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Una vedova poco allegra (malgrado l'impegno)

Arriviamo a Venezia in una vigilia di giovedì grasso piovosa e leggendo l'apocalittico articolo di Curzio Maltese. Ci hanno colpito soprattutto le frasi sulla solitudine del sindaco Cacciari e sull'impietosa analisi sociale che ne esce: "non ha intorno né una classe dirigente né un blocco sociale sul quale fondare un progetto di futuro. La classe operaia si è estinta e gli ultimi capitalisti hanno venduto o vivono di rendita, come la famiglia Coin, il Luigino Rossi delle scarpe e del Gazzettino, Pietro Marzotto. Nella culla dell'operaismo italiano e dell'Istituto Gramsci, la lotta di classe si è conclusa a sorpresa con l'abbandono dei contendenti e la vittoria di risulta di una borghesia minima di bottegai, priva di qualsiasi visione generale." C'è molto di dolorosamente vero, ci sembra.

Assistendo alla Vedova scaltra di Wolf-Ferrari stasera alla Fenice non abbiamo potuto non pensarci. La scelta di un'operina modesta, nostalgica e crepuscolare di Wolf-Ferrari, prodotto di un'altra Italietta di settant'anni fa, ci sembra perfetta per incarnare quell'ideologia minima e votata all'interesse di bottega nella riproposizione di una immagine oleografica e stucchevole della città. E non è certamente un caso che questa proposta coincida con il periodo dell'anno in cui trionfa questa immagine, e Venezia diventa un vero trappolone per turisti in cerca di eventi.

Speravamo almeno di ritrovare la grazia dei Quatro Rusteghi visti nella scorsa stagione, ma a differenza di Livermore, il regista, scenografo e costumista Massimo Gasparon, anziché affrontare con distacco critico la materia o magari sottolinearne le crepuscolari malinconie alla Strauss seconda maniera, ne fa un'operetta sontuosamente leziosa e oleograficamente stucchevole. Da buon allievo di Pizzi, ne eredita il gusto per i tableaux rutilanti e le stoffe preziose (non stupisce la sua riconoscenza alla locale ditta Rubelli). Nel complesso piacevole, come una vetrina di Natale. Riserve ideleogiche a parte, non gli si può rimproverare una certa coerenza di visione e abilità a costruire le scene, anche se spesso la gestualità sembra manierata.

Non abbiamo trovato la stessa intensità di impegno nell'elegante quanto algida direzione di Karl Martin, che non potendo contare sullo stesso entusiasmo di Gasparon o probabilmente per indecisione, si limita a una prova metronomica o semplicemente "professionale", così come l'orchestra. Ci sarebbe piaciuto un po' più di abbadono Rosenkavalieresco, o un gioco stravinskiano con gli stili eterocliti dell'elaborata partitura, invece della polverosa monotonia che abbiamo ascoltato.

Compagnia di canto complessivamente equilibrata, con l'Arlecchino istrionico di Alex Esposito che dominava decisamente sul resto del cast, complice anche la ruffianesca venezianità del ruolo.

Successo di cortesia, ma possiamo anche testimoniare di sinceri sbadigli nel loggione.

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