publicopera

impressioni, incazzature, notizie di un curioso di musica italiano in Germania (ma anche in altri posti)

F'estival

«Perché da noi mancano festival come Avignone e Edimburgo?» si chiede Giorgio Albertazzi sul Corriere della Sera di oggi «Perché quando stiamo per farcela distruggiamo tutto. Vedasi Taormina, una sirena che non canta più: si son fissati sul cinema e hanno il più bel teatro antico all'aperto dopo quelli greci.»
Si parla ovviamente di teatro, ma non è che la situazione dei festival musicali sia poi così diversa, mancando una Salisburgo o una Bayreuth (e né la rinata Spoleto né l'imminente ROF di Pesaro possono competere).
Secondo Claudia Provvedini che firma l'articolo del Corriere sarebbero milleduecento le manifestazioni cultural-spettacolari in Italia durante l'estate, poco meno quelle di puro spettacolo. Numeri su cui Gabriele Lavia è drastico: «Sono contro i festival, anche quelli nei paesini che si arrabattano con qualche trovata, non hanno soldi, si legano alle amministrazioni ... per me ne basterebbero due.»

In curiosa sintonia, La Stampa di oggi pubblica un'intervista di Sandro Cappelletto al texano Barrett Wissman, azionista di riferimento della IMG Artists, una delle agenzie più potenti al mondo, con uffici a New York, Los Angeles, Londra, Parigi, Hannover, Lucca e Singapore, e ideatore del Tuscan Sun Festival. Nell'intervista Wissman dice la sua su come si diventa una star («C'è una differenza fondamentale tra classica e pop. Il 90 per cento degli artisti pop hanno carriere brevi, da due a cinque anni. I manager lo sanno benissimo e dunque vogliono tutto e subito. Sting e Madonna sono delle eccezioni. Un artista classico può restare sulla breccia anche cinquant'anni. Dunque se sei il suo agente, devi procedere con cautela, investire sul lungo periodo.»), sugli artisti italiani bamboccioni («Pietro De Maria è un eccellente pianista, conosciuto meno di quanto merita. Ma i ragazzi italiani devono osare di più, non fare i cuccioloni, imparare a proporsi meglio, soprattutto all'estero.») ed infine su cosa vuol dire gestire un festival musicale in Italia.

festival_barrettwissman_353Il turismo internazionale è in crisi, quest'anno è il pubblico italiano a riempire il suo Festival.
«La più grande soddisfazione è aver costruito un pubblico qui, partendo quasi da zero. Un pubblico che sta diventando competente, esigente. Però gli albergatori devono capire una cosa: non possono chiedermi 180 euro per una stanza che l'anno scorso facevano pagare 100. Sono quasi 300 dollari, un prezzo da Manhattan. Non mi piace avere la pistola puntata alla tempia. Preferisco cambiare albergo, come ho fatto.»
Il suo Festival costa due milioni di euro. Gli enti pubblici contibuiscono con 75 mila. Perché ha deciso di perderci così tanto?
«Non so quanto a lungo continuerò. Devo ancora capire il vostro paese: il finanziamento pubblico allo spettacolo si riduce molto, però ci sono festival che continuano a spendere tantissimo. Se avessi il budget di Spoleto o di Torre del Lago, la bellssima Cortona diventerebbe la Salisburgo italiana, per quantità e qualità dell'offerta. Ho gli artisti per farlo.»

Satiri

Il livornese Federico Maria Sardelli, fondatore del gruppo Modo Antiquo attraverso il quale ha contribuito a diffondere il verbo vivaldiano nel mondo, accanto all'attività musicale e musicologica, da anni svolge con altrettanto successo un'attività parallela di autore satirico per il mensile Il Vernacoliere.

Secondo la sua biografia pubblicata nel sito della gloriosa pubblicazione livornese, "Federico Maria (Boria) Sardelli può essere annoverato tra le persone più odiose e supponenti che vi siano in giro. Si dedica a questo e a quell'altro con eguale alterigia, credendo di primeggiare in ogni disciplina escluso il rally. [...] Ai numerosi babbei che gli domandano come faccia a conciliare attività così varie e dissimili non risponde nemmeno ma spara un raudo serpentone ai loro piedi."

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Nel 2007 Sardelli è stato invitato all'Händel Festspiele di Halle per dirigervi il concerto inaugurale ed un'edizione dell'Ariodante con la regia di Stephen Lawless e le scene di Benoît Dugardyn.

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Ad Halle è poi tornato nel 2008 per la ripresa dell'Ariodante e vi tornerà ancora nell'aprile 2009 per la seconda ripresa di questa produzione.

Le sue impressioni tedesche sono state documentate nelle pagine del Vernacoliere per la prima volta nel luglio 2007 e ancora nell'aprile 2008.

1. Cibo 

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2. Ristoranti

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3. Costumi

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4. Creature

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5. Epilogo

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Un grazie di cuore a Stefano B., sincero ammiratore del Maestro e affezionato lettore del Vernacoliere, per la segnalazione e per aver gentilmente fornito il materiale.

Bayreuth 2008 (ossia c'era questo, c'era quello)

Non si sa se sia solo un'impressione, ma vedere le foto di quelli che ieri erano all'inaugurazione del Festival di Bayreuth da un'impressione di dejá vu. Che anche il protocollo sia un riflesso della immutabilità del festival europeo più longevo, anche dal punto di vita della gestione artistica?

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La cancelliera Merkel accompagnata da consorte. Le cronache dicono ci vada regolarmnte dal 2003.
Décolleté meno sexy che a Oslo, Frau Merkel non rinuncia a mostrareai fans  (almeno) la spalla.

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Baviera ieri e oggi: il disarcionato Edmund Stoiber con signora e l'attuale presidente bavrese Auch der Günther Beckstein (CSU) con la moglie Marga.

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Bayreuth è anche politically correct: il capo del partito liberale Guido Westerwelle con il suo compagno Michael Mronz.

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I politici dominano da sempre l'inaugurazione del Festival di Bayreuth (si racconta che altrove le passerelle tendano ad essere calcistiche...), ma c'è spazio anche per qualche esponente della cultura: l'immancabile Thomas Gottschalk con la discreta compagna Thea ("in dramatischer Robe" commenta Der Spiegel).

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Ed infine lui, il vecchio re sempre più stanco, sostenuto della giovane principessa Katharina, la meglio piazzata a succedergli (magari in compagnia della più navigata - in theatrical matters - sorellastra Eva Pasquier-Wagner). Se una cosa positiva questa edizione l'ha avuta è che, dopo la lettere delle dimissioni annunciate di Wolfgang, si è parlato meno di eredità e un po' più di questioni artistiche. 

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La cancelliere rende omaggio all'ultimo re di Baviera.

Quanto allo spettacolo, nessun dissenso apparente. È piaciuto a tutti. Gatti forse un po' lungo ma voci bellissime. Le foto dello spettacolo di Herheim raccontano di bambini e (sembra) streghe, di Gurnemanz e Kundry angeli neri, di Klingsor in guepière, di Parsifal a Villa Wahnfried.

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Da domani i resoconti.

Santo Stefan martire?

"Bimbi! Fate cose nuove! nuove! e ancora nuove! - se vi agrappaste al vecchio, vi afferrebbe il diavolo dell'improduttività, e sareste i bimbi più tristi."
Richard Wagner
in una lettera a Franz Liszt dell'8 settembre 1852

stefanherheim_450"Titurel, Gurnemanz, Amfortas, Klingsor e Parsifal sono raffigurazioni dell'umanità, che attraversando il confine fra spazio e tempo si abbattono l'un l'altro e si mettono in condizione di ottenere una redenzione. Kundry è la loro proiezione della femminilità, che in quanto altra deve essere sconfitta. Il punto non è l'emancipazione o la liberazione sociale realizzabile, ma piuttosto la redenzione, la concessione pietosa di una agognata salvezza attraverso una forza superiore.
Tutto questo sembra molto teorico - ma appena il sipario si apre, si è in un mondo magico di un racconto per bambini del 19 secolo, nel quale succedono molte cose inquietanti.
"

Così parla Stefan Herheim, regista dello spettacolo inaugurale del Festival di Bayreuth 2008.
Un altro martire del nuovo a Bayreuth?

La diretta dello spettacolo si può ascoltare su Bayern 4 Klassik dalle 16 di oggi.
Qui le altre dirette radio.

Häuser

Rafael Neff è nato nel 1969 a Freienseen nell'Assia. Neff ama le architetture barocche ed ama i teatri d'opera, che ha fotografato in una serie di foto che abbiamo visto nella galleria Lumas. Secondo il critico, la luce che inonda le sale ci racconta di tutti i drammi rappresentati sulle queste scene e fa rivivere le arie si sono sentite in queste sale.

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Parigi, Palais Garnier

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Zurigo, Operhaus

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Cracovia, Opera

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Praga, Statní Divadlo

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Budapest, Magyar Állami Operaház

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Vienna, Staatsoper

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Monaco di Baviera, Nationaltheater

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Venezia, Teatro la Fenice

È bello chiamare case i teatri d'opera.

Finale con fuoco

È cominciato con gli insulti di qualcuno del pubblico - il suo rotondo Arschloch si è sentito perfettamente - domenica scorsa il concerto d'addio di Paolo Carignani nell'Opernhaus di Francoforte. Carignani non reagisce provocazione, resta immobile qualche secondo, poi scende dal podio e se ne va. Richiamato da Ingo de Haas, konzertmeister della Frankfurter Museumorchester, incoraggiato dagli applausi ritmati, Carignani rientra in scena e finalmente dà l'attacco del suo ultimo concerto da direttore musicale.

Secondo la sua cifra più caratteristica, la sua interpretazione della beethoveniana Nona sinfonia è frenetica e vitale (poco più di 60 minuti: un vero record!) ed è accolta da standing ovation e chiamate entusiastiche. Si vede anche uno striscione giallo con un "DANKE PAOLO" a caratteri cubitali. Evidentemente il clima calcistico che si respira dentro e fuori del teatro (è pur sempre il giorno della finale dei campionati europei fra Spagna e Germania).

Finiscono così, in un clima molto teso, i nove anni di Paolo Carignani come direttore musicale dell'Oper Frankfurt, uno dei mandati più lunghi nella storia di questo teatro. Un clima che lo stesso direttore milanese ha contribuito a creare con le sue dichiarazioni esplosive contro il sovrintendente Bernd Loebe nel corso di una intervista trasmessa lo scorso 29 maggio dall'Hessischer Rundfunk, la televisione regionale dell'Assia. I rapporti fra i due massimi dirigenti del teatro erano difficili da tempo, ma Carignani aveva dato fuoco alle polveri nell'intervista, attaccando frontalmente Loebe colpevole di avergli riservato un titolo poco amato, Fidelio, come un'opera di congedo e per di più affidandolo ad una regista inesperta di opera come Christine Paulhofer, dimissionaria dopo le prime prove per motivi di salute. «È un vero peccato che sia andata così. – dichiarava Carignani nell'intervista – Era già abbastanza rischioso aver ingaggiato una regista che non aveva mai messo in scena un'opera. Fidelio l'avrei fatto volentieri con Christof Loy o Christoph Nel, ma il Sovrintendente ha fatto un'altra scelta ed ecco il problema.» E a proposito della ventilata possibilità di continuare la collaborazione con Loebe per altri tre anni, Carignani aggiungeva: «Questo opportunismo, questa ipocrisia, non posso semplicemente più accettarla. Davvero non posso più sopportare quest'uomo, non potrei concepire di condividere ancora tre anni della mia vita con un tipo così.» 

Con la sua uscita dalla scena dell'Oper Frankfurt si chiudono le polemiche e Carignani può concentarsi su un futuro che si annuncia molto lunimoso: a luglio la ripresa a Monaco del Nabucco, e poi contratti con i maggiori teatri d'opera mondiali: Zurigo, Tokio e la Metropolitan Opera di New York, dove dal prossimo 20 ottobre Carignani sarà impegnato in un ciclo di recite de La traviata nel famoso allestimento di Franco Zeffirelli.

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Del sovrintendente Bernd Loebe nessuna traccia né in sala né sul retropalco per il ricevimento in onore di Carignani.  

I critici italiani per il Tristano

Assegnati i Premi Abbiati dell'Associazione Critici Musicali italiani per il 2008.

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Vince il Teatro alla Scala per il Tristan und Isolde di Patrice Chéreau e Daniel Barenboim premiato per la coerenza del progetto e l'elevato risultato artistico.

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Il riconoscimento per la migliore novità per l'Italia di autore contemporaneo è stato attribuito all'opera Antigone di Ivan Fedele rappresentata al Maggio Musicale Fiorentino. 

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Quello per il miglior direttore dell'anno al maestro Yuri Temirkanov, interprete e artefice di Traviata al Verdi Festival di Parma,sul podio dell'Orchestra e Coro del Teatro Regio di Parma. Premiata anche la Svetla Vassileva come migliore cantante per la sua Violetta nello stesso allestimento (regia e scene di Karl-Ernst e Ursel Hermann; originariamente prodotto dalla Deutsche Oper am Rhin di Düsseldorf).

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Al regista Damiano Michieletto il premio come miglior regista per l'allestimento della Gazza ladra di Rossini al Festival di Pesaro. Mentre il collettivo teatrale catalano la Fura dels Baus ottiene il doppio riconoscimento per l'ideazione dell'allestimento wagneriano, scene e costumi, di Rheingold e Walküre coprodotto dal Palau de les Artes di Valencia e Maggio Musicale Fiorentino (e qui bisogna davvero dire che i critici probabilmente masticano poco di computer graphic e di google earth...)
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Infine, premiata anche l'Orchestra giovanile Luigi Cherubini, fondata e voluta da Riccardo Muti, come migliore iniziativa musicale del 2007.
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I premi saranno consegnati il prossimo 25 maggio alle ore 17 al Teatro Donizetti di Bergamo.

Prodotto italiano

Come la mozzarella di bufala.

Appendice nazionalpopolare

In un articolo di Valerio Cappelli pubblicato ieri dal Corriere della Sera, si apprende il Riccardo nazionale dirigerà per la prima volta una banda musicale al Ravenna Festival dando una dimostrazione concreta del suo amore per delle formazioni musicali che a suo dire "rappresentano per tante città del nostro paese, l'unica occasione di ascoltare musica spesso gratuitamente". E aggiunge "Banda non è un sinonimo di qualità inferiore, né di strumenti popolari e di bocca buona con cui ci si può arrangiare. Al contrario, sono strumenti nobili, pensate a Verdi quanto deve alle bande che ascoltava da ragazzo, e che lui usa per annunciare l'arrivo del re Duncano nel Macbeth. E prima ancora Bellini, Berlioz, Spontini che nel second'atto dell'Agnese di Hohenstaufen usa una banda enorme che fa la funzione dell'organo ed è uno dei momenti sublimi di quell'opera."
Conclude con un'inedito (ma non troppo sorprendente) elogio a Totò: "Un grande attore, un poeta, l'autore di Malafemmena. In quel film [Totò a colori] fa un gesto musicale in forma di gioco, ma ogni gesto è di una tale precisione che non è solo a ridosso della musica, evoca il suono che sta per produrre." Ne sottolinea inoltre il profondo valore didattico: "Sarebbe bene mostrare alle classi di direzione d'orchestra Totò che dirige la banda, non solo quando fa il tric trac e i mortaretti ma nei pizzicati, nei legati, negli staccati, per capire che una certa mimica è in diretto contatto con la musica." E chiude infine con l'ennesimo riconoscimento post-mortem all'attore napoletano: "Se Totò avesse fatto il direttore d'orchestra sarebbe stato uno dei più grandi del secolo."

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Che il buon Muti, per evitare di diventare l'ennesimo non profeta in patria, tenti la via del populismo?

La Bartoli e i pochi profeti di casa Italia

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Nella Stampa di oggi, da Zurigo Santa Cecilia Bartoli parla con Alberto Mattioli della sua recente passione per la Maria (Malibran) e del suo duecentesimo compleanno festeggiato lunedì scorso con tre concerti nella parigina Salle Pleyel ("Io mi sono divertita. L’ho festeggiata così. Del resto, lei era una donna spiritosa e amava le sfide. Al mattino ho fatto un concerto con Lang Lang e Vadim Repin, nei panni rispettivamente di Liszt e di Charles de Bériot, violinista e grande amore di Maria. Al pomeriggio, ho cantato La Cenerentola. Alla sera, un recital con orchestra”), dei suoi progetti belliniani e dello "scandalo" ossia del fatto che "la più acclamata cantante lirica di oggi è italiana, canta il repertorio italiano ma non lo fa in Italia".
Anche in questa intervista, la Bartoli appare solare, simpatica, impertinente:

I teatri italiani si svegliano troppo tardi. È la solita spiegazione. Ma non spiega niente.
«Però è vera. Mi invitano sempre quando non posso mai».
Il soprintendente della Scala, Stéphane Lissner, ha detto che lei costa tropppo.
«E allora canto altrove! Negli Stati Uniti, a Parigi, a Londra, in Spagna, perfino in Turchia. Guardi che il "Nemo propheta in patria" non è stato inventato per me».
Però le si attaglia benissimo.
«Ma anche a tanti altri. Pensi a Caruso, pensi allo stesso Pavarotti, che è diventato Pavarotti in America. Ciò detto, scriva!» Scrivo. «Trovo l’Italia meravigliosa, ci torno volentieri e ancor più volentieri tornerei a cantarci. È triste: amo il mio Paese ma non posso dirgli grazie».
Genova, Napoli, l’Arena: i teatri sono allo sfascio. Cresce il partito di chi vorrebbe chiuderli e ripartire da zero. È d’accordo?
«Lo sarei se ci fosse la certezza che poi riaprirebbero. Visto che non c’è, meglio non rischiare. Del resto, è difficile l’intera situazione italiana. Tutto è fermo aspettando le elezioni. Ma dopo, per favore, fate qualcosa».

Fra i suoi progetti imminenti l’incisione della Sonnambula e, fra i sogni, interpretare la Desdemona dell’Otello rossiniano ("non il Moro come faceva la Malibran") e cantare con Jonas Kaufmann ("Perché è bravissimo. Poi è anche carino, il che non guasta").

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Il debutto della Bartoli nella Sonnambula avverrà prestissimo: in Germania, al Festspielhaus di Baden Baden il prossimo 4 aprile (replica il 6) con Thomas Hengelbrock e il Balthasar Neumann Ensemble und Chor. Il resto del cast comprende Celso Albelo (Elvino), Ildebrando D´Arcangelo (Rodolfo), Peter Kalman (Alessio), Maria Bengtsson (Lisa), Daniela Sindram (Teresa) e Raphael Pauß (Un notario). L’opera sarà eseguita in versione concertante.

Due assaggi belliniani


Musici

Non è facile cogliere la verità di un attimo in una foto. La fotografa teatrale Marion Kalter sembra avvicinarvisi molto spesso nei suoi ritratti di musicisti. Altre foto si trovano nel suo sito.

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Claudio Abbado mentre prova
(Salisburgo 1986)

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Luciano Berio ascolta Pierre Boulez provare un suo pezzo 
(Parigi 1986)

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Il compositore Elliot Carter mentre ascolta un suo pezzo al Théâtre des Champs Elysées
(Parigi 1991)

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Il direttore William Christie nel backstage del Théâtre du Chatelet
(Parigi 1990)

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Riccardo Muti
(Salisburgo 1990)

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Maurizio Pollini ringrazia al Théâtre du Châtelet
(Parigi 2003)

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Ad un corso di canto del baritono Thomas Quasthoff al Mozarteum
(Salisburgo 1995)

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Karlheinz Stockhausen
(Salisburgo 1996)

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La cantante Nathalie Stutzman mentre insegna
(Parigi 1990)

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Bob Wilson illustra un suo lavoro
(Salisburgo 1995)

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Pierre Boulez dà istruzioni a Daniel Harding
(Cité de la musique, Parigi 1996)

Giornate di festa a Berlino

Berlino, sabato 15 marzo: alla Staatsoper si inaugurano i Festtage, vero e proprio festival personale del Generalmusikdirektor ocale Daniel Barenboim. Va in scena Il giocatore di Sergej Prokofiev, titolo insolito per la seconda coproduzione con La Scala, dopo un non troppo amato (almeno a Milano) Don Giovanni qualche stagione fa.

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Pubblico numeroso ed elegante, tappeto rosso su Unter den Linden, attesa.
Molte le telecamere, anche nella sala. Insomma, sembra di essere ad una vera prima (non è sempre così nei teatri tedeschi). Sarà l'effetto della collaborazione con la più modaiola Scala?

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Puntuale alle 19 il sipario ... si abbassa. Già perché entrando in sala la scena già si mostra al pubblico: la hall qualsiasi di un hotel qualsiasi. Asettico, ordinato, gente che va gente che viene.
Entra Barenboim in buca ed è già festa: molti applausi, qualche bravo. Si rialza il sipario e si comincia.

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Lo spettacolo (bello) di Tcherniakov, la brillante direzione musicale di Barenboim, i bravi interpreti convincono pienamente il pubblico.
Ovazioni e numerose chiamate a tutti gli interpreti per oltre 10'.

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Appendice: il giorno dopo

Alle 16 si torna in scena: Die Meistersinger von Nürnberg.
Meno di 24 ore e Barenboim è di nuovo in buca al comando della sua Staatskapelle Berlin.
Travolgente l'ouverture, solo qualche segno di stanchezza e piccola defaillance nell'orchestra durante le quasi sei ore di durata dell'opera. Barenboim infaticabile guida tutti con autorità ed entusiasmo contagioso.
Cast di grande rilievo: il James Morris, wagneriano di lunghisimo corso, è un Hans Sachs solido con solo qualche cedimento e segno di stanchezza che recupera sul finale risolto con sicurezza e autorevolezza. Un cast formidabile con grandi voci anche nei ruoli minori festeggiatissimo dal pubblico entusiasta: René Pape (Veit Pogner), Dorothea Röschmann (Eva), Burkhard Fritz (Walther von Stoltzing), Hanno Müller-Brachmann (Fritz Köthner). Solo il David di Florian Hoffmann, non completamente all'altezza, è sanzionato da una parte del pubblico.
Lo spettacolo di Harry Kupfer invecchia bene nella sua essenzialità (processione dello Johannistag a parte, esageratamente folcloristica), anche se certi eccessi recenti lo fanno sembrare uno spettacolo archeologico a poco più di dieci anni dal battesimo.

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50° parallelo

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Storico concerto della New York Philharmonic a Pyongyang. Diretti dal suo direttore Lorin Maazel, nell'auditorium della capitale nordcoreana capace di 2500 posti, l'orchestra ha eseguito la Sinfonia dal Nuovo Mondo di Antonín Dvořák, brani dal Lohengrin di Richard Wagner e An American in Paris di Geroge Gershwin, oltre ai due inni nazionali statunitense e nordcoreano.
La New York Philharmonic con i suoi 106 membri rappresenta la delegazione americana più numerosa che abbia mai messo piede nella Corea del nord dalla guerra del 1950.

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A quando una visita a Cuba?

Musicisti e istrioni

Un olandese chief executive del secolo XXI impegnatissimo in viaggi di lavoro. Un padre che è anche un manager aggressivo, ossessionato dal denaro e che arriva a vendere la figlia. Un gruppo di donne pettegole che sognano che i propri uomini riempiano la loro vita e i loro frigoriferi di alimenti (e più di 10 elettrodomestici si vedono contemporaneamente in scena). Un tumultuosa festa sulla spiaggia che termina con i due amanti che si allontanano fra l'immondezza unendo i loro cammino esistenziale verso la morte.

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È il Fliegende Holländer secondo Calixto Bieito, andato in scena alla Staatsoper di Stoccarda lo scorso gennaio. A Stoccarda Bieito è ormai di casa (ne ha anche rifiutato la direzione offertagli nel 2004 per non lasciare la sua Catalogna).

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Note le sue incursioni nel teatro verdiano ("Es cierto que con Verdi tengo química, pero todavía no puedo decir mucho acerca de la química que puedo tener con Wagner porque justo empiezo a introducirme en su obra como director de escena.") - diventò famoso dopo lo scandalo del suo Ballo in maschera al Liceu di Barcellona - puccinano e mozartiano (il suo Ratto dal Serraglio continua a tenere il cartellone alla Komische Oper a quattro anni dalla prima).

Wagner è un debutto. "Cuando tenía 18 y 19 años Wagner me fascinaba de una forma irracional. Hablo sólo de la parte musical. Me hacía sentir en el abismo, cerca de Dios. Pero ahora, con 44 años, la sensación es diferente. Musicalmente, el aprecio por la música de Wagner no ha variado, otra cosa es el personaje y todo su entorno. El mismo Richard Wagner ya es un personaje bastante conflictivo, por decirlo de una forma elegante. No me gusta todo ese autobombo fabricado por él mismo y por su entorno. Detesto a los artistas que acaban convertidos en dioses. Tengo ciertos problemas con la divinidad, con los mitos. No me gusta que al público se le pida que tenga fe."

Sulla genesi del progetto, Bieito racconta: "Me dejé arrastar e hice un primer proyecto sobre El holandés errante terriblemente influido por lo que había leído, por el concepto de artista del futuro, por todo el arte wagneriano. Lo presenté en la Ópera de Stuttgart y me lo aceptaron, evidentemente. Pero pasado un tiempo, al repasarlo, me pregunte: ¿qué estoy haciendo? Todo esto está equivocado. No reconocía en aquel proyecto la obra. Cuando lo hice estaba pensado en otra cosa. Wagner se había comido por completo la ópera. Y volví a empezar desde cero haciendo un nuevo proyecto, porque el encargo que había recibido era el de dirigir El holandés errante y no toda la obra de Wagner. Así que me centré en la obra, en buscar qué significaba para mí y para el público actual y cuál era el lenguaje que mejor le iba. Pensé mucho en los muchos significados que la palabra "errante" tiene en castellano. Y me pareció que un europeo occidental perdido era, visto desde nuestro presente, el holandés de la obra." Infine il progetto registico. "En la producción me centro en el personaje del holandés por encima de los demás. Y lo veo en esta especie de purgatorio pseudodepresivo y melancólico al que la sociedad actual echa a los que considera como residuos económicos, personas inservibles que crea la economía actual. Entonces leí La corrupción del carácter de Richard Sennett, y vi al holandés de la ópera en ese ejecutivo que ha perdido sus referencias, que busca esperanza, solidaridad, ternura y amor. Trato de mostrar de una forma humana el mito del personaje."

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Bieito non si fermerà lì. A Stoccarda si annunciano un Lohengrin nel 2009 e un Parsifal nel 2010.

Il making of della produzione.

Notizie tratte da El mundo e una intervista di El Pais.

Somnis

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Un sogno per il Palau? «Due! Continuare sempre a crescere di livello, e che possa avere sempre questo Presidente della Generalitat, Paco Camps: mi facilita la vita e so d’avere il suo appoggio, proprio perché ho dovuto guadagnarmelo, visto che i primi anni non era proprio dalla mia parte. Camps è fondamentale! Non solo è entusiasta del progetto ma mi dà il supporto economico di cui ho bisogno.».

Un futuro nel PPE?
PS. Il 9 marzo in Spagna si tengono le elezioni politiche

Helga Schmidt a Franco Soda nel giornale della musica di marzo.

Opera e mercato

Nel quotidiano Il Sole 24 Ore di venerdì scorso, si è letto un interessante commento di Salvatore Carrubba sullo studio di Arianna Capuani La situazione dei teatri lirici italiani pubblicato nel sito dell'Istituto Bruno Leoni. Ancora una volta si torna sul nodo del finanziamento pubblico ai teatri lirici italiani e su come (se possibile) aumentarne l'efficienza senza alimentare sprechi. Gli spunti di riflessione sono parecchi.

altan_passopiulungo_511Lirica in crisi: la società civile ha troppi alibi
di Salvatore Carrubba

L'Istituto Bruno Leoni pubblica un interessante focus di Arianna Capuani sulla situazione della lirica in Italia. È interessante questa incursione di stampo liberista in una materia, quella dei teatri lirici, che forse rappresenta uno dei più clamorosi esempi di «fallimento del mercato», di attività cioè che, se fossero lasciate al gioco della domanda e dell'offerta, non potrebbero sopravvivere.
Per la verità, la stessa Capuani ammette che, affidata a se stessa, la lirica scomparirebbe: credo che sarebbe una perdita per tutti, dato che essa rappresenta l'espressione culturale più tipicamente italiana, un simbolo indiscutibile dell'identità nazionale.
Se dunque non è fuor di luogo difendere la lirica; se nemmeno l'ortodossia liberista può escludere in questo caso l'intervento pubblico, la questione diventa, più che di principio, di misura. L'intervento pubblico,sostiene lo studio dell'Istituto Leoni,è così penetrante da disincentivare i privati a intervenire, obiettivo che si era posto lo stato quando aveva imposto, nel 1997, la trasformazione degli enti lirici in fondazioni.
È certamente vero che la normativa italiana sulle incentivazioni fiscali alla cultura sia timida, complicata e sparagnina, tale da demotivare i privati a investire in cultura (non solo nella lirica). Va anche riconosciuto, tuttavia, che la tradizione filantropica degli Stati Uniti non è così radicata in Italia: saranno stati timidi, ma dei passi per motivare i privati sono stati fatti negli ultimi anni, eppure i risultati sul piano della raccolta sono stati trascurabili. Le responsabilità, dunque, del costante affanno finanziario della lirica (e non soltanto) sta certo nello Stato, non meno che nella disattenzione della società civile. Da noi, chi ha avuto successo raramente sente il dovere civico di "ricompensare" l'ambiente circostante con qualche significativa manifestazione di generosità, come fanno gli americani con le università, gli ospedali, i musei, le scuole, i teatri, le orchestre. Anzi, ho il sospetto che in Italia la borghesia dell'Ottocento fosse assai più generosa di quella di oggi.
Lo studio di Arianna Capuani cita spesso il bel libro di Tyler Cowen
Good & Plenty (già recensito su queste colonne) che difende il sistema americano basato appunto non sull'intervento pubblico ma sulla generosità dei privati,opportunamente motivati dallo stato con intelligenti incentivazioni. Lo stesso Cowen, però, attenua molto la visione ideologica e riconosce che abbiamo bisogno di un sistema che «combini le caratteristiche positive di entrambi i modelli », cioè di quello americano e di quello europeo. Ho molti dubbi che una soluzione non effimera possa derivare dal rafforzamento ( anzi, dall'introduzione) dell'educazione musicale nei programmi scolastici, così da creare nuovo pubblico: anche per le materie di cui già si prevede l'insegnamento, l'ignoranza resta spesso abissale e l'entusiasmo contenuto. Certamente, però, dovrebbero essere le istituzioni musicali a porsi il problema di formare nuovi pubblici con formule commerciali e offerte culturali innovative e coinvolgenti, come cominciano a fare granditeatri stranieri, da Melbourne a New York.
Certo è che quando lo Stato, come è successo in Italia con l'ultima Finanziaria, sovvenziona generosamente i teatri lirici in dissesto dà un pessimo segnale; e il migliore alibi alla società civile per continuare a non mettere mano al portafoglio.

Vedere lontano

altan_italiansNel suo editoriale per il numero di gennaio del Giornale della Musica, il condirettore Daniele Martino giustamente elogia l'iniziativa del canale tematico Classica per aver ritrasmesso in diretta lo spettacolo inaugurale del Teatro alla Scala: "Da quanto tempo non vedevamo in diretta televisiva una prima inaugurale dal Teatro alla Scala? Eppure grazie a una televisione colta e indipendente come Classica, e alla sua intesa con il sovrintendente Stéphane Lissner, abbiamo condiviso il privilegio di quei duemila ricconi e potenti della Terra; potenzialmente si era in 4 milioni, ovvero tutti gli abbonati Sky italiani, poiché per l’occasione e per tutto il mese di dicembre Sky ha creduto di promuovere la musica classica presso un pubblico il più vasto possibile."

È vero: è pur sempre qualcosa, ma non è desolante pensare che fra Germania e Francia (per tacere i paesi più piccoli e di vari canali tematici a contenuto musicale) grazie alla televisione pubblica arte si era potenzialmente poco meno di 150 milioni?

Martino continua con un auspicio: "Avremmo in Italia la Rai, una televisione pubblica pagata con un canone obbligatorio, ma Tristan und Isolde l’abbiamo visto grazie all’imprenditorialità privata di Classica e alla autonomia contrattuale della Scala?" E conclude schierandosi decisamente nel dibattito sul primato della Scala nel panorama lirico italiano, sostenendo che: "Non riconoscere a Lissner che la realizzazione del suo progetto (che è un modello per il sistema-opera europeo) ci ha fatto stare bene, vuol dire fare machiavellica congiura; se qualcuno se ne deve andare a casa è chi non non riuscito, o non riesce, a mandare sulla scena grandi spettacoli: al Maggio Fiorentino e in altri teatri italiani ci riescono. La legge deve garantire che questo accada ancora."

Anche qui il confronto con quel che succede con gli altri due grandi paesi produttori di opera è mortificante. Eventi a parte, ogni mese Arte offre al suo pubblico almeno una produzione operistica in diretta o registrata in un qualche teatro normalmente europeo (domani sera, per esempio, tocca ad un Barbiere di Siviglia visto a Madrid nel 2005). Per non dire che 3sat, emittente culturale dei paesi germanofoni, dedica all'opera una parte significativa della sua programmazione estiva ma non risparmia occasioni interessanti durante tutto l'anno (dopo la Manon in diretta da Vienna di sabato scorso, stasera offre Les dialogues des Carmélites sempre in diretta dall'opera di Amburgo). Soprattutto, ci pare, il pacchetto delle offerte punta sì all'eccellenza ma non esclude in partenza teatri minori. Ossia, quando la concorrenza fra teatri esiste e quando ci sono dei canali per arrivare al pubblico, la televisione non può che far aumentare il livello dell'offerta a beneficio del pubblico e della qualità.

Il migliore

Stephane LissnerSecondo Stéphane Lissner, sovrintendente del Teatro alla Scala, «i teatri si devono reggere in maggioranza su fondi pubblici e bisogna pensare a un percorso particolare per la Scala. L' Italia deve dire se vuole che la Scala resti il teatro internazionale di riferimento per l' opera oppure no».

Reazioni vivaci da parte di altri protagonisti della gestione della lirica italiana.

Secondo Giampaolo VianelloGiampaolo Vianello, sovrintendente del Teatro La Fenice, «Lissner da buon francese è abituato al fatto che l'Opera di Parigi è l'Opera dell'intero Paese - spiega il responsabile della Fenice - ma noi non siamo la Francia, non abbiamo una capitale come Parigi, nè un teatro come quello della capitale che rappresenta tutto il teatro nazionale. Noi siamo il paese dei molti campanili e delle molte tradizioni. E a parte tutto Milano non è la capitale politica, e nemmeno la capitale della musica, che sono semmai Venezia e Napoli.»

Francesco ZambroneFrancesco Giambrone, sovrintendente del Maggio Musicale Fiorentino, sostiene che «Ogni grande teatro lirico italiano è portatore di diversità che lo rendono unico. Serve al Paese o serve soltanto alla Scala [questa battaglia intrapresa dal teatro milanese]? Non penso che sia una buona notizia per nessuno se il San Carlo di Napoli entra in crisi. Al contrario, se a Bari nasce una nuova fondazione lirica, dobbiamo essere contenti perché il Teatro Petruzzelli può servire quattro regioni: Puglia, Molise, Basilicata, Calabria, oggi troppo lontane dall’opera.»

waltervergnano_131Walter Vergnano, sovrintendente del Teatro Regio di Torino, sostiene che «i problemi si affrontano dalla testa, non dalla coda. La Scala è un tassello importante del sistema della lirica italiana; se alla fine di una discussione che coinvolge tutti i teatri, si stabilisce che ha diritto a una sua legge speciale, possiamo anche farlo. Ma questo non può essere l’obiettivo di partenza.»

Francesco Rutelli, ministro dei Beni Culturali, ha dichiarato che «il nostro sistema operistico non va certo smantellato. Ogni teatro italiano ha la sua storia, la sua specificità e noi non dobbiamo diminuire la quantità dell’offerta, salvandone uno e condannando gli altri. Invece, tutti devono funzionare meglio.»

teatroallascala_500 

Troppi teatri? 

Pierluigi Panza nel Corriere della Sera dello scorso 5 dicembre 2007 sostiene che «il nostro Paese è zeppo di teatri lirici: ci sono 14 fondazioni lirico-sinfoniche, 18 teatri di tradizione e un centinaio di teatri in comuni medio-piccoli finanziati in larga parte dallo Stato; e ci sono poi una miriade di stagioni liriche finanziate da privati ed enti territoriali. Qualcuno si chiede: vale la pena di spendere per tenerli tutti?
Attualmente, l' Italia finanzia le 14 fondazioni liriche con il Fus (Fondo unico dello spettacolo), uno stanziamento del ministero dei Beni culturali che ammonta a 444 milioni nel 2007 con un aumento previsto per il 2008. Di questo fondo, che serve per finanziare anche musica sinfonica, cinema, circhi e altri spettacoli dal vivo, le 14 fondazioni e i 18 teatri di tradizione si prendono da soli quasi il 50%: nel 2006 197 milioni e 435 mila euro. Le ulteriori stagioni liriche organizzate in comuni medio-piccoli vengono finanziate sempre dallo Stato con legge ordinaria (la 867). In più ci sono stanziamenti ad hoc e i soldi del Lotto. A ciò si aggiungono i finanziamenti degli enti pubblici territoriali e, finalmente, il ricavo dai biglietti.»

A titolo di confronto, aggiungiamo che nella sola Germania operano 89 teatri musicali con attività musicale regolare, orchestre e spesso cori stabili e compagnie di canto residenti, che offrono spettacoli lirici nella maggior parte dei casi con frequenza quotidiana.

Commenta ancora il soprindentente veneziano: «Lo so che da qualche parte si osserva che in Italia ci sono troppi teatri lirici, finanziati dallo Stato. C'è chi propone dunque di differenziare le fonti di finanziamento, riservando ad alcuni teatri i fondi nazionali, e ad altri dei fondi locali, ma sempre pubblici. Certo il problema non si risolve attribuendo alla Scala un ruolo superiore agli altri, questa sarebbe una soluzione francesizzante che non accontenterebbe nessuno»

Il dibattito continua ...

Spendiamo troppo per l'opera?

Dal blog di Claudio Pavoni, firma del telegiornale de La 7:



Per lo sciopero dei dipendenti degli Enti lirici a Genova è saltata la prima del Cappello di paglia di Firenze di Nino Rota. Sul palcoscenico del Carlo Felice, al posto dei cantanti, è salito il sindaco che ha tenuto un discorso critico nei confronti dei sindacati. E l’ex sindaco di Milano, Gabriele Albertini, ha affermato senza mezzi termini che fra le tante caste italiane quella degli orchestrali della Scala può essere annoverata ai primi posti per privilegi.
Il sindacato replica, però, che gli orchestrali italiani sono quelli peggio pagati d’Europa. Ora sono a rischio anche le prime di Roma, Torino, e Milano.
Ma intanto è riesplosa la polemica fra chi ritiene che sul teatro lirico le casse pubbliche faccia confluire finanziamenti inadeguati e chi, al contrario, parla di soldi ingiustamente sottratti dalle tasche dei contribuenti. Chi ha ragione? 

Falso dilemma. Bisognerebbe piuttosto chiedere se l'opera o più in generale la cultura serve a qualcosa. E posto che serva, l'Italia fa comunque piuttosto poco per sostenerla.
I commenti sono aperti.

Brokeback Onegin

Un Onegin con contorno di drag queen e cowboy gay quello visto all'Opera di Stato Bavarese. I titoli delle recensioni isistono molto su questo aspetto, come  Per esempio la Frankfurter Rundschau "Tanz der Cowboys" o il Münchner Merkur "Die Polonaise als Cowboy-Ballett", quando non si opta per soluzioni più grevi come "Schwule Kunstpenetration" della Deutschland Radio che però illustra con un fotogramma del film di Ang Lee, o "Schwule Cowboys und eine handvoll Tunten" di Der Tagesspiegel. Solo la svizzera Neue Zürcher Zeitung rimane neutrale (ovviamente...) con il suo "Tschaikowsky kritisch gelesen".
Secondo Shirley Apthorp - nella sua recensione per Bloomberg, "Gay cowboys evoke 'Brokeback Mountain' as Munich boos Onegin" - il regista polacco Krzysztof Warlikowski ha trasformato questo classica storia d'amore in un triangolo amroso gay ed è stato sonoramente fischiato per i suoi sforzi alla prima.

 
 
 
  

Nelle immagini Michael Volle (Onegin) e Christoph Strehl (Lensky)

Una domanda sorge spontanea: cosa c'entrano i cowboys?

La scala di Potsdam

Si prova la rossiniana Scala di seta a Potsdam nel teatro del Neues Palais della reggia prussiana di Sanssouci per la Potsdamer Winteroper della Kammerakademie Potsdam.

Alcune foto esclusive rubate da una mano anonima alle prove.

Italianissima la compagnia di canto: Raffaella Milanesi (Giulia), Giorgia Milanesi (Lucilla), Daniele Zanfardino (Dorvil), Maurizio Leoni (Blansac), Enrico Marabelli (Germano) più Christian Dietz (Dormont) e Pietra Piccione (una cameriera). Molto italiano anche il team artistico voluto da Andrea Marcon, da quest'anno direttore artistico della Kammerakademie di Potsdam: il direttore Felice Venanzoni, la regista Caterina Panti Liberovici, lo scenografo Sergio Mariotti e la costumista Cristina Aceti.

Musicalmente, sarà un Rossini molto barocco, promette Venanzoni: "Contrariamente a quanto si sente spesso dire, non tutto è scritto in Rossini e questo ci dà la possibilità di essere creativi. Abbiamo l’abitudine a pensare che questo repertorio parli da solo. Ma come insegnano i barocchi, occorre descrivere agogicamente gli affetti, estremizzare il fraseggio, inventare variazioni e abbellimenti, per creare una drammaturgia musicale che nasca dalla conoscenza e dal rispetto della prassi esecutiva. In questo senso vorrei che il mio Rossini fosse barocco."

Sulla regia, la Liberovici rivela: "La mia scala non sarà una vera scala a pioli o quant’altro, ma ispirerà piuttosto il profumo della seduzione così come la morbidezza della seta evoca la sensualità. I seduttori di Giulia saranno attirati dai capi di abbigliamento - una sciarpa, un guanto, la guepière, una calza - che Giulia perderà o lascerà dietro di sé".

Queste le (buone) intenzioni. I risultati si vedranno a partire dal prossimo 9 novembre (con repliche il 10, 16 e 17).

Un assaggio delle prove:

Se ne parla anche nel numero di novembre il giornale della musica 
(i virgolettati vengon da lì).

La scala di seta è popolare quest'anno in Germania.
Un'altra produzione è in cartellone al
Nationatheater di Mannheim.

Centoautori (per il cinema)

L'appello a sostegno del cinema italiano di 100autori.it

Un problema solo del cinema?

neuwirth documenta

Anche un po' di musica (da vedere) nell'uragano visuale di Documenta 12 a Kassel:
l'installazione di Olga Neuwirth nella Neue Galerie.


... miramondo multiplo ... (2007)
Mehrkanal-Klanginstallation mit Film
materiale sonoro: sezioni dal II e IV movimento
del concerto per tromba ...miramondo multiplo...
su testi di Hanna Arendt e Walter Benjamin.

 

Il teatro alla moda

Benvenuto CelliniSempre la stessa storia: capricci di divi che quasi affondano il Festival di Salisburgo. Lo racconta con un po' di veleno Renaud Machart, corrispondente da Salisburgo di Le Monde.

Tutte le star del Festival hanno annullato per un motivo od un altro le loro esibizioni: Anna Netrebko le due date dello Stabat Mater in programma l'8 e l'11 agosto (con Elina Garança, non malata ma improvvisamente indisponibile) malgrado la buona forma esibita pochi giorni prima nell'Operngala di Baden-Baden; la mezzosoprano Vesselina Kasarova impegnata nel Benvenuto Cellini per un problema ad un piede; la soprano francese Patricia Petibon fresca di parto; Rolando Villazón per malattia; ed per finire, il tenore americano Neil Shicoff, che non ha nemmeno comnciato le prove del Cellini a tre giorni dall'inizio per la depressione e lo shock provocato dalla nomina del concorrente Dominique Meyer alla direzione dell'Opera di Vienna. Infine Gérard Depardieu, voce recitante nel Lélio di Berlioz programmato il 12, 14 e 15 agosto, che minaccia il ritiro se la televisione austriaca ORF insistesse per riprendere lo spettacolo...

Nota Machart che Netrebko, Garança, Villazón (e l'Orchestra Barocca Veneziana impegnata nel concerto pergolesiano) sono tutti artisti della scuderia Deutsche Grammophon, dall'era Karajan solidamente legata all'immagine Festival.
Dilemma per Jürgen Flimm, neodirettore del Festival che dichiara alto e forte di non voler venire a patti con i ricatti dei divi: riuscirà a liberarsi anche del ricatto della Deutsche Grammophon?

Doping all'opera?

Sullo stesso registro, l'intervista al tenore wagneriano pubblicata ieri dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung. Polemico e battagliero, Wottrich risponde a domande scomode anche sui colleghi senza troppi peli sulla lingua. A proposito della malattia che ha colpito anche lui nel corso delle repliche della Walküre al Festival di Bayreuth, dice "Forse c'è troppo stress in giro o forse perché l'intero mondo della lirica è malato e non c'è da meravigliarsi se i cantanti si ammalano. Hai un raffreddore e diventa subito una condanna a morte. Di me si è scritto non che ero malato ma che ero alla fine della mia carriera."

Ma sono normali tutte le defezioni di Salisburgo? "Non è normale che non si consideri la voce un organo umano, ma una macchina." E sulla Netrebko "Si dice che Anna Netrebko sia inaffidabile ma è una insolenza. So da fonte sicura che Anna ha una laringite. Naturalmente si è ritirata perché è cosciente dell'enormità del Festival: ogni nota sbagliata si può trasformare in una tomba nella città che l'ha creata. Negli ultimi tempi l'opera è arrivata alla realtà virtuale mediatica. I cantanti sono valutati secondo lo stesso criterio di Jenny Elvers, Paris Hilton o Christoph Schlingensief."

A proposito di quanto detto da Vesselina Kasarova sul fatto che molti cantanti, non sopportando più la pressione, si doprebbero, Wottrich dice: "Di questo nessuno parla. Ma il doping è da parecchio all'ordine del giorno nel mondo musicale. Molti solisti prendono il Betablocker per controllare la paura, alcuni tenori prendono cortisone per far salire su la voce, e l'alcol è normale. La paura è diventato un fattore importante, ed ogni mezzo è lecito per non deludere le aspettative. Per molti cantanti questo è l'inizio della fine. Ci vuole molta forza per resistere a tutto. Alla fine ci dobbiamo chiedere perché i musicisti fanno uso di queste sostanze." E sulle ragioni di questa tendenza, Wottrich spiega: "La musica è uno sport di squadra. Ma questa concetto è devastato dall'influenza di altri fattori, di manager e sponsor. E intanto ognuno pensa a se stesso. Se sono legato a contratti pubblicitari per milioni di euro, mi sento anche obbligato a dare i risultati che ci si aspetta da me."

Wottrich in Walkuere a BayreuthSui due divi del momento, Wottrich non è troppo tenero: "Da Anna Netrebko non ci si aspetta che interpreti la Violetta di Verdi. Dovrebbe piuttosto essere l'Anna Netrebko della pubblicità: carina, allegra, e felice della vita, sempre la stessa che canti dal vivo o in playback." e su Rolando Villazón "Se avessi la voce che ha lui e i giornali mi riducessero a "Mr. Bean dell'opera" mi sparerei. Villazón è un uomo intelligente con una bella voce. Ma questo non interessa più, ha sopracciglie lunghe ed è spiritoso. Non c'è da sorprendersi che ci si ammali."

E il pubblico? Ha qualche colpa? "Il pubblico d'opera autentico no, ma solo coloro per i quali l'opera sarebbe uno show finto. È come con il tour de France: il normale spettatore televisivo, alcolizzato e consumatore di grassi, che non si è mai seduto su una bicicletta, si scaglia contro il corridore dopato, contro l'idolo, che egli sesso ha adorato, per rovesciarlo. L'afrodisiaco del nostro tempo è il fallimento degli altri. E, con permesso, questo mi fa vomitare immensamente."

Battaglie di dame

A Be'

La popolare Bild Zeitung in un articolo dello scorso 2 agosto propone ai lettori una prospettiva tutta sua per giudicare i vari festival estivi. Introdotto dall'appropriata osservazione secondo cui "la nostra cultura da molto tempo non era così bella", nell'articolo si discute del dilemma del momento: "Chi sarà la nuova Netrebko?"
Tre sono le candidate che contendono alla bella russa la palma di Diva Assoluta (sic!): Annette Dach, Marie Bäumer e Nadja Michael.

 
La Netrebko nella recente Lulu della Wiener Staatsoper.

Annette Dach, 38 anni, è attualmente impegnate al Festival di Salisburgo nell'Armida di Haydn messa in scena da Christoph Loy. Di lei dice il critico: "poteziale tremendo per un timbro seduttivamente caldo, movimento sinuoso, intesità perfettamente a fuoco". Nel 2009 la Dasch debutterà all Metropolitan Opera di New York e con lei, informa la Bild, molto probabilmente porterà il suo compagno più fedele: il suo Border-Collie Twiste.

 
La Dasch nell'Armida di Salisburgo.

Marie Bäumer, 38 anni, si è fatta notare nonstante la brevità del ruolo in Jedermann (solo 49 righe) messo tradizionalmente in scena nella scalinata della Cattedrale di Salusburgo. La Bäumer seduce, malgrado il castigato decolleté, nel suo ruolo di giovane amante selvaggia vestita. Un figlio di 9 anni, la Bäumer è soprattutto nota al cinema per i suoi ruoli in film anche di successo come Der Schuh des Manitu, Der Alte Affe Angst, il recente Die Fälscher e il televisivo Dresden. È annunciata anche la sua partecipazione in un fim biografico che racconterà la vita di Romy Schneider.

 
La Bäumer in Jedermann.

Infine Nadja Michael, 37 anni, la Tosca di Bregenz. Nata ad Est, a Lipsia, e destinata a una carriera sportiva prima della fuga in occidente via Ungheria. Poi gli studi di canto e la fortunata carriera di soprano (molto ammirata la sua recente Salome a Milano) che lei identifica con la precedente carriera: "anche questo è un risultato sportivo" sostiene. Impegni fino al 2011 nei più noti teatri d'opera del mondo (Royal Opera House, Carnegie Hall, Teatro Nazionale di Tokyo, ecc.).

 

La Michael nella Tosca di Bregenz.

Per ora, comunque, la Diva Assoluta rimane lei:

La misurata esibizione della Netrebko all'Operngala di Baden Baden dello scorso 3 agosto.
In un bis leháriano.

Quasi tutto il materiale fotografico viene (ovviamente) dalla Bild Zeitung.

Circo Wagner

Come ogni fine luglio, apre a Bayreuth il Circo Wagner. Immagini e commenti presi dalla sinistrorsa Tageszeitung. Ai quali ovviamente non ci associamo necessariamente. Domanda legittima quanto banale: cosa interessa di più? Wagner che mette in scena Wagner o se farsi vedere sul tappeto rosso?

 
L'avant-garde non manca mai: la coppia Gottschalk. Lui modello "piccolo principe", lei come sogno di "Moulin Rouge".


La cancelliera Merkel, assidua frequentatrice del festival, in lilla cangiante. Passo rapido, breve saluto, nessuna traccia di sudore.


Parentesi: Frau Merkel versione Bayreuth 2007, 2006, 2005, 2004, 2003.


La coppia Stoiber è arrivata leggermente più rigida. Lui pettorina bavarese orgogliosamente rigida. Lei girocollo pomposo che, dice la didascalia, non si sa se è un attrezzo medico o una tendenza per la prossima estate.


Queste tre volevano passare inosservate: Gloria von Thurn und Taxis e le figliole Maria Theresia ed Elizabeth. Sciocchezze. Si esibiscono con i loro modelli Sonia Gandhi, Paris Hilton e (forse) personaggio del film di Tarantino.


Eccola: è la piaciona del Festival. Anche lei si concede brevemente prima della prima ai suoi fans. Dice l'anonimo commentatore: si presenta con una eleganza naturale e sportiva, con un favoloso abito di colori seconda mano da desquamatori di pesce.


Christoph Schlingensief, protegée dei Wagner, invece è stato lasciato a casa. Eppure tanto si era speso per incoraggiare la musa biondocrinuta Katharina.


Era lì per il tappeto rosso. Uomo? Donna? Risorta Krimilde? Contemporanea di Wagner (bisnonno)? No, è la cantante Margot Werner.

Post Scriptum: Lo stesso giorno, un anno fa.

Post-post Scriptum: finale (con fischi)

estratto dalla trasmissione live su Bayern 4 Klassik.

Nelle migliori famiglie...

Da anni se ne parla, ma quest’anno più che mai da queste parti è dientato il tormentone dell’estate: chi succederà al vecchio Wolfgang Wagner al timone di Bayreuth? A pochi giorni dall’inaugurazione del Festival wagneriano 2007, più che di eventi artistici, non passa giorno in cui giornali non parlino di questioni dinastiche in seno ai Wagner.

Il settimanale Die Zeit soltanto un paio di settimane fa ha dedicato all’annosa questione due lunghi e provocatori articoli – uno di Claus Spahn e un altro di Volker Hagedorn – dedicati al tormentone dell’estate. Carine anche le foto che documentano l’articolo.

Album di famiglia di Wolfgang


Il figlio di Richard: Siegfried con la moglie Winifried e i figli Friedelind, Verena, Wieland e lui, il nostro Wolfgang.


I due fratelli Wieland e Wolfgang (a destra) fotograno Adolf Hitler a Villa Wahnfried nel 1934.


Villa Wahnfried bombardata dagli alleati nel 1945
(si dice sia stato l'unico edificio danneggiato a Bayreuth. Un caso?)


Wieland mentre prova il Tannhäuser nel luglio del 1961


Il trionfo di Wolfgang: Gwyneth Jones, Patrice Chéreau, Wolfgang e il figlio Gottfried festeggiano il Ring del secolo nel 1976.
(Gottfried sarà ripudiato per lo scomodo Il crepuscolo dei Wagner)

Le eredi

Questa è la situazione post-Richard:


[L'albero viene dall'articolo di Die Zeit. Uno un po' più leggibile si trova qui oppure qui]

Ramificazioni a parte, non è un mistero oramai per nessuno che le preferenze dell’ottasettenne Wolfgang - monarca incontrastato da oltre quarant’anni – e della seconda moglie, la potente Gudrun, vanno alla figlia di secondo letto Katharina. Le altre due candidate “interne” comunque non demordono: l’altra figlia Eva e la nipote Nike. E quest’ultima non perde occasione di provocare la destra wagneriana.
Mentre la cugina Katharina assai diplomaticamente sostiene che «si sente dire spesso che Bayreuth funzionerebbe solo col nome Wagner. Noi diciamo piuttosto che se un Wagner non è qualificato per Bayreuth, allora di sicuro Bayreuth non funzionerebbe. In tal caso, sarebbe il caso di affidare l’incarico al signor Rossi o al signor Bianchi, anche se il binomio Bayreuth-Wagner resterebbe certamente la soluzione più attraente e più efficace» e ribadisce di fatto che se non sei un Wagner non se ne parla, la ribelle Nike - direttrice artistica del prestigioso Kunstfest di Weimar - sostiene che «il corpo Bayreuth non si danneggia, se si pompa del sangue estraneo nelle sue vene.»
In un articolo pubblicato ieri nel berlinese Tagesspiegel, Nike mostra di avere le idee chiare per quanto riguarda il profilo del prossimo direttore: «Deve portare una lunga esperienza in campo operistico, teatrale e artistico, deve avere una levatura internazionale, deve avere uno spirito aperto, fantasia, sensibilità artistica ed un po’ di follia – e deve avere il fegato di andare controcorrente.»
Quanto al suo progetto artistico presentato nel 2001, Nike si si dichiara soddisfatta poiché «è una bella ricompensa ai miei sforzi che mia cugina Katharina se ne serva ancora quando le vengono rivolte domande sul suo progetto per il Festival.» Carina, davvero!


Battaglia di dame: Katharina, Eva e Nike.

Ma chi decide?

Decide una Fondazione costituita nel 1973, che deve innanzitutto garantire la volontà del nume di Bayreuth: il Teatro del festival deve servire "unicamente all’esecuzione delle opere di Richard Wagner".
Concretamente, il consiglio della fondazione è formato da 24 membri. La Confederazione (Bund) e la Baviera, che contribuiscono al bilancio del Festival in maniera sostanziale, contano su 5 voti ciascuno. I quattro rami della famiglia Wagner hano dirito ognuno ad un rappresentante. Il comune di Bayreuth ha 3 voti, la Fondazione Stato Bavarese, la provincia della Franconia superiore e la Compagnia di Bayreuth hanno 2 rappresentanti ognuno, ed infine uno ne possiede la Fondazione della Franconia superiore.
Il consiglio della Fondazione decide anche sulla direzione del Festival, che è destinata in linea di principio ad uno o più componenti della famiglia Wagner. Nel 1999, la Fondazione ci aveva provato a indicare il successore dell’allora ottantenne Wolfgang. Dopo quasi due anni di discussioni, Wolfgang aveva spuntato un contratto a vita. Se ne andrà davvero a settembre?

P.S. In questo paese si dice che gli abitanti della Franconia siano degli intriganti. C'è da crederci?

Il bell'articolo A Bayreuth l’eredità più che sacra è inciucio di Sergio Sablich (giornale della musica, febbraio 2001) si può recuperare qui.

Ultim'ora: altro articolo oggi sulla Frankfurter Rundschau 

 

Cinema all'opera

Si riparla di Puccini. È di qualche giorno la notizia che Woody Allen metterà in scena l'unica opera comica di Puccini, il Gianni Schicchi. Alle altre due opere, Il tabarro e Suor Angelica, penserà un altro regista di cinema più a suo agio nel genere pulp, William Friedkin.

Da parte sua, Allen dichiara al Los Angeles Times, "I have no idea what I'm doing but incompetence has never prevented me from plunging in with enthusiasm."

Friedkin ha già messo in scena Gianni Schicchi in accoppiata con il Barbablú di Bartók nel 2002. Ora lascia il posto al collega, di cui dice che Allen alla regia del Gianni Schicchi è una fortuna del cielo.

Il Trittico inaugurerá la stagione 2008/2009 della Los Angeles Opera. Colpo gobbo di Placido Domingo, general manager del teatro. Direttore d'orchestra sarà James Conlon.

Woody Allen ci scherzava su in Manhattan Murder Mistery (1993):
[D. Keaton] Ma davvero ti piace Wagner?
[W. Allen] Certo, anche se ogni volta che lo sento mi viene voglia di invadere la Polonia!

E ci ha già provato, recentemente, in Match Point (2005):

Bach nell'alto dei cieli

È Mario Brunello in cima al Monte Fuji. Suona tre pezzi di Bach a 3776 metri di altitudine. "In cima alle montagne si è dio e più vicini all'assoluto." dichiara "La musica di Bach arriva al più alto grado di assoluto e di perfezione."

Foto: dpa

Uccelli nella pergola

Dessay o Petibon?

...o la giovane promessa?

Der (zweite) Zwerg

Da qualche giorno davanti all'Opera di Francoforte fa bella mostra di sè un nano disteso. Dopo quello zemlinskiano, è il secondo nano dela stagione che si aggira da quelle parti. Questo però è molto più grande e molto più disneyano di quello (velazqueziano) visto poco più di due mesi fa.

Ariodante strikes back

Oggi, Ariodante all'Oper Frankfurt. È un piacere ritrovare il bellissimo spettacolo di Achim Freyer fra opera dei pupi e illusionismo.

Un paio di arie trovate su YouTube per rinfrescare la memoria.


Ariodante: "Numi! Lasciarmi vivere" (Atto 3, Scena 1)


Ariodante: "Quì d'amor nel suo linguaggio" (Atto I, Scena 3)

Chissà chi è. Di sicuro dimostra un certo coraggio...

Imboscate

Secondo il settimanale Time Out che gli dedica un articolo questa settimana, la riluttanza di Simon Keenlyside a concedere interviste nascerebbe dal suo timore di cadere nelle imboscate dei giornalisti. Che, prendendo spunto dalla sua laurea in zoologia, gli potrebbero fare domande su qualche specie di uccelli. Oppure, che si potrebbero informare sul perché Keenlyside venga definito una icona gay.

Meno male che l'ufficio commerciale della Royal Opera non fa e non si fa domande ed va sul pragmatico, pubblicando nel programma della stagione di primavera 2007 delle foto del divo inglese in rigorosa tenuta leather alla Tom of Finland.

Time Out non riporta alcuna protesta di Keenlyside a proposito di questa scelta, ma rassicura che il 47enne baritono inglese è felicemente sposato con una ballerina del Royal Ballet.

Tristano del selvaggio West

 

Non è Dick Johnson che bacia Minnie ma Tristan sedotto da Isolde. La produzione è della Virginia Opera.

Lui si chiama Thomas Rolf Truhitte e le foto vengono dal suo sito.

Frankfurter Opera Talk / ´eliko Lučić

Baritono verdiano di razza, nell‘ensemble dell'Oper Frankfurt dal 1998, sta ormai decollando nello star system internazionale ed è ospite dei più importanti teatri lirici del mondo. Nato in Serbia nel 1969, ha scoperto presto la propria passione per il canto. Allievo del mezzosoprano Biserka Cvejić, debutta a Novi Sad e Belgrado, nel 1987 vince il concorso Francisco Viñas a Barcelona grazie al quale ottiene la sua prima scrittura internazionale e, dopo un breve passaggio a Colonia nel 1997, Udo Gefe lo chiama a Francoforte dove ha ricoperto soprattutto ruoli verdiani e pucciniani. Venerdì prossimo debutterà come Carlo Gérard nella versione concertante di Andrea Chénier all'Alte Oper diretto da Paolo Carignani, un ruolo "pericoloso per la voce: devi spingere, urlare tutto il tempo. Manca la cantabilità che ritovo in Verdi".

Temperamento sanguigno, valori tradizionali, profonda ammirazione per i grandi del passato che ascolta nei momenti di relax ("per piacere e per imparare da questi grandi"), si lancia volentieri in polemiche contro lo star system che, a suo dire, sta rovinando il mondo dell‘opera: "Oggi la professione è business. È più importante essere belli che saper cantare. Tutto è veloce: si cambia il modo di cantare per inseguire comunque il successo facile, ma nessuno cura più la voce. Va bene, ma continuo ad ammirare le grandi voci del passato: Bastianini, Corelli, e anche prima."

Il suo modello? „Cesare Siepi: un gentleman, un dio, tutto!"

Dei suoi spettacoli a Francoforte, il migliore a suo dire è stato La Bohème (regia di Alfred Kirchner), ma ha apprezzato anche il Trovatore (regia di Antonio Calenda), che però è scomparso rapidamente dalla programmazione, "a qualcuno non piaceva". Quello che ha detestato di più: "Il Macbeth messo in scena da Calixto Bieito: una persona molto piacevole fuori dal teatro, ma molto problematico sul palcoscenico. D'accordo con i miei colleghi, la sera della prima abbiamo deciso di cambiare una scena di sesso perché la collega che doveva era troppo timida per eseguirla come voleva lui." Nel 2008 terminerà il suo contratto con l'Oper Frankfurt, dove concluderà con Jago il suo ciclo di ruoli verdiani. Un solo rimpianto: non cantare Posa, il suo ruolo verdiano preferito, nella produzione del Don Carlos prevista nell'Ottobre 2007, diretta da Carlo Franci.

Impegni artistici con la Metropolitan Opera lo impegneranno in tutte le stagioni a seguire fino al 2011, con opere come Macbeth, Nabucco, Rigoletto (ruolo in cui debutterà a Dresda in giugno), Traviata, Madama Butterfly, Trittico.
E dopo? „Forse mi ritirerò: non mi piace la direzione che ha preso l‘opera. Non è più canto, arte ma solo business."

Tre foto del Macbeth di Bieito (Oper Frankfurt, 2003) recuperate dagli archivi.

Gregorian 016

"A Papa Paolo VI
che gli chiedeva cosa la Chiesa potesse fare
a favore della musica, Igor Stravinskij rispose:
"Santità, restituisca alla musica i castrati".

Dalla Repubblica di oggi:
Benedetto XVI intende rilanciare latino e gregoriano nelle liturgie cattoliche. E ne consiglia l'uso nelle grandi celebrazioni che avvengono in occasione dei raduni internazionali: "E' bene - scrive nella sua prima Esortazione Apostolica - che tali celebrazioni siano in lingua latina; così pure siano recitate in latino le preghiere più note della tradizione della Chiesa ed eventualmente eseguiti brani in canto gregoriano". E i futuri sacerdoti "fin dal tempo del seminario" siano preparati a celebrare in latino, "nonché ad utilizzare testi latini e a eseguire il canto gregoriano".

... Se si riesce a liberare le catacombe dai turisti, forse si potrà cominciare ad utilizzarle nuovamente.
(sentita qui)

Post Scriptum: Per motivi puramente umanitari, questo blog si dissocia preventivamente da richieste neo-stravinskijane.

Frankfurt Opera Talk / Nathaniel Webster

Ieri sera, Nathaniel Webster, baritono, racconta della sua passione fin da bambino nei cori di chiesa negli Stati Uniti, dei suoi studi a New York, a Glasgow, a Parigi (Opéra Studio) e finalmente del suo primo ingaggio professionale all'Oper Frankfurt. E continua con i suoi interessi per la musica pop e del tornare a casa prima o poi.

A conclusione parla del suo futuro qui che non va oltre il 2008. Dopo, sostiene, molte cose cambieranno quando si insedierà il nuovo direttore musicale Sebastian Weigle che sostituirà Paolo Carignani attualmente in carica.

Lunedì prossimo tocca a Zeljko Lucic.

Foto in corso d'opera

In un piccolo caffé in un quartiere periferico a nord di Francoforte, ci si può rinfrescare la memoria su alcuni recenti spettacoli dell'Oper Frankfurt grazie ad alcune belle foto di Wolfgang Runkel.



Wolfgang Runkel, giovane studente di pianoforte alla Hochschule für Musik und Darstellende Kunst di Francoforte, per divertimento comincia a fotografa spettacoli di amici e colleghi. Poi nel 2004 incontra la fotografa teatrale Barbara Aumüller ed è la svolta (semi)professionale. Attualmente lavora soprattutto con l'Oper Frankfurt, ove si occupa delle riprese ed occasionalmente per qualche prima. Nel 2005 la rivista Colorshot della Canon Deutchland gli ha dedicato un servizio che si può leggere qui.

Sconsigliato ai nottambuli (il Café Mokka chiude alle 19) ma vale una visita.

Alcune delle foto esposte

a b c
d e f
g h

(a) La Cenerentola (reg. Keith Warner)
(b) Die Meistersinger von Nürnberg (reg. Christof Nel)
(c) Don Giovanni (reg. Peter Mussbach)
(d) Elektra (reg. Falk Richter)
(e) Pikovaya Dama (reg. Christian Pade)
(f) The Turn of the Screw (reg. Christian Pade)
(g) Il prigioniero (reg. Keith Warner)
(h) La clemenza di Tito (reg. Christof Loy)

Altre foto si trovano nel sito di Wolfgang Runkel.

Frankfurt Opera Talk / Simon Bailey

Da più di sei anni, Don Porsché, docente in pensione di lingua inglese, americano da più di 35 anni in Germania, è l'anima di un gruppo di discussione in inglese sull'opera: Frankfurt Opera Talk. Il gruppo fa parte del programma di attività dell'Università popolare (Volkhochschule) di Francoforte. La formula è semplice: un ospite (anglofono) che proviene dall'attivissimo mondo dell'opera tedesca ed un gruppo di curiosi di opera (non necessariamente esperti). Per due ore e mezza, si chiacchiera, si discute, si scambiano opinioni, si raccontano esperienze.

Ieri sera è toccato a Simon Bailey, baritono di punta dell'Oper Frankfurt, coinvolto in parecchie produzioni in questa stagione e fresco di debutto come Figaro nella nuova produzione delle Nozze di Figaro. Si cominca proprio da lì, fra soddisfazione per il successo ed un po' di amarezza per qualche contestazione isolata - e, secondo Bailey, ingiustificata - al direttore Julia Jones.

Fra qualche ascolto di Elektra (nella cui recita del 17 marzo prossimo, Bailey sarà Orest), con le Nozze di Figaro, opera di riferimento per questo ciclo di conversazioni, si raccontano aneddoti - come quello del regista scozzese David McVicar che adora i nicknames e ribattezza Agie e Poppy le due eroine dell'händeliana Agrippina - e si discute con leggerezza di debutti internazionali, delle opportunità offerte da un teatro straordinariamente produttivo come l'Oper Frankfurt per un giovane cantante, delle esperienze con grandi direttori (curiosamente, il suo ricordo più affettuoso va a Carlo Franci e al suo grande mestiere).

Sulla gestione attuale del teatro, Bailey è molto positivo. La modernità delle messe in scena sarebbero motivate da una esigenza del pubblico locale, poco incline alla tradizione. E Bailey finisce con un elogio alla coerenza del progetto artistico perseguito dal teatro, che più che sullo star system, che comunque vincoli di budget non permetterebbero, punta su un gruppo omogeno di artisti che creino un marchio, uno stile riconoscibile e di livello medio-alto. Insomma, qui si fa del teatro musicale, non si creano eventi. Si conclude con considerazioni estemporanee sul fututo dell'opera, in particolare in Germania. Secondo Bailey fra trent'anni il sistema operistico tedesco è destinato a ridimensionare il ruolo dei finanziamenti governativi e somiglierà di più al sistema britannico dove governo e sponsor contribuiscono entrambi al 50%. Vada come vada, Bailey non crede in una scomparsa del genere. Bisogno di opera, in una forma o in un'altra è destinato a durare nel tempo.

La prossima settimana tocca ad un altro baritono, Nathaniel Webster.

Le mutande dei potenti

Le mutande del dissenso fra Carsen e la Scala.
Pescato su youtube.

Boltanski

Ieri, fra un Orff l'altro, abbiamo visto al Matildenhöhe di Darmstadt la mostra Zeit di Christian Boltanski. Più che una riflessione sul tempo, è la morte la costante della mostra ("Non riguarda il tempo, ma la morte. Ma i due sono inestricabilmente collegati.").

 

Anche con l'idea fissa della morte, più che del silenzio Boltanski parla di suoni e di musica parlando della sua arte: "Un'opera d'arte esiste per essere eseguita molte volte. [...] Il sessanta o il settanta percento delle opere d'arte contemporanee non sono create dagli artisti personalmente. Pensate solo a Dan Flavin, Carl Andre - perfino Beuys. Posso immaginare che i musei mettano in mostra solo ricostruzioni. La maggior parte di opere d'arte dei nostri giorni è fatta di progetti, istruzioni di assemblaggio, regole per l'esecuzione. Gran parte dell'arte del ventesimo secolo è analoga ad una partitura che può essere eseguita molte volte. Per quanto mi riguarda, mi piacerebbe che le mie opere fossero eseguite da altri anche dopo la mia morte. Molte delle mie opere non sono entità fisse; dipendono dal contesto nel quale si esibiscono. Questo vuol dire che lo stesso pezzo può avere un effetto completamente diverso quando vengono mostrate in altri posti. "

Ed ancora: "Sono come un pianista che esegue le sue proprie composizioni ogni volta in un modo nuovo. Mi piacerebbe che la mia musica fosse eseguita da altri in futuro. È davvero un peccato per Beuys, per esempio, che nessuno esegua più la sua musica."

  

Il visitatore è accolto da un suono: Le coeur (2005), una installazione in cui il battito cardiaco di Boltanski risuona in un corridoio lungo e stretto. Sul suono: "Il suono non è musicale per me. I suoni sono ready-mades e possono essere riconosciuti da tutti. Ognuno conosce il battito cardiaco. Questi suoni sono molto simili alla fotografia. Le foto nel mio lavoro, sono ready-mades, non sono state fatte da me. Al contrario, registravo i suoni, anche se sono pubblici. Non credo che ci sia differenza se si usano foro o suoni. La cosa interessante sul suono è che si può riempire un'intera stanza con un mezzo così piccolo."

Sfogliando il catalogo, troviamo anche qualche curiosità più strettamente musicale: uno schubertiano Winterreise coprodotto nel 1994 dalla parigina Opéra Comique, il berlinese Hebbel-Theater. E poi un Der Ring. Fünfter Tag. Der Tag danach da Wagner, riflessione personale sul quinto giorno della sagra scenica, fra relitti di palcoscenici e reminescenze di motivi del Ring, sulle tracce di ciò che è stato, di ciò che sarebbe potuto essere, o di quello che resterà.



Le cirazioni sono tratte dal catalogo della mostra.

Wagner d'Arabia

Sachs
[...] State attenti! Cattive fortune ci minacciano!
Se avvenga un giorno, che popolo e impero tedesco cadano
sotto falsa maestà latina;
e che nessun principe comprenda ormai più il suo popolo,
e latino fumo e frivolità latina
trapiantino essi nella nostra terra tedesca;
nessuno allora più saprà quel ch'è puro tedesco,
se esso non vivrà nella gloria dei Maestri tedeschi.
E perciò io vi dico:
onorate i vostri Maestri tedeschi!
e sacri tenete i loro buoni genî;
e se darete favore al loro operare,
andasse anche in polvere
il sacro romano impero,
a noi resterebbe sempre
la sacra arte tedesca!  

L'abbiamo letta oggi sui giornali di qua: è nata la prima associazione wagneriana del mondo arabo ad Abu Dhabi. Patron è lo sceicco Nahjan bin Mubarak al-Nahjan, ministro della cultura degli Emirati Arabi Uniti.
L'evento è stato battezzato da un concerto al quale hanno assistito un pubblico internazionale di circa 400 spettatori. Il programma comprendeva una serie di (poco wagneriani) brani da "L'olandese volante", "Parsifal", "Lohengrin", "Tannhäuser" e "La Vachiria" eseguiti da sei cantanti accompagnati da Christof Stoecker.
Dopo gli enormi investimenti edilizi da quelle parti, si comincia a spendere anche un po' in cultura?

Le associazioni wagneriane nel mondo si trovano qui.

Beethoven sulle Dolomiti

Altro film: Lezione 21. Lo girerà Alessandro Baricco in Val Sugana in inglese con cast internazionale. Protagonista sarà l'australiano Noah Taylor, affiancato da John Hurt, Clive Russell e Leonor Watling.
Il soggetto: lo studente Peters (Noah Taylor) rievoca la lezione (la numero 21) più bella del professore universitario Mondrian Kilroy (John Hurt) sul mistero della genesi della Nona Sinfonia di Beethoven, che nasce da foreste e cime innevate. Il fim sarà girato fra Trentino e Inghilterra.
Baricco: "Direi che è un film sulla vecchiaia, dal valore universale, nel senso che non ha riferimenti specifici alla realtà. [...] Il personaggio interpretato da John Hurt è Mondrian Kilroy, il professore del mio City: l'ho sfilato da lì e ho cambiato qualcosa, ma è lui. È un personaggio stravagante, fuori dalle regole. E la storia che ha in testa e che racconta, e la sua testa è la mia, è una pazza lezione. Ma è anche il racconto della sua vicenda personale, di un uomo ormai anziano. Per questo dico che, alla fine, è soprattutto un film sulla vecchiaia." La scelta del Trentino è legata a Mario Brunello e ai suoni delle Dolomiti: "Sono un appassionato di montagna ma solo lui poteva convincermi a salire sulle Dolomiti alle 6 di mattina".
Produttore è Domenico Procacci per Fandango. Il film uscirà a fine 2007.

La conferenza di stampa di Baricco a Trento.

Quello che dice Baricco viene dalla Repubblica di oggi.

Vivaldi a Venice

Dopo Farinelli (guest star Händel) e Lully e il suo re danzante, il biopic barocco aggiunge un altro nome illustre: Vivaldi. Se ne sa ancora molto poco: che sarà girato fra Venezia e Vienna, che sarà diretto da Boris Damast e che è stato scritto dal giornalista americano Jeffrey Freedman, dopo venti anni di ricerche. Le riprese cominceranno a primavera mentre l'uscita è prevista per il 2008.
Cast classico da coproduzioni (austro-americana in questo caso). Vivaldi sarà Joseph Fiennes e poi Gérard Depardieu sarà Gavinot un nobile dissoluto ("un lupo sotto la pelle di agnello" dice Variety) e amante di una donna perduta costretta ad abbandonare la figlia frutto della colpa all'Ospedale della Pietà, Jacqueline Bisset come Countess, Malcolm McDowell come Merlino, Elle Fanning come Cristina, Lena Headey come Norina, Zuleikha Robinson come Julietta.
La fotografia sarà di Tony Pierce-Roberts (collaborazioni importanti con James Ivory) e i costumi li disegna Jenny Beavan, come nel Casanova di Buena Vista. Infine, le musiche saranno (ovviamente) di Vivaldi e Robert Folk. Produce Mechaniks compagnia californiana di Venice (!) che offre pochissime notizie ma fa almeno vedere un primo test con l'Orchestra Giovanile di Sofia.

Variety informa che Imagine Entertainment e Columbia stanno anche lavorando ad un progetto sul prete rosso.

Emanuele Luzzati (1921-2007)

Il Museo Luzzati è qui. Un ricordo si trova qui.

Alla Scala, solo se in cravatta

Milano modaMentre dovunque si parla di come allargare il pubblico dei teatri d'opera o garantirsi un futuro investendo nell'educazione musicale delle nuove generazioni, il Teatro alla Scala si preoccupa piuttosto del decoro del pubblico. È di ieri la decisione del sovrintendente Lissner di imporre al pubblico un "abbigliamento consono al decoro del teatro", e cioè abito scuro per le prime e giacca e cravatta per tutte le rappresentazioni. La decisione divide la coscienza degli italiani.

I favorevoli.

Riccardo Chailly (direttore d'orchestra): «Sono d'accordo: è bello che in una sede storica come la Scala gli spettatori abbiano un atteggiamento, non dico reverenziale, ma che onori il luogo. In Olanda, poco manca che si presentino in mutande, ma alla Scala no, la sua tradizione impone un atteggiamento diverso.»
Carlo Fontana (ex sovrintendente della Scala): «Ho l'imprinting di Paolo Grassi, che diceva: Lenin ha fatto la rivoluzione in giacca, cravatta e panciotto.»
Fabio Vacchi (compositore): «la diseducazione del pubblico è un oceano molto vasto, dove trovano posto sia il vestirsi con abiti pseudo-casual, che magari costano il triplo di quelli normali, sia far squillare il telefonino, applaudire tra un movimento e l'altro di una sinfonia, sbattere le porte dei palchi. La scelta della Scala è un richiamo all'avanguardia, contro il conformismo dilagante.»
Vittorio Sgarbi (assessore alla Cultura del Comune di Milano): «Bisognerebbe costringere i turisti a vestirsi in modo consono quando visitano i monumenti, e questo vale anche per i teatri.»

I contrari.

Francesco Saverio Borrelli (ex capo della Procura della Repubblica di Milano): «Mi pare una pretesa eccessiva ripristinare un rigore nei costumi. Certo, nessuno entrerebbe in una chiesa in costume da bagno, quindi è giusto l'appello a non assistere agli spettacoli in pantofole e camicia aperta sul petto villoso. Ma da qui a esercitare dei controlli... Così si rischia di rendere i teatri delle roccaforti del passatismo e di tenere lontano il grande pubblico».
Dario Fo: «Brutto segno. È l'uomo che fa l'abito, lo stile, non viceversa. Credo che la Scala preferisca avere spettatori tutti molto simili, meglio se persone soltanto di un certo rango. È una forma di discriminazione.»
Antonello Manacorda (violinista e direttore d'orchestra): «Mi viene da ridere: cosa vuol dire fare dei controlli? Sono d'accordo sull'eleganza, che non fa male a nessuno, come la bellezza. Ma perché identificarla con giacca e cravatta? E poi si vogliono trascinare i giovani a teatro: se li obblighiamo a vestirsi come i loro genitori, non li vedremo mai. E noi, per chi li faremo questi concerti?»

In futuro, quindi, controlli sull'abbigliamento ma discreti. Rassicura Lissner che nessuno sarà cacciato, dicono, ma invitato a osservare le regole pur non essendo chiara la sanzione per chi non le rispetta.

Se non altro di Lissner si ammirerà la coerenza nella gestione Scala: dall'intimo maschile alla cravatta.

Dichiaraziori riprese dall'articolo di Paola Zonca nella pagina degli spettacoli di oggi de la Repubblica. L'Espresso racconta l'Italia neo-bacchettona (Polveroni) dopo aver preso in giro la Scala della paleo-Aida (Serra.

La replica di Lissner (in una lettera pubblicata nella Repubblica del il 27 gennaio):

Caro Direttore,

Come sovrintendente della Scala, non ho mai emanato alcuna norma nuova né tanto meno restrittiva in materia d'abbigliamento durante le serate delle stagioni d'opera, balletto e concerti. I «consigli» rivolti al pubblico, che genericamente riguardano un invito a indossare giacca e cravatta per gli uomini e a adottare un «abbigliamento consono al decoro del teatro» per le donne, esistono da sempre alla Scala, ben visibili in tutta la documentazione che accompagna la vendita dei posti. Alcune di queste norme sono state riportate sul retro dei biglietti nel momento in cui è stato adottato un nuovo formato del documento d'acquisto, dopo il rientro della Scala nella sede del Piermarini. E ciò semplicemente per colmare una lacuna nell'informazione al pubblico.
Non esistono dunque norme restrittive, se non quelle del buon gusto e del rispetto della storia del Teatro, per l'accesso alla Scala, che proprio su mia iniziativa ha lanciato quest'anno un «Progetto Giovani» che tende a un democratico allargamento del pubblico. Tant'è che la campagna di comunicazione sottolinea, in questo caso, l'assenza di qualunque obbligo formale, in sintonia con il principio che non ogni evento impone gli stessi codici di comportamento. Iniziative come «La Scala in Famiglia» aprono il teatro, la domenica pomeriggio, a un pubblico del tutto nuovo, cui nessun vincolo estetico può essere imposto.

Stéphane Lissner

A lagna

«Dell'Aida di Zeffirelli resterà solo il bellissimo culo di Roberto Bolle.»
(Anonimo)


Roberto Alagna e il suo ormai famoso abbandono alla Scala nel dicembre scorso (in un servizio del tg3 RAI).


E in "Tu ca nun chiagne" nel 1992 (eseguito fino alla fine), sul suo maestro Gabriel Dussurget e sul suo primo Werther.

Questioni di gusti

Il Teatro alla Scala fa di nuovo parlare di sé e non per ragioni artistiche. O almeno non sembra. Se il perizoma di Roberto Bolle nella recente Aida è stato assolto con formula piena, la mutanda di Berlusconi no e così il Candide allestito da Robert Carsen in coproduzione con il parigino Châtélet cade sotto la scure della gestione scaligera.

Censura? Nemmeno a parlarne: si tratta di pura questione di gusto. Come spiega Franco Zeffirelli: «[Nel Candide] c'era sì una satira del potere ma non in questi termini carnevaleschi. Lo scopo di una rappresentazione di questo genere qual è? perché ironizzare su personaggi importanti? Non lo capisco. [...] A meno che non ci sia la zampata di una grande personalità, questa forme di provocazione rimangono fini a se stesse. E tanti giovinastri non hanno di certo una tale statura. [...] Sono le solite cose di tanti cialtroni che con queste carnevalate si improvvisano registi».

Lissner spiega così la sua decisione: «perché non rientra nella mia "linea Scala", che punta a conciliare tradizione e modernità. E non tanto per la famosa scena dei capi di stato, in carica ed ex, messi in mutande da Carsen, ma per tutta una serie di altre ragioni, dagli interventi che Carsen ha voluto apportare al libretto, ad allusioni e situazioni di uno stile che, appunto, non si confà con quello della Scala». Allo stesso tempo, si dice aperto a trattare per adattare lo spettacolo al gusto del pubblico scaligero e, soprattutto, a quello degli amministratori scaligeri, fra cui la sindaco Moratti che dice di preferire "una via più tradizionale". Ma la satira resterà? «Vedremo. Discuteremo anche di quello. Ad esempio, se è il caso di tirare in ballo Berlusconi, che è l' unico ex capo di governo tra quelli che appaiono in scena».

Chiosa Michele Serra nella sua Amaca dela Repubblica di sabato 30 dicembre: "Con una sola decisione, Lissner è riuscito a segnare tre autogol. Il primo: confermare che l' autonomia dell' arte e la libertà d' espressione, qui da noi, vivono sotto il perenne schiaffo della politica (la Scala come la Rai, anzi peggio della Rai). Il secondo, rafforzare il sospetto di una gestione pavidamente conservatrice del maggiore teatro lirico del mondo, che va in deliquio per gli ori zeffirelliani e ha paura di una breve comica di tre minuti: sì al tanga di Bolle, no al potere in mutande, perché si sa che non tutte le chiappe sono uguali. Terzo, mettere in difficoltà Berlusconi, che fa (non per sua colpa) l'odiosa figura dell'intoccabile e soprattutto perde una delle ultime possibilità di essere raffigurato insieme ai veri potenti del pianeta."

Tutti commenti sono tratti da articoli apparsi il 29 e 30 dicembre in nel Corriere della Sera e La Repubblica.

Milano, voci

In sala

 
"Dobbiamo essere molto fieri. Questa serata porta l'opera in primo piano, cerchiamo di fare della Scala la capitale mondiale dell'opera" (Franco Zeffirelli)

  • "Questo non è solo uno spettacolo di opera lirica, è l' evento lirico dell' anno. Questo però non toglie che l' opera lirica viva delle difficoltà. Il problema della lirica resta lo stesso, è un problema di risorse pubbliche. Il costo è sempre eccedente i biglietti" (Romano Prodi/1)
  • "Stasera abbiamo raggiunto la perfezione. Il settore dell'opera merita più risorse pubbliche. Dobbiamo sfruttare meglio le bellezze d'Italia." (Romano Prodi/2)
  • "Se si dovesse cercare la perfezione, questa Aida è la perfezione" (Angela Merkel/1)
  • "Wonderful, wonderful!" (Angela Merkel/2)
  • "Che emozione questa Aida!" (Letizia Moratti)

  • "La più bella serata della mia vita" (Stéphane Lissner)
  • "Che emozione questa Aida!" (Sophia Loren)
  • "Bellissima, tendente al grandioso" (Massimo Moratti)
  • "Una magica serata. La regia è stata stupenda grazie a un grande maestro milanese" (Giorgio Armani)
  • "Non mi piace, è troppo hollywoodiana" (Lucio Dalla)
  • "L'Aida della Scala è vecchissima" (Lorenzo Arruga)
  • "Finalmente una prima all'altezza della prima della Scala" (Elio Catania)
  • "Troppi eccessi scenografici. Il solito Zeffirelli cinematografico. Forse piace al pubblico popolare, ma distrae dalla musica. Di filmoni sull'Egitto se ne sono già visti abbastanza negli anni Cinquanta, ma sono cose da Hollywood" (Francesco Saverio Borrelli)
  • "Bellissima Aida. Zeffirelli riesce ad esprimere tutto il senso del dramma" (Umberto Veronesi)
  • "È un'Aida imponente e maestosa, così come dev'essere. Sui cantanti, però, meglio stendere un velo. Conviene gustare gli allestimenti grandiosi di Zeffirelli. Sperando che Prodi non arrivi a tagliare anche qui, altrimenti addio scenografie artistiche" (Giorgio Squinzi)
  • "È un trionfo della tradizione" (Giovanni Bazoli)
  • "L'Aida di Zeffirelli ha qualcosa in più, è entusiasmante" (Francesco Rutelli)
  • "La cosa che mi e' piaciuta di più e' l'orchestra, il Coro e lo spettacolo, non mi faccia dire altro...l'Opera ai miei tempi era un'altra cosa" (Carlo Bergonzi)

In Galleria





La protesta





"Oggi alla Scala si celebrano i poteri forti e i ricchi"
"Ridistribuire davvero i redditi ai lavori precari e pensionati. Basta guerre e spese militari. No alla finanziaria di Confindustria, governo e Cgil-Cisl-Uil"

P.S. "Non so dove capito. Può darsi pure in quarta fila. L'importante è sedersi. Non perdere mai la sedia" (Clemente Mastella)

7 dicembre

Sant'Ambrogio. Aida inaugura stasera la stagione del Teatro alla Scala. Mette in scena Franco Zeffirelli: "Non dite: ecco, Zeffirelli ha fatto il suo solito spettacolo che ci scodella pari pari. Sì, ho messo in scena un'Aida con un suo orgoglio di conservazione di certi principi, fedele alla tradizione. Ma come scenografo sono andato avanti per cercare effetti inusitati, per dare l'idea del trasognamento, del mistero, dell'esoterismo che permea l'antica civiltà egizia".

 

Ancora Zeffirelli: "Sono rimasto l'ultimo regista che sa amare l'opera. I tedeschi non la amano, o almeno credono di amarla ma la usano per divagazioni arbitrarie, neanche tanto geniali: il pubblico è disorientato, i critici accettano per fare i moderni. Ma chi è in grado di tramandare il grande patrimonio del melodramma italiano? Ronconi e Pizzi? Invecchiati. Strehler è morto. Ormai non ci sono più padri, né figli, né nipoti. Salisburgo è perduta, si salva il Covent Garden."

A proposito del suo rapporto con Riccardo Muti, Zeffirelli dice: "Dopo il Don Carlo del 1992 non mi sono lasciato bene con Riccardo Muti. Il bello del fare l'opera è essere amici: un applauso all'uno è un applauso all'altro. Persino col terribile Karajan c'è stata collaborazione. Con Muti no: non dava confidenza, mi teneva a distanza. Gliel'ho detto a chiare lettere: lavorare con te non mi dà nessuna gioia."

Giudizio anche più severo nella sua Autobiografia: "Ero abituato a lavorare con giganti come Serafin, Kleiber, Bernstein, Karajan, Gavazzeni e tanti altri, grandi artisti e affidabili compagni di lavoro. Muti è un artista molto diverso da questi, anche se non è così infrequente imbattersi in casi di arroganza e di vanità nel mondo della musica. Muti ha in testa un solo traguardo, che assorbe tutta la sua creatività: affermare a ogni costo il proprio genio, che ampiamente gli va riconosciuto, ma che purtroppo non vuole accettare limitazioni, critiche, rivalità di alcun genere... Come poi si è visto, il maestro Muti fu coinvolto in una lunga e amara stagione di contestazioni e polemiche. Tutto il quadro della Scala entrò in crisi. Non starò certo a farne la storia in questa sede, perché è ancora materia calda, anche se non più rovente. Fu la crisi tra Muti e la sua orchestra a determinare l'allontanamento del maestro, che è stato pregato di trovarsi un altro "habitat" e di andarsene altrove. Mi dispiace per il suo grandissimo talento."

Chiosa (velenosamente) Natalia Aspesi nella Repubblica di oggi: "Fosse stato Muti meno raffinato, Zeffirelli & Aida avrebbero potuto dilagare alla Scala prima, imperando il premier Berlusconi, il quale, apparendo recalcitrante all'inaugurazione del 2004, dovette sorbirsi, diretto dall'implacabile Muti, un Salieri sublime e perciò indigesto. Invece oggi il grande regista-scenografo-costumista, richiamato alla Scala dal fiuto artistico-mercantile del sovrintendente Stéphane Lissner, deve subire l'onta di trovare nel palco presidenziale un primo ministro di centro sinistra, cioè per lui comunista, bolscevico, il nuovo Stalin bolognese."

Infine, accuse a Lissner e Zeffirelli da parte del rappresentante sindacale Giuseppe Zecchillo: "La scenografia di questa Aida, con i suoi enormi sprechi, mette in pericolo il finanziamento della prossima stagione teatrale."

L'opera si può ascoltare dalle 18 qui oppure qui

Riscritture

L'altra soluzione (al problema di cui sotto) è cambiare l'opera.
Lo fa Alessandro Baricco col Flauto Magico di cui riscrive i dialoghi e crea una nuova drammaturgia.

Dice Baricco: "C'era, da parte mia, la fascinazione per un' avventura di cui m' interessa il tratto filologico. Il Flauto nacque come evento popolare, in un teatro non certo di corte; ed era nel parlato che s' affermava con forza l' elemento comico. Gli interpreti recitavano a canovaccio, con gag e volgarità, a cui s' alternava la musica. Vorrei rigenerare quelle condizioni: siamo in un teatro, ridiamo, e tra una risata e l' altra ecco irrompere la musica di Mozart, col suo oscillare tra dimensioni popolari ed alte sfere. Come risuonerà l' aria di Pamina quando si hanno ancora le lacrime agli occhi per il riso? è a scoprirlo che punta la mia versione".

Il sofisticato Baricco ricostruisce in effetti una cornice nella quale il Flauto ritrova una nuova dimensione: "In un paesino vagamente ottocentesco si deve allestire un' opera in occasione della visita di un dignitario. Un po' come se oggi arrivasse un direttore di marketing, e si volesse festeggiarlo con una serata in discoteca. Si convoca un impresario e ci sono anche un sindaco e un amministratore della compagnia teatrale, ruoli che in questa versione toccano ad attori. Lo spettacolo è Il Flauto Magico, la cui storia scorre identica all'originale. Solo che qui sarà inventata e commentata di volta in volta e sul momento dai personaggi aggiunti, in un intreccio di situazioni buffe, da commedia. Il sindaco segue lo sviluppo dello spettacolo, i cui interpreti sono gente del paese. Pamina è figlia del sindaco, la Regina della Notte è sua moglie, Monostato è figlio del becchino, Papageno è un casinista... E commentando e inventando si bisticcia e si discute, spesso confondendo la realtà con l'opera".

Difende l'operazione, il sovrintendente torinese e compositore Lorenzo Ferrero: "Ogni opera va pensata per il pubblico lì e ora, non in senso astratto. Interventi come quello di Baricco possono avvicinare alla lirica un pubblico nuovo". E cita Philip Gossett che gli disse che "esistono edizioni critiche ma non rappresentazioni critiche. Ogni messinscena è una ricreazione dell'opera fatta per il pubblico che si ha davanti".

Fortemente critico, invece, il violinista Uto Ughi: "Non solo non è lecito [riscrivere le parti recitate di un capolavoro come Il Flauto Magico]: è deviante. Mozart scrisse la sua musica in funzione del libretto che conosciamo. Se lo si cambia si rischia d'inquinare tutto. Non si può intervenire su opere concepite e maturate dall' autore insieme al librettista. D' altra parte in nome della novità oggi si ammette qualsiasi cosa, sempre per la paura di annoiare. Ma una grande opera annoia solo quando non è interpretata bene e gli interpreti non sono adeguati, non per colpa del compositore o del librettista."

L'opera va in scena al Teatro Regio di Torino dal 12 dicembre.

Estratti da un articolo di la Repubblica del 1 dicembre 2006.

Due appelli

Due appelli a sostegno delle attività musicali in Europa. Ci limitiamo a segnalarli a dare alcuni link utili.

Il primo: dall'Italia

Don Magnifico: "Parlate in punto e virgola, per carità!"
(La Cenerentola, Atto I, Scena II)

La materia è complessa e per spiegarla ricorriamo ad un articolo di Valentina Melis pubblicato dal Sole 24 ore il 17 novembre scorso. Tutto è cominciato da un punto e virgola...

L'appello di Cecilia Gasdia: musica verso la «parità» fiscale
di Valentina Melis

Ha mosso il viceministro dell'Economia, Vincenzo Visco, l'appello del soprano Cecilia Gasdia sull'Iva applicata agli spettacoli musicali (si veda «Il Sole24 Ore» del 15 novembre): aliquota agevolata del 10%, per l'orchestra che interpreta un'opera lirica, e aliquota ordinaria del 20%, per la stessa orchestra che si esibisca, senza scene, in un concerto. Secondo fontidel ministero dell'Economia, Visco ha messo al lavoro i suoi collaboratori per trovare una soluzione «nel modo più semplice e nel più breve tempo possibile». La strada scelta sarà quella di una norma interpretativa o di una nuova pronuncia dell'agenzia delle Entrate che consenta di superare la disparità di trattamento tra la lirica e l'attività concertistica.
L'occasione per intervenire non sarà con ogni probabilità la Finanziaria in discussione alla Camera, anche se, precisano le stesse fonti, «non è una questione di gettito, ma della corretta interpretazione di una norma, che va ristabilita».
Ad aver diviso,anche sul piano fiscale, opere liriche e concerti, c'è il punto e virgola introdotto dal Dlgs 60/99 (articolo 19), tra le parole «rivista» e «concerti vocali e strumentali », nell'elenco dei beni e dei servizi soggetti all'aliquota del 10%, fissato dal Dpr 633/72 sull'Iva (tabella A parte III).
Così, l'agenzia delle Entrate, con la risoluzione 83 del 2004, ha sostenuto che l'imposta agevolata potesse essere attribuita solo alle attività elencate prima di quel segno di interpunzione: «spettacoli teatrali di qualsiasi tipo, compresi opere liriche, balletto, prosa, operetta, commedia musicale, rivista ». Esclusi dunque, i concerti. Soggetti, anzi, ad accertamenti e verifiche dell'amministrazione finanziaria, gli artisti, i musicisti e gli organizzatori che negli anni precedenti avessero applicato l'aliquota agevolata.
Una scelta, quella dell'agenzia fiscale, in contrasto anche con l'orientamento comunitario, in particolare con la sesta direttiva del Consiglio europeo 77/388/Cee, sull'armonizzazione dell'Iva (si veda«Il Sole 24 Ore del lunedì» del 6 novembre).
I controlli iniziati dopo la risoluzione del 2004, hanno suscitato dunque la mobilitazione del settore musicale, che ha chiesto a gran voce un intervento politico. L'associazione Italia Festival e il «Comitato in difesa dell'aliquota agevolata» invitano ad esempio, attraverso i loro siti internet, chiunque fosse interessato al tema,a scrivere al ministro per i Beni e le attività culturali,Francesco Rutelli, via email, via fax o con una più tradizionale lettera, chiedendo un intervento «per riportare alla legalità l'aliquota Iva per gli spettacoli» ed evitare «che il mondo della musica sia messo in ginocchio per un errore di stampa». (Il Sole 24 ore, 17 novembre 2006)

Chi è interessato ad aderire, vada qui o qui.
La lettera di Cecilia Gasdia al Sole 24 ore si può leggere
qui.

Il secondo: dal Belgio

Questa settimana, il terzo canale della radio pubblica del Belgio francofono, invita i propri ascoltatori ad esprimere i propri interessi e preferenze, riempiendo un questionario accessibile nel proprio sito. A partire dal 2007, il nuovo palinsesto prevede di ridurre o forse sopprimere la trasmissione di informazione operistica De Vive voix condotta da Nicolas Blanmont, già critico musicale del quotidiano La libre Belgique.

Anche l'Opéra Royal de Wallonie di Liegi invita a sostenere De Vive voix, poiché trasmissioni come questa sono vitali per la conoscenza dell'attività del teatro.

Contrasti

Armonia: "Hundertwasser has drawn inspiration from Arabic music and the underlying harmonies of nature. In both of these fields, he relishes their apparent irregularities and accidental qualities." (David Thompson)


Friedensreich Hundertwasser, Waldspirale

(Darmstadt, domenica scorsa)

 

Cacofonia.


(oggi a Francoforte, Roßmarkt, verso le 13)

Barocchisti esperti

"Pour moi, la sonorité des baroqueux a quelque chose d'exotique..."
Gérard Mortier
(Diapason, ottobre 2006)

Piccolo florilegio di opinioni (fulminanti) di quattro grandi interpreti del repertorio barocco.

René Jacobs

«Quel che rende la musica essenziale, è l'inatteso: da una battuta all'altra, può cambiare, lasciare la strada che si pensava di aver preso. Se si dovessero bruciare tutte le partiture di Vivaldi per conservarne soltanto una di Scarlatti, non esiterei a farlo.»

Le Monde de la Musique, novembre 1998, a proposito dell'oratorio Caino o il primo omicidio di Alessandro Scarlatti

«Amo appassionatamente David et Jonathas, ed anche di più Medée [di Marc-Antoine Charpentier]. Per queste due opere, sarei pronto a sacrificare tutte quelle di Lully»

Classica/Répertoire
, settembre 2004

«In Händel, quando si guardano due battute, si sa più o meno come la musica continuerà.»
«... C'è qualcosa che non bisogna dimenticare anche se nessuno ne parla: [Händel] è un ladro!»

Crescendo
, aprile/maggio 2004

 

John Eliot Gardiner

«Vivaldi è capace di invenzioni di prodigiosa efficacia, ma le ripete fino alla nausea.»

Diapason
, décembre 2001

 

Nikolaus Harnoncourt

«Il rispetto di cui gode Lully supera la mia capacità di comprensione»

Classica/Répertoire, giugno 2004

 

Alan Curtis

«... Penso sia rendere un cattivo servizio a Vivaldi prendere un pezzo come Giustino, che persino gli appassionati considerano troppo lungo - ci sono in effetti troppe cose che non si sarebbero dovute conservare ...»

«... [La registrazione del Giustino di Esteban Velardi] non l'ho ascoltata, ma se mai trovassi tempo per farlo, non credo cambierei opinione ... Penso che sia bene per Vivaldi imporre dei tagli.»

Goldberg, dicembre 2003, a proposito dei tagli nella sua registrazione del Giustino

 

Trovate (e tradotte) nel Bêtisier de l'opéra baroque del Magazine de l'opéra baroque di Jean-Claude Brenac

I non-premi di Opernwelt all'Oper Frankfurt

L'ufficio stampa dell'Oper Frankfurt mestamente informa di non aver ricevuto nessuna nomination nella classifica della rivista Opernwelt. Però ci fa sapere che molte delle sue produzioni e di coloro che vi hanno contribuito hanno ricevuto almeno qualche voto dei 50 critici internazionali della giuria di Opernwelt.

Ecco tutti i non-premi dell'Oper Frankfurt:

  • la Frankfurter Museumsorchester è arrivata seconda nella categoria migliore orchestra con quattro voti
  • Il coro dell'Oper Frankfurt ha ricevuto due voti nella categoria coro dell'anno
  • Nella categoria miglior spettacolo dell'anno figurano Parsifal (quattro voti), Un ballo in maschera (due voti), La clemenza di Tito (un voto) e Combattimenti (un voto).
  • Nelle categorie migliori cantanti, hanno ricevuto due voti Michaela Schuster per Kundry nel Parsifal messo in scena da Christof Nel e Alice Coote per Sesto in La clemenza di Tito diretto da Christof Loy, mentre un voto è andato rispettivamente a Alexandra Lubchansky per Rosina nella Finta semplice e a Carsten Süß per Wenzel nella Sposa venduta.
  • Infine, un voto a Ilse Welter per i costumi del Parsifal.

Peccato! In effetti, quella trascorsa ce la ricordiamo come una delle migliori stagioni dell'anno ed il Parsifal di Nel avrebbe ben figurato nella lista degli spettacoli premiati.

Idomeneo a-islamico a Wiesbaden

Buone notizie per chi dovesse assistere stasera alla prima dell'Idomeneo di Mozart a Wiesbaden. Il sovrintendente Manfred Beilharz annuncia di non aspettarsi proteste da parte di islamisti.

Accogliamo la notizia con sollievo: dopo la cancellazione di Berlino, riusciremo a vedere finalmente il capolavoro mozartiano. E senza nemmeno temere qualche facinoroso nella elegante colonnata del teatro di Wiesbaden.

Notiamo solo che, con singolare decisione, Cesare Lievi, regista della produzione di Wiesbaden, non sfrutterà il tema islamista, di cui non si trova alcuna traccia nel libretto che Gianbattista Varesco scrisse per l'opera creata 98 anni dopo l'assedio di Vienna del 1683. Anche allora, quindi, Mozart e Varesco non sfruttarono la possibile occasione celebrativa per soli due anni.

Con una certa delusione (parlerà la stampa di questa non notizia?), andremo comunque a teatro, rassicurati almeno per la nostra incolumità.

Segue piccola antologia di grande voci.


Hildegard Behrens, "D'oreste d'ajace" (Elettra)
New York, Metropolitan Opera, 1982 (direttore James Levine)


Luciano Pavarotti, "Torna la pace al core" (Idomeneo)
New York, Metropolitan Opera, 1982 (direttore James Levine)


Carol Vaness, "D'oreste d'ajace" (Elettra)
Glyndenbourne Festival, 1983 (direttore Bernard Haitink)


Mariana Nicolesco, "D'oreste d'Ajace" (Elettra)
Staatsoper Wien, 1990

Gli oscar tedeschi della lirica 2005/06

Assegnati la scorsa settimana i premi della rivista Opernwelt per la stagione 2005/06, ossia gli oscar della lirica tedesca. Stoccarda fa man bassa. Ecco tutti i premi:

  • Teatro d'opera dell'anno: Staatsoper Stuttgart
  • Allestimento dell'anno: Alceste di Christoph Willibald Gluck, regia di Jossi Wieler e Sergio Morabito (Staatsoper Stuttgart)
  • Riscoperta dell'anno: Aeneas in Karthago di Joseph Martin Kraus (Staatsoper Stuttgart)
  • Creazione dell'anno: Ein Atemzug - die Odyssee di Isabel Mundry (Deutsche Oper Berlin)
  • Cantanti dell'anno: Catherine Naglestad e René Pape
  • Direttore dell'anno: Simone Young
  • Regista dell'anno: Sebastian Baumgarten per Orest di Georg Friedrich Händel  (Komische Oper Berlin)
  • Scenografo dell'anno: Anna Viebrock per Tristan und Isolde, regia di Christoph Marthaler (Festival di Bayreuth 2005)
  • Costumista dell'anno: Achim Freyer per Medée di Luigi Cherubini (Nationaltheater Mannheim)
  • Orchestra dell'anno: Staatskapelle Berlin
  • Flop dell'anno: Die Lustige Witwe regia di Peter Mussbach (Deutsche Staatstoper Berlin) e la stagione dell'Oper Köln, in particolare per Orphée aux Enfers regia di Bernd Weikl

Sex

Piccola antologia del sesso nelle scene d'opera (soprattutto in Germania).
Per le immagini forti, cliccate qui sotto solo se siete adulti. 

... [...]

Il regista e la spada del profeta

Da giorni i giornali tedeschi sono pieni delle polemiche scatenate dalla decisione della berlinese Deutsche Oper di cancellare dal cartellone Idomeneo che sarebbe dovuto andare in scena per poche recite dal 7 ottobre. Lo fa per non mettere in pericolo i lavoratori del teatro ed il pubblico che avesse voluto assistervi. E non solo lo cacella dalle scene, ma se se ne volesse trovare traccia nel sito, si sarebbe destinati ad essere frustrati: non esiste più nulla, come fosse l'immagine di un qualche vecchio amico in un album fotografico di Stalin.

Stupisce che una decisione così attenta verso un soi disant sentimento religioso arrivi comunque a quasi tre anni dal debutto dello spettacolo di Hans Neuenfels, quando, sia la reazione non proprio amichevole di critica e pubblico, a suo tempo avrebbe magari offerto una occasione meno attaccabile. O forse no, vista la sacralità del Regista da queste parti.

Il motivo: il buon re Idomeneo verso il finale arriva in scena con le teste mozzate di Buddha, Poseidone, Gesù e Maometto (l'ordine seguito qui segue l'età presunta dei quattro personaggi non la loro importanza).

Ma perché tanta furia vendicatrice? Potrebbe stupire il fatto che Idomeneo non si limiti a colpire Poseidone ma coinvolga anche altri tre sciagurati che con le sue tormentate vicende, per quanto se ne sa, c'entrano poco. Ma qui ci viene in soccorso il Neuenfels stesso: "Poiché milioni di morti sono da mettere sul conto dei conflitti di religione, abolirle tutte può essere una misura propedeutica alla pace" e, con indiscutibile coerenza, dichiara lui stesso guerra alle religioni.

Passi pure l'ingiusto attacco al normalmente pacifico Buddha, a Neuenfels avrebbe però giovato ascoltare almeno il monito di una delle vittime, fedelmente riportato dell'evangelista Matteo: Qui gladio ferit gladio perit.

È fin troppo facile attaccare la censura in qualsiasi forma si presenti, magri anche sotto lo spesso strato di cipria del politically correct. E, del resto, le critiche all'eccesso di zelo della sovrintendente Kirsten Harms non sono giustamente mancate da parte degli intellettuali e della classe politica.

Si pensi però un attimo al terribile dilemma del bloggista - megalomane nel suo intrinseco esibizionismo - che deve rispondere all'imperativo morale di documentare con una immagine il fatto di cui racconta: rispettare il sentimento religioso di milioni di cittadini di questo pianeta legittimando in tal modo la censura, o rivedicare con un gesto il suo diritto ad esprimersi liberamente? Ebbene: questo bloggista sceglie il secondo corno, sebbene ceda solo al buongusto e mostri qui sotto una immagine meno cruenta della produzione berlinese. Con le quattro vittime vive e, sembra, in ottima forma.

Come dire che alla fine della fiera il solo decapitato è il Neuenfels. Ah! se solo avesse letto Matteo...

Obbligatoria antologia in difesa della libertà di espressione:

Personalità ingombranti


Umiliata un paio di anni fa dal Covent Garden che la protesta per il fisico che mal si adatta al progetto registico di Christof Loy per l'Ariadne auf Naxos, il soprano americano Deborah Voigt decide di passare a mezzi drastici.

In lotta con problemi di obesità fin dall'adolescenza - umiliazioni a parte -  accusa problemi di diabete e di pressione alta nonché di dolori alle ginocchia, nel 2005 si sottopone ad una operazione di gastroplastica che le fa perdere 45 Kg di peso.

Eccola, fiera della sua linea, nel suo sito.

Riflessioni di Tim Ashley (The Guardian) sulla matroneity nell'opera qui.

(Fast) Gesamtkunstwerk

Ci rassicura la definizione di Jacqueline Ott di Gesamtkunstwerk nel Dizionario Internazionale dei Termini Letterari:

Richard WagnerGesamtkunstwerk. Sostantivo neutro tedesco, composto da Kunstwerk, "opera d'arte" e dall'aggettivo gesamt, "totale, completo, globale"; gesamt ha un significato molto generale che dipende dal contesto, da cui il possibile significato di "opera d'arte totale"; con una idea di comunione, di "ri-unione delle arti, fusione dei mezzi, e/o riunione di artisti per un fine comune". [...] Il concetto di Gesamtkunstwerk appartiene al dominio dell'arte e della filosofia europea, in particolare a quella tedesca del XIX secolo. A tale espressione diede rilievo Richard Wagner, cui se ne attribuisce la paternità (Das Kunstwerk der Zukunft, 1850). La stessa espressione fu impiegata da Richard Wagner soltanto due o tre volte nei suoi Saggi a proposito della tragedia greca. Wagner preferisce l'espressione Kunstwerk der Zukunft, "opera d'arte dell'avvenire". Osserviamo che non se ne fa alcun riferimento nel voluminoso Wagner - Lexicon di Glasenapp (1883).

Jonas KaufmannCi rassicura quando leggiamo quel che ci dice il tenore Jonas Kaufmann: «Per Tristan, [Domingo] ha registrato dapprima la sua voce e poi tutta l'orchestra, il coro e gli altri cantanti. Tutti sentivano la sua voce in cuffia.»

Se fosse anche solo stati sfiorati dal sospetto di tradimento delle intenzioni del compositore, ebbene non è così: non si tratta di tradimento ma di opera d'arte del futuro (o almeno della sua registrazione).

Ci rassicura ancora di più leggere il seguito della definizione:

[...] Per estensione, il termine potrebbe essere - ed è stato - applicato a genere composito verbale/visuale/gestuale/d'ascolto, ai grandi spettacoli multimediali della fine del XX secolo, ma l'espressione resta malgrado tutto legata alla sfera germanica ed europea.

Nella chiara notte d'estate, nel giardino con alti alberi davanti alla sua camera, Isolde, sola, ascolta il cd con la voce del suo amante.