
Il Teatro alla Scala fa di nuovo parlare di sé e non per ragioni artistiche. O almeno non sembra. Se il perizoma di Roberto Bolle nella recente Aida è stato assolto con formula piena, la mutanda di Berlusconi no e così il Candide allestito da Robert Carsen in coproduzione con il parigino Châtélet cade sotto la scure della gestione scaligera.
Censura? Nemmeno a parlarne: si tratta di pura questione di gusto. Come spiega Franco Zeffirelli: «[Nel Candide] c'era sì una satira del potere ma non in questi termini carnevaleschi. Lo scopo di una rappresentazione di questo genere qual è? perché ironizzare su personaggi importanti? Non lo capisco. [...] A meno che non ci sia la zampata di una grande personalità, questa forme di provocazione rimangono fini a se stesse. E tanti giovinastri non hanno di certo una tale statura. [...] Sono le solite cose di tanti cialtroni che con queste carnevalate si improvvisano registi».
Lissner spiega così la sua decisione: «perché non rientra nella mia "linea Scala", che punta a conciliare tradizione e modernità. E non tanto per la famosa scena dei capi di stato, in carica ed ex, messi in mutande da Carsen, ma per tutta una serie di altre ragioni, dagli interventi che Carsen ha voluto apportare al libretto, ad allusioni e situazioni di uno stile che, appunto, non si confà con quello della Scala». Allo stesso tempo, si dice aperto a trattare per adattare lo spettacolo al gusto del pubblico scaligero e, soprattutto, a quello degli amministratori scaligeri, fra cui la sindaco Moratti che dice di preferire "una via più tradizionale". Ma la satira resterà? «Vedremo. Discuteremo anche di quello. Ad esempio, se è il caso di tirare in ballo Berlusconi, che è l' unico ex capo di governo tra quelli che appaiono in scena».
Chiosa Michele Serra nella sua Amaca dela Repubblica di sabato 30 dicembre: "Con una sola decisione, Lissner è riuscito a segnare tre autogol. Il primo: confermare che l' autonomia dell' arte e la libertà d' espressione, qui da noi, vivono sotto il perenne schiaffo della politica (la Scala come la Rai, anzi peggio della Rai). Il secondo, rafforzare il sospetto di una gestione pavidamente conservatrice del maggiore teatro lirico del mondo, che va in deliquio per gli ori zeffirelliani e ha paura di una breve comica di tre minuti: sì al tanga di Bolle, no al potere in mutande, perché si sa che non tutte le chiappe sono uguali. Terzo, mettere in difficoltà Berlusconi, che fa (non per sua colpa) l'odiosa figura dell'intoccabile e soprattutto perde una delle ultime possibilità di essere raffigurato insieme ai veri potenti del pianeta."
Tutti commenti sono tratti da articoli apparsi il 29 e 30 dicembre in nel Corriere della Sera e La Repubblica.