È sempre sorprendente constatare come certe personalità musicali riescano a cambiare la natura dello strumento attraverso il quale si esprimono ed a esaltarne le qualità.
È l’impressione che si aveva martedì scorso assistendo a Venezia all’ultima recita dell’Elektra ascoltando la prova direttoriale di Eliahu Inbal delle prese con l’orchestra del Teatro La Fenice. Raramente capace di prove che vadano molto al di là di una solida professionalità, come oltre vent’anni fa con Inbal l’orchestra del teatro veneziano trova una compattezza ed una maturità tecnica davvero degne dei complessi di più solida fama. La stessa bellezza che all’inizio degli anni Ottanta ci aveva fatto scoprire quel repertorio di primo Novecento che, come Beethoven, Inbal ama e propone incessantemente nei suoi programmi concertistici. Più che per la capacità analitica, il suo Strauss colpisce per l’estrema cura del dettaglio oltre che per l’inesorabile incedere che si fa appassionante nel finale tragico e terribile. Soggiogata dall’autorevolezza del suo gesto, preciso e secco, l’orchestra si produce in una prova del tutto convincente per la sontuosità del suono, sia nei fortissimi sia nei ceselli strumentali dei molti assoli della partitura straussiana.
E convince anche più di un cast poco più che corretto. Per l’ultima recita Gabriele Schnaut veniva sostituita da Brigitte Pinter, un’Elektra che prendeva corpo e sangue soltanto nel finale dopo un inizio piuttosto deludente (in particolare, il lungo monologo). Meglio la drammatica e precisissima Krysothemis di Elena Nebera, la più festeggiata dal pubblico, e la teatralissima Klytämnestra di Mette Ejsing. Sul fronte maschile, poco incisivo risultava l’Orest di Peter Edelmann, ed efficace Kurt Azesberger nel piccolo ruolo di Ägisth. Ottima l’iniziativa di recuperare il bell’allestimento del San Carlo con la regia di Klaus Michael Grüber, che ha il grande pregio di non aggiungere nulla ma di puntare alla tragica essenzialità della vicenda, e la ruvida scena di Anselm Kiefer (illuminata splendidamente da Vinicio Cheli), un grigio teatro di nudo cemento per la desolante rappresentazione di una umanità distrutta dall’odio.
Accoglienza trionfale per tutti gli interpreti alla fine dello spettacolo.