«Perché da noi mancano festival come Avignone e Edimburgo?» si chiede Giorgio Albertazzi sul Corriere della Sera di oggi «Perché quando stiamo per farcela distruggiamo tutto. Vedasi Taormina, una sirena che non canta più: si son fissati sul cinema e hanno il più bel teatro antico all'aperto dopo quelli greci.»
Si parla ovviamente di teatro, ma non è che la situazione dei festival musicali sia poi così diversa, mancando una Salisburgo o una Bayreuth (e né la rinata Spoleto né l'imminente ROF di Pesaro possono competere).
Secondo Claudia Provvedini che firma l'articolo del Corriere sarebbero milleduecento le manifestazioni cultural-spettacolari in Italia durante l'estate, poco meno quelle di puro spettacolo. Numeri su cui Gabriele Lavia è drastico: «Sono contro i festival, anche quelli nei paesini che si arrabattano con qualche trovata, non hanno soldi, si legano alle amministrazioni ... per me ne basterebbero due.»
In curiosa sintonia, La Stampa di oggi pubblica un'intervista di Sandro Cappelletto al texano Barrett Wissman, azionista di riferimento della IMG Artists, una delle agenzie più potenti al mondo, con uffici a New York, Los Angeles, Londra, Parigi, Hannover, Lucca e Singapore, e ideatore del Tuscan Sun Festival. Nell'intervista Wissman dice la sua su come si diventa una star («C'è una differenza fondamentale tra classica e pop. Il 90 per cento degli artisti pop hanno carriere brevi, da due a cinque anni. I manager lo sanno benissimo e dunque vogliono tutto e subito. Sting e Madonna sono delle eccezioni. Un artista classico può restare sulla breccia anche cinquant'anni. Dunque se sei il suo agente, devi procedere con cautela, investire sul lungo periodo.»), sugli artisti italiani bamboccioni («Pietro De Maria è un eccellente pianista, conosciuto meno di quanto merita. Ma i ragazzi italiani devono osare di più, non fare i cuccioloni, imparare a proporsi meglio, soprattutto all'estero.») ed infine su cosa vuol dire gestire un festival musicale in Italia.
Il turismo internazionale è in crisi, quest'anno è il pubblico italiano a riempire il suo Festival.
«La più grande soddisfazione è aver costruito un pubblico qui, partendo quasi da zero. Un pubblico che sta diventando competente, esigente. Però gli albergatori devono capire una cosa: non possono chiedermi 180 euro per una stanza che l'anno scorso facevano pagare 100. Sono quasi 300 dollari, un prezzo da Manhattan. Non mi piace avere la pistola puntata alla tempia. Preferisco cambiare albergo, come ho fatto.»
Il suo Festival costa due milioni di euro. Gli enti pubblici contibuiscono con 75 mila. Perché ha deciso di perderci così tanto?
«Non so quanto a lungo continuerò. Devo ancora capire il vostro paese: il finanziamento pubblico allo spettacolo si riduce molto, però ci sono festival che continuano a spendere tantissimo. Se avessi il budget di Spoleto o di Torre del Lago, la bellssima Cortona diventerebbe la Salisburgo italiana, per quantità e qualità dell'offerta. Ho gli artisti per farlo.»