Cronache essenziali di quattro giorni (musicalmente) intensi passati nella capitale federale.
venerdì 29 giugno: Parsifal o del viaggiare nel tempo (ed anche, almeno un po', nello spazio)

Routine di lusso per questo Parsifal che arriva quasi alla fine della stagione della Staatsoper di Berlino. L’interesse rimane comunque alto per uno spettacolo che è in circolazione da un paio di anni e che vede poche modifiche rispetto alla compagnia della prima. Come alla prima, dirige Daniel Barenboim, mentre del quintetto dei protagonisti vocali si ritrovano Burkhard Fritz come Parsifal, Michaela Schuster come Kundry e René Pape come Guremanz.
Non cambia ovviamente lo spettacolo montato nel 2005 da Bernd Eichinger, più noto come produttore cinematografico di successo (Il profumo, La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler, Il senso di Smilla per la neve, Il nome della rosa, Christiane F. e giù fino al wendersiano Falso movimento). Criticatissimo al debutto di due anni fa, in realtà Eichinger mette assai poco di originale nella sua concezione scenica a parte coordinare i movimenti scenici, peraltro piuttosto scarsi. L’unico tocco personale, è una abbastanza inspiegabile cavalcata nel tempo nel corso dell’azione che però offre l’occasione per mostrare dei set cinematografici, fra l’ovvio e l’oscuro, complessivamente gradevoli all’occhio: la foresta vergine dell’inizio, esotismo arcaico alla Indiana Jones per riti celebrati da Amfortas, sensuali architetture orientaleggianti per la dimora di Klingsor, una lurida periferia di Manhattan per l’apertura del terzo atto e immagini cosmiche per la celebrazione del finale.
Sul palco, una compagnia entusiasmante anche nei ruoli minori. Dominava su tutti la stupenda prova di René Pape come Gurnemanz: basso dal timbro pieno e dal colore di ammirevole omogeneità in tutti i registri, nonché interprete di irresistibile fascino. Insolitamente sottotono Roman Trekel come Amfortas, grande attrice come sempre Michaela Schuster nei panni di Kundry, un po’ impacciato ma vocalmente ineccepibile il Parsifal di Burkhard Fritz, efficace anche se non memorabile il Klingsor di Christof Fischesser. Daniel Barenboim dirige con energia e convinzione la smagliante Staatskapelle Berlin e trasmette il suo grande entusiamo al pubblico che risponde con travolgente entusiasmo. Come fosse una prima.
domenica 1 luglio: Il paese del sorriso o “Dein ist mein ganzer Schmerz”

Fino a che punto ci si può spingere con l’operetta per restituire uno spessore che (probabilmente) non ha? Peter Konwitschny ci prova alla Komische Oper con Das Land des Lächelns (ossia Il paese del sorriso) di Franz Lehár. Sarà la nostra scarsa simpatia per le operette, ma ci sembra che il gioco non valga davvero la candela.


Konwitschny però ci crede e ci si mette di impegno a smontare un meccanismo che è fatto di una abbondante quantità di melassa, un pizzico di divertimento, una spolverata di esotismo (qui, piuttosto abbondante). Perché, particolarmente nella Prussia protestante, occorre soprattutto espiare e non si può concepire la leggerezza gratuita. Intendiamoci: fin dal libretto, che racconta abbondatemente delle simpatie di Adolf Hitler per Franz Lehár (pare ricambiate) e del contesto storico bellico attrono alla composizione del lavoro, materia per una lettura 'antioperettistica' sembrano esistere ed in abbondanza. Ma tutto ciò sembra interessare poco Konwitschny, che invece pare si concentri a smontare il giocattolo e a mostrarci le molle, le imbottiture posticce, la fragilità dei meccanismi che lo costituiscono. Salvo che, in questa opera di smontaggio, ci si accorge che non rimane davvero nulla e che il nobile tentativo di Kowitschny è destinato a tradursi in eccessi di fastidioso didascalismo (il balletto dei capi di stato/grandi dittatori di mille anni di storia euroasiatica, la Cina maoista dello zio di Sou-Chong), di politica a buon mercato (il protofemminismo d'accatto, il coro delle migranti profughe che accompagnano Lisa nel suo ritorno a Vienna), di perdita di senso oramai diventata di moda (il gratuito massacro finale dei protagonisti, che ricordava, tuttavia senza averne la stessa efficacia, il finale 'in minore' della mozartiana EntfĂĽhrung dell'Oper Frankfurt secondo Christof Loy di un paio di stagioni fa). Quel che lascia un vago senso di delusione, alla fine, è che non si può nemmeno dirne male, giacché il tutto rimane sostanzialmente estraneo al contesto, che, per il resto, continua ad essere fatto di scintillanti melodie, sentimentalismo ipertrofico, di scherzi come da copione.

I capi di stato: Adolf Hitler, Napoleon, Stalin, Bush, Bokassa, Cesare, Ivan il Terribile
Interpreti funzionali, buon coro e orchestra in gran forma, tutti valorizzati da un energetico Kirill Petrenko che non sembra curarsi troppo, dalla buca, di quel che avviene in scena e dirige con grande convinzione e con rigoroso rispetto (fin troppo) la partitura di Lehár, così come è scritta.
E chi si aspettava lo scandalo, o almeno una reazione forte da parte del pubblico era pure destinato ad rimanere deluso: oramai anestetizzato da una provocazione che è diventata stile, il pubblico applaude convinto, apprezzando le melodie immortali e divertendosi al grottesco balletto dei dittatori più celebri della storia dell’umanità.

