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impressioni, incazzature, notizie di un curioso di musica italiano in Germania (ma anche in altri posti)

Orffeide

Dall'insediamento di John Dew al timone dello Staatstheater di Darmstadt un paio di sagioni fa, la programmazione segue una certa idea di serialità, un po' cinematografica o televisiva. In alcuni casi questa idea si traduce in accostamenti insoliti, in altri nella (ri)proposizione di minicicli operistici curati da un unico team creativo. Nella scorsa stagione toccò alle due Iphigénies gluckiane affidate al duo Kochheim-Gruber (che ne fecero una trasposizione ai tempi di Star Wars). In questa stagione, lo stesso Dew - coadiuvato dallo scenografo Heinz Balthes - si lancia nell'impresa di recuperare due opere difficili, l'Oedipus der Tyrann e l'Antigonae, scomparse da anni dalle scene tedesche e non (se mai si vi sono arrivate), di Carl Orff, compositore non conosciutissimo se si escludono uno o due lavori.

Le ragioni per un recupero a Darmstadt non mancano: assistente del Kappelmeister nell'Opera di corte del Granduca nel 1918, Orff mantenne un qualche legame con questo teatro, concedendogli se non delle creazioni, almeno delle riprese e qualche rifacimento (come la quinta versione delle musiche di scena per il Sogno di una notte di mezza estate). Inoltre, le due opere orffiane consentono di aggiungere due titoli alla indagine sulle radici classiche della cultura musicale europea, intrapresa da Dew fin dalla sua prima stagione a Darmstadt.

Motivazioni a parte, si poteva temere che data la difficoltà dell'impresa il pubblico non avrebbe risposto. Ebbene, siamo rimasti piacevolmente sopresi dal constatare, sabato sera alla terza replica, un grande interesse: già l'introduzione nel foyer era affollatissima, parecchi curiosi guardavano incuriositi l'insolita varietà di strumenti nella fossa e i posti liberi in sala erano davvero pochi.


l'affollatissima introduzione


strumenti insoliti 

Parte 1: Oedipus der Tyrann

Si comincia sabato con l'Edipo. Scena semplice: una grande parete incombente che chiude lo spazio della scena, una lastra tombale impenetrabile alla luce. Colori e forme rievocano mondi arcaici. È sotto questa parete/tomba che si svolge davati allo spettatore la tragedia di Edipo. La musica di Orff è aspra, asciutta, ascetica, percussiva, inesorabile. L'orchestrazione essenziale e il declamato dei cantanti amplifica la forza della parola. Il canto scarno e sacrale non concede nulla all'edonismo. Nessuna pausa interrompe l'inesorabile cammino verso la verità di Edipo.

Darmstadt riesce spesso a stupire per la qualità degli spettacoli che riesce a produrre. E questo è decisamente uno spettacolo rigoroso quanto riuscito. La lunga prepaprazione si intuisce dalla cura dei dettagli, dal fluire dell'azione, dall'identificazione dei bravi cantanti/attori nei rispettivi ruoli. Norbert Schmittberg è un Edipo di lacerante umanità, che trasforma i cedimenti della voce - che mostra impietosamente i segni della fatica nel finale - in espressione lancinante di grande impatto emotivo. Yamina Maamar è una Giocasta ieratica, il cui timbro oscuro è presago di tragedia. Perfetti anche l'austero Andreas Daum come Creonte, il sidereo Mark Adler come Tiresia, così come i numerosi comprimari fra cui si fa notare l'umanissimo Corifeo di Werner Volker Meyer. Diretta da Stefan Blunier, l'orchestra ha offerto una prova pienamente convincente, grazie alla precisione e alla plastica nitidezza degli interventi degli ottimi strumentisti.

Successo incondizionato con chiamate a Schmittberg e agli altri interpreti.

Coincidenze. Tornando a casa, ascoltiamo il quinto canale della filodiffusione: si canta (in italiano) di Edipo e Giocasta e Creonte e degli altri. Sembra un'opera italiana di inizio Novecento. Controllando nel palinsesto, scopriamo che si tratta dell'Edipo Re di Ruggero Leoncavallo composto su un libretto di Giovacchino Forzano. Facciamo appena in tempo ad apprezzare le mediterranee truculenze del finale grandguignolesco. Decisamente un altro gusto.

Parte 2: Antigonae

Domenica. Si riprende e si conclude con l'Antigone. Pubblico un po' più scarso, ma pur sempre numeroso. Impianto scenico molto simile all'Edipo: la parete obliqua di colonne rosse e oro, è ora una facciata classica sbrecciata (a Tebe si combatte). Filtra una luce cupa che è destinata a lasciare il passo alla tenebra. In sintonia con una musica che è più ricca e presente, Dew abbandona in parte la ieraticità dell'Edipo e "dà sangue" ai suoi attori. La temperie drammatica è decisamente più alta. Antigone è opera dai mezzi più tradizionali, e concede qualcosa a quell'edonismo operistico che nell'Edipo è manca totalmente. La qualità dell'orchestra di Darmstadt contribuisce in maniera decisiva.

Altro successo per tutti gli interpreti di questa Antigone, molti dei quali erano già nell'Edipo, come il Creonte di Andreas Daum, il Tiresia di Mark Adler e il Corifeo di Werner Volker Meyer. Anche stavolta abbiamo ammirato la classe di Katrin Gerstenberger, che regala una Antigone sobria ma di grande musicalità. Fra gli altri, ci ha colpito Dimitry Ivashchenko, imponente Messaggero. Una parola anche per il coro maschile (in formazione ridotta) dello Staatstheater che ha svolto con onore questa notevole prova di forza.

 

A margine. Leggendo il programma, si scopre che c'è dietro a questa rivisitazione del teatro di Orff c'è anche una ragione più pratica: Dew racconta che negli anni '70 a Osnabrück comprò un cofanetto dell'Oedipus che gli costò 75 marchi (quasi il 17% del suo stipendio lordo di allora). Banale questioni di ammortamento?

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