Una bella regia di David McVicar per la produzione di Walküre dell'Opéra national du Rhin di Strasburgo che ha debuttato venerdì scorso. Vista e criticata da pp.
Dei, uomini e bestie per un Wagner disideologizzato
Non è il day after dell'olocausto nucleare. Non c’è la rivoluzione industriale. Niente lotta di classe nè maggio ‘68. Non si indovina il nazismo montante, nè lo stato imperialista. Non c’è neppure global warming nè disastro climatico. C’è solo Wagner.
Una storia dal respiro epico e nello stesso tempo umanissimo. Luci, scene, gesti pieni di suggestioni; e curiosi tentativi protowagneriani, quali quello di fare irrompere in scena scalpitanti cavalli a ritmare con lo zoccolo la cavalcata delle valchirie (viene in mente il virgiliano sonitu quatit ungula campum). Ok, trattasi di ballerini dotati di strane protesi alla Pistorius che li fan metà cavalli e metà satiri, ma l’effetto è sorprendente. Un povero dio dall’apparato ancora grandioso, ma che, avvolto nelle sue contraddizioni, perde pezzi fino a diventare letteralmente nudo come il re di Andersen. E che annuncia nella scena finale il suo farsi Wanderer nella prossima giornata. Così come nel finale dell’Rheingold (nella scorsa stagione) i luminosi Asi anziché salire al Walhalla, ci scendevano, annunciando già la loro caduta.
Un vero frassino primordiale nella penombra della casa di Hunding per gli amori di Siegmund e Sieglinde , l’umanissima – seppure eroica – coppia di fratelli amanti, sorretti dalle splendide voci di Simon O’Neil (vera scoperta della serata: da quanto tempo si attendeva un bel tenore wagneriano!) e di Orla Boylan. Commoventi e credibili come non si ascoltavano da tempo i duetti (Siegmund-Brünhilde, Brünhilde-Sieglinde, Brünhilde-Wotan) per gli accenti, l’attenzione al gesto, l’accordo con la musica, e l’astrazione delle scene, suggestive ma prive di orpelli e distrazioni.
Cast di cantanti complessivamente di buonissimo livello. Perdonabili il direttore Letonja, che pareva molto preoccupato dell’equilibrio voci/orchestra nella pessima acustica del teatro di Strasburgo, e Jeanne-Michèle Charbonnet che, seppure debole sugli acuti, ha interpretato magnificamente una Brünhilde di commovente umanità.
Insomma, per dirla con Verdi, per fare il nuovo, occorre tornare all’antico! Che sia il nuovo trend della regia Wagneriana?
Grazie pp!