'Allegro e nell'Adagio. Il Rondò è gioioso e autorevole.
Scarto temporale e culturale importante per la seconda parte del concerto che prevedeva la Sinfonia n. 7 "Leningrado" di Dimitri Shostakovic. Se un filo rosso esiste fra le due composizioni ci è sembrato di scorgerlo nell'interpretazione antiretorica ed asciutta del monumento sonoro che Shostakovic dedicò alla sua città assediata dai nazisti.
Assolutamente lontano dalla retorica della scuola sovietica, Järvi ci è sembrato molto attento ad esporre strutture e dinamiche musicali, a ricercare nei riferimenti culturali (si veda il doloroso, lento incedere dell'Adagio di sapore decisamente mahleriano), ad evidenziare la virtuosistica scrittura orchestrale del compositore russo. Splendida la prova dell'orchestra, tecnicamente ineccepibile e ammirevole nella ricchissima dinamica agogica imposta dal direttore. Abbiamo in particolare ammirato il travolgente il moto ascendente e l'impellente percussivo nell'Allegretto, il cesello dei legni negli incisivi soli del secondo movimento, e lo splendore degli ottoni nel trionfale finale.

Una volta tanto, una nota di demerito ad un pubblico particolarmente enfisemico e catarroso, che si scatenava in una vera e propria tempesta bronchiale alla fine di ogni movimento e che ha (giustamente) provocato un gesto di stizza in Järvi prima dell'attacco dell'Adagio della Leningrado. Riflessione profonda: se è tosse autentica, come fa un essere umano a resistere ai 20 minuti abbodanti del primo tempo del concerto beethoveniano e ai quasi 27 dell'Allegretto della Leningrado?