Mentre dovunque si parla di come allargare il pubblico dei teatri d'opera o garantirsi un futuro investendo nell'educazione musicale delle nuove generazioni, il Teatro alla Scala si preoccupa piuttosto del decoro del pubblico. È di ieri la decisione del sovrintendente Lissner di imporre al pubblico un "abbigliamento consono al decoro del teatro", e cioè abito scuro per le prime e giacca e cravatta per tutte le rappresentazioni. La decisione divide la coscienza degli italiani.
I favorevoli.
Riccardo Chailly (direttore d'orchestra): «Sono d'accordo: è bello che in una sede storica come la Scala gli spettatori abbiano un atteggiamento, non dico reverenziale, ma che onori il luogo. In Olanda, poco manca che si presentino in mutande, ma alla Scala no, la sua tradizione impone un atteggiamento diverso.»
Carlo Fontana (ex sovrintendente della Scala): «Ho l'imprinting di Paolo Grassi, che diceva: Lenin ha fatto la rivoluzione in giacca, cravatta e panciotto.»
Fabio Vacchi (compositore): «la diseducazione del pubblico è un oceano molto vasto, dove trovano posto sia il vestirsi con abiti pseudo-casual, che magari costano il triplo di quelli normali, sia far squillare il telefonino, applaudire tra un movimento e l'altro di una sinfonia, sbattere le porte dei palchi. La scelta della Scala è un richiamo all'avanguardia, contro il conformismo dilagante.»
Vittorio Sgarbi (assessore alla Cultura del Comune di Milano): «Bisognerebbe costringere i turisti a vestirsi in modo consono quando visitano i monumenti, e questo vale anche per i teatri.»
I contrari.
Francesco Saverio Borrelli (ex capo della Procura della Repubblica di Milano): «Mi pare una pretesa eccessiva ripristinare un rigore nei costumi. Certo, nessuno entrerebbe in una chiesa in costume da bagno, quindi è giusto l'appello a non assistere agli spettacoli in pantofole e camicia aperta sul petto villoso. Ma da qui a esercitare dei controlli... Così si rischia di rendere i teatri delle roccaforti del passatismo e di tenere lontano il grande pubblico».
Dario Fo: «Brutto segno. È l'uomo che fa l'abito, lo stile, non viceversa. Credo che la Scala preferisca avere spettatori tutti molto simili, meglio se persone soltanto di un certo rango. È una forma di discriminazione.»
Antonello Manacorda (violinista e direttore d'orchestra): «Mi viene da ridere: cosa vuol dire fare dei controlli? Sono d'accordo sull'eleganza, che non fa male a nessuno, come la bellezza. Ma perché identificarla con giacca e cravatta? E poi si vogliono trascinare i giovani a teatro: se li obblighiamo a vestirsi come i loro genitori, non li vedremo mai. E noi, per chi li faremo questi concerti?»
In futuro, quindi, controlli sull'abbigliamento ma discreti. Rassicura Lissner che nessuno sarà cacciato, dicono, ma invitato a osservare le regole pur non essendo chiara la sanzione per chi non le rispetta.
Se non altro di Lissner si ammirerà la coerenza nella gestione Scala: dall'intimo maschile alla cravatta.
Dichiaraziori riprese dall'articolo di Paola Zonca nella pagina degli spettacoli di oggi de la Repubblica. L'Espresso racconta l'Italia neo-bacchettona (Polveroni) dopo aver preso in giro la Scala della paleo-Aida (Serra.
La replica di Lissner (in una lettera pubblicata nella Repubblica del il 27 gennaio):
Caro Direttore,
Come sovrintendente della Scala, non ho mai emanato alcuna norma nuova né tanto meno restrittiva in materia d'abbigliamento durante le serate delle stagioni d'opera, balletto e concerti. I «consigli» rivolti al pubblico, che genericamente riguardano un invito a indossare giacca e cravatta per gli uomini e a adottare un «abbigliamento consono al decoro del teatro» per le donne, esistono da sempre alla Scala, ben visibili in tutta la documentazione che accompagna la vendita dei posti. Alcune di queste norme sono state riportate sul retro dei biglietti nel momento in cui è stato adottato un nuovo formato del documento d'acquisto, dopo il rientro della Scala nella sede del Piermarini. E ciò semplicemente per colmare una lacuna nell'informazione al pubblico.
Non esistono dunque norme restrittive, se non quelle del buon gusto e del rispetto della storia del Teatro, per l'accesso alla Scala, che proprio su mia iniziativa ha lanciato quest'anno un «Progetto Giovani» che tende a un democratico allargamento del pubblico. Tant'è che la campagna di comunicazione sottolinea, in questo caso, l'assenza di qualunque obbligo formale, in sintonia con il principio che non ogni evento impone gli stessi codici di comportamento. Iniziative come «La Scala in Famiglia» aprono il teatro, la domenica pomeriggio, a un pubblico del tutto nuovo, cui nessun vincolo estetico può essere imposto.
Stéphane Lissner