È finita con una bordata di fischi a regista, scenografo e costumista, responsabili degli spettacoli più brutti ed insensati delle recenti stagioni. Fischi che hanno smorzato il calore per cantanti e direttori accolti festosamente a spettacolo concluso.
Lo scarso entusiasmo per lo spettacolo si coglieva già all'intervallo ("noioso" era il commento più benevolo di fronte alla squallida ambientazione "moderna" in un anonimo capannone industriale), ma davanti all'insensata bruttezza di alcune scene nella seconda parte - la festa grottesca con odalische e "moulin rouge"-luminaria, duetto finale su un container pronto alla spedizione in nave container sullo sfondo di montagne innevate e cisterne Turmoil - è esploso il dissenso. Per tacere dei costumi da indiani nativi dei pastori catalani, che, se lo spettacolo avesse avuto un senso, potrebbero aver provocato accuse di razzismo. In evidente crisi di idee, Anselm Weber avrebbe fatto meglio ad affidarsi alla solida ancorché obsoleta drammaturgia del libretto di Rudolf Koch. Ci sono modi anche eleganti di prendere le distanze da un'opera che non piace: si può storicizzare, sottolinearne la distanza o l'artificiosità (qualcuno suggeriva saggiamente "perché non usare delle cartoline di montagna come scenografia"? che poi è un po' quello che suggeriva la bella foto di Rui Camilo usata nel poster della produzione). Si può, e non ci stancheremo di riperlo, anche dire di no e passare ad un collega. Se ne guadagnerebbe certamente in credibilità e un po' pure in moralità.
Weber ha anche reso cattivo servizio ai cantanti, in particolare a John Treleaven, a nostro avviso il meno dotato sul piano della resa teatrale. Abbandonandoli un po' a se stessi, gli interpreti hanno sfoderato una gestualitá assolutamente stereotipata e melodrammatica, che vista la materia, non era nemmeno fuori luogo, ma che faceva a pugni con lo spirito riformatore. Bravi comunque a tenere il timone soprattutto Michaela Schuster e Lucio Gallo, a loro agio e la cui classe li mette al riparo dal ridicolo.
Ci è piaciuto molto anche Sebastian Weigle: molto attento alle voci malgrado l'enfasi di alcuni passaggi orchestrali, asciutto, poco retorico. Lui sÃ, moderno. Decisamente il repertorio di inizio novecente sembra essergli congeniale, anche in un lavoro minore come questo. Puntuale il coro (in versione operaistica) e smagliante l'orchestra.
L'unica intuizione felice di Weber: l'assolo iniziale del clarinetto (della brava Martina Beck) in proscenio, davanti ad un sipario nero con una enorme luna piena. Una immagine felice, che faceva ben sperare...