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impressioni, incazzature, notizie di un curioso di musica italiano in Germania (ma anche in altri posti)

Opera e mercato

Nel quotidiano Il Sole 24 Ore di venerdì scorso, si è letto un interessante commento di Salvatore Carrubba sullo studio di Arianna Capuani La situazione dei teatri lirici italiani pubblicato nel sito dell'Istituto Bruno Leoni. Ancora una volta si torna sul nodo del finanziamento pubblico ai teatri lirici italiani e su come (se possibile) aumentarne l'efficienza senza alimentare sprechi. Gli spunti di riflessione sono parecchi.

altan_passopiulungo_511Lirica in crisi: la società civile ha troppi alibi
di Salvatore Carrubba

L'Istituto Bruno Leoni pubblica un interessante focus di Arianna Capuani sulla situazione della lirica in Italia. È interessante questa incursione di stampo liberista in una materia, quella dei teatri lirici, che forse rappresenta uno dei più clamorosi esempi di «fallimento del mercato», di attività cioè che, se fossero lasciate al gioco della domanda e dell'offerta, non potrebbero sopravvivere.
Per la verità, la stessa Capuani ammette che, affidata a se stessa, la lirica scomparirebbe: credo che sarebbe una perdita per tutti, dato che essa rappresenta l'espressione culturale più tipicamente italiana, un simbolo indiscutibile dell'identità nazionale.
Se dunque non è fuor di luogo difendere la lirica; se nemmeno l'ortodossia liberista può escludere in questo caso l'intervento pubblico, la questione diventa, più che di principio, di misura. L'intervento pubblico,sostiene lo studio dell'Istituto Leoni,è così penetrante da disincentivare i privati a intervenire, obiettivo che si era posto lo stato quando aveva imposto, nel 1997, la trasformazione degli enti lirici in fondazioni.
È certamente vero che la normativa italiana sulle incentivazioni fiscali alla cultura sia timida, complicata e sparagnina, tale da demotivare i privati a investire in cultura (non solo nella lirica). Va anche riconosciuto, tuttavia, che la tradizione filantropica degli Stati Uniti non è così radicata in Italia: saranno stati timidi, ma dei passi per motivare i privati sono stati fatti negli ultimi anni, eppure i risultati sul piano della raccolta sono stati trascurabili. Le responsabilità, dunque, del costante affanno finanziario della lirica (e non soltanto) sta certo nello Stato, non meno che nella disattenzione della società civile. Da noi, chi ha avuto successo raramente sente il dovere civico di "ricompensare" l'ambiente circostante con qualche significativa manifestazione di generosità, come fanno gli americani con le università, gli ospedali, i musei, le scuole, i teatri, le orchestre. Anzi, ho il sospetto che in Italia la borghesia dell'Ottocento fosse assai più generosa di quella di oggi.
Lo studio di Arianna Capuani cita spesso il bel libro di Tyler Cowen
Good & Plenty (già recensito su queste colonne) che difende il sistema americano basato appunto non sull'intervento pubblico ma sulla generosità dei privati,opportunamente motivati dallo stato con intelligenti incentivazioni. Lo stesso Cowen, però, attenua molto la visione ideologica e riconosce che abbiamo bisogno di un sistema che «combini le caratteristiche positive di entrambi i modelli », cioè di quello americano e di quello europeo. Ho molti dubbi che una soluzione non effimera possa derivare dal rafforzamento ( anzi, dall'introduzione) dell'educazione musicale nei programmi scolastici, così da creare nuovo pubblico: anche per le materie di cui già si prevede l'insegnamento, l'ignoranza resta spesso abissale e l'entusiasmo contenuto. Certamente, però, dovrebbero essere le istituzioni musicali a porsi il problema di formare nuovi pubblici con formule commerciali e offerte culturali innovative e coinvolgenti, come cominciano a fare granditeatri stranieri, da Melbourne a New York.
Certo è che quando lo Stato, come è successo in Italia con l'ultima Finanziaria, sovvenziona generosamente i teatri lirici in dissesto dà un pessimo segnale; e il migliore alibi alla società civile per continuare a non mettere mano al portafoglio.

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... continua ... Che programmazione potrebbe mai scaturire da risorse episodiche, incerte e residuali ma alla moda perchè "affidate al mercato"? Ciò che manca, come al solito nel nostro provincialissimo Paese, è il rapporto con le realtà più avanzate in campo culturale. In Francia, Germania e Austria, ossia i Paesi che storicamente hanno avuto il maggior peso (dopo l'Italia) nella storia dell'opera e della musica, a nessuno verrebbe in mente di mettere in discussione che lo spettacolo dal vivo debba funzionare su fondamenta di robuste risorse pubbliche, semmai di fare in modo che queste siano spese in modo da fornire risposte adeguate alla società di oggi, anche incoraggiando la domanda e le nuove idee. Solo così queste spese si potranno rivelare investimenti, come accade in Spagna dove negli ultimi dieci anni l'edilizia teatrale e, in genere, di luoghi deputati alla cultura ha conosciuto un autentico boom.


Scusate per la lunghezza e grazie


... continua ... Sottolineo soltanto che, a mio avviso, la questione dell'intervento privato, pur auspicabile, non è immaginabile senza una profonda modifica dell'atteggiamento verso l'arte e la cultura e, più in generale, dei doveri verso la società in cui si vive da parte di tutti, in Italia. Non c'è alcun motivo di credere che l'affievolirsi dell'intervento pubblico in questo settore incoraggi i privati a supplire. Magari lo farebbero, ma solo eventualmente e dopo aver supplito a tante altre carenze, come dimostrano chiaramente i dati sulla distribuzione del 5 per mille a cui anche le fondazioni liriche hanno potuto concorrere. Se, per fare un esempio, i cittadini sono ancora oggi e sempre più frequentemente chiamati in massa (sotto l'effetto terrorizzante di gravissime malattie) a donare a benemerite organizzazioni di raccolte fondi per finanziare quella ricerca scientifica che lo Stato relega agli ultimi posti nelle finanziarie, quanta altra voglia gli potrà rimanere di finanziare Mozart o Verdi che, forse, non andranno nemmeno a vedere? A proposito, è vero che gli spettacoli sono prodotti acnhe con le tasse di chi non va mai a teatro, ma anche la scuola e l'università sono pagati anche dalle tasse di chi non ha figli. ....


Ho letto il saggio pubblicato dall'Istituto Bruno Leoni. Le considerazioni sono le stesse che in ogni tesi di economia dello spettacolo sono ripetute da anni, gli autori citati sempre gli stessi (Baumol e Bowen in particolare sono per ogni laureando in questo settore l'equivalente di Federico Moccia per gli adolescenti). Per ragioni del mio lavoro, devo leggere queste argomentazioni da ormai troppi anni per non sorridere di fronte al dilemma: vale la pena o no finanziare l'opera e lo spettacolo dal vivo in genere? Con un pò di amarezza, perchè come accaduto tante volte nella storia, prima o poi accadrà che, nella ricerca di una soluzione-cura geniale e miracolosa, ci si sorprenderà che nel frattempo il paziente (che magari all'inizio non era nemmeno malato) è passato a miglior vita. 447


Eppure si continua a morire anche negli ospedali pubblici per incuria o imperizia. Il problema non è tanto che la spesa (musicale) sia pubblica ma che sia di qualità. E soprattutto che vi siano controlli e responsabilità altrimenti si rischia, come dice bene Carrubba, di dare un pessimo segnale.

Per nostra fortuna, gli ammalati sono molti meno dei sani... Ma ciò non toglie che ospedali e ambulatori debbano essere resi disponibili a chi ne ha bisogno, e a spese prevalentemente della collettività (il “mercato” lascerebbe morire un sacco di gente...)Allo stesso modo, anche se gli amanti della musica (lirica) sono una minoranza, dovrebbero avere il diritto di potersi “curare” trovando teatri che li ospitino senza l’assillo del pareggio-di-bilancio.Così come si definiscono i LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) e si fanno i corrispondenti investimenti pubblici per garantirli a tutti, si dovrebbero definire anche i MELO (Minima Erogazione Lirica Obbligatoria).Deve ancora essere possibile “ammalarsi” di musica, senza morirne.
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