Dopo il debutto nel 2004 e la ripresa del 2005, l'Oper Frankfurt riprende l'opera rossiniana e (finalmente) trova una Cenerentola vera.
A parte la bravissima Anna Bonitatibus (che sostituì l'annunciata Daniela Barcellona nella rappresentazione di gala il 26 giugno 2004), sulla scena di Francoforte si erano succedute con esiti non del tutto convincenti la poco più che professionale Nidia Palacios, la scolastica Jenny Carlstedt e la disastrosa Julianne de Villiers. Per questa ripresa, protagonista è Daniela Pini, giovane mezzosoprano bolognese, che malgrado qualche impaccio iniziale, qualche veniale incertezza qua e là, ma la sua interpretazione cresce e nell'impeccabile rondò finale impone con autorevolezza uno stile impeccabile e pienamente convincente. La tecnica è impeccabile, la voce è bella anche se ancora esile, ma le premesse per diventare una rossiniana di rango ci sono.
Il resto del cast vocale è ampiamente rinnovato, anhe se Eric Roberts imperversa ancora come Magnifico. Anche se asciugato da qualche eccesso clownesco (gli anni passano per tutti...), Roberts coerentemente propone una interpretazione buffonesca più che buffa, vocalmente del tutto inadeguata: emissione discontinua, intonazione approssimativa, pronuncia improbabile (rovinoso il sillabato di "Sia qualunque delle figlie"), amnesie improvvise. Purtroppo Roberts è frutto dell'equivoco piuttosto diffuso da queste parti che vuole il buffo rossinano attore prima ancora che cantante, producendo spesso di questi equivoci. Decisamente migliori gli altri, anche se con smagliature varie. Buon tenore lirico, Gioacchino Lauro Li Vigni come Ramiro assolve dignitosamente l'ingrato compito anche se pecca un po' nello stile (la chiusa della scena "Sì ritrovarla io giuro" è sembrata piuttosto una cabaletta verdiana): i suoi acuti si vorrebbero più controllati, il timbro più omogeneo ed elegante, ma non si può chiedere a qualcuno di essere ciò che non è. Nathaniel Webster se la cava meglio come Dandini: asciutta l'interpretazione, buona l'agilità, facile l'acuto, Webster mostra solo qualche impaccio nel registro grave. Buone le prove di Florian Plock come Alidoro, e le sorellastre di Elin Rombo e Tina Hörhold.
La direzione di Johannes Debus ci è sembrata assai poco rossiniana nell'eccessiva precisione e nella scarsa morbidezza. Crescendo poco travolgenti, vagamente schematici, stacchi bruschi che, specialmente nel secondo atto, riescono a mettere in difficoltà l'orchestra, che complessivamente non ci è sembrata in grande serata, in particolare gli archi, spesso piuttosto imprecisi.
Una delle ragioni per rivedere questa Cenerentola rimane la messa in scena giocata nella chiave del sogno di Keith Warner, che dirige con fanciullesca leggerezza e ironia sottile. Bello il gioco illusionistico dele scene di Jason Southgate così come gli immaginifici costumi di Nicky Shaw.
Piccola notazione finale: perché non adottare l'edizione fiologica di Zedda in circolazione da più di trent'anni ormai e sostituire l'apocrifa "Il mondo è un gran teatro" con L'ormai popolare "Là del ciel nell' arcano profondo". Ma soprattutto, perché tagliare integralmente la scena nella cantina di Don Magnifico? Anche senza voler fare una battaglia di principio sulla legittimità dei tagli (benché poco giustificati in Cenerentola che non è opera di eccessiva lunghezza), rimane il sospetto che tale taglio corrisponda ad una necessità, vista l'insufficienza dell'interprete.