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Carsen porta a Venezia il suo Siegfried

La scène de la Fenice, c'est la moitié de celle de Cologne, donc j'ai dû changer beaucoup de choses. Je ne parle pas seulement du décor mais aussi de la façon qu'ont les personnages de se comporter entre eux, c'est beaucoup plus intimiste, ici. Pour moi, créer la tension sur le plateau pour qu'on soit présent dans les pensées des personnages, c'est la base de tout théâtre. Le public, qui ne devrait pas être là, ce quatrième mur invisible, participe. Le sens de la musique demande aussi la participation du public : dans Wagner, vous entendez un thème, un Leitmotiv, mais est-ce que ça décrit ce que ressent la personne qui chante ou est-ce que c'est l'autre personne qui l'éprouve ? Il y a des dizaines d'explications et toutes sont possibles. Il faut que le public écoute la musique d'une manière active et pas d'une manière passive. Peut-être tout le monde ne sera-t-il pas d'accord avec moi ou n'aimera-t-il pas forcément la manière avec laquelle je veux le faire, ce qui est normal, mais je n'aime pas du tout cette passivité du public qui existe parfois, quand il n'y a pas assez de tension entre les comédiens.
(R. Carsen)

 

Abbiamo notato poche differenze nel Siegfried visto ieri sera alla Fenice dopo qualche mese dalla maratona di Colonia. Di sicuro nello spazio scenico ridotto del teatro veneziano la scena di Patrick Kinmoth soffre un po' e perde un po' del respiro spettacolare (la foresta decapitata del secondo atto) e del grandioso senso di rovina (il salone con caminetto di Villa Walhalla) che si apprezzava a Colonia. Rimane però la forza irresistibile della messa in scena di Carsen, la cura del dettaglio scenico, l'estrema attenzione ai valori drammaturgici del testo wagneriano anche nella (apparente?) infedeltà alle prescrizioni del libretto.

Del cast di Colonia ritroviamo solo Stefan Vinke, festeggiatissimo dal pubblico veneziano già alla fine del primo atto e salutato da ovazioni alla fine dell'opera. Ritroviamo il suo Siegfried solido, senza troppe sfaccettature, eroe senza macchia e senza paura. Insomma, efficace e sicuro. Uno dei punti di forza della distribuzione veneziana, Susan Bullock soprendemente delude come Brünhilde: spesso in affanno, spesso inudibile nella massa sonora orchestrale, in difficoltà nella tessitura acuta (imperdonabilmente abbandonando il suo Siegfried al do del leuchtende Liebe, lachender Tod). Irriconoscibile rispetto ad altre sue prove anche recenti. Molto bene in compenso il resto del cast, di cui vanno citate le solide prove vocali di Wolfgang Ablinger-Sperrhacke come Mime e di Greer Grimsley come Wanderer (che tuttavia ci è sembrato poco "in parte", forse per l'età relativamente giovane). Efficaci comunque anche gli altri.

Magnifica la direzione di Jeffrey Tate, ricca di colori e di umori, intensamente lirica, appassionata e appassionante nel finale. Il suo merito è anche quello di far risplendere la normalmente opaca Orchestra del Teatro La Fenice, che offre una prova finalmente pienamente convincente con solo poche (e veniali) sbavature.

Il pubblico della prima di ieri sera decreta un successo incondizionato a tutti gli interpreti, accoglie con ovazioni Tate e Vinke, punisce severamente la Bullock con una salva di fischi, e accoglie festosamente Carsen.

Stupidario. Letto in un articoletto pubblicato ieri nel Corriere del Veneto: "Chi ha visto La Valchiria non può non avere ancora impressa nella mente la trovata registica di Carsen, che aveva suscitato qualche polemica per l'ambientazione in epoca nazista, ma che in alcuni momenti si sposava perfettamente con la musica". Ma ci vanno i cronisti a teatro?

Questo Siegfried lo si può ascoltare in diretta su RadioTre Rai mercoledì prossimo 20 giugno dalle 18.

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