Piccola cronaca del Tristan prodotto dallo Staatstheater Kassel. Kassel, città nel nord dell'Assia, è nota soprattutto per la mostra di arte contemporanea Documenta, una specie di Biennale che si tiene ogni cinque anni, e la cui dodicesima edizione si potrà visitare dal 16 giugno al 23 settembre prossimi (e magari ci si tornerà più in là).
Tornando al Tristan, prova complessivamente riuscita con qualche significativo "ma".

1. Messa in scena iperminimalista di Johannes SchĂĽtz, cui si deve la concezione di questo signolare Tristan: scena vuota, salvo qualche sedia e dei tavoli impiegati per suggerire ambienti. Un solo riflettore illumina il fulcro dell'azione, luce di una lente sotto la quale si pratica una impietosa anatomia dei sentimenti e delle relazioni. I personaggi interagiscono in quanto persone, più che personaggi di un dramma. La stessa gestualità si ispira alla naturalità del quotidiano più che la solennità della tragedia. Gli stessi passaggi forti, tragici sono affidati ad elementi che annullano la valenza simbolica e ne esaltano la banalità. E quindi il filtro è un bicchiere di latte, il fiotto di sangue di Tristan pugnalato una spremuta d'arancia rovesciata da Melot.
L'impressione è piuttosto di assistere ad una prova del Tristano più che ad uno spettacolo compiuto. Lo spettacolo però funziona, ha una sua forza e coerenza.
I "ma" sono altrove.

2. La direzione musicale di Roberto Paternostro benché tecnicamente ineccepibile, non ci ha del tutto convinto per il suo non scegliere che direzione prendere. Se lo spettacolo di SchĂĽtz opera una scelta estrema e chiarissima, Paternostro rimane in costante bilico fra una lettura intimista, che si traduce in pianissimi orchestrali ed in una dinamica accattivante, nonché in una attenzione al cesello cameristico (la notte dei due amanti, il lancinante dolore di Tristano del terzo atto), e una magniloquenza che si sposa pochissimo con la severa austerità della scena (deludente perché pochissimo intimo ci è sembrata la conclusione del duetto amoroso del secondo atto, così come la morte di Isotta). Di suo, l'orchestra dello Staatstheater di Kassel ci è sembrata ineccepibile e certamente al livello di teatri di rango.

3. Protagonisti assoluti costantemente sotto l'implacabile fascio di luce, sono il Tristan di Leonid Zakhozhaev e l'Isolde di Adrienne Dugger. La loro adesione al progetto scenico di SchĂĽtz si percepisce e se lo spettacolo funziona è soprattutto grazie al loro impegno totale.
Vocalmente, Zakhozhaev è un Tristano che combina la grande energia che il ruolo richiede ad una raffinatezza di canto che lascia il segno. La prova di Adrienne Dugger, al contrario, solleva qualche perplessità: voce notevole e di bel timbro ma talvolta discontinua nell'emissione. Inoltre, si avverte un indugiare eccessivo su raffinatezze agogiche che talora scompaiono nella massa sonora che esce dalla fossa. Resta comunque il dubbio - soprattutto avendo in mente la direzione talora non troppo sottile di Paternostro - se si tratti di un vocalismo eccessivamente raffinato per Wagner o piuttosto economia di mezzi per arrivare alla meta.
In quanto agli altri cantanti, già messi poco in rilevo dalla regia che li teneva molto spesso nascosti nell'oscurità della scena, ognuno ha svolto il ruolo dignitosamente. La Brangäne di Lona Culmer-Schellbach troppo spesso spariva sommersa dal fiume di suoni, Stefan Adam come Kurwenal offriva una prova più che dignitosa e Allan Evans era un nobilissimo Re Marke.
Grande successo di pubblico, con numerose chiamate ai vari interpreti. Anche l'orchestra sale sul palco per ricevere la sua quota di meritato successo (oramai sta diventando una moda con Wagner...)


A margine: Johannes SchĂĽtz non è nuovo a questo tipo di operazioni. Ci ricordiamo almeno di una Ariadne auf Naxos vista a Mainz nel 2003. Anche lì, magari un po' aiutato dal libretto di von Hofmannstahl, il Prologo si svolgeva in un palcoscenico completamente nudo. Scelta curiosa: scenografo di formazione, quando si occupa della regia sembra rinunciare volentieri al suo mestiere d'origine. Come se i corpi diventassero degli strumenti di scena.