Strane coincidenze di due spettacoli scelti (più o meno per caso) a Parigi: La pietra del paragone di Gioachino Rossini domenica al Théâtre du Châtelet e Il castello di Barbablù di Béla Bartók ieri sera all'Opéra Garnier. Sulla carta distantissimi per gusto, retroterra culturale e umori, ma accomunati da progetti scenici che giocano la carta della virtualità. Scene immateriali che amplificano il gioco dell'illusione teatrale (con qualche aiuto tecnologico) e convincono pienamente per la rilettura originale che non tradisce ma reinterpreta in maniera intelligente lo spirito delle opere.
La pietra del paragone allo Châtelet
Giorgio Barberio Corsetti e Pierrick Sorin si divertono e divertono portando la televisione sulla scena teatrale e giocando con il chroma key. La scena (quella vera) è una scatola blu vuota, le scene (quelle virtuali) sono dei modellini in scala ridotta, portati in avanscena da due valletti muti per svelare il gioco. Il risultato si vede nei sei grandi schermi televisivi sospesi sulle scene. La doppia visione spiazza e confonde. Le gag sono infinite, fra oggetti che volano, prospettive distorte, proporzioni stravolte. L'effetto comico è travolgente.
Il rischio di farsi distrarre dalla musica non c'è con direzione frenetica e vertiginosa di Jean-Christophe Spinosi che controlla perfettamente il suo l'Ensemble Matheus (rinforzato), strumento di stupefacente precisione. Impeccabile l'equilibrio fra fossa e scena, tempi rapinosi, strette vertiginose, irresistibili crescendo, il suo Rossini ci è sembrato perfetto. Grande equilibrio anche nella compagnia di canto. Nessun fuoriclasse, voci precise e fresche, e soprattutto uno straordinario spirito di squadra che ha fatto funzionare alla perfezione l'elaborato progetto scenico.
Accoglienza trionfale del pubblico.

Il castello di Barbablù a Garnier
Preceduto come sorta di prologo da un abbastanza superfluo Diario di uno scomparso in una versione scenica di disarmante nudità, l'opera di Bartók si apre nell'oscurità più totale. Mentre il pologo introduce il racconto, Barbablù e Judith compaiono proiettati sulla scena, mentre, oggetti di luce, salgono lo scalone monumentale della stessa sala dove stiamo per assistere alla loro storia. Le videoproiezioni nella scena buia diventano un gioco di specchi e di rimandi, evocano l'immaterialità del mondo psichico di Barbablù, danno vita ai suoi fantasmi.
Spettacolo affascinante, decisamente meno virtuosistico di altri del terzetto di fondatori della Fura dels Baus che firma la messa in scena in scena parigina, ma di grande impatto emotivo (come la scena finale di Judith che si smaterializza dietro una parete di pioggia fittissima).
In linea con gli psicologismi della messinscena, la direzione di Gustav Kuhn smussa le asprezze e attenua i contrasti, ed offre invece una lettura lirica e crepuscolare della partitura di Bartok. Favorito da questa lettura, il cupo Barbablù di Willard White domina la scena, non solo attraverso la proiezione della sua figura gigantesca, ma sopratttutto nella rassegnazione al suo destino di solitudine. Béatrice Uria-Monzon presta il suo fisico nervoso al fantasma inquieto di Judith che interpreta con grande intensità.
Teatro anche in questo caso gremitissimo malgrado la scarsa popolarità delle due opere e successo sincero.