publicopera

impressioni, incazzature, notizie di un curioso di musica italiano in Germania (ma anche in altri posti)

Tanti effetti

Dopo Aix e Bayreuth, l'ultima tappa dell'estate musicale del 2008 è in Italia per il Rossini Opera Festival. Un bel modo di trascorrre una delle estati più piovose che si siano viste in centro Europa negli ultimi anni. Tra poco riaprono i teatri e si ricomincia con le stagioni normali.

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Prima tappa: un profeta affondato nella polvere 

Un po' la distanza dalla città, un po' il tempo da lupi, un po' il pubblico abbastanza dimesso non creano un clima di festa che ci si aspetterebbe e la serata all'Adriatic Arena si presenta un po' dimessa. Malgrado gli sforzi per rendere accettabile e gradevole l'ambiente, l'edificio rimane un palasport e per di più enorme. Comunque la grande cassa in legno costruita per correggere l'acustica funziona perfettamente. Per finire ci si mette il rumore della pioggia (e qualche goccia che filtra nella sala) a disturbare la prima parte dello spettacolone di gusto archeologico messo in piedi da Michael Hampe per il Maometto Secondo. Non c'è niente nello spettacolo che non sia convenzionale: le scene e i costumi da figurina Liebig di Alberto Andreis e Chiara Donato, una gestualità enfatica e banale che sembra la caricatura di un'opera, un vago senso di noia e prevedibilità.
Se non fosse per lo straordinario senso del teatro che Rossini trasmette malgrado tutto, ci sarebbe da addormentarsi, anche perché nemmeno il cast aiuta troppo.
Dei protagonisti, solo il Calbo di Daniela Barcellona entusiasma davvero, mentre - tolto l'onorevole Paolo Erisso di Francesco Meli al quale però Rossini non concede nemmeno una scena tutta per sè - gli altri sono o scolastici come l'Anna di Marina Rebeka (che ha ancora spalle troppo piccolo per reggere credibilmente nel lungo finale), o oramai consunti come il pallido Maometto di Michele Pertusi ombra di se stesso.
Ottima impressione invece la lascia l'Orchestra Haydn di Bolzano e Trento diretta dal poco più che corretto Gustav Kuhn.

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Intanto nell'altro spazio, vuota, riposa la scena dell'opera che vedremo domani: Ermione. 

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Seconda tappa: reali efferatezze

Molto più convincente l'Ermione vista l'indomani nell'altra "sala" simmetrica ricavata nello stesso catino dell'Adriatic Arena. Tornato il sereno, torna anche il pubblico ed il clima è un po' più festoso (aiuta in qualche occasione per creare la giusta tensione prima cheil sipario si alzi). Lo spettacolo di Daniele Abbado è asciutto e non banale, anche se scivola su qualche eccesso francamente gratuito che un po' sporca l'apprezzabile rigore e la tensione che riesce a costruire. Quei due tipi leather al guinzaglio, strizzata d'occhio all'estetica sadomaso, e quel cadavere di Pirro oscenamente esibito nel finale ci azzeccano poco col resto e distraggono dalla grandezza del finale prima e l'allucinata tensione della grande scena di follia di Ermione.

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Il cast è complessivamente migliore del Maometto, ma anche in questo caso lontano dall'essere ideale. Sonia Ganassi è l'impegnata protagonista, anche se non siamo certi che la sua voce calzi a pennello al ruolo né che il suo progessivo abbandono dei ruoli di mezzosoprano sia un buon affare. Bisogna però riconoscerle una maturazione che comunque le permette di affrontare un ruolo molto complesso e di riuscire convincente o comunque accettabile. Chi invece convince molto meno è il Pirro di Gregory Kunde non tanto per le sue qualità drammatiche (che sono fuori discussione) ma qui si tratta di cantare e oramai i suoi mezzi sembrano irrimediabilemte compormessi: a Kunde resta qualche bell'acuto a nascondere un centro opaco e privo di profondità, una regione grave inesistente e colorature molto approssimative. Smagliante invece l'altro tenore, Antonino Siracusa, un Oreste sicuro e con totale dominio delle asperità del ruolo. Marianna Pizzolato convince più nel primo atto che nel secondo, nel quale la sua presenzasi percepisce appena. Fra i comprimari (di lusso) si distingono Nicola Ulivieri e Riccardo Botta, mentre il Pilade di Ferdinand von Bothmer è spesso impreciso e non particolarmente gradevole. L'orchestra del Teatro Comunale di Bologna svolge diligentemente il suo compito sotto la guida sicura di Roberto Abbado, che è passabile nel primo atto ma si riscalda nel secondo e specie nelle due grandi scene di Ermione nel finale.

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Al di là di qualche limite esecutivo - Ermione è comunque un'opera di complessità estrema - questa produzione ci sembra restituisca la grandezza di quest'opera e sia più riuscita della precedente. C'è davvero di augurarsi che il ROF riesca nell'impresa di farla diventare merce più comune nelle scene d'opera non festivaliere.

Terza tappa: bollicine

Per l'ultima opera ci si sposta nell'ottocentesco Teatro Rossini, (finalmente un teatro vero!) all'ingresso del piccolo ma apprezzabile centro storico di Pesaro.
Va in scena la ripresa dopo sei anni de L'equivoco stravagante nella regia di Emilio Sagi.

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L'opera non è davvero un capolavoro soprattutto per il suo libretto banalotto e con parecchie cadute di stile. Gli ingredienti del Rossini più maturo ci son già tutti e comunque l'operina è accattivante.
Sagi ci mette molto spirito e un ottimo senso del ritmo nel suo spettacolo che magari scivola talora sul piano del gusto ma raramente annoia. Divertente è anche il décor anni '70 di Francesco Guadagnini e i bei costumi di Pepa Ojanguren.
Moltissimo fanno gli assortiti ed impegnati interpreti. Il fittavolo arricchito Gamberotto è un egocentrico imprenditore import/export di verdure (ma potrebbe anche essere un mobiliere della provincia pesarese) è affidato al navigatissimo Bruno De Simone, mentre l'abbruttito e svagato Buralicchio è un perfetto (anche nel fisico) Marco Vinco. La figlia griffata Ernestina è Marina Prudenskaja che si nota poco nelle scene corali ma sfoggia autorità da autentica primadonna nella scena del sottofinale. Meno convincente è sembrato Dmitry Korchak come Ermanno, per l'emissione spesso forzata e le non immacolate colorature. Buona invece la coppia di caratteristi Amanda Forsithe e Ricardo Mirabelli.
Umberto Benedetti Michelangeli fa spesso fatica a tenere insieme tutti forse per la preferenza a tempi decisamente spediti. E meno brillante è sembrata l'Orchestra Haydn di Bolzano e Trento rispetto al Maometto.

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Tappe future

Il festival continua fino al 23 agosto ma il programma del 2009 è già stati annunciato. Aprirà una nuova edizione della Zelmira il 7 agosto con il debutto di Juan Diego Florez e la regia di Giorgio Barberio Corsetti. In concomitanza con l'ultima edizione critica curata dalla Fondazione Rossini andrà in scena per la prima volta al ROF il Sigismondo con la regia di Damiano Michieletto. Entrambi gli spettacoli saranno montati nell'Adriatic Arena. Invece, al Teatro Rossini andranno in scena la ripresa del Comte Ory firmato da Lluis Pasqual, un Tancredi in forma di concerto e l'oramai tradizionale Viaggio a Reims dell'Accademia Rossiniana in una messa in scena firmata da Emilio Sagi.

A casa Rossini

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Non c'è molto da fare a Pesaro, soprattutto quando il tempo è incerto. Una visita alla casa natale di Gioachino Rossini però è d'obbligo. Il piccolo museo non è di quelli che cambia la vita, ma è comunque un piccolo viaggio nelle memorie operistiche di primo ottocento da una prospettiva domestica. Si vedono una raccolta di stampe con le celebrità dell'epoca, una galleria di ritratti di Rossini (e tra questi, il disegno di Doré di Rossini sul letto di morte), una collezione di caricature nella cucina della casa e la spinetta di fabbricazione veneziana su cui Rossini studiò da ragazzo e alcuni (pochissimi) autografi.

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Pélerinage

Sta diventando un'abitudine quella del pellegrinaggio estivo a Bayreuth, quest'anno limitata al solo spettacolo novità: il Parsifal di Stefan Herheim. Sì perché da qualche anno Wagner pare sia poco più di un prestesto: protagonisti assoluti sono i registi. L'abbiamo visto su un po' meno di copertine di Katharina nel 2007, ma anche lui non scherza. E comunque Katharina con le sue trovate mediatiche (la nuova collana musicale per bimbi della Deutsche Grammophone, la propiezione su maxischermo dei suoi vituperati Meistersinger, la diffusione internet dello spettacolo) continua a tener banco in giornali e riviste anche quest'anno. Inutile dire che fra qualche mese, a meno di sorprese dell'ultimo minuto, si sceglierà chi guiderà il Festival dal prossimo anno.

Qualche impressione al volo raccolte nel lunghissimo pomeriggio parsifaliano di ieri.

Anteprima: Una fabbrica (solo) di sogni? 

Non l'avevamo mai notato ma il Festspielhaus sembra una fabbrica. Ha tutti gli elementi dell'architettura industriale della seconda metà dell'Ottocento. Un po' come la Gebrüder-Meisel Brauerei che sorge sull'altra collina, quella rossa, e che è stata costruita grossomodo negli stessi anni. Il Festspielhaus ha soltanto qualche elemento classicheggiante in più e qualche cinimiera in meno (ma la quantità di birra che vi circola è più o meno la stessa).

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Primo intervallo: nero bayreuthiano

Il nero va molto nei teatri tedeschi, ma specialmente qui a Bayreuth (è elegante, sfina, ecc.). Per i signori uomini pare sia di rigore, anche per i più informali (si tollerano sneakers, sandali, t-shirt e camice a manica corta purché di quel colore). Le donne ed i giornalisti si concedono qualche libertà: un giornalista americano sfidava la regola con il suo completo di lino bianco.

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Secondo intervallo: souvenir de Bayreuth

Ripensando al salisburghese Mozartwürst del duecentocinquantenario, tutto sommato a Bayreuth ci si modera. Anzi, sul marciapiede di fronte, la piccola costruzione ad un piano ospita un ufficio postale autorizzato a rilasciare annulli festivalieri, un negozio di cartoline che facilitano l'annullo e un piccolo discaio/libraio dedicato completamente al culto locale, ma che vanta anche delle piccole chicche. Per la prima volta ci abbiamo visto delle t-shirt (nere!) con citazioni del Maestro. Le cartoline comunque sembrano ancora in testa alle preferenze dei parsimonosi consumatori festivalieri.

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Epilogo: nel tempio

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Sembra una cafonata, ma il cuscino, almeno per la schiena, è un vero e proprio must. Soprattutto quando a dirigere il Parsifal chiamano Daniele Gatti: ci ha messo tutto l'impegno, ma è rimasto sotto di quasi 20' minuti al suo benchmark dichiarato, ossia Arturo Toscanini. Alla seconda recita pare abbia recuperato qualcosa, ma deve impegnarsi di più, se la Sacra Famiglia gli offrirà una seconda chance. Eventualità che una agguerrita ed aggressiva minoranza non auspica, a giudicare dai buh che gli ha riservato alla fine. Nessun altro si è meritato le contestazioni del pubblico, nemmeno Herheim che, incredibilmente, si salva benché non si possa davvero dire che abbia accontentato i palati più tradizionali. Nemmeno gli stendardi e le divise naziste che compaiono in scena alla fine del secondo atto hanno provocato reazioni visibili. Una teoria vuole che in realtà Herheim con la complicità delle mobilissime scene e degli specchi di Heike Scheele nonché delle luci psichedeliche di Ulrich Niepel abbia deliberatamente voluto stordire il pubblico per assogettarne la volontà. Più di uno spettatore del resto pare abbia affermato di aver gradito e molto lo spettacolo, ma di non aver capito si trattasse di Parsifal

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Il coro del Festival, festeggiatissimo dal pubblico

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Il Maestro Gatti davanti al pubblico.

Monaco 850

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La cucina musicale di Monaco sforna normalmente piatti particolarmente prelibati. Figuriamoci quando si tratta di celebrare un compleanno importante: 850 anni. Difficile seguire tutte le iniziative in programma, culminate con la riapertura del Cuvilliés-Theater con il mozartiano Idomeneo lo scorso giugno (impossibile trovare un biglietto nonstante i prezzi non troppo democratici: 450 euro a poltrona!).

L'occasione per una visita alla capitale bavarese lo scorso weekend è la festa di compleanno organizzata il 12 luglio dai Münchner Philharmoniker (e i due biglietti vinti per quel concerto alla lotteria).

Antipasto freddo: il Cuvilliés-Theater

Avendo mancato l'Idomeneo del cinquantenario allestito lo scorso giugno in occasione della riapertura a cinquant'anni dalla ricostruzione nel secondo dopoguerra, almeno una visita al Cuvilliés è d'obbligo. Quasi cinque anni di restauri, una spesa complessiva di 25 milioni di euro (secondo la stampa locale) interamente sostenuta dal Ministero delle Finanze bavarese, proprietario della teatro che sorge nel complesso della Residenz, per tirare a lucido la sala rococó e restituirla al pubblico per i prossimi cinquant'anni.
Coperto il cortile con una struttura di vetro e acciaio, completamente rinnovata la scena (purtroppo non visibile durante le visite), sostituite le poltroncine salvaguardandone lo stile rococó, una bella lucidatura alle sontuose decorazioni della sala.

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Tutto ciò mentre nella lontanissima capitale federale il dibattito fra conservatori e demolitori della sala della Staatsoper Unter den Linden è accesissimo. Ma si sa: la Baviera tende alla conservazione. Ed è visitatissima dai turisti.

Primo di classe: Beethoven, Thielemann e i Philharmoniker

Il concerto dei Münchner Philharmoniker è nella Philharmonie, un bellissimo auditorium completamente in legno nel complesso culturale Gasteig, che sorge a poche centinaia di metri dall'Isar.

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Dopo il discorso di rito da parte di una non meglio identificata autorità locale, inizia il concerto che ha in programma la sola sinfonia n.9 di Ludwig van Beethoven, quest'anno più popolare che mai nella sua patria. Sul podio il direttore musicale dell'orchestra Christian Thielemann, che finalmente riusciamo ad ascoltare dal vivo. Spesso descritto come continuatore ideale di una tradizione musicale e progenie direttoriale che si credeva esitanta con Karajan, in effetti Thielemann privelegia i tempi distesi e l'andamento solenne (è il caso dell'Adagio molto e cantabile del terzo movimento). Come Karajan, Thielemann cura la bellezza del suono e la predilezione per gli indugi romantici (a tratti, questo suo Beethoven fa pensare a Strauss!).

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Carismatico come i grandi direttori, Thielemann entusiasma il pubblico con l'incalzante e solenne finale, assecondato dall'ottima performance di orchestra e coro, mentre i solisti apparivano un po' sottotono.

Secondo piccante: Eugenio nel Wisconsin

Luglio a Monaco è anche e soprattutto il Münchner Opernfestspiele, un'incredibile vetrina di star che danno prestigio all'ultimo mese di programmazione dell'iperproduttiva Opera di Stato della Baviera.

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Al Nationaltheater domenica 13 luglio torna in scena l'Onegin, la prima delle prime della stagione corrente. Il cast è lo stesso del debutto dello scorso novembre con la sola eccezione di Lenskij interpretato dal rumeno Marius Brenciu al posto di Christoph Strehl. Dirige Kent Nagano.

La stampa ha scritto molto dello spettacolo di Krzysztof Warlikowski che propone (impone?) una interpretazione non proprio sfumata della figura di Onegin e del suo legame chiaramente omosessuale con Lenskij. A parte l'ambientazione USA anni '60 della prima parte, è soprattutto la seconda parte che esplicita il tema: già durante l'intervallo cowboys a torso nudo passeggiano sul palco aspettando che il pubblico riprenda posto. Sono gli stessi cowboys (in versione drag queen per il ballo chez les Gremins) a dare corpo alle ossessioni erotiche di Onegin. Non del tutto fuori tema, la regia di Warlikowski sembra piuttosto soffrire della tipica "monodimensionalità" del teatro di regia. Bisogna ammettere però che la netta separazione fra la prima (fino alla prima scena del terzo atto) e la seconda parte - cioè come la vede Tatjana e come la pensa Onegin - risolve alcuni dei nodi drammaturgici irrisolti dell'opera di Ciaikowskij.

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Le tentazioni di San Pëtr: Leningrad cow/boys

Musicalmente buono anche se non eccezionale, come forse ci si poteva aspettare. Michael Volle come Onegin entusiasma meno che nelle sue prove wagneriane, soprattutto per una certa genericità di fraseggio ma si conferma ottimo attore. Tatiana Monogarova come Tat'jana è un po' monocorde. Marius Brenciu, a parte qualche difetto di intonazione qua e là, è un buon Lenskij, forse un po' trattenuto, probabilmente per essere dovuto entrare rapidamente in una produzione non facilissima. Bene i numerosi comprimari, fra cui il basso Günther Groissböck veniva salutato da vere e proprie ovazioni per il suo cameo di Gremin (o piuttosto per la sua apparizione nei panni di Zareckij?). Poco da segnalare sulla direzione di Kent Nagano: molto attenta all'equilibrio con la scena, corretta, poco appassionata e/o appassionante. Ottimi come da attese l'Orchestra dell'Opera di Stato bavarese ed il coro preparato da Andrés Máspero.

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Accoglienza calorosa del pubblico alla fine della prima parte, ma anche della seconda.

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L'Opera di Stato si democratizza (o approfitta semplicemente della concomitante Christopher-Street parade?) e con Oper für alle offre gratuitamente lo spettacolo su maxischermo nella Max-Joseph-Platz, proprio ai piedi della scalinata dei Nationaltheater. Purtroppo la pioggia incessante rovina la festa.

To fly or to «brundlefly»?

Cronaca di The Fly di Howard Shore dal nostro corrispondente parigino.

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To fly or to «brundlefly»? 

Adaptation par son réalisateur – David Cronenbergd’un film culte du cinéma fantastique, commanditée et dirigée par une légende vivante de l’art lyrique, –Placido Domingo–, « the Fly » avait ce qu’il fallait pour attirer au Châtelet un nouveau public, plus jeune et moins attaché à la tradition, selon les vœux de Jean-Luc Choplin, son directeur général. Les intentions des principaux protagonistes étaient aussi les meilleures. Dans un dossier consacré à l’œuvre par « Opéra Magazine » dans son numéro de juin 2008, Placido Domingo déclare à propos d’Howard Shore dont c’est le premier opéra : « après avoir écouté les bandes-son de Lord of the Rings et The Fly, j’ai su d’emblée qu’il était fait pour composer un opéra » et ce dernier fait chorus avec David Cronenberg selon qui le film avait « quelque chose de théâtral dans sa structure : trois personnages principaux dans un décor unique, poussés à des émotions extrêmes ». Et de poursuivre : « Je ne voulais surtout pas réaliser un remake du film, en me contentant de le transposer paresseusement à la scène ».

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De fait, le réalisateur et le compositeur ont fait appel à David Henry Hwang pour écrire un livret nouveau, la musique, elle aussi est nouvelle, n’utilisant que très peu de citations de la bande-son et la mise en scène –pour une fois !– ne recourt pas à des projections vidéo. Est-ce à dire que, pour reprendre la question très justement posée par Pierre Cadars dans le même dossier, on assiste à une « simple téléportation ou (à une) fusion d’un nouveau type » (entre cinéma et opéra, de même qu’entre Seth Brundle et la mouche, donnant ainsi naissance au néologisme créé par le héros : « Brundlefly ») ? Peine perdue. A l’audition, il faut bien se rendre à l’évidence : « The Fly » does not fly et le spectateur s’ennuie plus d’une fois. Comment rendre compte de ce que l’on peut considérer comme un échec ?

thefly_chatelet03_476Sans doute est-ce que, dans l’univers musical comme dans l’univers sociétal, la consanguinité nuit. De fait, la familiarité n’est pas celle que l’on s’attendrait à trouver et on ne la trouve pas là où l’on voudrait. Le livret «nouveau » colle au script, ce qui donne un texte très bavard. La mise en scène et les costumes –ces derniers de la sœur du metteur en scène !– effectuent certes une transposition des années 1950 aux années 1980, mais il s’agit d’un clin d’œil au  film de Kurt Neumann sorti en 1958, déjà inspiré du roman de George Langelaan. Enfin, conséquence sans doute du manque de familiarité du compositeur avec le genre opératique ou la partition ne s’accorde pas à un univers où le langage musical doit suffire à caractériser les personnages et leurs émotions. La musique s’étire pendant plus de deux heures en longues nappes sonores, n’atteignant quelque intensité que dans le deuxième acte, tandis que dans la fosse, Placido Domingo semble s’efforcer, à force de décibels, de donner du tonus à une partition assez anémique et que sur le plateau le chant reste le plus souvent plat. Seuls les affects les plus élémentaires nous sont communiqués : brutalité de Seth lorsque sa transformation en mouche s’amorce, répugnance de Veronica devant cette transformation, concupiscence et volonté de domination de Stathis Borans, le rédacteur en chef de Veronica, vis-à-vis de celle-ci. Encore cette communication s’effectue-t-elle davantage par le truchement de la direction d’acteurs de David Cronenberg que par celle du matériau musical. L’approche réductrice du compositeur s’oppose à une véritable progression de l’action et le personnage qui en souffre le plus est celui de Veronica. Dans le film, on la voit évoluer d’une logique de calcul – celle d’un reporter à l’affût du scoop– à une admiration teintée de tendresse devant le génie et la vulnérabilité de Seth, puis à la passion amoureuse et enfin à la compassion. Dans l’opéra, elle apparaît comme le jouet des événements. En outre, Ruxandra Donose a une voix légèrement voilée, à la différence de Daniel Okulitch en Seth Brundle et de Daniel Curry en Stathis Borans qui bénéficient, surtout le premier, d’un timbre clair.

Le décor unique mais évolutif de Dante Feretti est bien planté : le loft de Seth est encadré par les deux « pods » entre lesquels  les téléportations s’effectuent ; le bureau de Stathis occupe le côté cour ; le loft se transforme en bar lors de la scène où Seth va défaire Marky lors d’une partie de bras de fer et ainsi « gagner » sa partenaire Tawny. Confiés à  Stephan Dupuis, les maquillages –transformation de Seth– sont très réussis et les effets spéciaux –la mouche escaladant les praticables– spectaculaires. L’orchestre Philharmonique de Radio France tire son épingle du jeu. Tout cela ne suffit pas à faire de cette création mondiale un spectacle mémorable. (cp)

Un minidocumentario delle prove e della conferenza stampa di David Cronenberg.

A Aix

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Non ha la produttività industriale del Festival di Salisburgo né il suo efficientismo teutonico. Il Festival di Aix come la città che lo ospita vive dei ritmi pigri del paesaggio mediterraneo e di un certo snobismo francese. L'organizzazione non è impeccabile, le informazioni sono fitrate (o almeno questa è l'impressione) e se conosci qualcuno che può darti una dritta è meglio. Il paesaggio è incantevole, la cornice di molti eventi è preziosa e la prossimità agli artisti è qualcosa che aggiunge calore ed umanità agli eventi.

Piccola cronaca essenziale di tre giorni di festival.

sabato 5 luglio: Mozart o Haydn?

Ufficialmente i biglietti per tutte le opere in programma nella serata sono esauriti. Non è chiarissimo però se la risposta è definitiva o se si può trattare, se ci si può mettere d'accordo o se il verdetto è definitivo. Non lo è e, grazie ad una gestione flessibile di rinuncie e cambi di programma, si riesce a trovare sempre qualcosa. Incertezza fra la mozartiana Zaide messa in scena dall'oramai anemico Peter Sellars (avrà ancora qualcosa di dire?) e L'infedeltà delusa con una compagnia di giovani guidati dal giovane direttore in ascesa Jérémie Rohrer è risolta pragmaticamente leggendo le critiche feroci che hanno massacrato il Singspiel mozartiano: vince Haydn sulla fiducia.

Il minuscolo spettacolo messo in piedi dell'Académie européenne de Musique prende vita sulla piccola scena incorniciata fra un grande platano ed un cipresso, montata nell'incantevole cortile dell'Hôtel Maynier d’Oppède. Opera molto di genere, senza dubbio le giova la cornice estiva e la freschezza dell'assortita compagnia. Colpiscono soprattutto la sicura professionalità di Claire Debono nei panni di Vespina (che per l'amore per il travestimento ricorda molto da vicino la quasi omonima Despina, ma con qualche dose di cinismo in meno) e il piglio brillante e preciso del giovane direttore. Ottima anche la 'sua' orchestra, Le Cercle de L'Harmonie. Spettacolino bistrattato da più d'uno fra il pubblico per via di qualche veniale scemenza e qualche caduta di gusto qua e là, ma in fondo che si poteva fare di più? (o magari qualcosa di meno avrebbe aiutato).

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Attesa per l'uscita del pubblico della concomitante Zaide per un'occhiata al famoso Théâtre de l'Archevêché, sede storica del Festival. Molti gli applausi e nessun dissenso visibile nel pubblico. Avremo fatto la scelta sbagliata?

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domenica 6 luglio: passioni (per lo più inedite) dusapiniane 

Come in tutti i festival si tende a far tardi. Qui ad Aix specialmente, cominciando gli spettacoli quando fa notte. La partenza il giorno dopo è sempre piuttosto lenta. Il giorno si annuncia sotto il segno del compositore francese Pascal Dusapin, con la pomeridiana della sua ultima opera Passion ispirata (d)a Monteverdi.

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Il pubblico aspetta sotto sole che M.me la Ministre (della cultura probabilmente) arrivi al Théâtre Jeu de Paume nell'angusta Rue du Théâtre, bloccata al traffico per motivi di sicurezza (pare davvero di essere chez nous...). Si comincia comunque in tempo.

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Due personaggi (Lei e Lui) e gli altri, che osservano, commentano e ripetono le frasi spezzate e ripetute dei due protagonisti. Frammenti testuali di un discorso amoroso che è anche un combattimento. Monteverdi è una presenza invisible ma latente che rivela la sua presenza nelle schegge di testo (in italiano) assemblate dallo stesso Dusapin, nelle reminiscenze strumentali più che musicali, nell'essenzialità del discorso musicale. Musicalmente, Dusapin impone ai suoi cantanti una linea melodica di estrema semplicità e suggestione, che il piccolo complesso strumentale (il sempre impeccabile Ensemble Modern diretto da Franck Ollu) accompagna quasi come un basso continuo, che si trasforma incessantemente in continue evoluzioni timbriche. Con i suoi elaborati melismi la bionda sirena Barbara Hannigan incanta Georg Nigl e lo rifiuta, nella scena vuota firmata da Giuseppe Frigeni con pochi segni fortemente evocatori (l'acqua, una grande conchiglia, un albero/diapason). Il pubblico resta fino alla fine, qualcuno protesta (chissà perché), ma l'accoglienza è calorosa per tutti.

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La giornata dusapiniana non è finita: continua alle 22 con l'esecuzione dei quartetti per archi n.1, 3, 4 e 5, di nuovo all'Hôtel Maynier d’Oppède. Pochi (ma buoni?) gli spettatori.

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Malgrado siano stati composti nell'arco di oltre vent'anni, Dusapin esibisce una sostanziale fedeltà ad un linguaggio che è rimasto inalterato alla base e a partire dal quale sperimenta nuove soluzioni armoniche e ritmiche. L'esecuzione del Quartetto Diotima è quanto di meglio si possa sperare per restituire con la necessaria precisione e chiarezza le complesse strutture compositive. 

lunedì 7 luglio: splendori e miserie del Festival di Aix

Attività collaterale, ma non troppo, in mattinata: la bella mostra 60 ans, 60 photos al Pavillon Vendôme.

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60 foto che illustrano la storia del festival dal badacchino della piccola scena montata nella Cour de l'Archevêché fino alla Walküre del 2007 nel nuovissimo Grand-Théâtre de Provence. Come un bel film, la mostra ci racconta di un piccolo festival dalle grandi ambizioni, ci mostra i grandi che sono passati di qua, l'evoluzione dei gusti, la grande scoperta del barocco in anticipo sui tempi.

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Il cortile dell'antico arcivescovato di Aix, scelto come sede degli spettacoli nel 1948
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Die Entführung aus dem Serail (1962)
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Il festival si democratizza: il concerto di Ella Fitzgerald nella Place de Cardeurs (1975, altri tempi)

Ritiro "spirituale" necessario prima di affrontare la maratona della terza tappa dell'Anello del Nibelungo voluto da Stéphane Lissner, ai tempi della sua reggenza ad Aix. Dalla scorsa edizione l'Anello si è trasferito nel tecnologicamente più accogliente Grand-Théâtre de Provence, edificio firmato dall'architetto Vittorio Gregotti, in un nuovo quartiere continguo al nucleo antico della città di Aix. È un edificio piuttosto gradevole con i suoi colori mediterranei, le ampie terrazze da cui si godono dei begli scorci sulla città e la sua ampia sala molto funzionale (almeno dalla platea; molti spettatori nelle gallerie devono alzarsi in piedi per vedere la scena).

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Stéphane Braunschweig e Simon Rattle guidano un cast con poche ma significative modifiche rispetto alle tappe precedenti: tornano Willard White (Wotan), Dale Duesing (Alberich), Anna Larsson (Erda) e Burkhard Ulrich (Mime). Al debutto Ben Heppner come Siegfried (un vero debutto, nonostante il solido curriculum wagneriano) e Katarina Dalayman che sostituisce Eva Johansson, la Brünhilde (non memorabile) della Walküre. Tornano anche i Berliner Philharmoniker, senza alcun dubbio i più entusiasmanti della nutrita compagnia. Rattle continua a sorprendere per lo più on the downside. Ben Heppner ha un bell'inizio ma frana sul finale con seri problemi di emissione e di intonazione, quando Rattle mosso a pietà ce lo nasconde all'udito con uno dei finali più assordanti che ci sia mai capitato di ascoltare in quest'opera. Katarina Dalayman non si ricorderà per introspezione di canto (ma che poteva fare?). Invece Burkhard Ulrich si impone su tutti come uno dei Mime più interessanti e riusciti degli ultimi tempi (decisamente dispiace che sia lui a soccombere a Notung...). Nella regia Braunschweig non abbiamo visto lampi di genio, ma nemmeno cadute clamorose. Un po' dispiace che sia l'unico a venire redarguito da una parte del pubblico, che invece, inebriato dal tifone di decibel evocato da Rattle, si scatena in entusiasmi degni davvero di miglior causa.

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Appuntamento al 2009?

Eduardo a Dresda

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Eduardo arriva a Dresda, o meglio ci arriva la sua Grande magia.
Arriva in uno dei templi della lirica, la Semperoper, grazie al lavoro del compostore Manfred Trojahn e del librettista Christian Fuchs. Opera spesso definita minore nella produzione di Eduardo ma già oggetto dell'interesse di un grande come Giorgio Strehler che sceglie questa proprio questa commedia per il suo unico spettacolo (memorabile) tratto da Eduardo.

Qualcosa si ritrovava dello spettacolo di Strehler sabato sera a Dresda. Non tanto nella scena che di magico aveva pochino, ma in un certo clima sospeso da varietà malinconico e crepuscolare. Ci è piaciuta molto una piccola scena aggiunta nell'opera: Marta Di Spelta e il suo amante sono appena fuggiti ed hanno una discussione che anticipa quel che succederà. e oltre ai due amanti un piccolo trio di clochards (clarinetto, fisarmonica e bassotuba) suona un tema dal colore espressionista, lunare. È una perla delle tante che si trovano nella partitura di Trojahn, un vero artigiano al servizio del teatro, che compone pensando alle ragioni della musica ma anche alle esigenze del teatro.

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Il pubblico segue attento e risponde con grande entusiasmo e calore.

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Al centro, il direttore Jonathan Darlington, la scenografa e costumista rosalie, Manfred Trojahn e il regista Albert Lang

Maggio musicale

Inizio folgorante, non c'è che dire: lunedì Baden Baden per il Fidelio diretto da Claudio Abbado, venerdì Lipsia per la Manon Lescaut diretta da Riccardo Chailly. Due trionfi attesi e decisamente meritati.

Claudio Abbado e il suo primo Fidelio 

Arriva in Germania a conclusione di una tornée di poco meno di un mese che ha toccato tutti i teatri che hanno partecipato alla coproduzione:debutto a Reggio Emilia, tappa a Madrid e finalmente a Baden Baden. Tanto s'è scritto sul debutto tardivo di Abbado in quest'opera e gli elogi si sono sprecati, a quali aggiungiamo anche il nostro.

Bello lo spettacolo di Chris Kraus, criticato da alcuni per una certa eccessiva cupezza specie nel primo atto e l'eccesso di ghigliottine nel secondo. A Kraus interessa dare una cornice unitaria ad un'opera che, malgrado le numerose rielaborazioni, resta drammaturgicamente bicefala e, malgrado le numerose gemme musicali, decolla teatralmente solo a partire dal secondo atto. Kraus parte dalla fine e (ri)costruisce la sua parabola pessimista di un potere malato - Don Pizarro è un povero storpio - che ha comunque bisogno della violenza - la ghigliottina - per reggersi ed in questo i nuovi potenti non sono diversi dagli altri, come suggerisce il Don Fernando cardinalizio che allude all'eternità di questo gioco ambiguo. La cornice fornita da Maurizio Balò è preziosa nella sua efficace ed espressiva semplicità. Gli interpreti sono tutti convincenti, con qualche riserva nella coppia dei protagonisti. La Fidelio/Leonore di Anja Kampe è poco incisiva nel primo atto ma cresce e convince pienamente nel secondo, nonstante qualche non bellissima forzatura nel registro acuto. Il Florestano di Clifton Forbis sarebbe perfetto … se il ruolo non fosse così acuto! La voce ha un centro brunito molto apprezzabile, ma Forbis tende a a forzare troppo sugli acuti emettendo suoni molto ingolati, non gradevolissimi (non si poteva non pensare ai famosi capponi rossiniani!). Ottimo invece il truce Pizarro di Albert Dohmen, che avremmo volentieri graziato dalla decapitazione finale se il teatro non avesse le sue esigenze.

Ed infine che dire di Abbado? Ci è sembrato che, ancor più del suo Zauberflöte visto proprio in questo teatro un paio di anni fa, Abbado abbia raggiunto un equilibrio miracoloso grazie al quale fa sembrare tutto facile e necessario. Più invecchia più conquista una leggerezza, che ricorda quella del Verdi estremo: non è cinismo, ma lo sguardo sereno di chi ha compreso il senso. Il suo Fidelio non è cupo né pesante. Al contrario, scoppia di energia vitale, è incalzante e trasmette davvero ansia nel passaggio drammatico del secondo atto fra Pizarro, Florestano e Leonore, ed infine gioia nel duetto "coniugale" che conduce al luminoso finale. La Mahler Chamber Orchestra è perfetta nell'interpretare le sue intenzioni e preziosa nella trama strumentale (colpisce l'incisività dei legni, in particolare).

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Accoglienza trionfale, ma stupiscono le parecchie poltrone vuote nella grande sala dello Festspielhaus (2000 posti forse troppo cari per riuscire a riempirli tutti in un lunedì lavorativo).

Riccardo Chailly e la prima Manon Lescaut

Difficile riuscire a sorprendere con qualche novità in questo anno pucciniano. L'Italia ci rinuncia in partenza, rispolverando quanto di più vecchio si possa immaginare (si vedano la zeffirelliana Tosca e una Fanciulla del West restaurativa a Roma) pur con qualche timida eccezione. Una di queste è stata la Scala che ha puntato sul Trittico, mai troppo popolare sulle scene liriche, concertato da Riccardo Chailly, il direttore pucciniano più autorevole in circolazione oggidì. Lo stesso Chailly però riservava una chicca al "suo" teatro di Lipsia: la prima versione (Torino 1893) della Manon Lescaut, basata sulla nuova edizione critica di Roger Parker. E Lipsia lo ricambiava con un cast di prim'ordine che ha trionfato alla prima di venerdì scorso.

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La differenza più evidente è nel finale primo, decisamente più complesso di quello che siamo oramai abituati a sentire, e qualche passaggio strumentale, particolarmente nel quarto atto. La vera sorpresa è però tutta nel preziosismo di una strumentazione che Chailly fa risplendere in tutta la sua sontuosità e nella ricchezza dell'ispirazione. Se mai qualcuno nutrisse ancora dei dubbi su Puccini musicista colto e di statura europea, sarebbe destinato ad una folgorante conversione ascoltando la direzione di Chailly. Molto aiuta la mitica Gewandhausorchester che evidentemente si è fatta convincere dal suo direttore principale sulla validità dell'impresa e ci mette la sua storia plurisecolare più uno spessore di suono che impreziosiscono ancor più il disegno di Chailly. Ascoltavamo per la prima volta il giovane tenore Aleksandr Antonenko (Des Grieux), destinato a diventare rapidamente una star di prima grandezza (presto sarà Otello a Salisburgo e Roma con Muti): i numeri li ha tutti. Ottimo fraseggio, omogeneitá di colore nei diversi registri vocali, sicuro nella tessitura acuta. La sua seduttrice era Sondra Radvanovsky, soprano drammatico di gran carattere, del tutto convincente nel difficile ruolo di Manon. Ottimo anche lo spavaldo Lescaut di Teddy T. Rhodes, baritono vitaminico di scuola americana (anche se in realtà è neozelandese), e il Geronte di James Moellenhof.

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Giancarlo Del Monaco contribuiva con uno spettacolo nel complesso gradevole ed essenziale, con solo qualche ammiccante volgarità (un po' gratuita) nel secondo atto. Suggestive le scene spartane dagli sfondi pastello di Johannes Leiacker e belli i costumi anni Trenta di Birgit Wentsch. La proiezione prima del secondo atto di alcune sequenze della Manon Lescaut di Friedrich Murnau (1926) con la fuga in carrozza dei due amanti, alludeva evidentemente alla Lulu berghiana, in un ulteriore sforzo di concedere una patente culturale europeista all'italianissimo Puccini.

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Wagner senza più ideologie?

Una bella regia di David McVicar per la produzione di Walküre dell'Opéra national du Rhin di Strasburgo che ha debuttato venerdì scorso. Vista e criticata da pp.

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Dei, uomini e bestie per un Wagner disideologizzato 

Non è il day after dell'olocausto nucleare. Non c’è la rivoluzione industriale. Niente lotta di classe nè maggio ‘68. Non si indovina il nazismo montante, nè lo stato imperialista. Non c’è neppure global warming nè disastro climatico. C’è solo Wagner.
Una storia dal respiro epico e nello stesso tempo umanissimo. Luci, scene, gesti pieni di suggestioni; e curiosi tentativi protowagneriani, quali quello di fare irrompere in scena scalpitanti cavalli a ritmare con lo zoccolo la cavalcata delle valchirie (viene in mente il virgiliano sonitu quatit ungula campum). Ok, trattasi di ballerini dotati di strane protesi alla Pistorius che li fan metà cavalli e metà satiri, ma l’effetto è sorprendente. Un povero dio dall’apparato ancora grandioso, ma che, avvolto nelle sue contraddizioni, perde pezzi fino a diventare letteralmente nudo come il re di Andersen. E che annuncia nella scena finale il suo farsi Wanderer nella prossima giornata. Così come nel finale dell’Rheingold (nella scorsa stagione) i luminosi Asi anziché salire al Walhalla, ci scendevano, annunciando già la loro caduta.


walkuere_strasb05_360Un vero frassino primordiale nella penombra della casa di Hunding per gli amori di Siegmund e Sieglinde , l’umanissima – seppure eroica – coppia di fratelli amanti, sorretti dalle splendide voci di Simon O’Neil (vera scoperta della serata: da quanto tempo si attendeva un bel tenore wagneriano!) e di Orla Boylan. Commoventi e credibili come non si ascoltavano da tempo i duetti (Siegmund-Brünhilde, Brünhilde-Sieglinde, Brünhilde-Wotan) per gli accenti, l’attenzione al gesto, l’accordo con la musica, e l’astrazione delle scene, suggestive ma prive di orpelli e distrazioni.

Cast di cantanti complessivamente di buonissimo livello. Perdonabili il direttore Letonja, che pareva molto preoccupato dell’equilibrio voci/orchestra nella pessima acustica del teatro di Strasburgo, e Jeanne-Michèle Charbonnet che, seppure debole sugli acuti, ha interpretato magnificamente una Brünhilde di commovente umanità.
Insomma, per dirla con Verdi, per fare il nuovo, occorre tornare all’antico! Che sia il nuovo trend della regia Wagneriana?

Grazie pp!

Così (ci) fa Loy

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Agneta Eichenholz (Fiordiligi), Michael Nagy (Guglielmo), Jenny Carlstedt (Dorabella) e Topi Lehtipuu (Ferrando).
Foto di Monika Ritterhaus.

Sulla carta un titolo ideale per lui: solida fama di mozartiano conquistata attraverso una lunga marcia iniziata nel 1990 con Die Zauberflöte; mano leggera (quando serve); introspettivo e analitico. Eppure, nonostante la calorosa accoglienza del pubblico, si rimane con l'impressione che qualcosa non abbia funzionato in questo suo primo approccio con Così fan tutte voluto e realizzato dall'Oper Frankfurt.

Cominciamo dalla scena: vuota, bianco abbacinante, due pareti laterali (che occasinolamente si duplicano) ed una che chiude la scena e schiaccia i cantati sul proscenio come dei microbi sul vetrino di un laboratorio. Già perché la prima impressione che si ha è di essere in un ambiente asettico, un laboratorio nel quale i sei personaggi vengono sezionati nei loro sentimenti ed analizzati come animali in un laboratorio appunto. In questo spazio i sei personaggi si muovono con una attenzione estrema ai tempi, virtuosisticamente dilatati (con qualche isolata intemperanza di qualcuno nel pubblico) ed accelerati. L'epressione è controllatissima così come i gesti. Ed infine si ritrova la sua solita intransigenza, che avaramente concede poco o nulla alla tradizione. Lettura troppo estrema? Non esageriamo. Sì perché il Nostro, al di là delle apparenze, non sembra poi così insensibile alle istanze del suo pubblico e laddove lui prova a divertire il tono giocoso, Da Ponte diverte e basta (ed il pubblico ride). Altrove sbraca (nei limiti dell'estremo rigore, beninteso) e permette gag facili e vagamente irritanti (dati i limiti del suo estremo rigore, ovviamente). Ma soprattutto, seguite docilmente le infinite e complesse rivoluzioni dei corpi regolate dalla legge generale degli esseri per oltre 3 ore e mezza (leggendaria è la sua ortodossia all'integralità dei testi) l'impressione è che non sappia come uscirne e ricorra ad una scontatissima soluzione da vaudeville triste. Insomma, l'ambiziosa costruzione si sgonfia e lascia il sospetto che si sia assitito ad un estenuante esercizio di solipsismo registico, in cui Mozart e Da Ponte sono soltanto strumenti di un incontrollabile narcisismo. Banalmente, Loy ci fa.

Lo lascia fare una compagnia giovane, complessivamente corretta - specialmente nel settore maschile, nettamente più interessante (in particolare il Guglielmo di Michael Nagy) - ma che non entusiasma (a parte quando gigioneggia). Ed entusiasma poco anche la direzione di Julia Jones un po' troppo compassata e talora eccessivamente controllata. La sublime leggerezza del mozartiano Entführung aus dem Serail della coppia Loy-Jones ci è sembrata lontana anni luce.

Il grande successo di pubblico confermava le perplessità.

I tasselli (in HD) del Tristano

Prima un virus che costringe il coprotagonista Ben Heppner a rinunciare alla recita del 10 e a cancellare le tre recite del 14, 18 e del 22 marzo, poi il licenziamento del sostituto John Mac Master che è sostituito da Gary Lehman, poi Deborah Voigt che lascia a improvvisamente la scena all'inizio del duetto con Tristan nella recita del 14 marzo per disturbi intestinali (sostituita dal doppio Janice Baird), ed infine una botola che non si chiude nel terzo atto e che provoca una brutta caduta al tenore Lehman il 18 (senza conseguenze).

Non si sa se anche il Tristan fa parte delle opere dalla fama sinistra, ma alla fine ce l'hanno fatta ad andare in scena per la diretta in alta definizione ieri pomeriggio alle 17:30. E a giudicare dai risultati, pare che il peggio sia oramai alle spalle e che la Metropolitan Opera possa sperare di concludere tranquillamente le ultime due recite, per le quali è previsto (o almeno fino a ieri lo era) il ritorno di Heppner.

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Ieri pomeriggio invece il cast prevedeva la sicura presenza (senza fughe) della Voigt, perfetta Isolde nella sua prise de rôle, e Robert Dean Smith come Tristano, che svolge diligentemente il ruolo con solo qualche incrinatura nell'infinito duetto del secondo atto. E si capisce che Debbie Voigt ha ragione quando dice, spiritosamente, che deve solo cercare di baciare l'uomo giusto ad ogni recita... Bravissima, forse anche più che alla Scala, ci è sembrata la Brangäne di Michelle DeYoung (che è pure bella, dettaglio che sfuggiva alla Scala, costretta da un makeup che non le rendeva giustizia). Infallibili le prestazioni di Matti Salminen (König Marke) e Eike Wilm-Schulte (Kurwenal) ma anche il baritono Stephen Gaertner come Melot si fa notare.
Dirigeva con la tradizionale, solidissima professionalità un James Levine in gran forma e bravissima anche l'orchestra del Metropolitan (sospettiamo simpatie della regista tv per il primo oboe inquadrato continuamente).

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Spettacolo molto sobrio, quasi spoglio di Dieter Dorn con scena essenzialissima "alla tedesca" di Jürgen Rose, che disegna anche i costumi barbarici (immaginiamo che doppiopetti e tenues de soirées sarebbero inaccettabili ai patrons del Met) con parrucche fra Bravehart (composto) e influssi samurai. Per la cronaca, al Dean agonizzante si impiglia un ciuffo in una fibbia della giubba del Kurwenal e finisce spettinato la recita.

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Regia televisiva impossibile con abuso di effetti elettronici per compensare la percepita assenza di azione, scomposizione delle immagini in tasselli e continua ricerca del movimento (una vera ossessione!), come di qualcuno che avesse appena scoperto un giocattolo nuovo. Obbligatorio affidare questo incarico a non creativi!

L'Elektra di Inbal a Venezia

È sempre sorprendente constatare come certe personalità musicali riescano a cambiare la natura dello strumento attraverso il quale si esprimono ed a esaltarne le qualità.  

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È l’impressione che si aveva martedì scorso assistendo a Venezia all’ultima recita dell’Elektra ascoltando la prova direttoriale di Eliahu Inbal delle prese con l’orchestra del Teatro La Fenice. Raramente capace di prove che vadano molto al di là di una solida professionalità, come oltre vent’anni fa con Inbal l’orchestra del teatro veneziano trova una compattezza ed una maturità tecnica davvero degne dei complessi di più solida fama. La stessa bellezza che all’inizio degli anni Ottanta ci aveva fatto scoprire quel repertorio di primo Novecento che, come Beethoven, Inbal ama e propone incessantemente nei suoi programmi concertistici. Più che per la capacità analitica, il suo Strauss colpisce per l’estrema cura del dettaglio oltre che per l’inesorabile incedere che si fa appassionante nel finale tragico e terribile. Soggiogata dall’autorevolezza del suo gesto, preciso e secco, l’orchestra si produce in una prova del tutto convincente per la sontuosità del suono, sia nei fortissimi sia nei ceselli strumentali dei molti assoli della partitura straussiana.

E convince anche più di un cast poco più che corretto. Per l’ultima recita Gabriele Schnaut veniva sostituita da Brigitte Pinter, un’Elektra che prendeva corpo e sangue soltanto nel finale dopo un inizio piuttosto deludente (in particolare, il lungo monologo). Meglio la drammatica e precisissima Krysothemis di Elena Nebera, la più festeggiata dal pubblico, e la teatralissima Klytämnestra di Mette Ejsing. Sul fronte maschile, poco incisivo risultava l’Orest di Peter Edelmann, ed efficace Kurt Azesberger nel piccolo ruolo di Ägisth. Ottima l’iniziativa di recuperare il bell’allestimento del San Carlo con la regia di Klaus Michael Grüber, che ha il grande pregio di non aggiungere nulla ma di puntare alla tragica essenzialità della vicenda, e la ruvida scena di Anselm Kiefer (illuminata splendidamente da Vinicio Cheli), un grigio teatro di nudo cemento per la desolante rappresentazione di una umanità distrutta dall’odio.

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Accoglienza trionfale per tutti gli interpreti alla fine dello spettacolo.

Tagli (poco) cinematografici

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Diciamolo subito: non amiamo troppo i musical. Nei musical si canta troppo!
E non è come l'opera: è un fatto che musical la musica interrompa il flusso narrativo, mentre nelle opere è parte essenziale e ne definisce la natura oltre ad esaltarne il valore. Il musical è un po' come un'opera barocca nella quale al meraviglioso - le mirabolanti acrobazie delle voci, le storie immaginifiche - si sostituisce la banalità del normale condito, secondo un meccanismo prevedibilmente rassicurante, dalla ripetitività del discorso musicale.  

sweeneytodd_02_403Ciò detto, ci abbiamo provato un'altra volta e non ci siamo sottratti al richiamo sinistro del truce barbiere di Fleet Street secondo Stephen Sondheim rivisitato dall'estro di Tim Burton. Sweeney Todd sembra una storia fatta per lui: un Edward Scissorhands invecchiato ed incattivito da un destino che si è accanito contro di lui.

Domanda: si può pensare di fare un thriller interrompendolo continuamente con una serie incessante di canzoni costruite secondo i clichés più triti del musical alla stile Broadway (o West End)? Forse no, o se proprio si insite, si rischia la noia. Sembra un po' questa la debolezza di fondo di questo film, il cui problema è appunto quello di essere un film e non (più) un'opera concepita per il teatro: la drammaturgia è diversa così come l'aspettativa del pubblico. Un thriller cinematografico deve avere ritmi più incalzanti per funzionare (altrimenti annoia, appunto). Ma anche la tolleranza a certe convenzioni che a teatro sono la norma, al cinema non funziona.

Al di là dei limiti di fondo dell'operazione, restano comunque dei punti di forza: l'immaginifica visionarietà delle scenografie di Dante Ferretti (la cantina degli orrori di Mrs. Lovett è supenda!), i virtuosismi registici di Tim Burton che rendono ... digeribili certi eccessi macabri specie nella seconda parte del film, la solida prestazione di professionisti (non necessariamente da musical) di tipi da Oscar come Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Alan Rickman, Timothy Spall e degli altri.

Raccomandazione: vegetariani, astenersi!

I due Barbablù di Francoforte

Curiosa coincidenza di Barbablù domenica scorsa a Francoforte: l'opera di Paul Dukas Ariane et Barbe-Bleue va in scena all'Oper Frankfurt diretta da Paolo Carignani e con la regia di Sandra Leupold, mentre nella Großer Saal dell'Alte Oper Christoph von Dohnányi porta il Castello del Duca Barbablú di Bela Bartók.

I mille colori del pittore Dohnányi 

L'opera di Bartok è preceduta da una sinfonia di Haydn (il la maggiore HoB I:64), che non potrebbe essere più estranea al mondo sonoro del massimo compositore ungherese. Esecuzione corretta, pulita, accademica, non particolarmente appassionante.

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Dopo l'intervallo, Dohnányi ci apre la porta del castello di Barbablù e ci conduce per i suoi cupi meandri, ci fa vedere gli improvvisi squarci di luce, ci fa sentire l'odore del sangue che gronda dalle pareti, ci fa intuire la dolente rassegnazione dell'uomo Barbablù di fronte all'inesorabile conclusione dell'assillante ricerca di Judith. È stupefacente la ricchezza della tavolozza sonora che Dohnányi dispiega complice la NDR Sinfonieorchester, strumento duttile nelle sue mani di pittore. Ammirevole la levigatezza delle superfici sonore e le dinamiche controllatissime eppure cariche di tensione. Non manca mai una scena, giacché il castello di suoni costruito da Dohnányi basta a definire lo spazio immaginario e a colmare la vaghezza della drammaturgia immaginaria di Bartók e Bálasz. Interpreti ideali il Barbablù di Matthias Goerne, colore cupo come cupi sono gli abissi della sua psiche, e la Judith di Yvonne Naef, talora più veemente che precisa ma funzionale nel ritrarre una donna compulsivamente attratta verso la sua stessa distruzione.

Ariane o scene della lotta fra sessi

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Praticamente in contemporanea con l'opera di Bartók all'Alte Oper, all'Oper Frankfurt andava in scena Ariane et Barbe-Bleue di Dukas e costringeva alla difficile scelta. Scena concettuale: una scatola nera praticamente vuota, occupata soltanto da grandi pannelli di plastica trasparente che tracciavano una linea di separazione e di demarcazione fra le dualità che esistono nel testo di Maeterlinck: il dentro/il fuori (il castello, le porte), l'uomo/la donna, la vita/la morte. Sandra Leupold muove i suoi personaggi come in un sogno, quasi sottolineando la dimensione psichica più che quella favolistica dell'opera: la folla minacciosa si vede solo in controluce dietro i pannelli così come spesso l'ombra incombente di Barbablu. E risolve in modo convincente e credibile la svolta femminista di Ariane che prende corpo nella seconda parte dello spettacolo. In altre parole, Leupold racconta la storia dell'emancipazione di una donna, Ariane, da oggetto a soggetto pensante e consapevole, una bambola di piacere (come le altre donne, sospese come marionette al loro apparire nel secondo atto) che, come una Nora ibseniana, abbandona la casa di bambola (l'harem?) messa in piedi del marito. Questo lo spettacolo.

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Quanto alla musica, la direzione di Carignani è sembrata meno incline a scavare nelle pieghe della partitura; ne offre invece una lettura solida, non specialmente introspettiva, vitale, che toglie forse un po' l'incanto dell'ambiguità e fa svaporare le brume che si respirano nella partitura. Approfitta dei pochi squarci di luce, che esalta, più che indugiare sulle ombre notturne. Cast equilibrato, con solo qualche veniale debolezza, nel quale Katerina Karnéus, Ariane introspettiva (spesso sommersa dalla virulenza orchestrale), ha offerto una prova nel complesso convincente.

Michele, Angelica, Gianni e tutti altri (anche quelli che non ci sono più)

Un successo sincero e meritato quello del Trittico pucciniano andato in scena ieri sera all'Oper Frankfurt salutato da una decina di minuti di applausi ai numerosissimi interpreti. Unica sbavatura i fischi di una parte significativa del pubblica allo spettacolo montato da Claus Guth. Fischi abbastanza ingenerosi per uno spettacolo certo non bellissimo ma sostanzialmente ben costruito con solo poche cadute e qualche gratuità evitabile ma globalmente veniale.

tabarroA Guth si può forse rimproverare la banale condiscendenza all'abitudine ad inventarsi una drammaturgia che spesso fa a pugni con l'originale e nel pensare che la leggerezza sia un peccato imperdonabile e da emendare. Nello specifico, Guth si sforza di dare una cornice unitaria ad uno spettacolo che Puccini volle di umori eterogenei e che vive della sua diversità. Per risolvere il primo limite, Guth fa disegnare al suo scenografo abituale Christian Schmidt un complesso di ambienti neutri che evocano l'interno di una nave, passabile per il Tabarro ma del tutto incongruente per la clausura di Suor Angelica e la Firenze (come noto evocatissima nel testo di Forzano) dello Schicchi. In questo mondo marittimo, oltre agli attori dei tre atti unici, fa muovere delle presenze fantasmatiche che alludono al mondo dei morti. Sì perché è la morte il fluido invisibile che, secondo Guth, lega i tre atti unici pucciniani (profondo, no?). E tanto per darsi ragione, si inventa pure la morte di Schicchi, ucciso da un colpo di pistola fuori scena, sparato verosimilmente dai parenti di Buoso Donati, soluzione che gli permette di soffocare ogni parvenza di lieto fine. Queste le (discutibili) intenzioni. Alla prova dei fatti, comunque, occorre dare atto che Guth sa muoversi bene nei diversi registri e sa far commuovere come sorridere, e mostrando un certo occho ironico si coglie poco in altre sue regie.

Meno riserve mentali sembra avere Nicola Luisotti che offre una lettura entusiasmante dall'inizio alla fine: orchestra sontuosamente, stupisce per la cura dei dettagli strumentali ed i preziosismi che si concede e regala agli ascoltatori. La sua direnzione non è mai noiosa, e si abbandona volentieri e senza timori o riserve all'intenso lirismo così come al sorriso divertito. Ottima la prova della Frankfurter Museumorchester che quando trova la guida giusta riesce ad offrire prove maiscole come questa.

suor angelicaCompagnia di canto nel complesso ben assortita e che passa la prova malgrado qualche debolezza, evidenti soprattutto nei ruoli femminili. Elza van den Heever è una Marietta discreta ma vocalmente poco seduttiva. Più in difficoltà è sembrata l'Angelica di Angelina Ruzzafante - entrata in campo dopo la defezione di Danielle Halbwachs - che comunque assolve dignitosamente il difficile compito a dispetto della personalità non prepotente. Poco più che corretta la prova della sempre professionale Juanita Lascarro come Lauretta. Julia Juon, che conoscevamo soprattutto per i ruoli seri, caratterizza bene i tre ruoli della Frugola, della zia principessa e della Zita aiutata da una fisicità quasi caricaturale, anche gioverebbe una dizione un po' più accurata, specialmente nello Schicchi. Meglio il versante maschile dominato dall'esuberante e sicura prova di ÂŽeljko Lučic, perfettamente a suo agio sia nei panni truci di Michele, disegnato con pensosa , che in quelli buffi del suo Schicchi esemplare per misura ed eleganza. Convince pienamente anche la prova di Carlo Ventre focosissimo Luigi, mentre Massimiliano Pisapia arranca un po' nei panni di Rinuccio spesso coperto dall'esuberanza sonora imposta da Luisotti. Funzionali i numerosissimi interpreti minori che assicurano una buona tenuta di squadra.

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L'omaggio dell'Oper Frankfurt all'anno pucciniano continua con le riprese de La bohème (23 febbraio) e di Tosca (29 febbraio).

7 dicembre 2007

Sant'Ambrogio. Grazie ad Arte si riesce ad assistere  quasi in tempo reale ad uno degli spettacoli più attesi della stagione lirica: il Tristan della Scala. Qualche impressione del giorno dopo.

Già dalle prime note si coglie l'importanza dell'evento. L'Orchestra della Scala colpisce per la bellezza e densità del suono. Segue con partecipazione l'appassionata direzione di Daniel Barenboim, tutta fuoco e disperata passione. Bisogna dare atto che Lissner ha intuito benissimo le potenzialità di Barenboim con l'orchestra scaligera e c'è da sperare per un grande futuro.

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Della regia di Chéreau si coglie soprattutto il disperato pessimismo ma anche la bellezza di quel cercarsi di corpi, di quella passione fisica che Tristan e Isolde esprimono attraverso gesti veri, quotidiani, umani. È un amore, il loro, destinato alla tragedia, ma è anche un messaggio salvifico nel mondo disumanizzato di istinti brutali che esplodono fra le vestigia di una civiltà di cui si intuisce una passata grandezza attraverso quel che ne resta (belle le scene di Peduzzi). Nel mitico Ring era il popolo che arriva sulla scena dopo la catastrofe, qui è l'amore che porta un messaggio di speranza. Se c'è una lezione che si può trarre dalla regia di Chéreau è che nel suo spettacolo c'è tutto quello che serve senza bisogno di inventarsi o aggiungere nulla che già non si trovi nel testo. In più c'è una patina di disperazione e di verità che rende tutto tremendamente credibile e necessario. Toccante.

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Il filtro e l'amore che nasce fra Tristan e Isolde nel primo atto

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La notte d'amore del secondo atto

I due protagonisti, Waltraut Meier e Ian Storey, convincono pienamente sul piano scenico (Chéreau soprattutto con Storey, solitamente legnosetto, sembra aver fatto miracoli). Vocalemente mostrano qualche limite. Il primo atto fila via senza grandi problemi, mentre forse qualche imprecisione e increspatura di troppo nel secondo atto rovina un po' l'incanto della notte d'amore dei due amanti. Nel terzo atto, soprattutto la Meier recupera e trionfa (giustamente) con un Mild und leise che rapisce e si impone come il momento emotivamente più forte della lunga serata. Isolde muore, per una disperata follia d'amore.

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Terribile la regia televisiva con un eccesso di dissolvenze che spiazzano completamente e disturbano (immaginiamo sia l'ansia da non movimento dei drammi wagneriani). Ottimi comunque i primi piani dei personaggi, soprattutto per cogliere la finezza del lavoro di Chéreau sui cantanti. Meglio comunque, potendo, andare a vedere e godere dello spettacolo di persona.

A Cecilia, come Maria, caduta da cavallo

Vestita di rosso fuoco, imponente, entra la diva.

Immancabilmente preceduta da regolarissima strenna natalizia (di biennale frequenza, per chi ama la statistica) e, ma solo quest’anno, da un container di... [...]

Autunno berlinese

A vederla così lenta e silenziosa, non si direbbe proprio. Eppure Berlino stupisce sempre per la ricchezza delle offerte musicali, (quasi) sempre di ottimo livello. Quella che segue è una cronaca illustrata di due giorni passati a curiosare fra alcune delle occasioni più interessanti.

sabato 10, a mezzogiorno (in riva alla Spree)

 

Il Radialsystem, uno spazio industriale, convertito a contenitore culturale multidisciplinare (diretto dalla coreografa Sacha Walz), ospita la prova generale aperta dell'oratorio Il Trionfo del Tempo e del Disinganno. Suonano (benissimo) i validissimi strumentisti dell'Akademie für Alte Musik che festeggia i 25 anni di attività in questo modo, cioè regalando alla loro città dell'ottima musica, in uno spazio periferico, cercando nuovo pubblico, soprattutto fra quelli che di solito ai concerti non ci vanno. Pubblico in effetti variegatissimo, molti i bambini.

Piccolo incidente di percorso: defaillance della soprano Yeree Suh, la Bellezza, sostituita dalla collega Christine Wolf, precipitatasi da Francoforte, ignara della prova aperta al pubblico, che ha fatto del suo meglio per salvare la situazione. Ottimi, in compenso, tutti gli altri: Salomé Haller come Piacere, Renata Pokupic come Disinganno ma soprattutto Emiliano Gonzales Toro come Tempo, giovane tenore dal magnifico timbro e dalla perfetta tecnica.

sabato 10, sera (nel Brandeburgo)

Ci siamo: finalmente vediamo la Scala di seta di Rossini in uno spazio assolutamente ideale, il teatrino di corte del Neues Palais nel complesso di Sanssouci. Serata fredda e nevosa, viaggio avventuroso per le autostrade incasinanti del Brandeburgo, ma si arriva, appena in tempo.

Spettacolo di magistrale semplicità e nessuna pretenziosità, curato e rispettoso, nessun scivolamento nell'ideologica sciatteria o (peggio) nell'italianità stereotipica di molte regie locali. Caterina Panti Liberovici organizza la scena e fluidifica il movimento della commedia rossiniana. Magari si perde un poco in seduzione ma si guadagna in ritmo. Ritmo imposto alla buona Kammerakademie Potsdam da Felice Venanzoni, come sempre assai attento alle ragioni del canto ed al buon gusto: comincia in souplesse con atmosfere da commedia sentimentale (è davvero la Scala di seta?), e poi si anima e diventa irresistible negli incalzanti finali. Molto si deve alla giovane compagnia, formata in gran parte da italiani, che ci mette un grande impegno e convince. Convince Raffaella Milanesi, autorevole nella gran scena Il mio ben sospiro e chiamo, che rende giustizia a Giulia e la tratta alla stregua di altre, più celebri (prime)donne rossiniane. E poi Daniele Zanfardino, Dorvil d'antan, Giorgia Milanesi spigliata Lucilla, Maurizio Leoni solido Blansac ed Enrico Marabelli brillante Germano.

domenica 11, mattina (Unter den Linden sotto la neve)

Nevica come fosse già pieno inverno. Coda infinita al Pergamon Musem.
Si va al concerto matinée alla Staatsoper. Il teatro è così pieno che vengono aggiunte delle sedie sul palco per soddisfare la domanda.

Thomas Quasthoff accompagnato da Daniel Baremboin. Si esegue il ciclo di lieder Die schöne Magelone di Johannes Brahms. Grande successo di pubblico, numerose chiamate, ma Quasthoff deve volare a New York con i Berliner Philharmoniker e quindi non concede nessun bis (ma si scusa col pubblico).

 

domenica 11, sera (acora alla Staatsoper)

Stavolta per l'opera: la 33esima recita del Macbeth di Verdi nella messa in scena di Peter Mussbach. Spettacolo bruttino (è in circolazione dal 2000) ma soprattutto di preoccupante routine. Il Kappelmeister Dan Ettinger dirige - con scarsa considerazione per il timpano dell'ascoltatore - un cast che peggio assortito non si potrebbe immaginare.

La Lady di Iano Tamar è un vero disastro: ce la ricordavamo apprezzabile belcantista, e la ritroviamo assolutamente fuori parte ed in palese difficoltà con le feroci asperità del ruolo. Lucio Gallo, nel ruolo del titolo, gigioneggia in maniera preoccupante, forzando troppo e soprattutto offrendo una interpretazione esteriore e sguaiata di uno dei ruoli verdiana più interessanti ed introspettivi. Passabili gli altri malgrado, qualche malanno di stagione.

La tempesta di decibel, come sempre, appaga il pubblico che reagisce entusiasta. Il che basta a giustificare perché esiste questo repertorio.

Torna Mozart, dopo l'abbuffata

Dopo la grande sbornia mozartiana del 2006 e la risacca che ne è seguita (si sono salvati i soliti pochi blockbusters), si ricomincia a rivedere in giro qualche rarità del vecchio Wolferl. Di riscoperte di sicuro non si può parlare, ma almeno di ripescaggi che magari fanno... [...]

Le piccole cose di Goebbels

Wikipedia informa che Adalbert Stifter fu uno scrittore "attento nel descrivere tutto quello che circonda i suoi protagonisti, [che] a differenza dei romanticisti tedeschi, non entra mai nei loro movimenti psicologici interni riuscendo in tal modo a far fuoriuscire una forte tensione emotiva dalle piccole cose che li circondano. Assume così un significato profondo la polvere sulle supellettili, il cadere delle foglie nel bosco, la modesta lucentezza delle pietre che danno il nome alla sua raccolta di novelle più riuscita, quella delle Pietre Colorate. Ed è proprio nella prefazione a questa opera che Stifter manifesta il suo credo nella grandezza delle cose apparentemente piccole, nelle semplici bellezze della natura, nelle virtù silenziose che consentono il tramandarsi dei costumi dei padri, che vengono estrinsecati nell'assoluta assenza di quel che lui chiama il "demone dell'azione""

A questa attenzione alle (piccole) cose del mondo si ispira e rende omaggio già nel titolo - Stifters Dinge (Le cose di Stifter) - il nuovo lavoro di Heiner Goebbels, un lavoro - secondo il suo autore - "per pianoforte senza pianista ma con cinque pianoforti, un testo teatrale senza attori, una performance senza performer, un non one man show o non importa come lo si vuol definire."

Personaggi principali sono la luce, le immagini, i rumori, i suoni, le voci, il vento e la nebbia, l'acqua ed il ghiaccio (secco) per descrivere una specie di catalogo greenawayano delle piccole cose del mondo. Inutile cercare un filo. Il piacere è nell'abbandonarsi alla lenta bellezza metafisica delle immagini costruite dalle stupefacenti luci (di Klaus Grünberg), al potere evocativo di parole e di segni. Il momento più suggestivo ci è sembrato l'ascolto del secondo movimento del Concerto italiano di Johann Sebastian Bach mentre cade la pioggia e Claude Levy Strauss, incalzato dal giornalista Jacques Chancel, dice della sua sfiducia nel genere umano.

Immagini


foto © Mario Del Curto

La mappa dei riferimenti (per non perdersi)

  • Formule di scongiuro rivolte al vento del sud-est  ("Karuabu"), importante per i navigatori in Papuasia-Guinea, registrate il 26 dicembre 1905 dall’etnologo austriaco Rudolf Pöch.
  • Jacob Isaacksz van Ruisdael, La palude, 1666 (San Pietroburgo, Museo dell’Ermitage)
    Adalbert Stifter, Storia del ghiaccio (tratta dalle Raccolte del mio bisnonno, terza versione).
    Lettura in tedesco: Dr Hermann Josef Mohr (registrata da Heiner Goebbels).
  • Johan Sebastian Bach, Concerto italiano in fa maggiore BWV 971
    Claude Lévi Strauss: estratto di una intervista con Jacques Chancel ("Radioscopie", France Inter, 1988).
  • William S. Borroughs legge un estratto del suo testo Nova Express – Tower Open Fire.
  • Malcolm X, estratto di una intervista telivisiva (inizio anni '60).
  • Paolo Uccello, La caccia notturna, circa 1460 (Oxford, Ashmolean Museum)
    Canto alternato di indio colombiani, tratto da un reportage radiofonico che, nel corso di un viaggio in America latina nel 1985, è arrivato sotto forma di cassetta negli archivi di Heiner Goebbels.
  • Kalimérisma, canto tradizionale greco in modo cromatico, cantato da Ekaterini Mangoúlia, registrato nel 1930 da Samuel Baud-Bovy, pioniere dell’ethnomusicologie.

Backstage (al Bockenheimer Depot)

"Stifters Dinge" di Heiner Goebbels è al Bockenheimer Depot nel cartellone dello schauspiel frankfurt che coproduce lo spettacolo fino al prossimo 3 novembre.

Una Giuditta che non fa perdere la testa

Si può perdere la testa per La Giuditta di Alessandro Scarlatti vista a Mainz?
Solo Oloferne e per contratto.

Lo Staatstheater di Mainz non è nuovo né a messe in scena di oratori - ricordiamo il Saul di Händel per la riapertura del teatro, o il più recente Elias di Mendelssohn - né a Giuditte. Un paio di stagioni fa l'allora Intendant del teatro Georges Delnon immaginó una interessante Juditha triumphans di Vivaldi in un collegio di educande, come per far rivivere più che la vicenda la cornice nella quale Vivaldi aveva composto il suo oratoio bellico.

  

Questa Giuditta scarlattiana, intimistica e narrativa, lontanissima dalla trionfale virulenza della partitura vivaldiana, viena presa e mostrata alla lettera dalla regista Arila Siegert, evidentemente affascinata dalla fiera e lungimirante vedova ebrea che, contro lo stesso comune sentire dei suoi, affronta da sola il nemico, lo seduce e lo uccide salvando dalla sicura rovina il suo popolo. Arila Siegert evita qualsiasi lettura ideologica o anche solo forzatura modernizzatrice e racconta con fluidità e solo qualche sbavatura (l'inutile truculenza della proiezione del getto di sangue della decapitazione di Oloferne). Evidentemente poco convinta che l'umanità di Giuditta si colga nel testo del Cadinale Pietro Ottoboni, in coda al coro Opra sol di quel Dio aggiunge un'aria tratta dalla seconda versione dell'oratorio scarlattiano del 1697 che fa cantare a Giuditta in proscenio, la testa di Oloferne in grembo, una ninna nanna dolorosa all'amante perduto. Per contro, realizza benissimo la scena notturna della seduzione e decapitazione di Oloferne, ma bisogna riconoscere che aiuta molto la struttura drammaturgico-musicale della scena.

Funzionano assai meno le cose in buca. Alla testa di un piccolo complesso di strumentisti che non brillano per precisione ed intonazione, il direttore e clavicembalista Clemens Heil è noioso e monocorde. La musica non decolla, manca completamente il senso del sontuoso barocco romano (che poteva contare evidentemente su musicisti di ban altra caratura). I cantanti, quasi tutti dalla compagine giovanile del teatro, se la cavano come possono ma senza troppe cadute. La protagonista Tatjana Charalgina, vibrato eccessivo e timbro non gradevolissimo a parte, ha la capacità tecnica e buoni mezzi che le permettono di affrontare la parte senza troppi pensieri. Bene anche l'interessante controtenore Dmitry Egorov come Oloferne e la mezzosoprano Jasmin Etezadzadeh (Ozia) già in possesso di buona tecnica e il basso Kyoung-Suk Baek come Sacerdote. Dell'Alchiorre dell'acerbo tenore Christian Rathgeber si ammira soprattutto la buona volontà.

  

È l'anno del barocco romano portato sulle scene. Aspettiamo con grande interesse il Sant'Alessio di Stefano Landi su libretto di un altro cardinale, Gulio Rospigliosi (e futuro papa Clemente IX), che William Christie porterà in tournée in varie città francesi e a Lussemburgo all'inizio del 2008.

Tradimenti

La lunga stagione francese della Fenice voluta dal team artistico Sergio Segalini e Marcello Viotti, si conclude com'era cominciata, con la Thaïs di Jules Massenet andata in scena nel 2002 al Malibran, mentre ancora si stava lavorando alla ricostruzione della sala del Selva.

Lo spettacolo di Pier Luigi Pizzi tornava sulla scena della Fenice sostanzialmente immutato: nessuna concessione allo stile pompier di metà ottocento, scene geometriche essenziali (eppure curiosamente ingombranti), solo i bei costumi déco evocano bizantinismi e danno il colore dell'esotismo.
A dispetto delle dimensioni maggiori del palcoscenico della Fenice, lo spettacolo ha poco di grandioso ed anzi sembra ancor più asfittico, impacciato e spesso ridicolo come le velleitarie coreografie di George Jancu o la manieratissima gestualità imposta dal Pizzi regista, come sempre di parecchie misure inferiore al decoratore.

Forse più del modesto spettacolo di Pizzi, quello che più è mancato per dare un senso a questo repêchage (altrimenti francamente non necessario) è un direttore di razza come fu Marcello Viotti, conoscitore ed estimatore di questo repertorio.
Il direttore Emmanuel Villaume sembrava lontano anni luce da quel mondo: è spesso pesante, cade nelle trappole del facile e del corrivo (eccome se ce n'è in questo Massenet!). In breve: è banale.

Quanto al cast vocale, completamente rinnovato, le perplessità forse erano ancora più forti. Della Thaïs di Darina Takova non sapremmo cosa dire: semplicemente non l'abbiamo sentita. Nei rari momenti in cui la soprano bulgara emetteva qualche suono udibile - soprattutto nella regione acuta giacché il centro era inesistente - sembrava sfuocata e generica ad esser generosi (e si tacerà dell'imbarazzante Ô mon miroir fidèle). Al minimo sindacale il Nicias di Kostyantyn Andreyev che almeno prendeva si congedava dignitosamente. Si salvava solo la solida prova di Simone Alberghini come Athanaël, benché privo del carisma del suo predecessore Pertusi, ed accettabili le prove dei numerosi interpreti minori (Christine Buffle ed Elodie Méchain erano le due spiritose ancelle Crobyle e Myrtale).

Il pubblico accoglieva con discreto calore l'esito della serata.

Biondi riporta Vivaldi a Venezia

Una sua opera non si dava nella sua città dal 1985, cioè dal Giustino diretto da Alan Curtis, e malgrado le curiose acrobazie di Franco Rossi per dimostrare nel programma di sala che Vivaldi [è] profeta in patria, delle sue opere non si trova traccia in tempi moderni nelle scene veneziane. L'evento quindi di due Vivaldi curati dalla indiscussa competenza di Fabio Biondi sarebbe di tutto rilievo e degna di ben altra eco, ma a Venezia passa quasi sotto silenzio da una stampa distratta e fra la quasi indifferenza del pubblico locale (il pubblico, piuttosto scarso, era fatto in buona parte di stranieri).

Per il suo debutto vivaldiano a Venezia, Biondi sceglie l'Ercole su'l Termodonte e gli affianca il Bajazet - già registrato per Virgin qualche anno fa con un cast all star.

Della prima partitura, ricostruisce recitativi (tutti perduti) ed estrapola da altre partiture vivaldiane le numerose arie mancanti in partitura, nonché compone lui stesso secondo lo stile vivaldiano qualche passaggio strumentale drammaturgicamente significativo.
Per il Bajazet segue lo stesso approccio metodologico ispirato ad ammirevole sensibilità teatrale. La stessa sensibilità che si ritrova nella sua direzione serrata, nervosa e teatralissima delle due partiture. Lo segue in perfetta sintonia di intenti l'Europa Galante, aggiungendo ricchezza di colori ed esaltazione delle dinamiche.

 

Sulla scena, come già per la Didone vista nella scorsa stagione, due allestimenti a cura degli allievi della Facoltà di Design e Arti dell'Università IUAV di Venezia coordinati da Carlo Majer. Spettacolo compiuto, di tiepolesca ariosità per l'Ercole. Per il Bajazet si opta per una versione semiscenica che sfrutta la stessa semplice scena e fa muovere i personaggi con la stessa esemplare misura dell'Ercole.

Vivica Genaux (Irene)Un cast di voci giovani e un po' disuguali che però cresce nel corso dell'opera per l'Ercole. Si fanno ammirare specialmente la regale Antiope di Romina Basso, contralto dal colore brunito e sensuale, e l'Ippolita di Roberta Invernizzi, perfettamente a suo agio nelle impervie virtuosità del ruolo. Ottima belcantista anche Laura Polverelli che risolve con sobria eleganza il ruolo en travesti di Alceste. Corretti Carlo Allemano come Ercole, Emanuela Galli come Orizia e Stefanie Irányi come Martesia, mentre convincevano molto meno Mark Milhofer come Telamone afflitto da vibrato ovino e Jordi Doménech anodino Teseo.

Se nel Bajazet si risparmia sull'allestimento, non si lesina sul cast, stellare, entusiamante alla prova dei fatti anche nei ruoli minori. Vivica Genaux conferma le straordinarie doti di belcantista nel ruolo di Irene: entusiasmante la sua aria di entrata, Qual guerriero in campo armato, scritta originariamente da Riccardo Broschi per Farinelli, per il ferreo controllo tecnico e la strepitosa omogeneità del colore vocale a dispetto della notevole estensione. Entusiasmenti anche le prove di tutti gli altri interpreti a cominciare da Daniela Barcellona nobile Tamerlano, la sorprendente Marina De Liso come appassionata Asteria, Christian Senn solido Bajazet, Lucia Cirillo sicuro Andronico e Maria Grazia Schiavo nel ruolo minore di Idaspe che però riese a stupire per la brillante Anche il mar par che sommerga.

Successo incondizionato e pienamente meritato per entrambe le opere.

Post Scriptum. Vivica Genaux interpreta Qual guerriero in campo armato diretta da Fabio Biondi durante la registrazione per Virgin.

Henze, Fedra e le illusioni di Mussbach

Ricomincia la stagione. Da Berlino, per la Phaedra di Hans Werner Henze alla Staatstoper.

Grande vecchio della musica, ultimo fra i giganti, erede riconosciuto di una tradizione compositiva tedesca che parte da Beethoven e passa per la seconda scuola di Vienna. Come l'estremo Strauss, Henze si rifugia nel mito e parla con apollineo distacco di Fedra e del suo tragico amore per il figlio Ippolito.

Peter Mussbach, con la geniale complicità di Olafur Eliasson, costruisce uno spettacolo complesso, affascinante, immateriale in costante equilibrio fra immaterialità dell'illusione teatrale e la concreta materialità dell'esecuzione musicale.

 

Foto: Ruth Walz

Grande successo per tutti i perfetti interpreti: Axel Köhler (Artenis), John Mark Ainsley (Hippolyt), Maria Riccarda Wesseling (Phaedra), Marlis Petersen (Aphrodite) e Lauri Vasar (Minotauros). E poi Mussbach ed il direttore Michael Boder che porta sul palco i 23 favolosi strumentisti dell'Ensemble Modern.


Foto: Chihoko Nakata

Accolto festosamente dal pubblico che lo accoglie in piedi al suo ingresso in sala, Henze saluta (commosso) il pubblico che tributa un innegabile successo alla sua ultima creazione.


Foto: Chihoko Nakata

Vielen Dank, Frau Chihoko Zeisberg-Nakata!

Il Mariinsky sbarca a New York

Corrispondenza da New York per un Rheingold + Walküre, evidentemente non troppo riusciti, con i complessi in trasferta del Mariinsky diretti da Valery Gergiev.

Overall – competent – no more.
I hesitated for a long time before buying tickets. I am familiar enough with Gergiev’s work, so I did not expect something special. I finally decided to get tickets because I have not been to a
Ring cycle since 1998.
The orchestra – good. Not a rich, dark sound. The Met orchestra does it much, much better. Gergeiv – got through it OK. No special shaping of the music, not much inner drama or excitement.
Vocalists. The Loge-outstanding. Wotan-again, competent. No special vocal presence or projection. Same with Brünnhilde – her top notes on
Hojotoho were whoops up to a pitchless shriek. I wanted to laugh out loud. It reminded me of Florence Foster Jenkins. Otherwise, she was not bad, neither was she particularly good. Sieglinde has no lower range so her narrative “Der Maenner Sippe…” was inaudible. The upper range was loud, in tune and ugly. The Siegmund’s voice, poor thing, barely lasted through the first act. Winterstuerme had absolutely no line or lyricism – but he moved his hands in a most expressive way. The last scene of act one, one of the highlights of the Ring, was simply vocal disaster.
As for the sets, I have given up trying to make sense of modern Wagnerian stagings. It was no better or worse than things I have seen at Bayreuth. I thought it ridiculous that the
Times critic spent so much time on the construction of the sets. So it’s a touring production, so they had a low budget, so what? Most of it made no sense, but I’d rather see a staged production than a concert performance. At least there is movement and some sense of drama imparted. If the singers had been special it would have mattered less.
But the music – it always gives me Gänsehaut. It is indestructible and irresistible – but you already know that and feel the same way.
I must say, that I was not at all disappointed, because I expected no more, although, of course, one always hopes for some special, unpredictable spark. In this case the music alone provided that.

On to Siegfried and Goetterdaemmerung.

Well, the last half was quite a different animal from the first.
During the intervening week the Kirov company had played though a complete cycle, and picked up on the acoustics of the full house, and learned how to project into the space. 
They were also over the opening night jitters, and probably had some rehearsals as well.  As soon as Siegfried  began, the sound had a fullness and balance that were not present at the beginning.
The Siegfried, Victor Lutsuk, was one of the best I have heard.  He sang the role right up to the end, as opposed to barking and straining.  The Brunhilde, Olga Sergeeva, still has her shortcomings, but she became better and better, reaching her peak in the scene with Waltraute, but still having enough for a creditable job in the Immolation scene. I now wish I had gotten tickets for both Ring cycles.  Next time such an opportunity occurs, I will not be burdened with the necessity of going to work!! 
I should also mention that the lighting was superb throughout, and was very effective in heightening the drama.

Thank you very much, Marc!

PS. La scena sopra ricorda tremendamente quella (terribile) del finale del secondo atto della recente messa in scena della Fura dels Baus, soltanto vagamente più sobria.

 

Signori, si chiude...

Domenica 8 luglio: si chiude la lunga stagione dell'Oper Frankfurt.

Dopo aver aperto il 24 agosto scorso con un'opera barocca "veneziana" come l'Agrippina di Händel, si chiude con un'altra opera barocca veneziana, Il ritorno di Ulisse in Patria. E così come aveva aperto la stagione, Felice Venanzoni officia il rito di chiusura della stagione. Questo Ulisse chiude inoltre il ciclo di opere monteverdiane messe in scena al Bockenheimer Depot da David Hermann e dallo scenografo Christof Hetzer. Ciclo che sarebbe dovuto essere ripreso nella prossima stagione ma che, per i soliti motivi finanziari, si limiterà alla sola ripresa dell'Orfeo

Bello soprattutto l'impianto scenico, semplicissimo, di Hetzer: un palcoscenico/isola che avvolge l'orchestra, un mare nero dalla superficie riflettente che separa le due sponde/tribune nelle quali trovano posto gli spettatori. Assai meno bella la regia di Hermann - pochissimo ispirata e spesso incerta - che impone un passo onirico all'azione ma scivola sovente su lepidezze e gratuità. È sembra un po' vittima dell'affanno del raccontare, malattia piuttosto diffusa da queste parti. Come se il canto non bastasse a se stesso...

Nel complesso equilibrata la compagnia di canto, anche se di virtuosi ne abbian sentito pochi. Buona la coppia dei protagonisti Christine Rice sommessa Penelope e Kresimir Spicer appassionato e (fin troppo) generoso Ulisse. Funzionali ai propri versatili ruoli tutti gli altri: Magnus Baldvinsson (Antinoo/Tempo/Nettuno), Christian Dietz (Giove/Anfinomo), Robert Gardiner (Eurimaco), Dimitry Egorov (Pisandro), Jenny Carlstedt (Fortuna/Ericlea), Katharina Magiera (Amore/Melanto), Jussi Myllys (Eumete) e Anja Fidelia Ulrich (Minerva). Molto divertente il "ripugnante" Iro di Danilo Tep¨a.

Ottimo il gruppo strumentale - con elementi della Frankfuter Museumorchester integrati da strumentisti specialisti del barocco - che se sotto la vigorosa guida di Paolo Carignani si è fatto ammirare per scatto e vigorose dinamiche, mentre con Felice Venanzoni recupera morbidezza e cantabilità.

Meritato il successo di pubblico che ha garantito il tutto esaurito in quasi tutte le numerose recite.

La Violetta infantile di Marthaler

Cronaca della controversa Traviata parigina messa in scena da Christoph Marthaler a Palais Garnier.

Quelques lignes pour faire partager mon bonheur d'avoir assisté à La traviata de Marthaler mardi soir.

Une traviata enfantine dans un monde de (presque) grand

Le « presque » vient de José Van Damme qui a été le plus mauvais des chanteurs de cette soirée. Aucune interprétation, aucune gravité dans son personnage du père et des fausses notes à la volée. Une vraie déception.
Mais heureusement pour lui, il se fait très largement voler la vedette par un Alfredo (Jonas Kaufmann) absolument incroyable, et une Violetta (Christine Schäfer) très émotionnelle.
Kaufmann chante vraiment bien. Dans toutes les positions : couché, porté, allongé, à l'envers. Il était extrêmement mobile sur scène avec une énergie de jeune premier. Schäfer, elle avait une voix très marquante. Quelque chose de très rond dans le timbre et surtout au delà de cette voix assez surprenante au premier abord, une très bonne interprétation. Quelques notes pâtissent de cette émotion dans la voix, mais ne gâche rien au final.
Enfin, la présence de ces fortes personnalités cadre parfaitement dans une mise en scène marthalerienne. L'art du tout, du second plan, de l'action éparpillé, et l'occasion de donner aux chanteurs une vraie place dans une scène au décor épuré.
Mais ce que j'aime aussi et surtout chez Marthaler ce sont les détails. Le détail du spectacle qui résume si bien la Traviata et qui représente un certain génie de Marthaler, ce sont les chaussures portées par Violetta. Des talons compensés avec lesquelles il est impossible d'avoir une vraie démarche. On y retrouve alors une Violetta presque enfantine, ayant enfilé des chaussures vraiment pas faites pour elle.
Ca s'appelle le génie du metteur en scène pour résumer en un détail, toute l'histoire de cette femme dans un monde inadapté : une pute dans la bourgeoisie locale, ou une malade en un temps de carnaval.

Excellent début, Julien!

Cronache berlinesi

Cronache essenziali di quattro giorni (musicalmente) intensi passati nella capitale federale.

venerdì 29 giugno: Parsifal o del viaggiare nel tempo (ed anche, almeno un po', nello spazio)


Routine di lusso per questo Parsifal che arriva quasi alla fine della stagione della Staatsoper di Berlino. L’interesse rimane comunque alto per uno spettacolo che è in circolazione da un paio di anni e che vede poche modifiche rispetto alla compagnia della prima. Come alla prima, dirige Daniel Barenboim, mentre del quintetto dei protagonisti vocali si ritrovano Burkhard Fritz come Parsifal, Michaela Schuster come Kundry e René Pape come Guremanz.

Non cambia ovviamente lo spettacolo montato nel 2005 da Bernd Eichinger, più noto come produttore cinematografico di successo (Il profumo, La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler, Il senso di Smilla per la neve, Il nome della rosa, Christiane F. e giù fino al wendersiano Falso movimento). Criticatissimo al debutto di due anni fa, in realtà Eichinger mette assai poco di originale nella sua concezione scenica a parte coordinare i movimenti scenici, peraltro piuttosto scarsi. L’unico tocco personale, è una abbastanza inspiegabile cavalcata nel tempo nel corso dell’azione che però offre l’occasione per mostrare dei set cinematografici, fra l’ovvio e l’oscuro, complessivamente gradevoli all’occhio: la foresta vergine dell’inizio, esotismo arcaico alla Indiana Jones per riti celebrati da Amfortas, sensuali architetture orientaleggianti per la dimora di Klingsor, una lurida periferia di Manhattan per l’apertura del terzo atto e immagini cosmiche per la celebrazione del finale.

Sul palco, una compagnia entusiasmante anche nei ruoli minori. Dominava su tutti la stupenda prova di René Pape come Gurnemanz: basso dal timbro pieno e dal colore di ammirevole omogeneità in tutti i registri, nonché interprete di irresistibile fascino. Insolitamente sottotono Roman Trekel come Amfortas, grande attrice come sempre Michaela Schuster nei panni di Kundry, un po’ impacciato ma vocalmente ineccepibile il Parsifal di Burkhard Fritz, efficace anche se non memorabile il Klingsor di Christof Fischesser. Daniel Barenboim dirige con energia e convinzione la smagliante Staatskapelle Berlin e trasmette il suo grande entusiamo al pubblico che risponde con travolgente entusiasmo. Come fosse una prima.

domenica 1 luglio: Il paese del sorriso o “Dein ist mein ganzer Schmerz”


Fino a che punto ci si può spingere con l’operetta per restituire uno spessore che (probabilmente) non ha? Peter Konwitschny ci prova alla Komische Oper con Das Land des Lächelns (ossia Il paese del sorriso) di Franz Lehár. Sarà la nostra scarsa simpatia per le operette, ma ci sembra che il gioco non valga davvero la candela.

 
 

Konwitschny però ci crede e ci si mette di impegno a smontare un meccanismo che è fatto di una abbondante quantità di melassa, un pizzico di divertimento, una spolverata di esotismo (qui, piuttosto abbondante). Perché, particolarmente nella Prussia protestante, occorre soprattutto espiare e non si può concepire la leggerezza gratuita. Intendiamoci: fin dal libretto, che racconta abbondatemente delle simpatie di Adolf Hitler per Franz Lehár (pare ricambiate) e del contesto storico bellico attrono alla composizione del lavoro, materia per una lettura 'antioperettistica' sembrano esistere ed in abbondanza. Ma tutto ciò sembra interessare poco Konwitschny, che invece pare si concentri a smontare il giocattolo e a mostrarci le molle, le imbottiture posticce, la fragilità dei meccanismi che lo costituiscono. Salvo che, in questa opera di smontaggio, ci si accorge che non rimane davvero nulla e che il nobile tentativo di Kowitschny è destinato a tradursi in eccessi di fastidioso didascalismo (il balletto dei capi di stato/grandi dittatori di mille anni di storia euroasiatica, la Cina maoista dello zio di Sou-Chong), di politica a buon mercato (il protofemminismo d'accatto, il coro delle migranti profughe che accompagnano Lisa nel suo ritorno a Vienna), di perdita di senso oramai diventata di moda (il gratuito massacro finale dei protagonisti, che ricordava, tuttavia senza averne la stessa efficacia, il finale 'in minore' della mozartiana Entführung dell'Oper Frankfurt secondo Christof Loy di un paio di stagioni fa). Quel che lascia un vago senso di delusione, alla fine, è che non si può nemmeno dirne male, giacché il tutto rimane sostanzialmente estraneo al contesto, che, per il resto, continua ad essere fatto di scintillanti melodie, sentimentalismo ipertrofico, di scherzi come da copione.

      
I capi di stato: Adolf Hitler, Napoleon, Stalin, Bush, Bokassa, Cesare, Ivan il Terribile

Interpreti funzionali, buon coro e orchestra in gran forma, tutti valorizzati da un energetico Kirill Petrenko che non sembra curarsi troppo, dalla buca, di quel che avviene in scena e dirige con grande convinzione e con rigoroso rispetto (fin troppo) la partitura di Lehár, così come è scritta.

E chi si aspettava lo scandalo, o almeno una reazione forte da parte del pubblico era pure destinato ad rimanere deluso: oramai anestetizzato da una provocazione che è diventata stile, il pubblico applaude convinto, apprezzando le melodie immortali e divertendosi al grottesco balletto dei dittatori più celebri della storia dell’umanità.



Venghino, siori e siore, al circo Puccini!

Calixto Bieito colpisce ancora. Ieri sera a Stoccarda.

Inutile scandalizzarsi davanti ai suoi spettacoli: da dieci anni imperversa si sa chi è, cosa gli piace fare, cosa fa. Inutile negare che l'accostamento Bieito-Puccini - non nuovo: a Berlino circola da anni la sua Butterfly - sia intrigante. E lo sia particolarmente per la Fanciulla del West, opera quasi invisibile fra i blockbuster pucciniani. Nessuno è obbligato a vedere i suoi spettacoli, ma non c'è occasione in cui il pubblico non si scateni per manifestare il suo dissenso, compreso ieri sera.
Del resto non si tratta di arte, ma di altro (e sono ragioni buonissime). Un anonimo Intendant le ha sinteticamenteriassunte in una cifra: +16%. È l'aumento negli incassi quando il nome di Bieito appare nella locandina. A volte va meglio a volte va peggio, ma +16% è comunque una buona ragione per insistere. Del resto è cosa nota da tempo che per gli affari non c'è niente di meglio che un po' di scandalo.

Ieri, come in altre occasioni, però c'era anche del pregiudizio. La premiata ditta Bieito tende a fare del merchandising di sesso e violenza, ma a volte le sue succulente ciambelle riescono col buco. Come in questo caso.  




Certo bisogna riuscire ad accettare una buona dose di volgarità nel primo atto, una specie di circo Barnum affollatissimo di cowboys, pellerossa, cavalli autentici, acrobati sui trampoli, trapezi, saloon, e quant'altro. E bisogna glissare sull'inudibile duetto fra Minnie e Dick soffocato da coppie danzanti, imbonitore brechtiano con microfono, il finto pubblico in scena e le foto col flash, il movimento in platea. Bisogna poi chiudere un occhio sugli impacci della Minnie versione Gilda del poco riuscito secondo atto, sacrificato in un impossibile bilocale spinto sul proscenio. E soprattutto bisogna cogliere l'ironia e i rimandi cinematografici (peraltro palesi) del truculento finale alla Tarantino, con spadone da samurai, fiotti di sangue, e violenza gratuita. Lo psichedelico spettacolo però è ben costruito, ha un suo ritmo, ha un bell'impatto visivo (le luci magiche sono di Reinhard Traub).

Se scandalo c'era era tutto nel cast largamente inadeguato alla difficile prova e nella direzione di Shao-Chia Lü (ci siamo chiesti, se avesse problemi di udito). Ovviamente il pubblico si accanisce contro Bieito, che risponde spavaldamente, contro Minnie e contro Lü. Serata comunque molto vivace e divertente.

PS. Lo spettacolo tracimava nel foyer con distribuzione di gadgets da parte di cowboy e dama, e nella sala addobbata con bandiere degli Stati Confederati.

Carsen porta a Venezia il suo Siegfried

La scène de la Fenice, c'est la moitié de celle de Cologne, donc j'ai dû changer beaucoup de choses. Je ne parle pas seulement du décor mais aussi de la façon qu'ont les personnages de se comporter entre eux, c'est beaucoup plus intimiste, ici. Pour moi, créer la tension sur le plateau pour qu'on soit présent dans les pensées des personnages, c'est la base de tout théâtre. Le public, qui ne devrait pas être là, ce quatrième mur invisible, participe. Le sens de la musique demande aussi la participation du public : dans Wagner, vous entendez un thème, un Leitmotiv, mais est-ce que ça décrit ce que ressent la personne qui chante ou est-ce que c'est l'autre personne qui l'éprouve ? Il y a des dizaines d'explications et toutes sont possibles. Il faut que le public écoute la musique d'une manière active et pas d'une manière passive. Peut-être tout le monde ne sera-t-il pas d'accord avec moi ou n'aimera-t-il pas forcément la manière avec laquelle je veux le faire, ce qui est normal, mais je n'aime pas du tout cette passivité du public qui existe parfois, quand il n'y a pas assez de tension entre les comédiens.
(R. Carsen)

 

Abbiamo notato poche differenze nel Siegfried visto ieri sera alla Fenice dopo qualche mese dalla maratona di Colonia. Di sicuro nello spazio scenico ridotto del teatro veneziano la scena di Patrick Kinmoth soffre un po' e perde un po' del respiro spettacolare (la foresta decapitata del secondo atto) e del grandioso senso di rovina (il salone con caminetto di Villa Walhalla) che si apprezzava a Colonia. Rimane però la forza irresistibile della messa in scena di Carsen, la cura del dettaglio scenico, l'estrema attenzione ai valori drammaturgici del testo wagneriano anche nella (apparente?) infedeltà alle prescrizioni del libretto.

Del cast di Colonia ritroviamo solo Stefan Vinke, festeggiatissimo dal pubblico veneziano già alla fine del primo atto e salutato da ovazioni alla fine dell'opera. Ritroviamo il suo Siegfried solido, senza troppe sfaccettature, eroe senza macchia e senza paura. Insomma, efficace e sicuro. Uno dei punti di forza della distribuzione veneziana, Susan Bullock soprendemente delude come Brünhilde: spesso in affanno, spesso inudibile nella massa sonora orchestrale, in difficoltà nella tessitura acuta (imperdonabilmente abbandonando il suo Siegfried al do del leuchtende Liebe, lachender Tod). Irriconoscibile rispetto ad altre sue prove anche recenti. Molto bene in compenso il resto del cast, di cui vanno citate le solide prove vocali di Wolfgang Ablinger-Sperrhacke come Mime e di Greer Grimsley come Wanderer (che tuttavia ci è sembrato poco "in parte", forse per l'età relativamente giovane). Efficaci comunque anche gli altri.

Magnifica la direzione di Jeffrey Tate, ricca di colori e di umori, intensamente lirica, appassionata e appassionante nel finale. Il suo merito è anche quello di far risplendere la normalmente opaca Orchestra del Teatro La Fenice, che offre una prova finalmente pienamente convincente con solo poche (e veniali) sbavature.

Il pubblico della prima di ieri sera decreta un successo incondizionato a tutti gli interpreti, accoglie con ovazioni Tate e Vinke, punisce severamente la Bullock con una salva di fischi, e accoglie festosamente Carsen.

Stupidario. Letto in un articoletto pubblicato ieri nel Corriere del Veneto: "Chi ha visto La Valchiria non può non avere ancora impressa nella mente la trovata registica di Carsen, che aveva suscitato qualche polemica per l'ambientazione in epoca nazista, ma che in alcuni momenti si sposava perfettamente con la musica". Ma ci vanno i cronisti a teatro?

Questo Siegfried lo si può ascoltare in diretta su RadioTre Rai mercoledì prossimo 20 giugno dalle 18.

Ariadne auf Metz

Altro post in affitto: cronaca della straussiana Ariadne auf Naxos vista domenica scorsa nel teatrino di Metz.

Allestimento assolutamente al di là di quelle che si possa ritenere essere le capacità di Metz. Trattasi di una coproduzione con l’Opéra de Toulon. Pare che la moda attuale nella regione di scambiarsi e far viaggiare produzioni abbia dei vantaggi enormi: alza la qualità e le possibilità dei teatri meno centrali, e genera una specie di darwinismo culturale, nel senso che tende a riprodurre e propagare gli spettacoli piu validi.
Regia decisamente non tedesca; niente naiadi putzfrau; niente ambienti sgradevoli come a Dresda con drogate nelle toilettes. Ambientazione in una Vienna post-Anschluss ma pre-guerra, vagamente jugendstil. Scena praticamente unica, con un salone in primo piano, un padiglione sopraelevato (che si sposta nell’ "opera") e il parco dietro. ottima soluzione per il prologo, perchè consente ai cantanti di entrare e uscire dai camerini siti nel padiglione, a Zerbinetta di appartarsi coll’ufficiale nazi, etc., senza apparire e sparire nel nulla, come già si vide.
Gli interpreti, veramente strabilianti. Il compositore Delphine Haidan: solo con la fu Chilcott si è visto un compositore così profondamente commovente; ma questo (!) cantava meglio (è Mallika nel bel disco della Lakmè con la Dessay). Prima donna/Arianna la sostituta Nancy Weißbach: che dire? Era Arianna – alta, solenne, ‘plantureuse’, simile fisicamente e vocalmente ad Elisabeth Schwarzkopf. Bellissima voce straussiana. Potrebbe forse essere Walkiria piu che Arianna, se le si può muovere un appunto. Isabelle Philippe anche – già bravissima Lakme sempre a Metz l’anno scorso – fortissima Zerbinetta: pimpante in scena, ha affrontato le piu impervie colorature di slancio; con una sola incertezza nella tirata di vocalizzi della "Grossmachtige Prinzessin". Daniel Gallez-Vallejo fu un Bacchus anche all’altezza: voce da Heldentenor, a tratti solo troppo tuonante (es. nelle apostrofi "Circeeee Circeeee"); curioso che nel suo repertorio non ci sia Wagner. Brave le Driadi etc. (e belle). Molto bravi i buffi, sopratutto Arlecchino; eccellente anche il Maestro di musica, nonchè il Maestro di danza. Insomma: un cast non solo di alto livello, ma anche affiatato e omogeneo.
Orchestra un poco fragilina, specie se si confronta con Karajan/Schwarzkopf. Sopratutto fiati, sia di legno che di rame (o di ottone): non c’è quella sensazione avvolgente di lirismo, ma degli isolati pio pio. 
L’opera tuttavia prende un andamento portentosamente fluido, con tempi distesi e un lirismo che trascorreva come un lento e possente fiume di acque trasparenti. Particolarmente facile seguire l’azione e le infinite sfumature strausshoffmannstahliane. Anche grazie agli eccellenti titoli. Il direttore,
Jacques Mercier è da ringraziare per questa fluidità, e per l’espansione del canto. Il gioco tra Zerbinetta e Primadonna-Arianna, il filo rosso dell’opera, in questo contesto di regia e linea melodica fluente è stato particolarmente messo in rilievo, con anche momenti di tenerezza tra le due, nell’aria di Zerbinetta. Il finale sottolinea la metamorfosi da divino a umano dei protagonisti: Mercurio e Circe divengono i piu umani Bacco e Arianna. E prende tutto il suo significato il ritornello: Wie ein Gott kam jeder gegangen..., che Zerbinetta ricorda a Arianna sussurrandole du hast dein Gott. Parallelo tra dei, semidei, umani, parallelo tra amore eterno e innamoramento fugace (ma pur sempre momentaneamente totale); parallelo tra le due storie d’amore , parallelo e congiungimento tra opera e prologo: gli dei scalan un livellio di umanità divenendo Bacco e Arianna, per poi scalarne un’altro, il vero, e Bacco e Arianna divengono compositore e Zerbinetta.
... e parallelando parallelando, come non pensare alle due coppie del flauto magico, e alla sofferta conquista dell’umanità nella
Frau ohne Schatten?
A margine: femminismo. Il sehr gnadiger uditorio, composto di uomini e donne, è parecchio partagé su giudizi e gusti: le donne apprezzano la
"wuste Insel" e la tirata di Arianna “es gibt ein Reich”, mentre i signori maschi sbadigliano; all’arrivo dei comici con la soubrette i maschi si ringalluzziscono e le donne, scocciate, escono dalla comune.

grazie di cuore pp! 

PS. Il 10 giugno il TGV arriva a Metz e in altre città dell'Est francese. E poi passerà anche la frontiera ed arriverà in Germania. Per andare da Francoforte a Parigi ci vorranno 3 ore e 50 minuti. Dum Romae consulitur...

Der Fluch der Wiederaufnahme

Assistendo alla recita pomeridiana dell'Ariodante di ieri all'Oper Frankfurt, tornava in mente la geniale commedia di Michael Frayn Noises off (l'atto III, in particolare). Jussi Myllys che, precipitando dalla passerella si trasformava improvvisamente in una specie di Fanfani rapito, al re di Soon-Won Kang cascavano letteralmente le braccia complice un taglio (proditorio) del Maestro Venanzoni, l'infido Polinesso di Daniela Pini non si fidava nemmeno in punto di morte accertandosi che vi fosse qualcuno ad assisterlo nel momento estremo del trapasso, la furiosa Dalinda si accorgeva di quanto fossero spuntate le sue armi nell'asincronia dei lanci... Una serie di imprecisioni quasi invisibili, granelli sabbia nel meccanismo implacabile dello spettacolo di Achim Freyer, che comunque, a distanza di tre anni dal debutto, mantiene ancora molto del suo affascinante espressionismo poetico. Conseguenza inevitabile di un sistema, quello del repertorio, che se presenta vantaggi economici innegabili, inevitabilmente produce una routine che non sempre fa bene alla qualità. Tolta la tensione del debutto e con solo quache prova, ci rimettono precisione e concentrazione.

Il risultato è stato una prova abbastanza sfuocata, soprattutto da parte di una orchestra particolarmente distratta e spesso imprecisa. Eppure, in scena c'era una compagnia di canto che presentava una omogeneità maggiore rispetto alle distribuzioni ascoltate nelle precedenti edizioni, con due fuoriclasse. La prima era Daniela Pini, la più applaudita per lo stile impeccabile che si appoggia su un bel timbro brunito e una tecnica sicura con cui risolve le asperità vocali di Polinesso. L'altro è il giovane tenore Nicholas Phan il cui Lurcanio è restituito con classe innegabile, anche se forse qualche eccesso temperamentoso ci è sembrato nuocesse un pochino allo stile.

Felice Venanzoni fatica un poco ad imporre un po' più di disciplina ai discoli dell'orchestra ma riesce a stabilire un buon equilibrio con la scena e soprattutto "canta" più di quanto non ricordassimo Andrea Marcon alla prima.

Pubblico scarso ma resistente (poche defezioni) che applaude con convinzione alla fine della rappresentazione. 

Monteverdi a Spira

Ci sono diverse modi per esplorare la provincia profonda tedesca (ammesso che ve ne sia bisogno). Un modo è inseguire eventi musicali in luoghi sconosciuti ma fortemente evocativi, magari di un libro di scuola. E così capita di arrivare a Spira (o Speyer), a soli pochi cholmoteri da uno degli agglomerati industriali più soffocanti della Germania centrale (Mannheim e la vicina Ludwigshafen con l'incombente presenza dell'enorme stabilimento BASF) e di trovarsi in una specie di idillio fatto di belle chiese, stradine tortuose - laddove dovunque è il trionfo della razionalità del rettilineo e dell'ordine del perpendicolo - con edifici dalle belle facciate e chiese (molte).

Capita di arrivarci per un bel concerto monteverdiano che l'Orchestra Barocca Veneziana diretta da Andrea Marcon ha offerto nella magnifica cattedrale romanica nell'ambito della ricca offerta del Festival di Schwetzingen.

Stupisce sempre di questa piccola e preziosa orchestra la morbidezza e la duttilità di suono ed insieme la sua autorevolezza conquistata grazie alla competenza del suo direttore Andrea Marcon, con cui l'intesa è perfetta. Programma ricco (e non facile) fatto composizioni religiose monteverdiane tratte per lo più dal "Vespro della Beata Vergine" e dalla "Selva morale e spirituale", alternate a frammenti di gregoriano intonati dall'abside dai quattro bravissimi solisti della Cappella Gregoriana di Venezia diretti da Luigi Collarile. Perfetti anche la compagine "La voce umana" ed il gruppo degli otto solisti vocali, fra i quali si distinguono le due soprano María Espada e Yeree Suh per l'appassionata spiritualità dei momenti solistici.

Officia il rito Andrea Marcon come sempre musicalissimo a dispetto del rigore stilistico imposto all'esecuzione.

Il pubblico risponde con entusiasmo e convinta partecipazione.

Il programma

Corale gregoriano "Deus in auditorium meum intende" antifona
Claudio Monteverdi (1567–1643), "Domine ad adjuvandum" (Vespro della Beata Vergine)
Corale gregoriano "Cum complerentur dies" antifona
Claudio Monteverdi, "Dixit dominus" II, salmo per otto voci e archi (Selva morale et spirituale)
Francesco Cavalli (1602–1676), Sonata a tre dalle "Musiche sacre"
Corale gregoriano "Spiritus domini" antifona
Claudio Monteverdi, "Confitebor terzo alla francese", salmo 110 a cinque voci ed istrumenti
Claudio Monteverdi, "O quam pulchra es", mottetto per voci soliste e b.c. (Selva)
Corale gregoriano "Repleti sunt omnes" antifona
Claudio Monteverdi, "Beatus vir primo concertato" , salmo 111 per sei voci ed istrumenti
Giuseppe Scarani (1628–1642), "Sonata sei a due soprani (cornetti) sopra re mi fa sol la"
Corale gregoriano "Fontes et omnia" antifona
Claudio Monteverdi, "Laudate pueri" II salmo 112 per cinque voci e istrumenti (Selva)
Claudio Monteverdi, "Venite, sitientes, ad aquas" mottetto per due soprani e b.c.
Corale gregoriano "Loquebantur variis linguis" antifona
Claudio Monteverdi, "Laudate dominum, omnes gentes" II, salmo 116 a cinque voci e due violini (Selva)
Giovanni Gabrieli (1557–1612), "Canzon primi toni a otto" da "Sacrae Symphoniae" I

Corale gregoriano "Cum complerentur" antifona
Claudio Monteverdi, "Veni creator spiritus" inno
Corale gregoriano "Loquebantur variis linguis" antifona
Corale gregoriano "Hodie completi sunt" antifona
Claudio Monteverdi, "Magnificat" I a otto voci (Selva)
Corale gregoriano "Oremus ad dominum" antifona
Corale gregoriano "Benedicamus domino" responsorium
Corale gregoriano "Regina caeli" antifona
Claudio Monteverdi, "Cantate Domino" mottetto per sei voci ed instrumenti (Primo libro de motetti)

Morte (di noia) a Venezia

Un tempo la English National Opera passava per un luogo di basse provocazioni e sguaiatezze. Anche il normalmente educato Jonathan Miller si lasciò andare e propose un Rigoletto in gessato e mitra fra i grattacieli di Broccolino (che poi fece scuola nei palcoscenici tedeschi che raramente si privano di questa banalità), senza dire che molta della fama dello scellerato Calixto Bieito più si deve in buona parte al suo sessuomaniaco (e tremendamente noioso) Don Giovanni visto in questo teatro cinque anni fa.

Decenni dopo, vittima di una crisi crescente di presenze, la provocazione non paga ma soprattutto non stupisce visto che il programmatico "fare non come è scritto" è diventato la norma nella maggior parte delle scene liriche europee. E allora ci si inventa la vera novità: prendere alla lettera e trattare un'opera molto particolare ed intimistica come se si trattasse di uno dei grandi blockbuster dell'opera.

Si incarica allora Deborah Warner di costruire uno spettacolo che ha la sontuosità di un film e di affollare la scena come se si trattasse di un musical. Solo che Death in Venice di Britten è un'opera fatta di un solo personaggio e della sua interiorità fatta di ricordi, di (molti) rimpianti e di tardivi vagheggiamenti per una giovinezza oramai perduta. Davanti al sontuoso e mobilissimo impianto scenico di Tom Pye illuminato dalle impressionistiche luci di Jean Kalman e agli eleganti costumi fin de siècle di Chloe Obolensky, la Warner costruisce il suo musical dalle generiche ascendenze manniane, lavora di fino sui movimenti, gestisce le masse con grande sapienza e buon occhio e, soprattutto, elimina ogni possibile traccia di intellettualismo e/o tematiche controverse (del resto chi si scandalizza più quando si parla di omosessualità?)

 

In questo minimalismo da West End, è ben assecondata dal suo protagonista Ian Bostridge che somiglia molto a questo spettacolo, ed in questo modo ne risulta interprete ideale: elegante ed impeccabile (anche musicalmente) tanto quanto è algido e asettico. Vocalista (consapevolmente) eccellente, l'Ascenbach di Bostridge è più dandy annoiato che intellettuale tormentato. Come può l'adolescente Tadzio non cadere vittima del suo fascino? Da questo nasce la sua crisi.

 

Discretamente inesistenti gli altri interpreti, cominciando dal diafano controtenore Iestyn Davies come Apollo. Vagamente meglio l'impegnato baritono Peter Coleman-Wright nei vari ruoli di interlocutore di Aschenbach. Ottimo il pudico Tadzio del danzatore Benjamin Paul Griffith.

Gli ottimi strumentisti dell'Orchestra della English National Opera erano diretti con energia dal giovane direttore musicale del teatro Edward Gardner.

Si graffia poco, si sbadiglia molto, ma alla fine gli applausi al solido professionismo della produzione non si negano e sono fin troppo generosi.

Assassini

Passeggi per i giardini e le fontane del magnifico parco del castello di Schwetzingen ed improvvisamente ti trovi davanti ad una specie di visione orientale: una vera moschea con tanto di minareti, ingentilita da contaminazioni rococó per adattarla al quadro idilliaco.

E poi ti imbatti in un mondo lontanissimo fatto vecchi e di montagne, di sangue, di assassini, di fumatori di hashish, dei loro sogni. Racconta Marco Polo nel suo Milione: "Lo Veglio tenea in sua corte tutti giovani di 12 anni, li quali li paressero da diventare prodi uomini. Quando lo Veglio ne facea mettere nel giardino a 4, a 10, a 20, egli gli facea dare oppio a bere, e quelli dormía bene 3 dí; e faceali portare nel giardino e la' entro gli facea isvegliare. Quando li giovani si svegliavano e si trovavano la' entro e vedeano tutte queste cose, veramente credeano essere in paradiso."


E ne parla anche Bernhard Lang presentando la sua nuova opera, che debutta nell'idillio di Schwetzingen.

Non si va subito nel magnifico teatrino, ma c'è da sapere tutto su Hassan el Sabath, il Vecchio delle montagne, e te lo raccontano tutto insieme nella Kammermusiksaal sei creature dark che arrivano dal giardino su una Mercedes nera e ti catturano con i loro racconti sincopati.

Un tiro di coca e i sei ci portano a sognare con loro nel teatrino ...

Il pubblico, incuriosito e incantato, risponde con calore alle sperimentazioni narrative di Lang e dei suoi convinti narratori.

Pelléas lunaire

Viaggio a Londra. Passaggio obbligato alla Royal Opera House.

Pubblico molto variegato: dall'aristocratico al popolare (colpisce la quantità di persone con sporte da picnic che consumano sandwich e thermos di caffé, nascosti in qualche anfratto delle labirintiche scale d'accesso all'Amphitheater). Molte memorabilia nell'angusto corridoio che collega il bar alla sala. Gli inglesi sono attentissimi alla memoria e all'esempio dei grandi.

Mercoledì sera si dà il Pelléas et Mélisande di Debussy, in uno spettacolo coprodotto col Festival di Pasqua di Salisburgo. Locandina molto attraente: Simon Keenlyside e Angelika Kirschlager protagonisti, dirige Simon Rattle.

Cast impeccabile, esecuzione smagliante, nessuna sbavatura.

Rattle ci convince pienamente forse per la prima volta, con una direzione rigorosa, controllatissima eppure piena di pathos e di colori. L'equilibrio con la scena è ammirevole, il dialogo appassionante. Un Debussy, quello di Rattle, di cui  finalmente si apprezza lo spessore della concezione teatrale.

Tutto funziona anche grazie ad una compagine vocale che è difficile immaginarsi migliore, mche e lì per lì magari provoca qualche diffidenza.

Keenlyside, invece, disegna un Pelléas perfetto, lunare e lacerato, dalla fanciullesca gestualità. Perfetto nel passaggio dallo slancio dell'irruenza giovanile al mesto ripiegarsi in una malinconia attonita. Angelika Kirschlager gli tiene testa con la sua Mélisande forte e libera nel suo impeto giovanile, niente affatto diafana e pre-raffaelita, come vuole l'abitudine. Ammirevoli pure il sanguigno Golaud di Gerald Finley, la discreta Geneviève di Catherine Wyn-Rogers e il dolente Arkel del veterano Robert Lloyd. Il sorprendente George Longworth regala a Yniold la grazia e la freschezza della giovanissima età.

Infine, lo spettacolo bellissimo di Stanislas Nordey, fatto di segni, di colori dalle valenze simboliche, di gesti somministrati con encomiabile economia. Per il gioco di segreti della prima parte, lo scenografo Emmanuel Clolus costruisce dei tableaux di oggetti ripetuti, in cui domina il bianco, nascosti in grandi armadi spostati a vista. Anticipata da un grande pannello luminoso con la scritta "L'odore del sangie comincia a salire", la seconda parte è dominata da grandi pannelli dipinti di sangue che svelano, in un bel gioco geometrico, i segreti e precipitano verso l'ineluttabile tragedia. L'ultima scena, popolata di manichini vestiti come Pelléas, materializza e moltiplica l'incubo di Mélisande, svuotata, precipitata in un sonno che trapassa nella morte, mentre gli altri escono di scena e i macchinisti raccolgono i manichini lasciando Mélisande sola nella scena vuota. Molto belli i costumi di Raoul Fernandez, da clown triste, bianchissimi, per tutti i personaggi e rosso per Mélisande. Magiche le luci di Philippe Berthomé.

Il pubblico frettolosissimo (qui a Londra si corre sempre!) ha comunque risposto con entusiasmo.

Servitori della musica

A guardarlo, Lorin Maazel sembra un maggiordomo: elegante, discreto, misuratissimo, attento ad evitare sbavature o eccessi, panno sempre pronto ad eliminare impronte o tracce di polvere. Ascoltandolo stasera all'Alte Oper si capisce che è proprio così. Suoni levigati, dinamiche trattenute, mai un eccesso. Nemmeno nella ritmica nervosa e nei lividi colori del grottesco del Concerto per Orchestra di Béla Bartók che chiude una serata aperta da un sontuoso Karneval di Antonín Dvořák.

Si ammira, in compenso, la sontuosa New York Philharmonic e i suoi eccellenti interpreti, la sua pienezza di suono, la morbidezza, gli straordinari colori. Si ammira anche l'autorevole ed incisiva interpretazione della giovanissima Julia Fischer nel Concerto per violino di Johannes Brahms, cui Maazel contribuisce intessendo un pregevole e lussuoso tappeto sonoro. Malgrado i tempi non rapinosi dell'Allegro non troppo, e lo svenevole ed estenuato incedere dell'Adagio, la Fischer impone la sua lettura rigorosa e severa, sostenuta da una tecnica implacabile.

Grande successo di pubblico, che l'Orchestra ringrazia con due danze ungheresi di Brahms.

Henze, a Napoli

A Napoli, anche solo per un weekend.





Visita obbligata (anche perché la prima) al glorioso Teatro di San Carlo per un'opera (a suo modo) napoletana: Elegy for Young Lovers di Hans-Werner Henze su un bel libretto di Wystan Hugh Auden e Chester Kallman. Così bello, il libretto, che - abbiamo l'impressione - potrebbe funzionare anche senza il raffinato e freddo contrappunto musicale di Henze, che sembra piuttosto togliere pathos al complesso universo di personaggi che ruotano attorno all'odiosa figura del poeta Gregor Mittenhofer se non fosse per qualche bel momento: il lirico duetto fra la giovane Elisabeth e la folle Hilda nel sottofinale del primo atto, la "concettuale" scena fra Mittenhofer e i due giovani, ed il geniale finale con l'afasia di Mittenhofer e i suoi spettri giocati in chiave musicale.

Pier Luigi Pizzi è sembrato ispirato e pienamente convincente: grande pulizia e rigore sulla scena - scenografia ridotta a pochi indispensabili elementi (anche la presenza incombente della montagna è risolta con semplici e raffinati giochi di luce) - sguardo analitico e economia di mezzi espressivi. Il regista prevale finalmente sul decoratore. Fondamentali alla riuscita dello spettacolo sono stati i sette interpreti: lo spettacolo vive del loro impegno collettivo. Nella concezione complessiva dello spettacolo quel che conta è il gioco di squadra e lo scavo psicologico più che le personalità vocali, che del resto non brillano in particolare nel settore maschile. Si fanno però notare almeno Ruth Rosique per la freschezza che regala alla sua Elisabeth e la stralunata Isolde Stiebert come lunare Hilda.

Jonathan Webb ha concertato con grande concentrazione e precisione la complessa partitura ben assecondato dal gruppo di strumentisti del Teatro di San Carlo.

La magnifica giornata d'estate e la pomeridiana di sabato hanno tenuto lontano il pubblico, decisamente scarso in sala. Solo in pochi, comunque, hanno lasciato il teatro prima della conclusione.

PS. Passeggiando per Via Toledo, ci stava quasi per sfuggire

Imperdonabile!

Meditazioni su una Thaïs parigina

In tempi di vacche magre per questo povero blog, volentieri postiamo una corrispondenza ricevuta da un amico parigino sulla Thaïs di Jules Massenet andata in scena in forma di concerto al Théâtre du Châtelet lunedì scorso.

Sur le genre, d'abord.
A mon sens non-négligeable et même parfois inspiré (cf Manon) mais, sans en être grand connaisseur, Massenet me donne irrésistiblement envie d'ouvrir les fenêtres. C'est particulièrement le cas dans cet oeuvre qui allie un sensualisme assez lourd à une religiosité sulpicienne, un breuvage fort apprécié fin 19ème mais que je trouve indigeste sinon suspect.

L'oeuvre, donc.
L'action se déroule au 4ème siècle. Athanaël curieusement transformé en Nathanaël dans les sur-titres du Châtelet-, moine cénobite, se met en tête de "libérer" Alexandrie du stupre où elle est plongée et à cette fin de ramener Thaïs, "prétresse de Vénus" (!) dans le droit chemin (mon interprétation: sa libido travaille le brave garçon). Il va pour cela se faire inviter chez un de ses amis noceurs -Nicias- pour rencontrer la belle, qui est justement la maîtrese très provisoire d'Alcias, et la convertir (mon interprétation: tendance au voyeurisme), ce qu'il fait en un tournemain (intéressant parallèle entre la consultation par Thaîs de son miroir -"Vénus, dis-moi que je serai toujours belle" - et l'éternité promise par Nathanaël qui ne se prive pas au passge d'humilier copieusement l'hétaïre) . Il la conduit ensuite dans un couvent dans le désert (belle scène de halte dans une oasis où l'on commence à mieux comprendre que le désir d'humiliatiation de celle qu'il appelle "ma soeur" -et qui lui répond "mon père"!- est destiné en fait à le protéger d'un sentiment contraire à la règle monastique). Après l'avoir laissée là, Nathanaël regagne sa tanière mais ne tarde pas à se rendre compte de la nature très charnelle de son inclination. Lorsqu'il revient au couvent, trois mois après y avoir laissé Thaïs, il est déjà trop tard: à force de prières et d'auto-humiliation (Quelle idiote! Mais n'est-il pas fatal -y compris au sens premier- que l'élève s'efforce à dépasser le maître?), Thaïs est mourante; satisfaite d'avoir racheté ses "péchés", elle ne comprend rien aux déclarations enflammées de Nathanaël. Voilà, c'est tarte au possible; on peut aussi dire que c'est la rencontre d'une hystérique -cf plus bas- et d'un névrosé. Mais il est amusant de constater que le livret s'inspire d' Anatole France: je n'ai pas lu le roman mais je me serais attendu à ce que le "compagnon de route " fasse prévaloir la matière sur l'esprit; il est vrai que l'oeuvre est peut-être antérieure à la propre conversion d'Anatole.

La représentation, enfin.
Renée Fleming (Thaïs) avait déplacé les foules. Par ma part, je l'ai toujours trouvé assez froide et si sa voix convient bien au rôle de Thaïs par sa luxuriance et son moelleux, le registre est à mon sens trop bas (Renée Doria et Beverly Sills, qui ont enregistré des versions de référence, chantent nettement plus haut). Elle nous a néanmoins gratifiés, comme toujours, de merveilleuses notes filées, ne se montrant pleinement convaicante dans son personnage que dans deux scènes où elle faisait nettement ressortir le penchant hystérique de Thaïs: la scène de la conversion et celle finale. Or, c'est un aspect essentiel du livret, sans lequel on ne pourrait notamment pas comprendre la rapidité de la conversion: il faut que celle-ci réponde à une incapacité profonde du personnage à s'accepter pour ce qu'il est (de manière significarive, Thaïs chante, lors de sa conversion, que les hommes sont brutaux et les femmes méchantes; il est vrai qu'elle a raison sur le premier point mais c'est le deuxième qui est révélateur). Gerald Finley (Nathanaël) était par contre convaicant de bout en bout dans son personnage torturé, grâce aussi à une très belle projection et malgré quelques intonations un peu dures. Fabrice Dalis (Nicias) remplaçait Barry Banks au pied levé et il est probable que le public a beaucoup perdu au change; je n'ai pas entendu BB récemment mais ce pauvre FD n'a pas du tout la voix du rôle et il nous a infligé quelques moments douloureux. Dans les rôles moins importants, à noter une délicieuse Crobyle aux aigus percutants (Marie Devellereau dont j'ai du mal à comprendre qu'elle ne fasse pas une plus belle carrière) et la jeune et charmante "Charmeuse" (Rebecca Bottone, toutefois plus mezzo que colorature comme le voudrait le rôle). Direction efficace mais sans génie de Christoph Eschenbach; honnête prestation de l'Orchestre de Paris et du choeur Accentus.

En bref, l'occasion d'entendre en "live" une oeuvre rarement jouée aujourd'hui bien que très populaire en son temps mais pas une soirée inoubliable.

Merci, Christian!

A complemento, un'altra Thaïs (un po'meno di lusso...) sarà ripresa nella produzione di Pier Luigi Pizzi (di cui esiste anche un DVD Dynamic) al Teatro Malibran per il programma del Teatro La Fenice il prossimo novembre.

Un estratto:

Liederabdend di Bejun Mehta a Francoforte

La serata di lied con il controtenore americano Bejun Mehta all'Oper Frankfurt stasera ci ha entusiasmato assai poco. Sarà stata forse una scelta non felicissima di lied oppure una certa aria spocchiosa da primo della classe, che magari si può perfino capire: dopotutto il Nostro è stato un Wunderkind ed è uno dei controtenori di punta del momento. Benché dotato di timbro gradevole e di sicura tecnica, Mehta rimane un falsettista e la voce non ha quello spessore e quella profondità capaci di restituire spessore drammatico alla bella scelta di lieder di Mozart, Schubert o Wolf, che gli sembrano rimanere estranei. Canto corretto, ma manca la poesia.

Nel complesso una prova un po' sfuocata, che scalda il pubblico solo nell'aria vivaldiana del bis, buttata in pasto al pubblico con piglio blasé, come per dire se è questo che volete...

Programma

Wolfgang Amadeus Mozart (1756–1791)
Das Veilchen KV 476
Die Verschweigung KV 518
Als Luise die Briefe ihres ungetreuen Liebhabers verbrannte KV 520
An die Freude KV 53
Die kleine Spinnerin KV 531

Franz Schubert (1797–1828)
Frühlingsglaube op. 20 Nr. 2 D 686
Lied der Mignon op. 62 Nr. 4 D 877/4
Heidenröslein op. 3 Nr. 3 D 257
Der Tod und das Mädchen op. 7 Nr. 3 D 531
Am Tage Aller Seelen (Litanei) op. posth. D 343
Der Musensohn op. 92 Nr. 1 D 764

Hugo Wolf (1860–1903)
Auch kleine Dinge (Italienisches Liederbuch)
Der Mond hat eine schwere Klag’ erhoben (Italienisches Liederbuch)
Und willst du deinen Liebsten (Italienisches Liederbuch)
Gebet (Mörike-Liedern)

Ralph Vaughan Williams (1872–1958)
Bright Is the Ring of Words (aus den Songs of Travel)
Roger Quilter (1877–1953)
It Was A Lover And His Lass op. 23 Nr. 3
Gerald Finzi (1901–1956)
The Sigh, A Young Man’s Exhortation
Roger Quilter
Take, O Take Those Lips Away op. 23 Nr. 4
Hey, Ho, the Wind And the Rain op. 23 Nr. 5

Noi comunque lo preferiamo in questi ruoli:

(Mitridate re di Ponto, direttore Mark Minkowski, regia di Günter Krämer, Salzburger Festspiele 2006)

Maazel e l'Orquesta de la Comunitat Valenciana alla Fenice

Bella serata di musica stasera alla Fenice. Protagonista del concerto straordinario erano la neonata Orquesta de la Comunitat Valenciana e il suo direttore/fondatore Lorin Maazel.

Mentre tutti i paesi europei riducono più o meno costantemente i propri budget per la cultura, in Spagna si investe in cultura massicciamente e con convinzione, rilanciando l'immagine del paese e turismo e riqualificando aree altrimenti destinate alla depressione economica (l'esempio di Bilbao è illuminante). E mentre a Venezia non si riesce a montare il suo quarto ponte sul Canal Grande, Santiago Calatrava continua a Valencia la costruzione della sua Ciudad de las Artes y las Ciencias. E non ci si limita soltanto a costruire un contenitore per l'opera, il Palau de les Arts Reina Sofia, ma lo si dota anche di un contenuto che ne possa affermare l'identità culturale.  

Entusiamo e freschezza, suono brillante (soprattutto in Ravel, meno in Debussy e Britten), forse manca ancora una consuetudine del suonare insieme e una personalità spiccata. L'orchestra è comunque giovane, gli strumentisti (i fiati, in particolare) sono ottimi, il suo direttore, principale è personaggio carismatico: tutti ingredienti che, se coltivati, nel tempo garantiranno un'identità (senza necessariamente aggiungere al programma il superfluo alicantino Óscar Esplá eseguito da una valenciana opaca Isabel Rey) e un sicuro successo. Le premesse e le potenzialità, a giudicare dalla buona prova offerta stasera, ci sono tutte.

 

Programma

Benjamin Britten, Quattro interludi marini da Peter Grimes op. 33a
Claude Debussy, La Mer

Óscar Esplá, Canciones playeras
Maurice Ravel, Daphnis et Chloe. Suite n. 2

Urlatori

Gran successo l'altra sera all'Alte Oper dell'Andrea Chénier in versione concertante. Frankfurter Museumorchester e coro dell'Oper Frankfurt in gran spolvero diretti con deciso trasporto e totale convinzione da Paolo Carignani.

Ascoltando la sguaiata e muscolare prova del tenore 'in jeans' Antonello Palombi era legittimo chiedersi se finezze vocali fossero possibili in un tale profluvio di decibel. Ebbene, la solida e misurata prova di ´eliko Lučić, perfetto come Carlo Gérard, dimostrava che, volendo, si può. Micaela Carosi, spesso inghiottita dalla massa sonora, convinceva poco tranne in alcuni momenti topici. Comprimari di lusso Johannes Martin Kränzle come Mathieu e Marina Prudenskaja come Bersi. Dignitosi gli altri.

 

Giardino di voci

Dal 2002, Le jardin des voix funziona come vivaio di voci giovani coltivate con amorevole affetto da (zio) William Christie e Kenneth Weiss. Da qualche anno, i fiori del suo vivaio vengono portati ed esposti anche qui a Francoforte.

Il programma è raffinato. Nella prima parte trionfa il '600 veneziano con alcuni Madrigali e scene dell'Orfeo e della Poppea di Monteverdi, Francesco Cavalli e Biagio Marini (più un omaggio alla Roma barocca di Giacomo Carissimi). Nella seconda il '700 con un florilegio di arie händeliane e una scena dell'opera L'incontro improvviso di Haydn.

Il gruppo è sembrato più convincente nell aprima parte per il fresco gioco teatrale delle giovani voci e per l'indugiare di Christie sulla bellezza dei suoni, cesellati con estrema cura per esaltarne la bellezza assoluta. Voci tuttavia ancora acerbe con parecchi limiti tecnici che emergevano soprattutto nelle arie händeliane, eseguite in maniera un po' scolastica e senza quello slancio che dà vita ai mondi immaginifici di maghe ed eroi del caro Sassone. Molto riuscito il finale sella serata con la lunga scena conclusiva del primo atto dell'opera di Haydn.

Ottima la prova de Les Arts Florissants in tutti i diversi stili musicali, sempre in perfetta sintonia con il suo direttore William Christie.

La classe 2007 al completo: Laura Hynes Smith, Claire Meghnagi, Francesca Boncompagni, Sonya Yoncheva, Amaya Dominguez, Michail Czerniawski, Juan Sancho, Pascal  Charbonneau, Nicholas Watts, Jonathan Sells.

Garanča meccanica

Dicono sia la diva del futuro prossimo. Eppure, almeno da queste parti, non pare aver lasciato un grande segno, anche se qualche anno nell'ensemble dell'Oper Frankfurt c'è stata: se la ricordano in pochi, ed anche stasera i parecchi posti vuoti nella Sala Grande dell'Alte Oper, davano un po' il segno di un senso di freddezza che nemmeno una certa attenzione mediatica sembra vincere.

Comunque, complice un programma sfacciatamente ruffiano, un direttore (Heiko Mathias Förster) poco incline alle raffinatezze sonore e facile all'entusiasmo - frenato dall'Orchestra dei Münchner Symphoniker talora un po' allo sbando - ed un talento vocale indiscutibile, la Garanča ha riscosso un grande successo di pubblico, concedendo ben tre bis, tutti rigorosamente in linea con il gusto nazionalpopolare della serata.

La voce è bella, timbro brunito, grande omogeneità di registro, tecnica sicura e agilità impeccabili (sfoggiate soprattutto in "Parto, parto" dalla Clemenza di Tito e nel rondó della Cenerentola). Tuttavia, difetta e gravemente di calore e di quell'abbandono che, soprattutto nella seconda parte "francese" di Offenbach ("Ah! Que j'aime les militaires" e "C'est l'amour vainqueur" dai Contes d'Hoffmann), Massenet ("Werther! ... Qui m'aurait dit la place") e Bizet ("Les tringles des sistres tintaient" dalla Carmen), la rendrebbe davvero primadonna. È quell'incontebile guardate come sono brava, quell'aria da prima della classe, che ci spegne l'entusiasmo. E pure il gesto spagnolesco di Carmen o il saluto militare della Gerolstein o l'inflessione napoletana di A Marechiaro (uno dei bis) risultano fatalmente studiati.

Fra un'aria e l'altra, un centone di hits operistici da Bellini, Donizetti, Gomez e ancora Bizet e Offenbach.

Ovviamente, accoglienza calorosissima (...e ci mancherebbe!)

Quotidianità del Tristano

Piccola cronaca del Tristan prodotto dallo Staatstheater Kassel. Kassel, città nel nord dell'Assia, è nota soprattutto per la mostra di arte contemporanea Documenta, una specie di Biennale che si tiene ogni cinque anni, e la cui dodicesima edizione si potrà visitare dal 16 giugno al 23 settembre prossimi (e magari ci si tornerà più in là).

Tornando al Tristan, prova complessivamente riuscita con qualche significativo "ma".

1. Messa in scena iperminimalista di Johannes Schütz, cui si deve la concezione di questo signolare Tristan: scena vuota, salvo qualche sedia e dei tavoli impiegati per suggerire ambienti. Un solo riflettore illumina il fulcro dell'azione, luce di una lente sotto la quale si pratica una impietosa anatomia dei sentimenti e delle relazioni. I personaggi interagiscono in quanto persone, più che personaggi di un dramma. La stessa gestualità si ispira alla naturalità del quotidiano più che la solennità della tragedia. Gli stessi passaggi forti, tragici sono affidati ad elementi che annullano la valenza simbolica e ne esaltano la banalità. E quindi il filtro è un bicchiere di latte, il fiotto di sangue di Tristan pugnalato una spremuta d'arancia rovesciata da Melot.  
L'impressione è piuttosto di assistere ad una prova del Tristano più che ad uno spettacolo compiuto. Lo spettacolo però funziona, ha una sua forza e coerenza.
I "ma" sono altrove.

 

2. La direzione musicale di Roberto Paternostro benché tecnicamente ineccepibile, non ci ha del tutto convinto per il suo non scegliere che direzione prendere. Se lo spettacolo di Schütz opera una scelta estrema e chiarissima, Paternostro rimane in costante bilico fra una lettura intimista, che si traduce in pianissimi orchestrali ed in una dinamica accattivante, nonché in una attenzione al cesello cameristico (la notte dei due amanti, il lancinante dolore di Tristano del terzo atto), e una magniloquenza che si sposa pochissimo con la severa austerità della scena (deludente perché pochissimo intimo ci è sembrata la conclusione del duetto amoroso del secondo atto, così come la morte di Isotta). Di suo, l'orchestra dello Staatstheater di Kassel ci è sembrata ineccepibile e certamente al livello di teatri di rango.

3. Protagonisti assoluti costantemente sotto l'implacabile fascio di luce, sono il Tristan di Leonid Zakhozhaev e l'Isolde di Adrienne Dugger. La loro adesione al progetto scenico di Schütz si percepisce e se lo spettacolo funziona è soprattutto grazie al loro impegno totale.
Vocalmente, Zakhozhaev è un Tristano che combina la grande energia che il ruolo richiede ad una raffinatezza di canto che lascia il segno. La prova di Adrienne Dugger, al contrario, solleva qualche perplessità: voce notevole e di bel timbro ma talvolta discontinua nell'emissione. Inoltre, si avverte un indugiare eccessivo su raffinatezze agogiche che talora scompaiono nella massa sonora che esce dalla fossa. Resta comunque il dubbio - soprattutto avendo in mente la direzione talora non troppo sottile di Paternostro - se si tratti di un vocalismo eccessivamente raffinato per Wagner o piuttosto economia di mezzi per arrivare alla meta.
In quanto agli altri cantanti, già messi poco in rilevo dalla regia che li teneva molto spesso nascosti nell'oscurità della scena, ognuno ha svolto il ruolo dignitosamente. La Brangäne di Lona Culmer-Schellbach troppo spesso spariva sommersa dal fiume di suoni, Stefan Adam come Kurwenal offriva una prova più che dignitosa e Allan Evans era un nobilissimo Re Marke.

Grande successo di pubblico, con numerose chiamate ai vari interpreti. Anche l'orchestra sale sul palco per ricevere la sua quota di meritato successo (oramai sta diventando una moda con Wagner...)



A margine: Johannes Schütz non è nuovo a questo tipo di operazioni. Ci ricordiamo almeno di una Ariadne auf Naxos vista a Mainz nel 2003. Anche lì, magari un po' aiutato dal libretto di von Hofmannstahl, il Prologo si svolgeva in un palcoscenico completamente nudo. Scelta curiosa: scenografo di formazione, quando si occupa della regia sembra rinunciare volentieri al suo mestiere d'origine. Come se i corpi diventassero degli strumenti di scena.  

Memoria di passati eventi

Entrando al Bockenheimer Depot per Die weiße Rose si è accolti da una parete di 2000 fogli composti dagli studenti della scuola Fratelli Scholl di Bensheim, quartiere periferico di Francoforte. Riflessioni, impressioni, provocazioni sulle figure di Sophie e Hans Scholl di un paese che non smette di fare i conti con il suo passato di orrore.

 

Esercizio di memoria anche nell'opera composta da Udo Zimmermann e dal suo librettista Wolfgang Willascheck dedicata agli ultimi momenti dei due fratelli prima della loro condanna a morte. La compagine di camera della Frankfurter Museumorchester diretta da Yuval Zorn accompagna le riflessioni dei due studenti espresse nell'austera scena di Kaspar Glanert dai dedicatissimi Britta Stallmeister e Michael Nagy.

 

Già protagonista di Through Roses di Marc Neikrug - di soggetto molto affine - allestita in questo stesso spazio dall'Oper Frankfurt nella scorsa stagione, Christoph Quest dedica una grande cura ad uno spettacolo costruito su gesti molto curati, segni, suoni dal passato.

Malgrado la folta partecipazione di studenti, spettacolo seguito con la giusta attenzione. Calda l'accoglienza.

Woodstock wagneriana

Impresa degna del titanismo di Wagner: tutto il suo Ring des Nibelungen in due soli giorni. Avvenimento operistico ma anche festa popolare, entusiasmi da stadio (se non suonasse snobistico), scoperte e scambi fra compagni di viaggio.

All'Opera di Colonia (tutto) lo scorso weekend.


Sabato, poco prima di mezzogiorno: si comincia.


Folterkammer für Musiker


Si sta per cominciare.


Primo successo: Das Rheingold. Solo Philip Joll (Wotan, al centro) non è festeggiato come gli altri.


Prima pausa: nel foyer si servono Würst e Kartoffelnsuppe.




Si ricomincia nel tardo pomeriggio con la più bella: la Walküre.
La prima giornata è davvero finita.




L'alba del giorno dopo (sono le 10 meno un quarto).
Molti i connazionali.


La coppia più festeggiata: Brünhilde (Barbara Schneider-Hofstetter) e Siegfried (Stefan Vinke). Entusiasmo alle stelle.


Ci si prepara all'ultima tappa. È quasi finita.


Con la lunghissima prima scena del Götterdämmerung si torna a reazioni più umane.


Gran finale: il direttore Markus Stenz (festeggiatissimo) porta l'Orchestra Gürzenich e tutti i tecnici di scena sul palco a condividere il successo.

Nozze festose a Francoforte

Scene semplici ma funzionali. Costumi in tono con l'azione. Regia che prende l'opera per quel che è - una straordinaria commedia che funziona grazie all'ottimo lavoro sul team di cantanti - che crede che il testo possa funzionare senza inutili prevaricazioni o sovrastrutture ideologiche. Sarà pure la negazione del Regietheater, ma il pubblico apprezza e molto il risultato finale della nuova messa in scena delle Nozze di Figaro che ha debuttato ieri all'Oper Frankfurt.

Il canadese Guillaume Bernandi, il regista della nuova produzione vista ieri a Francoforte, aggiunge poco alla commedia di Da Ponte. Si misura discretamente con l'illusione teatrale, gioca a trattare i personaggi come attori di una infallibile commedia dell'arte e li veste dei costumi di Peter DeFreitas che ne sottolineano sia la maniera (come nel caso dei divertenti barocchismi scelti per i ruoli minori di Marcellina, Don Bartolo, Basilio e il notaio) sia il realismo (il Conte, Figaro e Susanna). Lo scenografo Moritz Nitsche si concede pure qualche palese (ed innocua) citazione pittorica nel finale - Melanconia di Giorgio De Chirico - per dare un segno visivo alla malinconia mozartiana. Tutto comunque funziona alla perfezione e contribuisce a creare uno spettacolo che, se non passerà negli annali delle messe in scena mozartiane, risulta molto equilibrato e gradevole.

Ottima prova anche dell'ensemble vocale, in gran parte formata da cantanti di casa coadiuvati da Miah Persson, freschissima Susanna, e da Maria Fontosh, ottima cantante ma che (curiosamente) non ci è troppo in sintonia con il ruolo della Contessa. In quanto agli altri, Johannes Martin Kränzle, fascinaccio e ciuffo alla Douglas Fairbanks, offre un eccezionale prova come dandesco Conte. Simon Bailey, per una volta non sopra le righe, regala un Figaro di ottime qualità musicali e perfettamente in parte. Jenny Carlstedt è un brillante Cherubino, anche se sembra appena uscito da un college inglese. Misuratamente il trio buffonesco della Marcellina di Annette Stricker, Basilio/Don Curzio di Michael McCown e Bartolo di Soon-Won Kang, quest'ultimo anche se un po' in affanno all'inizio. Elin Rombo completa il cast con la sua acerba Barbarina.

La prova di Julia Jones, dopo un primo atto non proprio brillante, cresce e convince sulla distanza per chiarezza e grande equilibrio. Ci hanno convinto soprattutto l'incalzante finale del secondo atto e le appropriate sonorità crepuscolari del quart'atto (ci sarebbe piaciuto un finale un po' meno in affanno, tuttavia). Qualche inciampo di troppo nell'orchestra, che comunque nel complesso ha offerto una buona prova anche se non memorabile come in altre occasioni. Puntuale la prova del coro diretto da Apostolo Kallos.


classico/neo/classico

Vedere nella locandina il nome di Hugh Wolff - direttore musicale della hr Sinfonieorchester fino alla scorsa stagione - nel secondo dei concerti della serie barock + poteva apparire sorprendente, per chi ne conoscesse gli interessi soprattutto per la musica del '900. E a nostra memoria, benché nata sotto il suo regno, Wolff è al debutto in questa rassegna. Poi si legge il programma ed in effetti si ritrovano le sue preferenze: il neoclassico Stravinskij, il classico (ed immancabile) Haydn e, in ossequio allo spirito della rassegna, tre arie händeliane.

Si comincia con la Sinfonia n. 98 di Haydn, che scorre via leggera senza lasciare troppe tracce (ma forse con qualche smagliatura eccessiva). Si continua poi con l'omaggio ad Händel. Apre Shawn Mathey con "Del mio sol vezzosi rai" dall'Ariodante, eseguita con troppo distacco e una certa approssimazione stilistica. Stella Doufexis non fa molto meglio con la celebre "Verdi prati" dall'Alcina. Conclude Markus Eiche con una veemente "Sibilar gli angui d'Aleppo" dal Rinaldo, pure stilisticamente opinabile, ma almeno un po' trascinante.

Seconda parte interamente dedicata al Pulcinella di Stravinskij, in cui finalmente la serata prende quota grazie ai tempi brillanti imposti da Wolff e all'incisività dei numerosi interventi dei bravi solisti dell'orchestra, i legni in particolare. Più che le tracce del passato, della partitura stravinskiana Wolff sottolinea dissonanze, asimmetrie ritmiche e l'asciutta scrittura. Insomma, la sua modernità.

Calorosa l'accoglienza del numeroso pubblico presente nella bella Sendsaal della Hessischer Rundfunk.

 

Passeggiando nel foyer durante l'intervallo, nell'angolo dei CD prodotti dell'Hessischer Rundfunk non ci è sfuggita una piccola novità molto divertente, presa al volo: Fledermaus trifft Unterwelt, più o meno Il pipistrello all'inferno. Preziosa (almeno per chi, come noi, ama il genere) collezione di trascrizioni di celebri pezzi di Jacques Offenbach - non solo dall'Orphée - e dal Fledermaus, a cura di Andreas N. Tarkmann. Le due gemme: Ouverture, czarda e finale II del Fledermaus.
Esegue con classe e grande divertimento l'Antares-Ensemble, formato (ovviamente) da membri dell'hr Sinfonieorchester.


L'Antares-Ensemble: Sebastian Wittiber (flauto), Michael Sieg e Michael Höfele (oboe), Jochen Tschabrun e Sven van der Kuip (clarinetto), Christian Lampert e Thomas Sonnen (corno), Carsten Wilkening e Matthias Roscher (fagotto), Johannes Stähle e Simon Backhaus (contrabbasso).

Alcuni brani del CD di ascoltano qui. 

 

Goldoni in clandestinità

Curiosi risvolti del Carnevale della cultura veneziano. Nell'anno dedicato alle celebrazioni goldoniane, si scopre che il commediografo veneziano è ancora autore di nicchia. Per qualche pecca organizzativa.

Avendo in maniera quasi casuale scoperto che nel programma ufficiale si cita un allestimento di "Una delle ultime sere di Carnovale" di Carlo Goldoni messo in scena da Pier Luigi Pizzi, decidiamo di informarci se vi siano ancora posti disponibili. Richiesta di per sé banale, ma...

Parte 1: A caccia di informazioni.

Dopo aver tentato invano con il servizio Hello Venezia, la "keyword per accedere a trasporti, cultura, intrattenimento, eventi", veniamo consigliati di chiamare l'organizzatore dell'evento, ossia il Teatro Goldoni (uno dei tre pilastri del Teatro Stabile del Veneto)

Telefonata alla biglietteria del Teatro Goldoni. Quella che segue è una trascrizione abbastanza fedele della chiamata.

Ci sono ancora biglietti? "Penso de sì. Calcossa dovaria ancora esserghe."
Dove si comprano i biglietti? "Xe mejo ch'el vada diretamente là. Ghe dovaria essere ea bijeteria anca là."
A che ora aprono? "Un fià prima. El prova co manca un quarto."
Ma a che ora inizia lo spettacolo? "Ale oto e meza. Me par."
(fortunatamente parliamo la lingua locale, ma non osiamo immaginarci lo sventurato turista che fosse stato animato dallo stesso interesse)

Non trovandone traccia nemmeno nella stampa locale (Il Gazzettino) cominciamo a pensare che ci sia qualcosa di losco, che per motivi che ignoriamo ci viene nascosto. Comunque insistiamo.

Parte 2: A caccia di un biglietto.

Verso le 19:30 siamo davanti al portone ancora chiuso della Scuola Grande di San Giovanni Evangelista, inusuale sede dello spettacolo. I discreti manifesti ci confermano che siamo nel posto giusto. Aspettiamo benché il manifesto dica che la cassa apre alle 19:30. Normale ritardo.

Finalmente aprono, ma non si vede. Occorre aspettare di sapere quanti abbonati verranno. Davanti alle nostre perplessità, l'addetto alla biglietteria ci rassicura che statisticamente nelle serate precedenti si sono potuti vendere dei biglietti ai non abbonati. Ci viene naturale chiedere se si tratti ancora di un teatro pubblico, o se stiamo tentando di partecipare inconsapevolmente ad un evento strettamente privato. La risposta è troppo evasiva per sciogliere i nostri dubbi.

Improvvisamente si decide che possiamo entrare. Ci vengono consegnati dei biglietti omaggio contro il pagamento di 35 euro a biglietto. Contributo volontario? (Non abbiamo dubitato dell'onestà dell'addetto, ma perché non fare le cose come si deve?).

Finalmente entriamo.

Parte 3: Lo spettacolo.

Assieme a numerosi altri clandestini, assistiamo al bello spettacolo di Pizzi. Al solito trattandosi di Pizzi nessuna novità dal punto di vista della regia, ma trionfo della tradizione. Taglio classico - anche dei costumi- e la scenografia "naturale" costituita dalla bella architettura rinascimentale della Scuola di San Giovanni (vagamente pizziana...), che ricordavamo per un felicissimo Siroe haendeliano di qualche anno fa.

  

Compagnia ottima con alcuni veterani come Warner Bentivegna (sior Zamaria), Dorotea Aslandis (siora Marta), Donatella Ceccarello (spiritata sior'Alba), Anita Bartolucci (madama Gatteau) e Giovanni Vettorazzo (sior Momolo). Un gruppo nel complesso affiatato che ha restituito un Goldoni con buon ritmo e giusto divertimento.

Spettacolo festeggiatissimo alla fine delle oltre due ore e mezza senza intervallo.

Una vedova poco allegra (malgrado l'impegno)

Arriviamo a Venezia in una vigilia di giovedì grasso piovosa e leggendo l'apocalittico articolo di Curzio Maltese. Ci hanno colpito soprattutto le frasi sulla solitudine del sindaco Cacciari e sull'impietosa analisi sociale che ne esce: "non ha intorno né una classe dirigente né un blocco sociale sul quale fondare un progetto di futuro. La classe operaia si è estinta e gli ultimi capitalisti hanno venduto o vivono di rendita, come la famiglia Coin, il Luigino Rossi delle scarpe e del Gazzettino, Pietro Marzotto. Nella culla dell'operaismo italiano e dell'Istituto Gramsci, la lotta di classe si è conclusa a sorpresa con l'abbandono dei contendenti e la vittoria di risulta di una borghesia minima di bottegai, priva di qualsiasi visione generale." C'è molto di dolorosamente vero, ci sembra.

Assistendo alla Vedova scaltra di Wolf-Ferrari stasera alla Fenice non abbiamo potuto non pensarci. La scelta di un'operina modesta, nostalgica e crepuscolare di Wolf-Ferrari, prodotto di un'altra Italietta di settant'anni fa, ci sembra perfetta per incarnare quell'ideologia minima e votata all'interesse di bottega nella riproposizione di una immagine oleografica e stucchevole della città. E non è certamente un caso che questa proposta coincida con il periodo dell'anno in cui trionfa questa immagine, e Venezia diventa un vero trappolone per turisti in cerca di eventi.

Speravamo almeno di ritrovare la grazia dei Quatro Rusteghi visti nella scorsa stagione, ma a differenza di Livermore, il regista, scenografo e costumista Massimo Gasparon, anziché affrontare con distacco critico la materia o magari sottolinearne le crepuscolari malinconie alla Strauss seconda maniera, ne fa un'operetta sontuosamente leziosa e oleograficamente stucchevole. Da buon allievo di Pizzi, ne eredita il gusto per i tableaux rutilanti e le stoffe preziose (non stupisce la sua riconoscenza alla locale ditta Rubelli). Nel complesso piacevole, come una vetrina di Natale. Riserve ideleogiche a parte, non gli si può rimproverare una certa coerenza di visione e abilità a costruire le scene, anche se spesso la gestualità sembra manierata.

Non abbiamo trovato la stessa intensità di impegno nell'elegante quanto algida direzione di Karl Martin, che non potendo contare sullo stesso entusiasmo di Gasparon o probabilmente per indecisione, si limita a una prova metronomica o semplicemente "professionale", così come l'orchestra. Ci sarebbe piaciuto un po' più di abbadono Rosenkavalieresco, o un gioco stravinskiano con gli stili eterocliti dell'elaborata partitura, invece della polverosa monotonia che abbiamo ascoltato.

Compagnia di canto complessivamente equilibrata, con l'Arlecchino istrionico di Alex Esposito che dominava decisamente sul resto del cast, complice anche la ruffianesca venezianità del ruolo.

Successo di cortesia, ma possiamo anche testimoniare di sinceri sbadigli nel loggione.

Orffeide

Dall'insediamento di John Dew al timone dello Staatstheater di Darmstadt un paio di sagioni fa, la programmazione segue una certa idea di serialità, un po' cinematografica o televisiva. In alcuni casi questa idea si traduce in accostamenti insoliti, in altri nella (ri)proposizione di minicicli operistici curati da un unico team creativo. Nella scorsa stagione toccò alle due Iphigénies gluckiane affidate al duo Kochheim-Gruber (che ne fecero una trasposizione ai tempi di Star Wars). In questa stagione, lo stesso Dew - coadiuvato dallo scenografo Heinz Balthes - si lancia nell'impresa di recuperare due opere difficili, l'Oedipus der Tyrann e l'Antigonae, scomparse da anni dalle scene tedesche e non (se mai si vi sono arrivate), di Carl Orff, compositore non conosciutissimo se si escludono uno o due lavori.

Le ragioni per un recupero a Darmstadt non mancano: assistente del Kappelmeister nell'Opera di corte del Granduca nel 1918, Orff mantenne un qualche legame con questo teatro, concedendogli se non delle creazioni, almeno delle riprese e qualche rifacimento (come la quinta versione delle musiche di scena per il Sogno di una notte di mezza estate). Inoltre, le due opere orffiane consentono di aggiungere due titoli alla indagine sulle radici classiche della cultura musicale europea, intrapresa da Dew fin dalla sua prima stagione a Darmstadt.

Motivazioni a parte, si poteva temere che data la difficoltà dell'impresa il pubblico non avrebbe risposto. Ebbene, siamo rimasti piacevolmente sopresi dal constatare, sabato sera alla terza replica, un grande interesse: già l'introduzione nel foyer era affollatissima, parecchi curiosi guardavano incuriositi l'insolita varietà di strumenti nella fossa e i posti liberi in sala erano davvero pochi.


l'affollatissima introduzione


strumenti insoliti 

Parte 1: Oedipus der Tyrann

Si comincia sabato con l'Edipo. Scena semplice: una grande parete incombente che chiude lo spazio della scena, una lastra tombale impenetrabile alla luce. Colori e forme rievocano mondi arcaici. È sotto questa parete/tomba che si svolge davati allo spettatore la tragedia di Edipo. La musica di Orff è aspra, asciutta, ascetica, percussiva, inesorabile. L'orchestrazione essenziale e il declamato dei cantanti amplifica la forza della parola. Il canto scarno e sacrale non concede nulla all'edonismo. Nessuna pausa interrompe l'inesorabile cammino verso la verità di Edipo.

Darmstadt riesce spesso a stupire per la qualità degli spettacoli che riesce a produrre. E questo è decisamente uno spettacolo rigoroso quanto riuscito. La lunga prepaprazione si intuisce dalla cura dei dettagli, dal fluire dell'azione, dall'identificazione dei bravi cantanti/attori nei rispettivi ruoli. Norbert Schmittberg è un Edipo di lacerante umanità, che trasforma i cedimenti della voce - che mostra impietosamente i segni della fatica nel finale - in espressione lancinante di grande impatto emotivo. Yamina Maamar è una Giocasta ieratica, il cui timbro oscuro è presago di tragedia. Perfetti anche l'austero Andreas Daum come Creonte, il sidereo Mark Adler come Tiresia, così come i numerosi comprimari fra cui si fa notare l'umanissimo Corifeo di Werner Volker Meyer. Diretta da Stefan Blunier, l'orchestra ha offerto una prova pienamente convincente, grazie alla precisione e alla plastica nitidezza degli interventi degli ottimi strumentisti.

Successo incondizionato con chiamate a Schmittberg e agli altri interpreti.

Coincidenze. Tornando a casa, ascoltiamo il quinto canale della filodiffusione: si canta (in italiano) di Edipo e Giocasta e Creonte e degli altri. Sembra un'opera italiana di inizio Novecento. Controllando nel palinsesto, scopriamo che si tratta dell'Edipo Re di Ruggero Leoncavallo composto su un libretto di Giovacchino Forzano. Facciamo appena in tempo ad apprezzare le mediterranee truculenze del finale grandguignolesco. Decisamente un altro gusto.

Parte 2: Antigonae

Domenica. Si riprende e si conclude con l'Antigone. Pubblico un po' più scarso, ma pur sempre numeroso. Impianto scenico molto simile all'Edipo: la parete obliqua di colonne rosse e oro, è ora una facciata classica sbrecciata (a Tebe si combatte). Filtra una luce cupa che è destinata a lasciare il passo alla tenebra. In sintonia con una musica che è più ricca e presente, Dew abbandona in parte la ieraticità dell'Edipo e "dà sangue" ai suoi attori. La temperie drammatica è decisamente più alta. Antigone è opera dai mezzi più tradizionali, e concede qualcosa a quell'edonismo operistico che nell'Edipo è manca totalmente. La qualità dell'orchestra di Darmstadt contribuisce in maniera decisiva.

Altro successo per tutti gli interpreti di questa Antigone, molti dei quali erano già nell'Edipo, come il Creonte di Andreas Daum, il Tiresia di Mark Adler e il Corifeo di Werner Volker Meyer. Anche stavolta abbiamo ammirato la classe di Katrin Gerstenberger, che regala una Antigone sobria ma di grande musicalità. Fra gli altri, ci ha colpito Dimitry Ivashchenko, imponente Messaggero. Una parola anche per il coro maschile (in formazione ridotta) dello Staatstheater che ha svolto con onore questa notevole prova di forza.

 

A margine. Leggendo il programma, si scopre che c'è dietro a questa rivisitazione del teatro di Orff c'è anche una ragione più pratica: Dew racconta che negli anni '70 a Osnabrück comprò un cofanetto dell'Oedipus che gli costò 75 marchi (quasi il 17% del suo stipendio lordo di allora). Banale questioni di ammortamento?

La solenne bellezza del Vespro di Jacobs

Dell'esecuzione di stasera del Vespro della Beata Vergine di Monteverdi all'Alte Oper ci ricorderemo a lungo la solenne bellezza. René Jacobs ha reso magnificante l'enorme ricchezza coloristica (veneziana) e la complessità della scrittura monteverdiana evitando ogni retorica e giocando invece su una fluidità ed levigatezza sonora. Jacobs privilegia tempi spediti e asciutti, che più che al rapimento mistico sembrano puttosto puntare ad esaltare la dimensione teatrale della composizione. Scelta questa, che ha molto di monteverdiano, come la scelta di disporre strumentisti e vocalisti su diversi piani per moltiplicare le sorgenti sonore e dare così una dimensione spaziale alla musica.

Un contributo fondamentale l'hanno dato i favolosi interpreti. Il parterre vocale era di eccezione: Sunhae Im, Sivia Schwartz, Maria Kristina Kehr e Marie-Claude Chappuis formavano il folto gruppo di soprani (che ha brillato negli echi suggestivi della Sonata sopra Sancta Maria); David Hansen era l'altista; strepitoso il terzetto dei tenori Emiliano Gonzalez Toro, Michael Slattery (di cui ci hanno colpito l'eleganza e il bellissimo colore vocale) e Johannes Chum; i bassi Sergio Foresti e Antonio Abete completavano degnamente l'ensemble dei solisti. Perfetti gli interventi del Vocalconsort di Berlino. Infine, gli impeccabili strumentisti dell'Akademie für Alte Musik contribuivano con estro virtuosistico ed autorevolezza stilistica ad arricchire la gamma di colori di un grande capolavoro restituito al pubblico in tutto il suo splendore.

Effettacci senza cause

Quel che dispiace di più assistendo al pasticcio del Tannhäuser di stasera all'Oper Frankfurt, indigesta combinazione di arroganza mista a insipienza, è che non si riesce a godere nemmeno della musica e, ancor meno, a mantenere un giudizio equilibrato sullo spettacolo nel suo complesso. Ci è sembrato tutto molto opaco e poco interessante, a cominciare da un cast vocale che si farà ricordare solo per la grande eleganza del Wolfram di Christian Gerhaher. Persino la direzione di Paolo Carignani - solitamente convincente in Wagner per non dire superlativa (come nel Tristan e nel recente Parsifal) - ci è sembrata anodina e priva di ispirazione. Serata da dimenticare.

Teatri di luce nella ville lumière

Strane coincidenze di due spettacoli scelti (più o meno per caso) a Parigi: La pietra del paragone di Gioachino Rossini domenica al Théâtre du Châtelet e Il castello di Barbablù di Béla Bartók ieri sera all'Opéra Garnier. Sulla carta distantissimi per gusto, retroterra culturale e umori, ma accomunati da progetti scenici che giocano la carta della virtualità. Scene immateriali che amplificano il gioco dell'illusione teatrale (con qualche aiuto tecnologico) e convincono pienamente per la rilettura originale che non tradisce ma reinterpreta in maniera intelligente lo spirito delle opere.

La pietra del paragone allo Châtelet

Giorgio Barberio Corsetti e Pierrick Sorin si divertono e divertono portando la televisione sulla scena teatrale e giocando con il chroma key. La scena (quella vera) è una scatola blu vuota, le scene (quelle virtuali) sono dei modellini in scala ridotta, portati in avanscena da due valletti muti per svelare il gioco. Il risultato si vede nei sei grandi schermi televisivi sospesi sulle scene. La doppia visione spiazza e confonde. Le gag sono infinite, fra oggetti che volano, prospettive distorte, proporzioni stravolte. L'effetto comico è travolgente.
Il rischio di farsi distrarre dalla musica non c'è con direzione frenetica e vertiginosa di Jean-Christophe Spinosi che controlla perfettamente il suo l'Ensemble Matheus (rinforzato), strumento di stupefacente precisione. Impeccabile l'equilibrio fra fossa e scena, tempi rapinosi, strette vertiginose, irresistibili crescendo, il suo Rossini ci è sembrato perfetto. Grande equilibrio anche nella compagnia di canto. Nessun fuoriclasse, voci precise e fresche, e soprattutto uno straordinario spirito di squadra che ha fatto funzionare alla perfezione l'elaborato progetto scenico.
Accoglienza trionfale del pubblico.

Il castello di Barbablù a Garnier

Preceduto come sorta di prologo da un abbastanza superfluo Diario di uno scomparso in una versione scenica di disarmante nudità, l'opera di Bartók si apre nell'oscurità più totale. Mentre il pologo introduce il racconto, Barbablù e Judith compaiono proiettati sulla scena, mentre, oggetti di luce, salgono lo scalone monumentale della stessa sala dove stiamo per assistere alla loro storia. Le videoproiezioni nella scena buia diventano un gioco di specchi e di rimandi, evocano l'immaterialità del mondo psichico di Barbablù, danno vita ai suoi fantasmi.
Spettacolo affascinante, decisamente meno virtuosistico di altri del terzetto di fondatori della Fura dels Baus che firma la messa in scena in scena parigina, ma di grande impatto emotivo (come la scena finale di Judith che si smaterializza dietro una parete di pioggia fittissima).
In linea con gli psicologismi della messinscena, la direzione di Gustav Kuhn smussa le asprezze e attenua i contrasti, ed offre invece una lettura lirica e crepuscolare della partitura di Bartok. Favorito da questa lettura, il cupo Barbablù di Willard White domina la scena, non solo attraverso la proiezione della sua figura gigantesca, ma sopratttutto nella rassegnazione al suo destino di solitudine. Béatrice Uria-Monzon presta il suo fisico nervoso al fantasma inquieto di Judith che interpreta con grande intensità.
Teatro anche in questo caso gremitissimo malgrado la scarsa popolarità delle due opere e successo sincero.

 

La doppia Liederabend di Mironov e Pogossov

Un po' saggio scolastico un po' serata all'antica italiana la Liederabend di ieri sera all'Oper Frankfurt con i russi Maxim Mironov e Rodion Pogassov. Sicuramente molto poco tedesco l'eterogeneo programma dominato da arie e un paio di duetti d'opera ed il tono poco austero della serata.

Inutile negare che l'interesse era soprattutto per Mironov, giovanissimo tenore (classe 1981) e già celebrato talento rossiniano. Il bilancio della serata ci è sembrato non privo di ombre. Conveniamo che nel canto rossiniano di agilità la tecnica di Mironov è impeccabile. Ci ha anche convinto la ricercata eleganza e grazia d'antan delle liriche di Bellini, Donizetti e Glinka. Altrove però, ed in particolare laddove la linea di canto è meno mossa, sono emersi i limiti di una voce ancora acerba: emissione poco ferma e scoperta (Nadir nel duetto dei Pêcheurs), intonazione incerta (ancora Nadir nel "Je crois entendre encore"), acuti spesso fastidiosamente calanti (imperdonabile nei do di "Ah, mes amis" nel bis). Serate no capitano a tutti. Tempo per maturare ci sembra ne abbia ancora parecchio.

Più convincente la prova di Pogossov, che si era già fatto ammirare qui a Francoforte nella Pikovaya Dama della scorsa stagione. Istrionico il giusto, vocalmente molto solido e sempre autorevole pur nell'eterogenità della sua variegata antologia canora.

Accompagnava Iain Burnside.

Il programma

 

Henry Purcell
Music for a while Z. 583 n. 2

Vincenzo Bellini
Ma rendi pur contento
Malinconia, Ninfa gentile

Gaetano Donizetti
Me voglio fa' na casa


Edvard Grieg
Zur Rosenzeit op.48 n. 5
Mit einer Wasserlilie op. 25 n.4
Ein Traum op.48 n. 6

Wolfgang Amadeus Mozart
Un'aura amorosa (Così fan tutte)


Wolfgang Amadeus Mozart
Papagena! Papagena! (Die Zauberflöte)

Gioacchino Rossini
Concedi amor pietoso (L'italiana in Algeri)


Gioacchino Rossini
Largo al factotum (Il barbiere di Siviglia)

Georges Bizet
Au fond du temple saint (Les pêcheurs de perles)

Michail Ivanovich Glinka
Venezianische Nacht
Il Desiderio


Sergei Rachmaninov
Im mysteriösen Schweigen der Nacht op.4 n.3

Pjotr Iljitsch Tschaikowski
Don Juan's Serenade

Michail Ivanovich Glinka
Ivan Sussanin (Una vita per lo zar)


Peter I. Tschaikowski
Ja vas ljublju (Pikovaya Dama)

Georges Bizet
Je crois entendre encore (Les pêcheurs de perles)

 

Gioachino Rossini
All'idea di quel metallo (Il barbiere di Siviglia)

Due estratti video dall'Italiana in Algeri (Aix-en-Provence)

Gennaio barocco

Per chi ama la musica barocca, questo gennaio a Francoforte e dintorni è ricco di occasioni interessanti.

1. Domenica scorsa al Bockenheimer Depot è andato in scena Il Giasone di Francesco Cavalli nella revisione, concertazione e direzione musicale di Andrea Marcon. Opera straordinariamente ricca e varia, restituita al godimento del pubblico grazie ad un'ottima esecuzione musicale e ad uno spettacolo elegante e sobrio originariamente concepito da Anouk Nicklish e ripreso da Andrea K. Schlehwein e Roland Aeschlimann.

Aeschlimann ha anche disegnato la scena seguendo lo stile razionale che lo caratterizza: questa volta è un enorme cubo che ispira ambienti dove gli esseri umani si perdono e si ritovano, e gli spazi siderali dove gli dei giocano con il destino degli uomini. Lodevole anche il lavoro di Marcon con strumentisti e cantanti (la maggior parte membri della compagnia locale) che ha trovato il giusto colore e una ammirevole varietà di umori e ricchezza di colori. Per un teatro di repertorio come l'Oper Frankfurt il risultato è davvero incoraggiante e segue altri rcenti successi. Si replica fino al 4 febbraio.



postscriptum. sabato 27 gennaio Andrea Marcon dirigerà lo stesso gruppo di strumentisti della Frankfurter Museumorchester (e ospiti) in un concerto "Da Cavalli a Vivaldi" sempre al Bockenheimer Depot.
Il programma:

Francesco Cavalli Canzon a tre
Biagio Marini Passacaglia
Johann Rosenmüller Sinfonia prima
Benedetto Marcello Sonata per violoncello, viola da gamba e b.c.
Tomaso Albinoni Concerto a quattro in sol maggiore
Antonio Vivaldi Concerto per viola d'amore, liuto e orchestra re minore
Antonio Vivaldi Concerto per archi in do maggiore
Antonio Vivaldi Concerto per violino e orchestra in sol minore.

2. Lunedì nella più raccolta Sala Mozart dell'Alte Oper, concerto a tre nell'ambito dei Bachkonzerte. Maurice Steger (flauti), Hille Perl (viola da gamba) e Lee Santana (liuto) hanno eseguito musiche di Giovanni Paolo Cima, Giovanni Antonio Pandolfi Mealli, Arcangelo Corelli, Giovanni Battista Fontana e Johann Sebastian Bach.
Programma severo, esecuzione rigorosa, ascetismo nordeuropeo appena mitigato dalle acrobazie virtuosistiche del brillante Steger. Il pubblico, come sempre, risponde con etusiasmo ricambiato con un bis di Sammartini.

Il prossimo concerto dei Bachkonzerte è promettente: il Vespro della Beata Vergine eseguito dalla Akademie für Alte Musik e il Vocalconsort Berlin. Dirige René Jacobs.

3. Sabato prossimo a Wiesbaden va in scena l'händeliano Giulio Cesare in Egitto. Meno rigoroso dell'opera di Francoforte e non contando su nessun nome di spicco in locandina, il teatro di Wiesbaden ha tuttavia offerto qualche felice sorpresa barocca nel passato: una Platée con gli esperti Gilles Ragon e Paul Agnew e un interessante Croesus di Keiser. Ma anche una assai meno felice Johannes Passion in una versione scenica di Dietrich Hilsdorf.

 

Meyerbeer a Venezia

Antefatto: la tavola ronda dei musicologi

Martedì 14 gennaio. Teatro La Fenice, Sale Apollinee.
Cordinati da Michele Girardi (Università di Pavia), Anselm Gerhard (Università di Berna), Anna Tedesco (Università di Palermo), Claudio Toscani (Università Statale di Milano), Alessandro Roccatagliati (Università di Ferrara) e Giovanni Morelli (Università di Venezia) raccontano ad un pubblico piuttosto senescente le molte novità del Crociato in Egitto di Giacomo Meyerbeer.

Comincia Tedesco con il racconto un po’confuso della confusissima trama dell’opera. Continua Toscani che elogia la molta musica e di elevata qualità del Crociato, l’insolita distribuzione dei ruoli vocali (almeno guardandola con gli occhiali tardoottocenteschi, un po’ meno con quelli barocchi), la particolare cura dell’orchestrazione abbastanza inusuale per i compositori italiani di inizio secolo XIX e la distanza dal modello rossiniano. Roccatagliati racconta di come Meyerbeer decise di venire in Italia, di come conobbe il librettista Gaetano Rossi e sostanzia il luogo comune secondo cui Meyerbeer puntava all’effetto ed un po’ meno alla coerenza drammatica (con buona pace del suo librettista). Conclude Morelli (tranchant) confermando trattarsi di un’opera nuova ma saldamente proiettata sul passato, in cui "l'innovazione si inserisce su un atto di profonda conservazione" (cit.). Concetto morelliano interessante: Meyerbeer è senza dubbio un musicista di ricerca ma non un innovatore (come Čaikovskij). Infine, Gerhard si dilunga sul gioiello musicale del Crociato, "Giovinetto, cavalier", di cui si elogia la strumentazione raffinatissima e la sottile ricerca linguistica che rimanda alla versificazione dei trovatori provenzali così com’è Armando d’Orville, il Crociato.

Domande abbastanza banali del pubblico, ma l’interesse e la curiosità si percepiscono per un'opera e un compositore praticamente sconosciuti.



Fatto: il crociato in Egitto

Giovedì 18 gennaio. Teatro La Fenice.
Alla terza recita già il pubblico latita. Non dubitiamo che La Fenice abbia fatto un buon affare sul piano dell’investimento culturale. I dubbi vengono piuttosto su quello dell’investimento finanziario e, soprattutto, sull’adeguatezza della promozione di un evento musicale di indubbio interesse. Del resto, sembra che nei giornali italiani oramai si scriva di opera solo quando si può parlare delle chiappe di Bolle oppure delle (recenti) tette della Patanè.



Lo spettacolo messo in piedi dal couturier Pier Luigi Pizzi ci piace pochissimo per quel troppo di vecchio che ci fa vedere, per i troppi cliché che ci impone, per il generico e banale lavoro sull'opera di Meyerbeer. È adeguato Pizzi a rappresentare gli elementi di novità su cui i musicologi hanno tanto insistito?

La compagnia di canto sarebbe impeccabile se non fosse per quell’Armando controtenorile che, pur avendo Michael Maniaci una voce educata e precisa, manca fatalmente di presenza e di volume nei grandi e numeri pezzi concertati dell’opera. Per un protagonista, ci sembra peccato (artistico) mortale. Del resto della buona (ma non memorabile) compagine vocale, abbiamo ammirato l’infallibile tecnica vocale di Patrizia Ciofi, acrobatica Palmide, ed il calore seducente della Felicia di Laura Polverelli.

Del direttore Emmanuel Villaume non si ricorderanno originalità o finezze musicali ma piuttosto il solido mestiere. Ha deluso non poco il confuso finale primo, dove dei raffinati effetti meyerbeeriani si è colto solo l’affanno a tenere insieme l’orchestra e le due bande sistemate nel loggione (in strutturale anticipo su tutti gli altri). Altrimenti l’orchestra è sembrata in gran forma e da elogiare in blocco, mentre il coro ha semplicemente fatto il suo mestiere.
Il pubblico, almeno quello arrivato alla fine della lunga maratona musicale, ha applaudito con calore tutti gli interpreti.



Nota a margine. Raramente abbiamo assistito ad una ribalta tanto distratta e confusa, con i cantanti che rinunciano ad uscire individualmente (malgrado l’inesistente rischio di fischi) e vagano per la scena. Altro segno dell’assenza di una regia?

Il forfait di Giordani nella Tosca di Francoforte

Quando il sovrintendente Loebe annuncia che la guest star della serata, il tenore Marcello Giordani è malato, è inevitabile provare una certa delusione. In primo luogo perché Giordani è un cantante di razza che vale sempre la pena ascoltare. Ma soprattutto perché, tolto lui dal cast, veniva a mancare il motivo principale per rivedere l'oramai vecchiotto spettacolo di Alfred Kirchner, già visto qui a Francoforte in diverse occasioni (compresa la prima dell'8 settembre 2001) e mai troppo amato. Spettacolo che anche stavolta - benché prosciugato nel corso del tempo da alcune volgarità gratuite - continua a sembrarci molto superficiale e attento più agli effetti che a proporre un disegno coerente del dramma pucciniano.

Fuori Giordani, si è ripescato il tenore impegnato nelle recite "ordinarie", ossia il coreano Francesco Hong. Nel complesso, la sua prova ci è sembrata riuscita almeno sul piano vocale, giacché scenicamente questo cantante ci è sembrato assai poco credibile e a tratti decisamente ridicolo. Gli acuti gli riescono facili, la linea di canto è corretta, l'interpretazione tuttavia difetta gravemente così come lo stile.
L'ungherese Eszter Sümegi ha cantato in una lingua che non siamo davvero riusciti a capire malgrado l'impegno che ci abbiamo messo. Non parliamo del temperamento che non le manca, ma anche nel suo caso manca un disegno coerente del personaggio. Difetto che si aggiunge ad una vocalità diseguale per non dire impervia.
Infine, Lucio Gallo completava il terzetto dei protagonisti. Ci è piaciuto meno che in altre occasioni forse per qualche eccesso trucibaldo, un eccessivo indulgere al portamento (in particolare, nel secondo atto) che in cantante elegante come lui ci è sembrato un po' fuori luogo. Tuttavia, rispetto agli altri, la statura di interprete e l'istinto teatrale ci sono ed emergono con nettezza.

Infine una parola su Stefan Solyom, che, a differenza dei professionali direttori che si sono succeduti nelle varie riprese dopo il superlativo Paolo Carignani della prima, si è distinto per la cura dei non pochi dettagli cameristici della partitura pucciniana, e per una certa eleganza che comunque concedeva il giusto all'enfasi drammatica. Malgrado la recita di routine, la Frankfurter Museumorchester ha suonato con grande impegno, come nelle occasioni importanti.

Per onor di cronaca, il pubblico ha accolto entusiasticamente tutti gli interpreti, tributando le ovazioni più convinte a Hong e Gallo.

Il talento teatrale di Sandra Bullock

Di Susan Bullock ricorderemo una immagine: un attimo prima di riconoscerlo, Elektra sente Oreste. Il suo corpo è come scosso da un tremore che diventa un orgasmo, un movimento incontrollabile, totale. Elektra sa che avrà l'agognata vendetta. Nello spettacolo andato in scena un paio di stagioni fa all'Opera di Francoforte, prima ancora che la voce comunque perfetta, ci impressionò l'identificazione fisica col personaggio.
Ascoltandola stasera sullo stesso palcoscenico, accompagnata da Philip Thomas, nei quattro lieder straussiani che aprivano il programma della serata di Lied, e poi nelle cinque romanze di Rachmaninov ed infine nel capolavoro wagneriano dei Wesendonck-Lieder, non riuscivamo a trovare nulla più del canto corretto di una solida professionista. Mancava, ci mancava, quella forza espressiva, quell'identificazione nel canto che si coglieva nella sua Elektra.
Dopo un discreto Duparc - nel quale però lo spessore della sua voce importante non rendeva l'immaterialità, le trasparenze del musicista francese - la Bullock nella scena shakesperiana del delirio di Lady Macbeth musicata in Banquo's Buried dall'australiana Alison Bauld ritrova finalmente quella forza ed offriva la prova più convincente della serata. Il talento della Bullock è essenzialmente teatrale ed attraverso il teatro la voce riesce a trovare una personalità, un carattere. E il pubblico reagiva finalmente con calore.
Concludevano la serata quattro songs di Roger Quilter, cantate con elegante souplesse. Accoglienza calorosa ricambiata con l'aria wagneriana "Dich, teure Halle, grüß'ich wieder" dal Tannhäuser e una ninna nanna gallese, la sua madre lingua, come lei stessa spiega al pubblico.

- IL PROGRAMMA -

Richard Strauss (1864-1949)
Zueignung op. 10 n. 1
Ich trage meine Minne op. 32 n. 1
Befreit op. 39 n. 4
Hat gesagt - bleib nicht dabei op. 36 n. 3

Sergej Prokof'ev (1891-1953)
Cinque romanze da poesie di Anna Achmatova op. 27

Richard Wagner (1813-1883)
Wesendonck-Lieder WWV 91

Henri Duparc (1848-1933)
L'invitation au voyage
Le Manoir de Rosamonde
Chanson triste
Phidylé

Alison Bauld (1944- )
Banquo's Buried

Roger Quilter (1877-1953)
Fair House of Joy op. 12 n. 7
Autumn Evening op. 14 n. 1
Dream Valley op. 20 n. 1
Love's Philosophy op. 3 n. 1

 

Naufragio del "Tiefland"

È finita con una bordata di fischi a regista, scenografo e costumista, responsabili degli spettacoli più brutti ed insensati delle recenti stagioni. Fischi che hanno smorzato il calore per cantanti e direttori accolti festosamente a spettacolo concluso.

Lo scarso entusiasmo per lo spettacolo si coglieva già all'intervallo ("noioso" era il commento più benevolo di fronte alla squallida ambientazione "moderna" in un anonimo capannone industriale), ma davanti all'insensata bruttezza di alcune scene nella seconda parte - la festa grottesca con odalische e "moulin rouge"-luminaria, duetto finale su un container pronto alla spedizione in nave container sullo sfondo di montagne innevate e cisterne Turmoil - è esploso il dissenso. Per tacere dei costumi da indiani nativi dei pastori catalani, che, se lo spettacolo avesse avuto un senso, potrebbero aver provocato accuse di razzismo. In evidente crisi di idee, Anselm Weber avrebbe fatto meglio ad affidarsi alla solida ancorché obsoleta drammaturgia del libretto di Rudolf Koch. Ci sono modi anche eleganti di prendere le distanze da un'opera che non piace: si può storicizzare, sottolinearne la distanza o l'artificiosità (qualcuno suggeriva saggiamente "perché non usare delle cartoline di montagna come scenografia"? che poi è un po' quello che suggeriva la bella foto di Rui Camilo usata nel poster della produzione). Si può, e non ci stancheremo di riperlo, anche dire di no e passare ad un collega. Se ne guadagnerebbe certamente in credibilità e un po' pure in moralità.

Weber ha anche reso cattivo servizio ai cantanti, in particolare a John Treleaven, a nostro avviso il meno dotato sul piano della resa teatrale. Abbandonandoli un po' a se stessi, gli interpreti hanno sfoderato una gestualitá assolutamente stereotipata e melodrammatica, che vista la materia, non era nemmeno fuori luogo, ma che faceva a pugni con lo spirito riformatore. Bravi comunque a tenere il timone soprattutto Michaela Schuster e Lucio Gallo, a loro agio e la cui classe li mette al riparo dal ridicolo.

Ci è piaciuto molto anche Sebastian Weigle: molto attento alle voci malgrado l'enfasi di alcuni passaggi orchestrali, asciutto, poco retorico. Lui sí, moderno. Decisamente il repertorio di inizio novecente sembra essergli congeniale, anche in un lavoro minore come questo. Puntuale il coro (in versione operaistica) e smagliante l'orchestra.

L'unica intuizione felice di Weber: l'assolo iniziale del clarinetto (della brava Martina Beck) in proscenio, davanti ad un sipario nero con una enorme luna piena. Una immagine felice, che faceva ben sperare...

Beethoven e Shostakovic nel concerto della hr-Sinfonieorchester

Delle grandi personalità colpisce soprattutto la semplicità con cui riescono ad esprimere concetti anche complessi. È l'impressione che ci ha fatto ieri sera all'Alte Oper Radu Lupu che era accompagnato dalla hr-Sinfonieorchester diretta dal suo nuovo direttore principale Paavo Järvi nel Concerto n.5 per pianoforte di Beethoven. La lettura visionaria e moderna è offerta al pubblico con la semplicità, appunto, dei grandi. Assorto, quasi ascetico, conquista e convince pienamente per la mancanza totale di retorica ed enfasi, per le sonorità trasparenti quasi astratte nell'intervento solistico che precede il finale dell'Allegro e nell'Adagio. Il Rondò è gioioso e autorevole.

Scarto temporale e culturale importante per la seconda parte del concerto che prevedeva la Sinfonia n. 7 "Leningrado" di Dimitri Shostakovic. Se un filo rosso esiste fra le due composizioni ci è sembrato di scorgerlo nell'interpretazione antiretorica ed asciutta del monumento sonoro che Shostakovic dedicò alla sua città assediata dai nazisti.

Assolutamente lontano dalla retorica della scuola sovietica, Järvi ci è sembrato molto attento ad esporre strutture e dinamiche musicali, a ricercare nei riferimenti culturali (si veda il doloroso, lento incedere dell'Adagio di sapore decisamente mahleriano), ad evidenziare la virtuosistica scrittura orchestrale del compositore russo. Splendida la prova dell'orchestra, tecnicamente ineccepibile e ammirevole nella ricchissima dinamica agogica imposta dal direttore. Abbiamo in particolare ammirato il travolgente il moto ascendente e l'impellente percussivo nell'Allegretto, il cesello dei legni negli incisivi soli del secondo movimento, e lo splendore degli ottoni nel trionfale finale.

Una volta tanto, una nota di demerito ad un pubblico particolarmente enfisemico e catarroso, che si scatenava in una vera e propria tempesta bronchiale alla fine di ogni movimento e che ha (giustamente) provocato un gesto di stizza in Järvi prima dell'attacco dell'Adagio della Leningrado. Riflessione profonda: se è tosse autentica, come fa un essere umano a resistere ai 20 minuti abbodanti del primo tempo del concerto beethoveniano e ai quasi 27 dell'Allegretto della Leningrado?

Milano, voci critiche

Chi non era presente alla prima dell'Aida ieri sera a Milano, ascoltando i telegiornali di oggi potrebbe aver pensato di aver mancato un evento eccezionale e forse irripetibile che "per la prima volta dopo molti anni è riuscito a metttere d'accordo pubblico e critici". Ebbene, anche se non presenti ma avendo ascoltato la diretta radiofonica, qualche dubbio ci era venuto. Leggendo poi le critiche dei giornali di stamane, questa sostanziale armonia di giudizio non l'abbiamo colta. O meglio, quel che è quasi unanime è il tono generalmente negativo non soltanto dello spettacolo ipertrofico di Zeffirelli (che è fin troppo facile e scontato criticare), ma anche della esecuzione musicale.  

Qui sotto una antologia critica essenziale.

Michelangelo Zurletti, la Repubblica

Ci voleva proprio l'arrivo di Riccardo Chaillly per dare senso a un'Aida che per il resto ne ha poco, se non per far gridare al miracolo il pubblico che non ha mai visto un grande magazzino addobbato per le feste natalizie. [...] Violeta Urmana è cantante raffinata e di bella voce ma senza fascino e perfino un po' noiosa, Roberto Alagna se la cava abbastanza bene senza sforzi eroici, ma ci sono Ildiko Komlosi e Carlo Guelfi che danno il peggio di loro stessi. [...] Lo spettacolo è la rivincita, o la vendetta, di Franco Zeffirelli. Qui ha dato fondo a tutte le sue fantasie e al suo horror vacui e ci presenta un Egitto non, per fortuna, come lo vediamo ora ma come lo immaginavano nell'Ottocento, nel pieno delirio per l'esotismo. Belli i costumi, magniloquenti e ipertrofici come l'allestimento scenico.

Paolo Isotta, Corriere della Sera

[...] Questa è l'Aida non del direttore Chailly o del cantante Tizio o Caio (non voglio dire di Verdi) ma di Franco Zeffirelli, scenografo qui assai prima che regista, tanto ossessivamente il tutto è incentrato intorno all'elemento spettacolare. [...] Per quanta simpatia si debba provare per un gran veterano come Zeffirelli, occorre ammettere che il suo spettacolo è così sovraccarico, così colorato, così affollato, da sfiorare certe volte il comico, da toccare quasi sempre il cattivo gusto, da giungere addirittura a stravolgere il finale dell'Opera. Nella compagnia, sotto la corretta guida del direttore Riccardo Chailly, campeggia l'appassionata Amneris di Ildiko Komlosi, che a noi pare soprano drammatico e non mezzosoprano. Aida è la cara Violeta Urmana, interprete di sensibile lirismo alla quale, ora che canta da soprano, chiederemmo maggior cura della fonazione articolata affinché la sua dizione sia più chiara. Degli altri, davvero degno di menzione è Antonello Ceron, ch' esplica con voce e chiarezza la piccola ma importante parte del messaggero, di solito retaggio di pensionati o pensionandi. [...]

Paolo Gallarati, La Stampa

[...] Questo tuffo all'indietro proposto da Zeffirelli lascia il pubblico a bocca aperta: Aida raggiunge una spettacolarità raramente eguagliata negli ultimi anni. Il frastornante accumulo di particolari appare, però, estraneo alla musica di Verdi che, ben consapevole di quanto uno spettacolo eccessivo possa distrarre dalla musica e dal dramma, raccomandava "massima semplicità" e "pochissimi mezzi". [...] In Chailly l'orchestra ha un punto di riferimento sicuro: la sua direzione è vigorosa, anche se la partitura di Aida possiede una quantità di finezze che sono scivolate un poco in secondo piano. Tra i solisti, Aida è la migliore: Violeta Urmana canta con stile e partecipazione ma, schiacciata da un costume pesantissimo, salva solo in parte la freschezza e la sensuale malinconia della ragazza infelice ed eroica. Roberto Alagna affronta di slancio, anche se con risultati alterni, la parte di Radamès, Ildiko Komlosi recita quella di Amneris senza veramente immedesimarvisi, per limiti vocali; Carlo Guelfi è un generoso Amonasro. Il coro [...] ha fatto musicalmente una gran figura sotto la guida di Bruno Casoni e tutti, compresi i danzatori e la coreografia di Vladimir Vassiliev, sono stati calorosamente applauditi.

Lorenzo Arruga, Il Giornale

[...] Verdi cercava il vero, La Scala e Zeffirelli hanno cercato un fastoso successo popolare. [...] L'Aida della Scala è vecchissima. Zeffirelli cerca l'Egitto rutilante dei luccichii, rende enormi le statue, impegna decine di persone, meglio se armate, in un via via costante senza che si sappia dove vadano e perché. Dei personaggi non gliene importa: gli odii e gli amori sono proclamati senza che gli interessati si guardino in faccia. Si piantano lì davanti, il soprano ed il mezzosoprano spesso si accucciano a terra, il tenore sta a gambe larghe con due gesti, l'uno a braccia larghe, l'altro con una mano aperta in avanti a pollice in su. [...] Tutto è vetrina, è molto meglio che pensare. E perciò il pubblico della più fieristica città d'Italia lo trova naturale ed è contento. [...] Vi sarete chiesti perché il discorso non sia caduto ancora sulla musica. Ma è perché non è interessante. Riccardo Chailly ha sempre la sua invidiabile affettuosa carica di comunicativa e piace tanto. Ma la sua Aida è un po' offerta a pacco: cordiale, vivida, con gli impeti e le tenerezze al posto giusto; però sempre con una compattezza semplificatrice e, anche quando tutti sono sincroni e sotto controllo rende difficile identificare e ascoltare i percorsi interni delle voci e degli strumenti. La compagnia di canto ha un suo valore, e se si vuole mettere la Scala in una fascia di teatri d'un certo prestigio senza pretendere il lavoro strenuo di ricerca e l'assoluta eccellenza può andare benissimo. Ma allora ammettendo che è una situazione precaria, senza rompere le scatole al mondo sull'infallibilità della Scala.

Alfredo Gasponi, Il Messaggero

Nella scatola magica di Zeffirelli c'è un'interpretazione musicale all'altezza dell'involucro dorato. Il direttore Riccardo Chailly serve Verdi con gran cura e soprattutto anima incessantemente, impetuosamente l'orchestra e il coro. In un'Aida alla Scala ci si aspetta che le voci scuotano le emozioni. Ed è proprio quello che è accaduto ieri sera. [...] Roberto Alagna, Radamès, ha voce bella ma non particolarmente luminosa. Da qui una certa uniformità, specialmente nei pezzi d'insieme. [...] La Urmana esordisce autorevolmente, poi da Ritorna vincitor! si scalda e interpreta con immedesimazione il dramma di Aida, combattuta tra Radamès e l'amor di patria. [...] E intona Cieli azzurri con giusta comunicativa e spesso con quell'arcata omogenea e quella finezza nei particolari che producono l'incanto. Amneris deve essere insinuante, e a Ildiko Komlosi non mancano l'ambiguità e la sensualità per ingannare Aida. [...] Carlo Guelfi è un Amonasro prevedibile nel suo cipiglio benché vocalmente robusto e sicuro. [...] Splendido Chailly: già dal preludio, arcano, onirico, che si chiude con belle sonorità aurorali. [...] Orchestra ora vellutata ora percorsa da scariche elettriche; possente ma anche misterioso il coro. Conquista la capacità del maestro di passare senza scosse dall'opulenza sonora degli squarci collettivi alle sottigliezze dei drammi individuali, grazie a un'orchestra e un coro di cui la Scala può andar sempre fiera. [...]

Mario Messinis, Il Gazzettino

[...] Per la nuova produzione alla Scala, Zeffirelli ha deliberatamente rimosso la sua lontana idea registica, ha abbandonato le sottigliezze figurative e l'incanto magico della de Nobili per proporre uno spettacolo sontuoso e molto esibito [...] Ne esce un Egitto totalmente inventato. Nessuna nostalgia archeologica, né lacerti del passato in Zeffirelli. [...] Anche Riccardo Chailly è attratto dal "grandioso" mettendo un po' in ombra il "lirico" del pensiero verdiano. [...] Sorprende il debutto nel ruolo di Radames del bravissimo Roberto Alagna, che sembra riallacciarsi alla lezione di Carlo Bergonzi. Quanto dire attenuazione delle componenti eroiche e della drammatizzazione del personaggio, a favore di un cantabile sensibile, nel segno della misura. [...] La bellissima voce di Violeta Urmana regge agli impeti sinfonici di Chailly. È una voce brunita che svetta in acuti un po' fermi ma nitidissimi. È una Aida poco emozionata e sentimentale che emerge però nella impeccabile articolazione del canto e nella vigile consapevolezza intellettuale. Ildiko Komlosi è una mezzo soprano lirico quasi donizettiana, estranea però alle roventi declamazioni di Amneris. Buon declamatore Carlo Guelfi come Amonasro. [...] Come di consueto la Scala conferma il prestigio delle proprie masse corali e sinfoniche. [...]

Stefano Jacini, il Giornale della Musica

[...] Messa in scena doppiamente faraonica secondo la cifra di Zeffirelli, buona prova dell'orchestra che con Chailly trova un piglio deciso eppure parsimonioso nelle gradazioni dinamiche, cast di primo piano. [...] Salvo che ripensando allo spettacolo in sé rimane la sensazione che non sia andato oltre una rutilante apparenza. L'accumulo di fastosità avviene subito ed è tale da annullare il crescendo di effetti, dall'investitura di Radamés al ritorno trionfale, e da rendere sbiadite molte intuizioni registiche. [...] Quanto agli altri interpreti, Violeta Urmana nei panni della protagonista è sempre corretta, ma distaccata dal personaggio. [...] Roberto Alagna (Radamès), che pure conserva una voce calda e seduttiva, manca di eroicità, [...] mentre è a suo agio in quelle private o sepolcrali. Da parte sua Carlo Guelfi (Amonasro), che è l'unico a infondere tensioni in scena, le attinge un po' troppo dall'opera verista. Una nota doverosa per i balletti dove Myrna Kamara e Roberto Bolle offrono un elegante exploit di selvatichezza etiope.

Enrico Sinchelli, Operaclick

[...] L'applauso più grande della serata lo ha avuto il Balletto, con un Bolle truccato da Zulù, incredibilmente simile al bambolotto fidanzato di Barbie, Ken. [...] Radames poteva sembrare più lui che il piccolo ercolino Roberto Alagna, un Corelli in sedicesimo, impegnato ad allargare una voce che se non c'e' non può essere allargata più di tanto. Passato l'incubo di "Celeste Aida", ma con pochi e non convinti applausi, Alagna si e' costantemente piazzato sul proscenio, con un braccio proteso in avanti quasi a voler con quello portare avanti anche la voce. Impietoso il commento di un signore distinto, collocato in un palco, dopo il pessimo falsetto che ha chiuso l'opera ("Si schiude il ciel...") stile "Mexico, Mexico" di Luis Mariano:"A questo punto e' pronto per Sanremo, ma non so se lo applaudiranno così...". [...] Violeta Urmana, leggerissima e prudente per tutto lo spettacolo ad onta di un fisico imponente, la bravissima  Ildiko Komlosi, perfetta Amneris, i due bassi, persino il Messaggero di Ceron (piu' sonoro di Radames!) avevano dato il meglio di loro stessi, guidati da uno Chailly attento come non mai a tenere bassissime le sonorità, a contenere l'empito degli ottoni, a seguire da vero Certosino i tempi e i respiri degli interpreti, assicurando comunque una lettura precisa, brillante, piu' lirica che enfatica. Esorcizzata l'Aida con una Aida di oggi, la Scala guarda in avanti: Coro e Orchestra sorridono felici, si sono divertiti tutti. E' quel che conta per la Festa di Sant'Ambrogio.

Scholl e l'Accademia Bizantina all'Alte Oper

Una bella serata di musica lunedì sera nella sala grande dell'Alte Oper. Programma severo e rigoroso, in tono con l'Avvento, come usa da queste parti. Poche o nessuna concessione al divismo malgrado la presenza del controtenore Andreas Scholl. La sua asciutta interpretazione delle due cantate bachiane BWV 35 ("Geist und Seele wird verwirret") e BWV 170 ("Vergnügte Ruh', beliebte Seelenlust") ci è sembrata perfetta sia nell'intima adesione al religioso pathos sia nella ricchezza espressiva conferita alla scarna essenzialità dei testi bachiani. Interpretazione che trascende il fatto artistico per restituire alle due composizioni tutta la profondità di una meditazione sul sacro.

L'accompagnavano con grande competenza gli ottimi musicisiti dell'Accademia Bizantina diretta da Ottavio Dantone. Di questo gruppo colpisce soprattutto la varietà di colori e la versatilità, nonché il virtuosismo di alcuni strumentisti che emerge soprattutto nei due pezzi strumentali che completavano il programma: il concerto per organo in fa maggiore HWV 292 di Händel e il concerto per due violini in re minore BWV 1043 di Bach. In particolare, abbiamo trovato entusiasmante il dialogo fra Stefano Montanari, konzertmeister del gruppo, e Fiorenza De Donatis nel concerto di Bach. Un bravo anche ad Andrea Mion, il cui preciso intervento all'oboe d'amore aggiunge una nota di melanconica dolcezza all'aria bachiana "Vergnügte Ruh', beliebte Seelenlust".

Calorosissima accoglienza del numeroso pubblico ricambiato con due bis dall'orchestra, fra cui l'aria "Bereite dich, Zion" dalla Cantata di Natale.

Recensione della Frankfurter Rundschau, della Frankfurter Neue Presse e dell'Offenbach Post.

Omaggio a Vienna


Sabato 1 dicembre. Cominciamo l'ultimo mese del 2006 con una serata sinfonica al Teatro La Fenice.

Sulla carta, il programma presenta un certo fascino. La prima parte propone due composizioni di Anton Webern (5 Pezzi per orchestra op. 10) e Luigi Nono (Incontri per 24 strumenti) incorniciati da tre frammenti delle musiche di scena della Rosamunde di Franz Schubert. Interamente dedicata alla Terza sinfonia di Ludwig van Beethoven la seconda parte del concerto.
 

Omaggio (non banale) all'autentica tradizione musicale viennese, il programma offre "un dialogo tra epoche diverse suggerito dall'alternanza Schubert - Webern - Schubert - Nono - Schubert (ispirata da una testimonianza dello stesso Nono a proposito dello studio comparato di Webern e Schubert compiuto sotto la guida di Bruno Maderna)".
Accostamento impossibile? A detta di Luigi Nono: «Spesso in Webern un unico suono è come un'intera melodia di Schubert. La qualità del suono, il modo di attacco, di svilupparsi e di diminuire contengono in concentratissima sintesi un intero arco melodico».

Risultato complessivamente deludente a causa di un'orchestra dagli evidenti limiti tecnici (particolarmente evidenti negli archi, di preoccupante, imprecisione) e la direzione musicale di Bernhard Klee assai poco brillante, particolarmente in Beethoven. Dell'esecuzione della sua sinfonia, dimenticheremo volentieri la sfilacciata marcia funebre e l'assai poco brillante finale.

Citazioni tratte dal comunicato stampa del Teatro La Fenice del 1 dicembre 2006.

 

Una Stella brilla sul «Tito» di Francoforte

A distanza di qualche mese, L'Oper Frankfurt propone anche in questa stagione l'allestimento di Christof Loy della Clemenza di Tito con un cast completamente rinnovato.

Complessivamente lo spettacolo di Loy ci era già parso inferiore ad altri visti qui a Francoforte, in primis al magnifico Ratto dal Serraglio ripreso nel corso di diverse stagioni, ma anche alla più recente La finta semplice, toccante commedia crepuscolare che ha chiuso la scorsa stagione al Bockenheimer Depot. Impressione sostanzialmente confermata anche dopo aver assistito alla recita di ieri sera. La prima parte, in particolare, ci è sembrata più riuscita con quel gioco di apparenze che sfrutta con grande sapienza il meccanismo della finzione teatrale, mostrandone la macchina dal suo interno. La seconda parte, al contrario, sembra scavare affannosamente nella ricerca di una uno spessore drammaturgico, di una verità scenica, che c'era e segnava felicemente il Ratto e si coglieva nella malinconica leggerezza della Finta semplice, e che tuttavia non trova compimento in questo caso. Limiti forse nel libretto di Mazzolà ma anche, ci è sembrato, in un certo eccessivo indulgere alla maniera e all'autocitazione da parte del regista.

Completamente rinnovato il cast vocale per questa ripresa, si diceva. Ad eccezione di Tito, tutti gli altri ruoli sono sostenuti da cantanti della locale compagnia. Sopra tutti, colpisce il Sesto della mezzosoprano Stella Grigorian, il nuovo acquisto della già felice scuderia di Francoforte: bel timbro ambrato e molto omogeneo anche nella regione acuta, tecnica solida e scenicamente credibile. Il suo Sesto si impone come protagonista della serata, grazie anche all'impeccabile "Parto, ma tu ben mio", ed è salutato con ovazioni dal pubblico. Nell'ingrato ruolo di Vitellia, Sonja Mühleck dà il meglio di sè, anche se il registro grave è stimbrato e non gradevolissimo (evidente soprattutto nel "Non più di fiori"). Molto convincente la coppia di giovani innamorati di Elin Rombo, fresca Servilia, e Annette Stricker, toccante Annio. Il Tito di Saelens è cantante corretto ed elegante, ma non possiede lo spessore drammatico di Kurt Streit, l'ottimo protagonista del primo ciclo di recite, ai cui tormenti interiori il disegno registico di Loy affida l'architrave drammaturgico dell'intera seconda parte. Funzionale il Publio di Simon Bailey.

In grande forma l'orchestra - ed in particolare i fiati (e davvero complimenti al clarinetto obbligato!) - diretta con mano felice dal giovane Erik Nielsen, che accompagnava anche i recitativi al fortepiano. Come sempre preciso ed autorevole il coro dell'Oper Frankfurt diretto da Alessandro Zuppardo.

«Davanti a lui tremava tutta Santiago»

È fin troppo facile tornare sulla cattiva abitudine piuttosto diffusa nelle scene tedesche di imporre letture che poco hanno a che vedere con l'idea originaria. Intendiamoci: operazioni di questo tipo sono del tutto legittime nella misura in cui offrono interpretazioni nuove, prospettive inedite o aggiungono chiavi di lettura ad opere che soffocherebbero sotto il peso (e la noia) dell'abitudine. E del resto il pubblico è libero di sottrarsi a questo gioco quando lo ritenga oltraggioso.

Talvolta la libera interpretazione trascende e tradisce le intenzioni e fa perdere di senso allo stesso testo che intende rappresentare. È decisamente il caso della Tosca messa in scena allo  Staatstheater Darmstadt da Philipp Kochheim, con ammirevole e  coerente sprezzo del ridicolo.

Evidentemente poco convinti del risultato artistico, a Darmstadt provano a convincerci già nel foyer con la mostra documentaria Tosca. Ein Gewaltakt (Tosca. Un atto di violenza) che illustra le vicende che portarono al golpe militare in Cile nel 1973. Tosca, ovviamente, c'entra poco.

 

Ancor più irritante, comunque, ci è sembrata la mistificazione ideologica dei sopratitoli tedeschi di Christine Meißner, che censuravano dettagli fatalmente datati come i riferimenti alla prigione di Castel Sant'Angelo o la sconfitta del generale Melas a Marengo, trasformavano Palazzo Farnese nella Moneda, facevano esporre il cadavere di Angelotti allo stadio anziché appenderlo "alle forche" come voleva Scarpia, chiariva che il salvacondotto "onde fuggir dallo Stato con lui" era in effetti un passaporto per uscire dal Cile militarizzato, per tacere della (probabilmente inconsapevole) incongruenza della nella terza scena del terzo atto in cui, a dispetto della cecità inflittagli dai suoi torturatori nel secondo atto e del ridicolo, "Cavaradossi, alla vista di Tosca, balza in piedi sorpreso, legge il foglio che gli presenta Tosca"... Tutto ciò mentre sul palco la quasi intatta prosa di Illica e Giacosa crea un fastidioso senso di straniamento. Incuriositi, abbiamo atteso al varco la famosa "E avanti a lui tremava tutta Roma!" e non siamo rimasti delusi, giacché anche nel testo cantato la città eterna cedeva il passo a Santiago...

Pur non essendo Kochheim nuovo a questo tipo di operazioni (ricordiamo almeno le due Iphigénie gluckiane trasporte nel mondo immaginario di Star Wars, vista sempre a Darmstadt nella scorsa stagione), il suo gioco mostra un po' la corda e lo spettacolo, superata la curiosità iniziale, risulta abbastanza noioso e privo di ispirazione. Da citare almeno le scene iperrealistiche (da musical macabro) di Uta Fink, che asseconda con convinzione e corenza il progetto registico.


Atto I: lo studio del fotografo Cavaradossi (con ritratto del Che)


Te Deum nel palazzo della Moneda


Entr'acte: il sipario insanguinato


Atto III: El Estadio di Santiago

Speravamo che almeno sul piano musicale le cose funzionassero, ma lì le note erano ancora più dolenti. Terzetto di protagonisti del tutto inadeguati, cominciando dalla Tosca di Anja Vincken la cui voce non ha né lo spessore drammatico né lo slancio necessari a rendere almeno accettabile la sua prova. Non va meglio né con il vocalmente precario Cavaradossi di Zurab Zurabishvili,che almeno recupera sul finale (ma il suo E lucean le stelle passa nell'indifferenza del pubblico) né con le truculenze canore dell'inconsistente Scarpia di Riccardo Lombardi.

Dirigeva un'orchestra inizialmente un po' troppo distratta che migliorava verso il finale, un tutto sommato innocuo ma certamente non memorabile Martin Lukas Meister.

Informazioni e immagini della produzione di Darmstadt si trovano qui.

Emmanuelle Haïm apre barock+

Colpisce già quando entra in sala quasi di corsa, piccina, chioma fulva, piglio deciso ed autorevole. È Emmanuelle Haïm, giovane ma già autorevole interprete barocca, invitata dalla hr-Sinfoniorchester a dirigere il primo dei tre concerti della rassegna barock+ che da qualche anno arricchisce la già ricca stagione concertistica dell'orchestra della radiotelevisione dell'Assia.

Pur alle prese con un'orchestra non specializzata nel repertorio barocco e con strumenti moderni, la Haïm impressiona per lo stile francese che impone alle due suites da Hippolyte et Aricie e da Les Indes galantes di Rameau. Stupefacente per rigore e bellezza di suono la Danse de Sauvages da Les Indes galantes, che cresce inesorabile dal semplice tema eseguito al cembalo dalla Haïm e ripreso dall'orchestra e in cui si innesta l'aria di Fatime Papillon inconstant.

Seconda parte dedicata al Delirio amoroso, la lunga cantata di Händel, resa con straordinaria varietà di colori e grande estro anche grazie al virtuosisimo della brava Camilla Tilling. Da segnalare anche tutti gli ottimi solisti impiegati (a cominciare dai flauti, l'oboe e il primo violino, nessuno dei quali è citato nel programma di sala).

Vere e proprie ovazioni a tutti gli interpreti al termine del concerto.

Il concerto sarà trasmesso in differita da hr2 per la stagione di Euroradio lunedì 13 novembre alle 20:05.

Una serata con Violeta Urmana

Da qualche anno l'Oper Frankfurt, accanto alla ricca stagione operistica, offre delle serate di Lieder, affidandole a grandi interpreti. Stasera è toccato a Violeta Urmana, che ha proposto un programma molto vario da Berlioz a Rachmaninov e Richard Strauss.

Più che col romanticismo ossianico delle quattro mélodies dalle "Nuits d'été", la Urmana ci è sembrata in sintonia con la temperie drammatica delle melodie di Rachmaninov e, ancor di più, con il sontuoso cromatismo dei lieder scelti dal vasto catalogo straussiano.

Nella seconda parte della serata, completamente dedicata a Strauss, la Urmana convince non solo per lo splendido organo vocale, alla sorpendente omogeneità e controllo nell'emissione, ma anche per la maturità di interprete, sempre misurata ma senza riununciare a restituire un senso profondamente teatrale al canto.

Jan Philip Schulze l'accompagna con discrezione ma affidabile versatilità stilistica.

Serata felice, dunque, con accoglienza trionfale da parte del pubblico, generosamente ricambiata con tre bis: "Le Violon" di Francis Poulenc, "Vissi d'arte" (accolta da ovazioni) e "El mosquitero" di Ramón Bastida.

 

- IL PROGRAMMA -

Hector Berlioz (1803-1869) 
Les nuits d'été  op. 7

Villanelle (N. 1)
Le spectre de la rose (N. 2)
Au cimitière (N. 5)
L'île inconnue (N. 6)

Sergej Rachmaninov (1873-1943)
[Wie ist mir weh] Op. 21 N. 12
Vocalise  Op. 34 N. 14
Discord  Op.34 N. 13
How Fair This Spot  Op. 21 N. 7
Spring Waters  Op. 14 N. 11

Richard Strauss (1864-1949)
Die Georgine  op. 10 N. 4
Frühlingsgedränge  op. 26 N. 1
Wassenrose  Op. 22 N. 4
Wir beide wollen springen  WoO 90
Befreit  Op. 39 N. 4
Zueignung  Op. 10 N. 1
     Lieder nach Gedichten von Heinrich Heine
Schlechtes Wetter  Op. 69 N. 5
Mit deinen blauen Augen Op. 56 N. 4
Frühlingsfeier  Op. 56 N. 5

Bonus video: Violeta Urmana con John Treleaven e Mihoko Fujimara nel secondo atto del Tristan. Claudio Abbado dirige la Lucerne Festival Orchestra (Lucerna, Culture and Congress Center, 13 agosto 2004).

Francoforte trova la sua Cenerentola

Dopo il debutto nel 2004 e la ripresa del 2005, l'Oper Frankfurt riprende l'opera rossiniana e (finalmente) trova una Cenerentola vera.

A parte la bravissima Anna Bonitatibus (che sostituì l'annunciata Daniela Barcellona nella rappresentazione di gala il 26 giugno 2004), sulla scena di Francoforte si erano succedute con esiti non del tutto convincenti la poco più che professionale Nidia Palacios, la scolastica Jenny Carlstedt e la disastrosa Julianne de Villiers. Per questa ripresa, protagonista è Daniela Pini, giovane mezzosoprano bolognese, che malgrado qualche impaccio iniziale, qualche veniale incertezza qua e là, ma la sua interpretazione cresce e nell'impeccabile rondò finale impone con autorevolezza uno stile impeccabile e pienamente convincente. La tecnica è impeccabile, la voce è bella anche se ancora esile, ma le premesse per diventare una rossiniana di rango ci sono.

Il resto del cast vocale è ampiamente rinnovato, anhe se Eric Roberts imperversa ancora come Magnifico. Anche se asciugato da qualche eccesso clownesco (gli anni passano per tutti...), Roberts coerentemente propone una interpretazione buffonesca più che buffa, vocalmente del tutto inadeguata: emissione discontinua, intonazione approssimativa, pronuncia improbabile (rovinoso il sillabato di "Sia qualunque delle figlie"), amnesie improvvise. Purtroppo Roberts è frutto dell'equivoco piuttosto diffuso da queste parti che vuole il buffo rossinano attore prima ancora che cantante, producendo spesso di questi equivoci. Decisamente migliori gli altri, anche se con smagliature varie. Buon tenore lirico, Gioacchino Lauro Li Vigni come Ramiro assolve dignitosamente l'ingrato compito anche se pecca un po' nello stile (la chiusa della scena "Sì ritrovarla io giuro" è sembrata piuttosto una cabaletta verdiana): i suoi acuti si vorrebbero più controllati, il timbro più omogeneo ed elegante, ma non si può chiedere a qualcuno di essere ciò che non è. Nathaniel Webster se la cava meglio come Dandini: asciutta l'interpretazione, buona l'agilità, facile l'acuto, Webster mostra solo qualche impaccio nel registro grave. Buone le prove di Florian Plock come Alidoro, e le sorellastre di Elin Rombo e Tina Hörhold.

La direzione di Johannes Debus ci è sembrata assai poco rossiniana nell'eccessiva precisione e nella scarsa morbidezza. Crescendo poco travolgenti, vagamente schematici, stacchi bruschi che, specialmente nel secondo atto, riescono a mettere in difficoltà l'orchestra, che complessivamente non ci è sembrata in grande serata, in particolare gli archi, spesso piuttosto imprecisi.

Una delle ragioni per rivedere questa Cenerentola rimane la messa in scena giocata nella chiave del sogno di Keith Warner, che dirige con fanciullesca leggerezza e ironia sottile. Bello il gioco illusionistico dele scene di Jason Southgate così come gli immaginifici costumi di Nicky Shaw.

Piccola notazione finale: perché non adottare l'edizione fiologica di Zedda in circolazione da più di trent'anni ormai e sostituire l'apocrifa "Il mondo è un gran teatro" con L'ormai popolare "Là del ciel nell' arcano profondo". Ma soprattutto, perché tagliare integralmente la scena nella cantina di Don Magnifico? Anche senza voler fare una battaglia di principio sulla legittimità dei tagli (benché poco giustificati in Cenerentola che non è opera di eccessiva lunghezza), rimane il sospetto che tale taglio corrisponda ad una necessità, vista l'insufficienza dell'interprete.

La sposa in nero

All'Oper Frankfurt va in scena la seconda nuova produzione della stagione: La fidanzata dello Zar di Nikolaj Rimsky-Korsakov. Nuova tappa del filone slavo, quindi, che nelle ultime stagioni si è visto arricchire di titoli della tradizione russa come Chovanscina e La dama di Picche, o ceca comei due titoli janacekiani Kát'a Kabanová e Jenufa o La sposa venduta di Smetana, vista nella scorsa stagione e diretta da Stein Winge come ora l'opera di Korsakov.

Sorta di Cenerentola al nero, l'opera racconta della tragica vicenda di Marfa, destinata a diventare sposa dello zar Ivan il Terribile, spezzando il sogno d'amore coltivato fin dall'infanzia per il nobile Ivan Lïkov. Marfa è anche concupita dal boiardo Grijaznoij che cerca di conquistarla per mezzo di un filtro amoroso fornitogli dall'alchimista Bomelius. A questi però si rivolge pure Lijubasha, nel tentativo disperato di riconquistare lo sposo Grijaznoij, sostituendo il filtro d'amore con una pozione che cancellerà la bellezza della rivale. Come Lucia, Marfa impazzirà, rendendo vani il desiderio di Grijaznoij, che sarà giustiziato dopo aver ucciso Lijubasha.

Il regista Stein Winge prende l'opera per quel che è: un romanzo popolare a tinte fosche. L'elemento storico nello concezione di Winge non ha nessuno spazio. Quel che gli interessa è il racconto, che conduce con mano sicura, prosciugandolo di qualche eccesso grandguignolesco e talvolta cogliendo l'ironia di alcune situazioni (si veda la camporella di Lijubasha e del "pusher" Bomelius alla fine del secondo atto). A parte qualche scivolata nella provocazione facile - come lo stupro di gruppo degli oprichnik nella festa a casa Grijaznoij, peraltro prontamente sanzionata da numerosi buh del pubblico -  la lettura di Winge convince pienamente. Benoît Dugardyn costruisce delle scene misuratamente spettacolari, decisamente cinematografiche, assecondando brillantemente sul piano visivo l'intenzione registica.

Ancora una volta, il cast vocale è scelto con mano felice, persino nei ruoli minori. Domina la Lijubasha di Elena Manistina, il cui bel timbro brunito e la solidità di interprete colpiscono già dalla sua canzone di sortita. Le tengono testa due stelle della compagine del teatro come Johannes Martin Kränzle, chekoviano Grijaznoij, e Britta Stallmeister, fragilissima ed infantile Marfa, che offre una delle sue prove più convincenti. Ottime pure le prestazioni di Michail Schelomianski come dolente Sobakin, Michael König come Likov, la sempre convincente Elzbieta Ardam come Dunijasha e la fresca Ann Marie Backlund come Domna Saburova e Simon Bailey come Malijuta-Skuratov.

Dirige con grande perizia e slancio ciaikovskiano l'esperto Michail Jurowski, che imprime alla partitura un irresistibile senso del teatro. Assecondano con convizione il versatile coro e la Frankfurter Museumorchester.

Alla fine il pubblico accoglie festosamente tutti gli interpreti.

info tecniche qui

Picasso a teatro

Da qualche giorno si è aperta allo Schirn di Francoforte la mostra Picasso e il teatro. Luogo ideale per esplorare trasversalità o ragionare su paradossi vedi la recente mostra sul Nulla), per celebrare il 125esimo anniversario della nascita di Picasso lo Schirn sceglie una prospettive originale anche se non del tutto inedita: il teatro. A detta di Paolo Valentino sul Corriere della Sera di lunedì scorso, "quella sul Meno è forse la più originale nella valanga di mostre aperte in queste settimane un po' dappertutto in Europa, da Berlino a Parigi, da Malaga a Vienna".

 

Esponente di punta del gruppo di artisti della scena parigina nei primi decenni del 1900, Picasso collabora con l'impresario dei Ballets Russes, Sergei Diaghilev, realizzando scene e costumi per i suoi spettacoli. La collaborazione inizia nel 1917 con Parade su musiche di Erik Satie, con cui Picasso lavorerà ancora nel 1927 per il Mercure.

Tale collaborazione lo farà collaborare anche con altri musicisti di punta come Manuel de Falla (El sombrero de tres picos, 1919) e Darius Milhaud (Le Train Bleu, 1924).

Nel 1917 Picasso conosce in Italia Igor Stravinsky con cui collaborerà per il Pulcinella del 1920. A proposito del ritratto realizzato da Picasso, Stravinsky racconta un divertente episodio. Fermato alla frontiera con la Svizzera, un doganiere solerte pretende di perquisire il suo bagaglio, nel quale si trova il ritratto di Picasso. Probabilmente sconcertato dalla sua modernità, alla curiosità del doganiere che chiede di cosa si tratti, Stravinsky risponde "Il mio ritratto disegnato da Picasso". Risposta del solerte funzionario (si sa: in tempi di guerra si sospetta di tutto): "Impossibile. Si tratta senza dubbio di un piano". Risposta di Stravinsky: "Sì, il piano del mio volto".

La mostra segue anche il percorso inverso, investigando quanto il teatro sia stato fonte di ispirazione per la pittura di Picasso.

  

La mostra rimane aperta fino al 21 gennaio.

Materiali fotografici raccolti qui:

Un'altra Olimpiade al Malibran


Dopo l'Olimpiade di Domenico Cimarosa nel 2001, quest'anno la Fenice riesuma al Teatro Malibran un'altra Olimpiade, musicata da Baldassarre Galuppi sullo stesso libretto di Pietro Metastasio. Se allora l'occasione nel 2001 furono i 200 anni dalla morte del compositore napoletano, quest'anno sono i 300 anni dalla nascita di Galuppi. Ricorrenza che rischiava di passare inosservata nell'inflazione di eventi mozartiani.

In tempi di economie, si riesuma l'allestimento di allora, con scene molto discrete e bei costumi di Francesco Zito e regia efficace di Dominique Poulange.





Non si risparmia sul cast che vanta delle vere e proprie stelle della vocalità barocca accanto a giovani ma promettentissimi talenti. Merita citarli tutti: Ruth Rosique (Aristea), Roberta Invernizzi (Argene), Franziska Gottwald (Licida), Manuela Custer (Megacle in buca, mentre in scena agiva l'indisposta Romina Basso) Mark Tucker (Clistene), Furio Zanasi (Alcandro) e Filippo Adami (Aminta).

Andrea Marcon offre una brillantissima prova a capo dell'Orchestra Barocca Veneziana, uno strumento perfetto tanto nella morbidezza di suono che nello scatto furioso (particolarmente entusiamante nel secondo atto).

 

Il risultato è notevole e ci fa riscoprire un capolavoro del belcanto e apprezzare il grande talento operistico di Galuppi. Dunque, dopo la recente Didone di Cavalli, un'altra felice riscoperta. Da augurarsi che la Fenice continui con ancora più convinzione la bella consuetudine di riscoprire gemme dimenticate della civiltà musicale veneziana affidandole a giovani ed esperti interpreti in grado di ridare loro vita con entusiasmo e freschezza.

Accoglienza calorosissima del pubblico della pomeridiana di domenica scorsa, rimasto fino alla fine, malgrado la lunghezza considerevole di quest'opera.

Cesare Lievi mette in scena l'Idomeneo a Wiesbaden

Non c'è davvero molto da dire dell'Idomeneo che abbiamo visto ieri sera allo Staatstheater di Wiesbaden. Di positivo, c'è senz'altro il fatto che non c'entra con il bicentenario mozartiano, ma si tratta della quinta puntata del ciclo mozartiano che Cesare Lievi sta portando avanti da qualche anno nel teatro della capitale dell'Assia. Questo Idomeneo viene dopo Die Zauberföte, Le nozze di Figaro e il fresco Così fan tutte visto nella scorsa stagione.  

Per l'Idomeneo, Lievi monta uno spettacolo globalmente gradevole, con qualche idea, non particolarmente riuscita ma nemmeno oltraggiosa (vedi il suicidio del re Idomeneo nel finale). Nell'essenziale scena fissa disegnata da Csába Antal ripensando alle architetture classiche, Lievi sembra essersi occupato soprattutto di caratterizzare la recitazione dei cantanti più che di lasciare il segno. Marina Luxardo cura il guardaroba: abiti moderni, mediterranei, qualche strizzatina d'occhio al folclore. Elettra rigorosamente in nero (ma del resto si sa: il lutto le si addice).

Quasi tutta locale la compagnia di canto, ad eccezione di Kobie van Rensburg, robusto Idomeneo, perfetto nella caratterizzazione vocale del suo personaggio (impeccabile, fioriture comprese, la sua "Fuor del mar, ho un mar in seno"). Ottima pure la coppia dei giovani amanti di Ute Döring come Idamante e Thora Einarsdottir come Ilia, entrambe pienamente convincenti nei rispettivi ruoli. Delude invece un po' Annette Luig: la sua Elettra manca di spessore drammatico e, benché tecnicamente solida, è metallica negli acuti. Adeguati l'Arbace di Jud Perry e il gran Sacerdote di Nettuno di Angus Wood.

Precisa ma abbastanza incolore la direzione di Marc Piollet. Rimarchevole invece la prova del coro dello Staatstheater di Wiesbaden.

Festosa accoglienza del pubblico, con qualche isolata (e inspiegabile) contestazione a Lievi.

Trionfo di Caligola

È decisamente insolito partecipare alla rappresentazione di una opera contemporanea ed assistere al trionfo del suo autore. È successo sabato scorso alla prima mondiale all'Opera di Francoforte del Caligula di Detlev Glanert.

Alla fine della rappresentazione tutti gli interpreti, ma soprattutto il compositore sono stati festeggiati dal folto pubblico con applausi convinti e ovazioni.

Fa piacere pensare che non è il frutto di un successo cercato ad ogni prezzo, magari gratificando l'istinto facile del pubblico. Ci è sembrato piuttosto il risultato di un lavoro fatto pensando alla fruizione del pubblico, e che tuttavia non rinuncia ad un linguaggio personale e complesso. Idea semplice eppure originale, in un mondo - quello della musica contemporanea - dominato da grandi personalità spesso caparbiamente concentrate su se stesse, salvo qualche rara eccezione.

È il risultato del metodo antico di compositori che hanno reso grande l'opera pur senza rinunciare ad innovarla. Ripensando alla storia, a questa storia, Glanert dimostra che esiste un futuro possibile per l'opera.

Qualche critica: Frankfurter Rundschau, Die Welt, Frankfurter Neue Presse, Offenbach Post, Der Neue Merker, Deutschland Radio, Il giornale della musica

I Meistersinger di Wagner tornano all'Oper Frankfurt

Domenica 24 va in scena all'Opera di Francoforte l'ultima recita dei wagneriani Meistersinger von Nürnberg, nella ripresa dell'allestimento già visto quattro anni fa. Oggi si respira un'aria più giovane, un entusiasmo nel fare musica insieme che non ci ricordavamo.

Compagnia di canto da citare in blocco: Wolfgang Koch come Hans Sachs, Johannes Martin Kränzle come Beckmesser (perfetto!), Raymond Very come Walther von Stolzing, Juliane Banse come Eva, Carsten Süß come David, Claudia Mahnke come Magdalena, Magnus Baldvinsson come Veit Pogner, gli alti maestri cantori di Christian Dietz, Carlos Krause, Franz Mayer, Christoph Kayser, Hans-Jürgen Lazar, Michael McCown, Florian Plock, Gérard Lavalle, Jacques Does, la ronda di Simon Bailey e infine i giovani attendenti di Katharina Magiera, Linda Sommerhage, Dzuna Kalnina, Don Harrison, Sung Ho Kim, Thilo Busch, Thomas Jakobs, Juan Noval Moro, Danilo Tepsa, Thomas Althammer, Markus Ahme.

Roland Böer dirige con grande autorità e soprendente competenza l'ottima Frankfurter Museumorchester. Superlativo il coro.

La controversa lettura del regista Christof Nel, decisamente meno contestata di quattro anni fa, divide ancora: fortemente ideologica, non priva di forzature (il Beckmesser ebreo non ci convince del tutto), rigorosa e non compiacente, è tuttavia profondamente ed efficamente teatrale. Uno spettacolo che divide e fa discutere, soprattutto per quel finale che aprendo uno squarcio sinistro sulla deriva nazionalsocialista dell'ideologia wagneriana e che colpisce come un pugno allo stomaco.

A titolo di cronaca, piuttosto affaticato nel finale, l'elegante Very viene forse troppo severamente redarguito da parte del pubblico. Meno contestabile il fatto che il crocifisso ariano fosse decisamente fuori forma rispetto al 2002.

Riapre Darmstadt


Venerdì 22 settembre: riapre lo Staatstheater Darmstadt. Meglio, riapre la Großes Haus del teatro inaugurato nel 1972. Due anni di lavori, 70 milioni di euro.



  
Il foyer completamente rinnovato ha ora un aspetto piuttosto asettico, vagamente ospedaliero (con tanto di armadietti/guardaroba per il pubblico pagante).


Palcoscenico completamente rifatto per dotarlo della più avanzata tecnologia.

La sala invece è rimasta intatta (a parte una mano di pittura, giusto per rinfrescare un po' l'ambiente). E tutto sembra pronto per la grande inaugurazione.
 

Si apre con un'accoppiata insolita ma piuttosto intrigante: Osud di Janáček e Lélio di Berlioz. Nella prima si racconta della crisi creativa ma soprattutto esistenziale di un compositore, nella seconda (che poi non è nemmeno un'opera) del delirio di un compositore. Il legame c'è e c'è pure, soprattutto per Berlioz ed il suo teatro immaginario, l'opportunità di parlare di teatro, del teatro e di metterlo in scena. C'è poco gioco di specchi, poiché lo sforzo del regista John Dew è piuttosto quello di legittimare l'accostamento delle due composizioni distanti per gusto e clima culturale. L'accostamento è realizzato attraverso la figura del vecchio compositore seduto al pianoforte al centro della scena che, con Janáček, rivive gli eventi anche tragici della sua giovinezza e, con Berlioz, vive un delirio fra manifesto estetico e fantasmi del passato. Nel complesso, tuttavia, manca l'idea forte, manca lo spirito della festa teatrale, limitandosi Dew all'illustrazione per Osud e ad assemblare un varietá nel Lélio (solo la Faintaisie sur la Tempête de Shakespeare funziona davvero).

Se il senso della festa manca, il teatro c'è ed impegna tutte le sue forze: la compagnia di canto, l'orchestra guidata da Stefan Blunier, il coro diretto da André Weiss, il gruppo di danza di Mei Hong Lin. Il teatro si riprende il suo spazio dopo due anni di esilio nella angusta Kleines Haus.

Grande impegno da parte di tutti ripagato con grande calore dal pubblico.

La Didone di Cavalli al Malibran

Da questa stagione, la Fenice riprende una felice tradizione: riscoprire una gemma dimenticata della gloriosa civiltà musicale veneziana. Quest'anno tocca a Cavalli e Galuppi, mentre per la prossima stagione si annuncia (finalmente) un Vivaldi raro.

Nello spazio raccolto del Malibran va in scena La Didone di Gian Francesco Busenello e Francesco Cavalli.

Lo spettacolo è affidato ad un team assolutamente speciale: gli studenti del laboratorio della Facoltà di Design e Arti dell'Università di Architettura di Venezia. Tutt'altro che saggio scolastico, lo spettacolo appare già maturo e perfetto nel guidare lo spettatore attraverso il racconto dei drammatici eventi della caduta di Troia e dell'amore infelice della regina Didone per Enea, così come è narrato nel prezioso libretto di Busenello. E lo fa costruendo ambienti essenziali che una sapientissima illuminazione arricchisce di suggestioni, e vestendo i numerosi personaggi di costumi di arcaica essenzialità per gli umani e di immaginifici anacronismi per gli dei. Essenziale per l'ottimo risultato è l'aver creduto al valore drammaturgico del testo di Busenello e l'aver lavorato su una gestualità essenziale e convincentissima, per restituire un senso al recitar cantando.

 

I numerosi interpreti vocali aderiscono al progetto con convinzione ed entusiamo e decretano il succcesso dell'opera. Malgrado qualche asprezza vocale, la Didone di Claron McFadden è musicalmente autorevole e incisiva nel gesto scenico. Ottimo l'Enea di Magnus Staveland il cui canto restitiuisce umanità e nobiltà all'eroe troiano. Disuguale la prova di Jordi Domènech come Corebo nell'atto "troiano" e Iarba a Cartagine: lo si vorrebbe più sciolto nella sua irresistibile follia, più convincente come interprete di alcune pagine fra le più belle che Cavalli dedica ai suoi due ruoli. La versatile Manuela Custer caratterizza in maniera convincente la tragica figura di Cassandra, la furia (ironica) di Giunone e l'ammiccante cinismo di una damigella di Didone. Gli altri interpreti, Marina de Liso, Donatella Lombardi, Isabel Alvarez, Antonio Lozano, Gian Luca Zoccatelli, Filippo Morace, Maria Grazia Schiavo, Roberto Abbondanza sono tutti adeguati ed estremamente versatili nel caratterizzare i numerosissimi ruoli minori di quest'opera.

Il ricco spettro del racconto di Busenello, che modula con grande sapienza i toni della tragedia e della commedia, trova un riscontro nella straordinaria duttilità e varietà di stili della preziosa musica che Cavalli ha composto e che Fabio Biondi e i bravissimi musicisti dell'Europa Galante restituiscono con intima adesione e moderna intelligenza.

Niente


Riflessioni sul nulla allo Schirn nella mostra NICHTS.
Variazioni (paradossali) sul vuoto di chi professionalmente riempie il vuoto della tela o dello spazio.
Nomi: John Baldessari, Joëlle Tuerlinckx, Tom Friedman, Martin Creed.
E poi molte voci e soprattutto suoni davanti a quattro pareti bianche.

 

 

Il niente lascia spazio alla musica: l'Ensemble Modern suona la musica del silenzio con appassionata competenza.

John Cage String Quartet (1949-50)
Mark André ...als...I. (2001)
John Cage Seven Haiku (1952)
John Cage Waiting (1952)
John Cage 4'33" (1952)
Gérard Pesson Mes béatitudes (1994-95)

Muti

Evento musicale d'eccezione per celebrare i 25 anni della riapertura dell'Alte Oper domenica scorsa. Riccardo Muti dirige la gloriosa Philharmonia Orchestra di Londra. Il programma è decisamente in linea con sapori nazional-popolari, come piace al Nostro.

Si apre con la brillante esecuzione della sinfonia del Guglielmo Tell. Si continua con la Suite dell'Uccello di Fuoco. Molto levigato, si ammirano soprattutto la morbidezza dell'orchestra e la sua flessibilità, peccato (veniale?) per quell'attacco disordinato della danza infernale del re Kashchei che un po' lascia sorpresi. Pausa.

Si riprende con una assai poco ispirata Patetica di Ciaikovskij. Applausi di circostanza e bis obbligato. Almeno con l'amato Martucci Muti ritrova l'ispirazione (comuni radici campane?).

Usciamo muti e perplessi.

ps. grazie, be'!

Drammaturgia del capro

Per la Societas Raffaello Sanzio, la tragedia non soltanto genera se stessa (e se ne contano almeno 11 versioni fra il 2003 ed il 2005), ma genera anche altre creature, come i Cryonic Chants, andati in scena un po' clandestinamente venerdì scorso alla mousonturm di Francoforte, per un pubblico di nemmeno quaranta persone.

Il τράγος, il capro, è la fonte prima della tragedia. E nell'austero spettacolo della Societas, un capro detta il testo col suo movimento su questa partitura

Il testo detto da quattro donne vestite di nero, mentre Scott Gibbons segue dalla sua consolle l'immagine del capro/tragico ed accompagna con il suo commento elettronico.

  

Fra arcaico ed tecnologico, fra idee forti e immagini oscure, la Societas propone un magma di segni e suoni che risale alle radici dell'idea di teatro e musica ed allo stesso tempo propone il suo 'dopo', il suo 'oltre'. Idea affascinante, realizzazione stimolante.

Tiziano Scarpa ne dà una descrizione fedele e coltissima qui.

Agrippina apre la stagione dell'Oper Frankfurt

juanita lascarroApertura precoce quest'anno dell'Opera di Francoforte con la ripresa dell'Agrippina di Händel che aveva chiuso la stagione passata lo scorso 2 luglio.

L'impressione di luglio che sul piano musicale la qualità fosse molto più che accettabile e che David McVicar abbia concepito uno spettacolo di grande classe (certo, con qualche scivolata sul facile) è confermata.

Al regista McVicar bisogna riconoscere il merito di essere riuscito a divertire con l'opera barocca (non è del tutto ovvio), costruendo uno spettacolo che regge benissimo le sue quattro ore di durata. D'accordo, magari lo si vorrebbe un po' meno facile talvolta, Nerone un po' meno michaeljacksoniano e Narciso un po' meno misterbean, ma in fondo il bisogno di arrivare al pubblico qualche semplificazione impone. E giocare con convenzioni e linguaggi non solo operitici (l'esibizione di Poppea nel night club, i numeri da musical dell'ingenuo Ottone) non sembrano nemmeno del tutto fuori tema, se si ripensa allo spirito dell'opera barocca.

EnsembleNessun cambiamento, almeno per la prima data, nel cast vocale. Le due primedonne sono sembrate più che all'altezza. Juanita Lascarro come Agrippina si dedica al ruolo con convinzione, talvolta si spinge forse troppo in una regione che non è la sua (qualche sovracuto sfocatissimo, mezze voci davvero non memorabili) ma lo stile non le manca del tutto e l'agilità pure. Ann Ryberg come Poppea si muove bene nelle asprezze del ruolo, anche se talvolta un po' in ansia (dalle sue lunghe scene, tuttavia, esce un po' in po' in affanno). Sugli specialisti in campo, nulla da dire: sia Lawrence Zazzo, controtenore raffinatissimo e di gran classe, sia Malena Ernman, che però piacerebbe vedere più sciolta non solo negli esercizi ginnici (ottima comunque nell'aria Come nube che fugge dal vento: è l'abbondante cocaina che McVicar le impone di sniffare?)
Bene anche gli altri. Christopher Robson come Narciso è ottimo caratterista ma oramai al capolinea come cantante. Un po' generici sia il Claudio di Simon Bailey, che talvolta piacerebbe veder meno gigione, e il solido Pallante di Soon-Won Kang.

Larry ZazzoInfine, piccolo omaggio a Felice Venanzoni a capo della Frankfurter Museumorchester: avevano già colpito le sue prove monteverdiane, ma in Händel convince pienamente. La sua direzione morbida e rigorosa impone un grande equilibrio con le voci sul palco ma non rinuncia alla varietà di colori. Lo asseconda l'orchestra che, Monteverdi a parte (grazie all'apporto sostanziale di specialisti), forse per la prima volta trova il suono giusto, fatti salvi i violini che si vorrebbe talvolta più precisi e fermi. C'è da sperare che la ricchezza di offerte barocche nella prossima stagione aiuti l'altrimenti ottima Museumorchester a raggiungere risultati memorabili anche in questo repertorio.

Così fan sempre

Serata di mezzo agosto al Palmengarten per l'appuntamento annuale con l'opera all'aperto. La compagnia è sempre la stessa: la Kammeroper Frankfurt. Quest'anno tocca a Così fan tutte di Mozart. Impressioni? Quelle di sempre: entusiasmo un po' dilettantesco, qualche ambizione intellettuale (velleitaria?), ricerca dell'effetto facile e della risata grassa. A cominciare dai manifesti, sempre ispirati ad una iconografia vagamente postribolare, anche se magari l'intenzione vorrebbe essere più elevata.

Più che la musica, si apprezza l'intenzione (fare opera è comunque una nobilissima attività) e il piacere di una notte d'estate in uno degli angoli più belli di Francoforte. Piacere, purtroppo, contrastato dalla pioggia, che davvero non vuole smettere in questo autunnale agosto. Segue cronaca essenziale della serata (con immagini). Si parla poco di Mozart e di musica, ma queste serate sono soprattutto "altro".

Magrado il cielo rapidamente copertosi di nuvole nere qando è il momento di prendere il biglietto, un moderato flusso di pubblico armato di vettovaglie (in fondo si va per quello, no?) incoraggia. E si tenta.

Si aspetta pazienti, scrutando il cielo.

Qualche dubbio sulla tenuta del tempo, comunque c'è. L'orchestra si prepara a suonare sul palco.

In effetti, ouverture sotto l'acqua...

Siamo a metà del secondo atto e smette di piovere: l'orchestra trasloca.

Il tempo regge più o meno fino alla fine. Dopo la tempesta, il pubblico resiste, anche a lepidezze e (musicali) smagliature che arrivano dal palco.

Alla fine, comunque, un generosissimo pubblico non fa mancare gli inevitabili applausi.

Appendice: malinconia del dopo spettacolo

(...anche l'estate è finita?)

Il Vespro di Monteverdi a Eberbach per l'Assunta

Giorno di Ferragosto: giornata grigia e piovosetta nella regione di Francoforte. Clima decisamente autunnale. Si festeggia almeno la festa l'Assunta con un capolavoro di Monteverdi, programmato non casualmente dal Rheingau Musik Festival nella tranquillità del complesso monastico di Eberbach.

L'arrivo nell'antica abbazia immersa nel verde delle colline della valle del Reno rasserena lo spirito e prepara adeguatamente all'evento.

Un bicchiere di Riesling della regione (del resto questo festival, al vino, deve molto), e si comincia. La lunga e stretta navata della basilica romanica è già piuttosto affollata.

Problemi di traffico, tuttavia, consigliano di ritardare di qualche minuto l'inizio del concerto. I musicisti di Musica Fiata aspettano, vagamente annoiati.

 

Finalmente si comincia con buoni 20 minuti di ritardo. Non c'è pausa per non interrompere la concentrazione. Tuttavia il continuo passaggio di spettatori in ritardo non aiuta.

Tecnica impeccabile e grande pulizia di suono del gruppo strumentale, ottimo il coro Capella Ducale composto da impeccabili solisti (peccato che dei loro nomi non vi sia traccia nel programma). Alla fine è successo molto caloroso e convinto.

Un'ultima occhiata al solenne monumento prima di rientrare.

Il Mefistofele di Carignani in cd

Le edizioni musicali della radiotelevisione dell'Assia pubblicano in cd il bel Mefistofele allestito all'Opera di Francoforte nel 2004. Decisione non davvero tempestiva, ma apprezzabilissima. Spettacolo decisamente controverso, dal senso non sempre decifrabile, con parecchie e clamorose cadute di stile. Indiscutibile però il livello musicale. Protagonisti Mark S. Doss, Alberto Cupido e Annalisa Raspagliosi. Dirige(va) con trasporto e convinzione Paolo Carignani. Magnifico il coro diretto da Alessandro Zuppardo.

Lodevole decisione. A quando le prossime?

Arrigo Boito
Mefistofele

Mark S. Doss (Mefistofele)
Alberto Cupido (Faust)
Annalisa Raspagliosi (Margherita)
Michela Remor (Elena)
Diane Pilcher (Marta)
Yvonne Hettegger (Pantalis)
Hans-Jürgen Lazar (Wagner)
Michael McCown (Nerèo)
Chor der Oper Frankfurt
Frankfurter Museumsorchester
Paolo Carignani direzione musicale

L'altro Tanhäuser

Occasione ghiotta: a Darmstadt, il Residenzfestspiele ripesca una vecchia opera di Carl Amand Mangold e ne propone una versione concertante domenica 30 luglio, all'aperto, in un cortile del Castello. Si va!

Coincidenze storiche

Carl Amand MangoldA dare un'occhiata alle (scarse) note biografiche di Mangold, salta all'occhio qualche curiosa coincidenza. Nasce a Darmstadt nel 1813, proprio lo stesso anno in cui Wagner nasce a Dresda. Entrambi compositori, entrambi dedicano una loro opera al leggendario trovatore Tannhäuser. E le compongono grossomodo negli stessi anni: nel 1845 a Dresda debutta il Tannhäuser di Wagner e solo qualche mese dopo, nel 1846 quello di Mangold (che ha una n in meno nel nome) vede la luce a Darmstadt.

In quanto a Mangold (1813-1889) si sa che visse per lo più a Darmstadt dove fu compositore e direttore, nonché personaggio di primo piano della vita musicale della capitale del Granducato d'Assia, il cui centro della vita politica era proprio il Castello dove si fa rivivere l'opera. Dal 1848 ricoprì la carica di direttore musicale di corte. Compose un certo numero di opere fra cui Fiesco (1840), Das Köhlermädchen oder Das Tournier zu Linz (1843), Tanhäuser (1846), Die Fischerin (1848), Gudrun (1851) e Der Cantor von Fichtenhagen (1856). Tutte, almeno a giudicare dai titoli, figlie del loro tempo. Compose pure il balletto Dornröschen (1848) con melologhi e canto, da cui si dice Mangold prese parte della musica per il suo Tanhäuser (la scena finale del primo atto, quella della festa popolare).

Avventure estive

Ecco qui il Castello:

Il cielo cupo fa temere il peggio, ma si va. Ambiente piuttosto casereccio, molta buona volontà. Un piccolo esercito di signore di mezza età si dà piuttosto da fare per accogliere e sistemare il pubblico.
Il luogo comunque è molto azzeccato, tempo a parte.

La locandina è anche interessante, con più di una vecchia conoscenza dello Staatstheater locale.

 Poco prima dell'inizio, però, si scatena, inesorabile, l'acquazzone...

Con una buona mezz'ora di ritardo, asciugate alla belle e megli le sedie, finalmente si va in scena, anche se proprio del tutto non ha smesso di piovere. Il pubblico, eroico, resiste anche sotto l'acqua.  

Opera interessante, weberiana, con più di una lungaggine, specie nella seconda parte. Ãˆ vero però La Venere di Mangold non ha nemmeno vagamente la sensualità di quella di Wagner. È anche vero che l'eroe, con la n del nome, perde anche parecchio in personalità. Per tacere della fedele-ad-ogni-costo Innigis (che prende il posto della wagneriana Elisabeth) e passando sopra l'assenza di un Wolfram (la saggezza del vecchio Eckhart non basta)... L'opera comunque si fa ascoltare e denuncia una certa artigianale sapienza.

Pioggia intermittente, umidità e temperatura decisamente fresca mettono alla prova il pubblico, che, specie dopo l'improvvido entr'acte, si dimezza. Alla fine, però, i pochi rimasti festeggiano doverosamente i dedicatissimi interpreti.

 

Bayreuth 2006

Sulla collina verde si è inaugurato il festival wagneriano il 25 luglio scorso. Nel silenzio. Normalmente è un grande evento, anche e forse soprattutto mediatico, ma quest'anno devi faticare per trovare qualche notizia.

Insolitamente silenzioso, nessuna polemica
Tankred DorstAnzi sì. Due. L'evento di quest'anno doveva essere il Ring di Lars von Trier, clamorosamente ritiratosi poco più di un anno fa per probalemi artistici/budgetari. Il suo assai meno mediatico rimpiazzo, Tancred Dorst, si è beccato l'accusa del baritono Alexander Marco Buhrmester (Günther nel Crepuscolo) di ridurre i cantanti a belle statuine mostrando interesse solo per le belle immagini. Niente comunque al casino del tenore Endrich Wottrich per la regia del Parsifal di Christoph Schlingensief solo due anni fa (e ripresa per la seconda volta quest'anno).

Quadri
In effetti a guardare almeno le immagini delle prime due puntate, l'occhio, una volta tanto, ne esce soddisfatto (un po' meno le altre due):


Alberich e le tre figlie del Reno sulla ghiaia del grande fiume


Sieglinde e Sigmund stregati dalla luna


Brünhilde dorme. Troppo calore?


...solito trash alla tedesca?


Tutti al cocktail dai Gibicunghi, stasera...

Si va?
Trovare un biglietto è un gran problema, se non si ha la pazienza di aspettare più di dieci anni oppure non si ama stazionare davanti all'ingresso armati di cartello sperando di raccattare qualcosa. Consoliamoci con l'idea che almeno una volta ci siamo riusciti tre anni fa...


Il mio biglietto, tre anni fa

Médée e la magia del teatro

Mentre la gran parte dei teatri sono chiusi e già si pensa alla prossima stagione, a Mannheim si continua fino alla fine del mese. È sempre così: il Nationaltheater è un porto sicuro, su cui puoi sempre contare fino a metà estate. Stasera tocca a Médée, capolavoro quasi dimenticato di Cherubini, che si dà nella versione originale con dialoghi (che qui si danno nella traduzione tedesca, benché per le parti musicali, si preferisca l'originale francese).

Giornata caldissima. Pubblico non numeroso e piuttosto rilassato (molti infradito e shorts), ma davvero con questo tempo magari pensi a fare altro che occuparti della tragica storia della maga Medea e del suo amore infelice per Giasone. Ed invece, come entri in sala e si abbassano le luci, l'incanto comincia...

Già l'ouverture ti sorprende ed intriga con l'orchestra a livello della platea, che lentamente scende fra movimenti di luci e lascia spazio al teatro. E poi di nuovo nelle due introduzioni orchestrali del secondo e terz'atto, l'orchestra riemerge e la musica riconquista il suo spazio, lo spazio della scena.

Sulla scena, quella vera, Achim Freyer imprime la sua cifra più autentica, fatta di giochi di luci e di illusioni teatrali. C'è anche, e sottile, il rimando a mondi arcaici e brutali, ma fatto di gesti ieratici, di simboli e di segni, che hanno la bellezza della poesia.

Nella scatola nera della scena, avvolti in rigidi costumi/involucro, gli interpreti prestano voce e corpo al disegno astratto ed essenziale di Freyer, sacrificando il volto, coperto da maschere grottesche di un teatro classico visto con gli occhiali dall'espressionismo. Ed in questo straniamento, forse, l'interpretazione soffre, così come la personalità dei singoli.  

Il pubblico, ammaliato, festeggia a lungo.