È fin troppo facile tornare sulla cattiva abitudine piuttosto diffusa nelle scene tedesche di imporre letture che poco hanno a che vedere con l'idea originaria. Intendiamoci: operazioni di questo tipo sono del tutto legittime nella misura in cui offrono interpretazioni nuove, prospettive inedite o aggiungono chiavi di lettura ad opere che soffocherebbero sotto il peso (e la noia) dell'abitudine. E del resto il pubblico è libero di sottrarsi a questo gioco quando lo ritenga oltraggioso.
Talvolta la libera interpretazione trascende e tradisce le intenzioni e fa perdere di senso allo stesso testo che intende rappresentare. È decisamente il caso della Tosca messa in scena allo Staatstheater Darmstadt da Philipp Kochheim, con ammirevole e coerente sprezzo del ridicolo.
Evidentemente poco convinti del risultato artistico, a Darmstadt provano a convincerci già nel foyer con la mostra documentaria Tosca. Ein Gewaltakt (Tosca. Un atto di violenza) che illustra le vicende che portarono al golpe militare in Cile nel 1973. Tosca, ovviamente, c'entra poco.

Ancor più irritante, comunque, ci è sembrata la mistificazione ideologica dei sopratitoli tedeschi di Christine Meißner, che censuravano dettagli fatalmente datati come i riferimenti alla prigione di Castel Sant'Angelo o la sconfitta del generale Melas a Marengo, trasformavano Palazzo Farnese nella Moneda, facevano esporre il cadavere di Angelotti allo stadio anziché appenderlo "alle forche" come voleva Scarpia, chiariva che il salvacondotto "onde fuggir dallo Stato con lui" era in effetti un passaporto per uscire dal Cile militarizzato, per tacere della (probabilmente inconsapevole) incongruenza della nella terza scena del terzo atto in cui, a dispetto della cecità inflittagli dai suoi torturatori nel secondo atto e del ridicolo, "Cavaradossi, alla vista di Tosca, balza in piedi sorpreso, legge il foglio che gli presenta Tosca"... Tutto ciò mentre sul palco la quasi intatta prosa di Illica e Giacosa crea un fastidioso senso di straniamento. Incuriositi, abbiamo atteso al varco la famosa "E avanti a lui tremava tutta Roma!" e non siamo rimasti delusi, giacché anche nel testo cantato la città eterna cedeva il passo a Santiago...
Pur non essendo Kochheim nuovo a questo tipo di operazioni (ricordiamo almeno le due Iphigénie gluckiane trasporte nel mondo immaginario di Star Wars, vista sempre a Darmstadt nella scorsa stagione), il suo gioco mostra un po' la corda e lo spettacolo, superata la curiosità iniziale, risulta abbastanza noioso e privo di ispirazione. Da citare almeno le scene iperrealistiche (da musical macabro) di Uta Fink, che asseconda con convinzione e corenza il progetto registico.

Atto I: lo studio del fotografo Cavaradossi (con ritratto del Che)

Te Deum nel palazzo della Moneda

Entr'acte: il sipario insanguinato

Atto III: El Estadio di Santiago
Speravamo che almeno sul piano musicale le cose funzionassero, ma lì le note erano ancora più dolenti. Terzetto di protagonisti del tutto inadeguati, cominciando dalla Tosca di Anja Vincken la cui voce non ha né lo spessore drammatico né lo slancio necessari a rendere almeno accettabile la sua prova. Non va meglio né con il vocalmente precario Cavaradossi di Zurab Zurabishvili,che almeno recupera sul finale (ma il suo E lucean le stelle passa nell'indifferenza del pubblico) né con le truculenze canore dell'inconsistente Scarpia di Riccardo Lombardi.
Dirigeva un'orchestra inizialmente un po' troppo distratta che migliorava verso il finale, un tutto sommato innocuo ma certamente non memorabile Martin Lukas Meister.
Informazioni e immagini della produzione di Darmstadt si trovano qui.