publicopera

impressioni, incazzature, notizie di un curioso di musica italiano in Germania (ma anche in altri posti)

Pélerinage

Sta diventando un'abitudine quella del pellegrinaggio estivo a Bayreuth, quest'anno limitata al solo spettacolo novità: il Parsifal di Stefan Herheim. Sì perché da qualche anno Wagner pare sia poco più di un prestesto: protagonisti assoluti sono i registi. L'abbiamo visto su un po' meno di copertine di Katharina nel 2007, ma anche lui non scherza. E comunque Katharina con le sue trovate mediatiche (la nuova collana musicale per bimbi della Deutsche Grammophone, la propiezione su maxischermo dei suoi vituperati Meistersinger, la diffusione internet dello spettacolo) continua a tener banco in giornali e riviste anche quest'anno. Inutile dire che fra qualche mese, a meno di sorprese dell'ultimo minuto, si sceglierà chi guiderà il Festival dal prossimo anno.

Qualche impressione al volo raccolte nel lunghissimo pomeriggio parsifaliano di ieri.

Anteprima: Una fabbrica (solo) di sogni? 

Non l'avevamo mai notato ma il Festspielhaus sembra una fabbrica. Ha tutti gli elementi dell'architettura industriale della seconda metà dell'Ottocento. Un po' come la Gebrüder-Meisel Brauerei che sorge sull'altra collina, quella rossa, e che è stata costruita grossomodo negli stessi anni. Il Festspielhaus ha soltanto qualche elemento classicheggiante in più e qualche cinimiera in meno (ma la quantità di birra che vi circola è più o meno la stessa).

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Primo intervallo: nero bayreuthiano

Il nero va molto nei teatri tedeschi, ma specialmente qui a Bayreuth (è elegante, sfina, ecc.). Per i signori uomini pare sia di rigore, anche per i più informali (si tollerano sneakers, sandali, t-shirt e camice a manica corta purché di quel colore). Le donne ed i giornalisti si concedono qualche libertà: un giornalista americano sfidava la regola con il suo completo di lino bianco.

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Secondo intervallo: souvenir de Bayreuth

Ripensando al salisburghese Mozartwürst del duecentocinquantenario, tutto sommato a Bayreuth ci si modera. Anzi, sul marciapiede di fronte, la piccola costruzione ad un piano ospita un ufficio postale autorizzato a rilasciare annulli festivalieri, un negozio di cartoline che facilitano l'annullo e un piccolo discaio/libraio dedicato completamente al culto locale, ma che vanta anche delle piccole chicche. Per la prima volta ci abbiamo visto delle t-shirt (nere!) con citazioni del Maestro. Le cartoline comunque sembrano ancora in testa alle preferenze dei parsimonosi consumatori festivalieri.

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Epilogo: nel tempio

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Sembra una cafonata, ma il cuscino, almeno per la schiena, è un vero e proprio must. Soprattutto quando a dirigere il Parsifal chiamano Daniele Gatti: ci ha messo tutto l'impegno, ma è rimasto sotto di quasi 20' minuti al suo benchmark dichiarato, ossia Arturo Toscanini. Alla seconda recita pare abbia recuperato qualcosa, ma deve impegnarsi di più, se la Sacra Famiglia gli offrirà una seconda chance. Eventualità che una agguerrita ed aggressiva minoranza non auspica, a giudicare dai buh che gli ha riservato alla fine. Nessun altro si è meritato le contestazioni del pubblico, nemmeno Herheim che, incredibilmente, si salva benché non si possa davvero dire che abbia accontentato i palati più tradizionali. Nemmeno gli stendardi e le divise naziste che compaiono in scena alla fine del secondo atto hanno provocato reazioni visibili. Una teoria vuole che in realtà Herheim con la complicità delle mobilissime scene e degli specchi di Heike Scheele nonché delle luci psichedeliche di Ulrich Niepel abbia deliberatamente voluto stordire il pubblico per assogettarne la volontà. Più di uno spettatore del resto pare abbia affermato di aver gradito e molto lo spettacolo, ma di non aver capito si trattasse di Parsifal

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Il coro del Festival, festeggiatissimo dal pubblico

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Il Maestro Gatti davanti al pubblico.

Santo Stefan martire?

"Bimbi! Fate cose nuove! nuove! e ancora nuove! - se vi agrappaste al vecchio, vi afferrebbe il diavolo dell'improduttività, e sareste i bimbi più tristi."
Richard Wagner
in una lettera a Franz Liszt dell'8 settembre 1852

stefanherheim_450"Titurel, Gurnemanz, Amfortas, Klingsor e Parsifal sono raffigurazioni dell'umanità, che attraversando il confine fra spazio e tempo si abbattono l'un l'altro e si mettono in condizione di ottenere una redenzione. Kundry è la loro proiezione della femminilità, che in quanto altra deve essere sconfitta. Il punto non è l'emancipazione o la liberazione sociale realizzabile, ma piuttosto la redenzione, la concessione pietosa di una agognata salvezza attraverso una forza superiore.
Tutto questo sembra molto teorico - ma appena il sipario si apre, si è in un mondo magico di un racconto per bambini del 19 secolo, nel quale succedono molte cose inquietanti.
"

Così parla Stefan Herheim, regista dello spettacolo inaugurale del Festival di Bayreuth 2008.
Un altro martire del nuovo a Bayreuth?

La diretta dello spettacolo si può ascoltare su Bayern 4 Klassik dalle 16 di oggi.
Qui le altre dirette radio.

A Aix

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Non ha la produttività industriale del Festival di Salisburgo né il suo efficientismo teutonico. Il Festival di Aix come la città che lo ospita vive dei ritmi pigri del paesaggio mediterraneo e di un certo snobismo francese. L'organizzazione non è impeccabile, le informazioni sono fitrate (o almeno questa è l'impressione) e se conosci qualcuno che può darti una dritta è meglio. Il paesaggio è incantevole, la cornice di molti eventi è preziosa e la prossimità agli artisti è qualcosa che aggiunge calore ed umanità agli eventi.

Piccola cronaca essenziale di tre giorni di festival.

sabato 5 luglio: Mozart o Haydn?

Ufficialmente i biglietti per tutte le opere in programma nella serata sono esauriti. Non è chiarissimo però se la risposta è definitiva o se si può trattare, se ci si può mettere d'accordo o se il verdetto è definitivo. Non lo è e, grazie ad una gestione flessibile di rinuncie e cambi di programma, si riesce a trovare sempre qualcosa. Incertezza fra la mozartiana Zaide messa in scena dall'oramai anemico Peter Sellars (avrà ancora qualcosa di dire?) e L'infedeltà delusa con una compagnia di giovani guidati dal giovane direttore in ascesa Jérémie Rohrer è risolta pragmaticamente leggendo le critiche feroci che hanno massacrato il Singspiel mozartiano: vince Haydn sulla fiducia.

Il minuscolo spettacolo messo in piedi dell'Académie européenne de Musique prende vita sulla piccola scena incorniciata fra un grande platano ed un cipresso, montata nell'incantevole cortile dell'Hôtel Maynier d’Oppède. Opera molto di genere, senza dubbio le giova la cornice estiva e la freschezza dell'assortita compagnia. Colpiscono soprattutto la sicura professionalità di Claire Debono nei panni di Vespina (che per l'amore per il travestimento ricorda molto da vicino la quasi omonima Despina, ma con qualche dose di cinismo in meno) e il piglio brillante e preciso del giovane direttore. Ottima anche la 'sua' orchestra, Le Cercle de L'Harmonie. Spettacolino bistrattato da più d'uno fra il pubblico per via di qualche veniale scemenza e qualche caduta di gusto qua e là, ma in fondo che si poteva fare di più? (o magari qualcosa di meno avrebbe aiutato).

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Attesa per l'uscita del pubblico della concomitante Zaide per un'occhiata al famoso Théâtre de l'Archevêché, sede storica del Festival. Molti gli applausi e nessun dissenso visibile nel pubblico. Avremo fatto la scelta sbagliata?

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domenica 6 luglio: passioni (per lo più inedite) dusapiniane 

Come in tutti i festival si tende a far tardi. Qui ad Aix specialmente, cominciando gli spettacoli quando fa notte. La partenza il giorno dopo è sempre piuttosto lenta. Il giorno si annuncia sotto il segno del compositore francese Pascal Dusapin, con la pomeridiana della sua ultima opera Passion ispirata (d)a Monteverdi.

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Il pubblico aspetta sotto sole che M.me la Ministre (della cultura probabilmente) arrivi al Théâtre Jeu de Paume nell'angusta Rue du Théâtre, bloccata al traffico per motivi di sicurezza (pare davvero di essere chez nous...). Si comincia comunque in tempo.

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Due personaggi (Lei e Lui) e gli altri, che osservano, commentano e ripetono le frasi spezzate e ripetute dei due protagonisti. Frammenti testuali di un discorso amoroso che è anche un combattimento. Monteverdi è una presenza invisible ma latente che rivela la sua presenza nelle schegge di testo (in italiano) assemblate dallo stesso Dusapin, nelle reminiscenze strumentali più che musicali, nell'essenzialità del discorso musicale. Musicalmente, Dusapin impone ai suoi cantanti una linea melodica di estrema semplicità e suggestione, che il piccolo complesso strumentale (il sempre impeccabile Ensemble Modern diretto da Franck Ollu) accompagna quasi come un basso continuo, che si trasforma incessantemente in continue evoluzioni timbriche. Con i suoi elaborati melismi la bionda sirena Barbara Hannigan incanta Georg Nigl e lo rifiuta, nella scena vuota firmata da Giuseppe Frigeni con pochi segni fortemente evocatori (l'acqua, una grande conchiglia, un albero/diapason). Il pubblico resta fino alla fine, qualcuno protesta (chissà perché), ma l'accoglienza è calorosa per tutti.

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La giornata dusapiniana non è finita: continua alle 22 con l'esecuzione dei quartetti per archi n.1, 3, 4 e 5, di nuovo all'Hôtel Maynier d’Oppède. Pochi (ma buoni?) gli spettatori.

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Malgrado siano stati composti nell'arco di oltre vent'anni, Dusapin esibisce una sostanziale fedeltà ad un linguaggio che è rimasto inalterato alla base e a partire dal quale sperimenta nuove soluzioni armoniche e ritmiche. L'esecuzione del Quartetto Diotima è quanto di meglio si possa sperare per restituire con la necessaria precisione e chiarezza le complesse strutture compositive. 

lunedì 7 luglio: splendori e miserie del Festival di Aix

Attività collaterale, ma non troppo, in mattinata: la bella mostra 60 ans, 60 photos al Pavillon Vendôme.

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60 foto che illustrano la storia del festival dal badacchino della piccola scena montata nella Cour de l'Archevêché fino alla Walküre del 2007 nel nuovissimo Grand-Théâtre de Provence. Come un bel film, la mostra ci racconta di un piccolo festival dalle grandi ambizioni, ci mostra i grandi che sono passati di qua, l'evoluzione dei gusti, la grande scoperta del barocco in anticipo sui tempi.

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Il cortile dell'antico arcivescovato di Aix, scelto come sede degli spettacoli nel 1948
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Die Entführung aus dem Serail (1962)
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Il festival si democratizza: il concerto di Ella Fitzgerald nella Place de Cardeurs (1975, altri tempi)

Ritiro "spirituale" necessario prima di affrontare la maratona della terza tappa dell'Anello del Nibelungo voluto da Stéphane Lissner, ai tempi della sua reggenza ad Aix. Dalla scorsa edizione l'Anello si è trasferito nel tecnologicamente più accogliente Grand-Théâtre de Provence, edificio firmato dall'architetto Vittorio Gregotti, in un nuovo quartiere continguo al nucleo antico della città di Aix. È un edificio piuttosto gradevole con i suoi colori mediterranei, le ampie terrazze da cui si godono dei begli scorci sulla città e la sua ampia sala molto funzionale (almeno dalla platea; molti spettatori nelle gallerie devono alzarsi in piedi per vedere la scena).

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Stéphane Braunschweig e Simon Rattle guidano un cast con poche ma significative modifiche rispetto alle tappe precedenti: tornano Willard White (Wotan), Dale Duesing (Alberich), Anna Larsson (Erda) e Burkhard Ulrich (Mime). Al debutto Ben Heppner come Siegfried (un vero debutto, nonostante il solido curriculum wagneriano) e Katarina Dalayman che sostituisce Eva Johansson, la Brünhilde (non memorabile) della Walküre. Tornano anche i Berliner Philharmoniker, senza alcun dubbio i più entusiasmanti della nutrita compagnia. Rattle continua a sorprendere per lo più on the downside. Ben Heppner ha un bell'inizio ma frana sul finale con seri problemi di emissione e di intonazione, quando Rattle mosso a pietà ce lo nasconde all'udito con uno dei finali più assordanti che ci sia mai capitato di ascoltare in quest'opera. Katarina Dalayman non si ricorderà per introspezione di canto (ma che poteva fare?). Invece Burkhard Ulrich si impone su tutti come uno dei Mime più interessanti e riusciti degli ultimi tempi (decisamente dispiace che sia lui a soccombere a Notung...). Nella regia Braunschweig non abbiamo visto lampi di genio, ma nemmeno cadute clamorose. Un po' dispiace che sia l'unico a venire redarguito da una parte del pubblico, che invece, inebriato dal tifone di decibel evocato da Rattle, si scatena in entusiasmi degni davvero di miglior causa.

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Appuntamento al 2009?

Wagner senza più ideologie?

Una bella regia di David McVicar per la produzione di Walküre dell'Opéra national du Rhin di Strasburgo che ha debuttato venerdì scorso. Vista e criticata da pp.

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Dei, uomini e bestie per un Wagner disideologizzato 

Non è il day after dell'olocausto nucleare. Non c’è la rivoluzione industriale. Niente lotta di classe nè maggio ‘68. Non si indovina il nazismo montante, nè lo stato imperialista. Non c’è neppure global warming nè disastro climatico. C’è solo Wagner.
Una storia dal respiro epico e nello stesso tempo umanissimo. Luci, scene, gesti pieni di suggestioni; e curiosi tentativi protowagneriani, quali quello di fare irrompere in scena scalpitanti cavalli a ritmare con lo zoccolo la cavalcata delle valchirie (viene in mente il virgiliano sonitu quatit ungula campum). Ok, trattasi di ballerini dotati di strane protesi alla Pistorius che li fan metà cavalli e metà satiri, ma l’effetto è sorprendente. Un povero dio dall’apparato ancora grandioso, ma che, avvolto nelle sue contraddizioni, perde pezzi fino a diventare letteralmente nudo come il re di Andersen. E che annuncia nella scena finale il suo farsi Wanderer nella prossima giornata. Così come nel finale dell’Rheingold (nella scorsa stagione) i luminosi Asi anziché salire al Walhalla, ci scendevano, annunciando già la loro caduta.


walkuere_strasb05_360Un vero frassino primordiale nella penombra della casa di Hunding per gli amori di Siegmund e Sieglinde , l’umanissima – seppure eroica – coppia di fratelli amanti, sorretti dalle splendide voci di Simon O’Neil (vera scoperta della serata: da quanto tempo si attendeva un bel tenore wagneriano!) e di Orla Boylan. Commoventi e credibili come non si ascoltavano da tempo i duetti (Siegmund-Brünhilde, Brünhilde-Sieglinde, Brünhilde-Wotan) per gli accenti, l’attenzione al gesto, l’accordo con la musica, e l’astrazione delle scene, suggestive ma prive di orpelli e distrazioni.

Cast di cantanti complessivamente di buonissimo livello. Perdonabili il direttore Letonja, che pareva molto preoccupato dell’equilibrio voci/orchestra nella pessima acustica del teatro di Strasburgo, e Jeanne-Michèle Charbonnet che, seppure debole sugli acuti, ha interpretato magnificamente una Brünhilde di commovente umanità.
Insomma, per dirla con Verdi, per fare il nuovo, occorre tornare all’antico! Che sia il nuovo trend della regia Wagneriana?

Grazie pp!

I tasselli (in HD) del Tristano

Prima un virus che costringe il coprotagonista Ben Heppner a rinunciare alla recita del 10 e a cancellare le tre recite del 14, 18 e del 22 marzo, poi il licenziamento del sostituto John Mac Master che è sostituito da Gary Lehman, poi Deborah Voigt che lascia a improvvisamente la scena all'inizio del duetto con Tristan nella recita del 14 marzo per disturbi intestinali (sostituita dal doppio Janice Baird), ed infine una botola che non si chiude nel terzo atto e che provoca una brutta caduta al tenore Lehman il 18 (senza conseguenze).

Non si sa se anche il Tristan fa parte delle opere dalla fama sinistra, ma alla fine ce l'hanno fatta ad andare in scena per la diretta in alta definizione ieri pomeriggio alle 17:30. E a giudicare dai risultati, pare che il peggio sia oramai alle spalle e che la Metropolitan Opera possa sperare di concludere tranquillamente le ultime due recite, per le quali è previsto (o almeno fino a ieri lo era) il ritorno di Heppner.

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Ieri pomeriggio invece il cast prevedeva la sicura presenza (senza fughe) della Voigt, perfetta Isolde nella sua prise de rôle, e Robert Dean Smith come Tristano, che svolge diligentemente il ruolo con solo qualche incrinatura nell'infinito duetto del secondo atto. E si capisce che Debbie Voigt ha ragione quando dice, spiritosamente, che deve solo cercare di baciare l'uomo giusto ad ogni recita... Bravissima, forse anche più che alla Scala, ci è sembrata la Brangäne di Michelle DeYoung (che è pure bella, dettaglio che sfuggiva alla Scala, costretta da un makeup che non le rendeva giustizia). Infallibili le prestazioni di Matti Salminen (König Marke) e Eike Wilm-Schulte (Kurwenal) ma anche il baritono Stephen Gaertner come Melot si fa notare.
Dirigeva con la tradizionale, solidissima professionalità un James Levine in gran forma e bravissima anche l'orchestra del Metropolitan (sospettiamo simpatie della regista tv per il primo oboe inquadrato continuamente).

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Spettacolo molto sobrio, quasi spoglio di Dieter Dorn con scena essenzialissima "alla tedesca" di Jürgen Rose, che disegna anche i costumi barbarici (immaginiamo che doppiopetti e tenues de soirées sarebbero inaccettabili ai patrons del Met) con parrucche fra Bravehart (composto) e influssi samurai. Per la cronaca, al Dean agonizzante si impiglia un ciuffo in una fibbia della giubba del Kurwenal e finisce spettinato la recita.

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Regia televisiva impossibile con abuso di effetti elettronici per compensare la percepita assenza di azione, scomposizione delle immagini in tasselli e continua ricerca del movimento (una vera ossessione!), come di qualcuno che avesse appena scoperto un giocattolo nuovo. Obbligatorio affidare questo incarico a non creativi!

Giornate di festa a Berlino

Berlino, sabato 15 marzo: alla Staatsoper si inaugurano i Festtage, vero e proprio festival personale del Generalmusikdirektor ocale Daniel Barenboim. Va in scena Il giocatore di Sergej Prokofiev, titolo insolito per la seconda coproduzione con La Scala, dopo un non troppo amato (almeno a Milano) Don Giovanni qualche stagione fa.

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Pubblico numeroso ed elegante, tappeto rosso su Unter den Linden, attesa.
Molte le telecamere, anche nella sala. Insomma, sembra di essere ad una vera prima (non è sempre così nei teatri tedeschi). Sarà l'effetto della collaborazione con la più modaiola Scala?

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Puntuale alle 19 il sipario ... si abbassa. Già perché entrando in sala la scena già si mostra al pubblico: la hall qualsiasi di un hotel qualsiasi. Asettico, ordinato, gente che va gente che viene.
Entra Barenboim in buca ed è già festa: molti applausi, qualche bravo. Si rialza il sipario e si comincia.

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Lo spettacolo (bello) di Tcherniakov, la brillante direzione musicale di Barenboim, i bravi interpreti convincono pienamente il pubblico.
Ovazioni e numerose chiamate a tutti gli interpreti per oltre 10'.

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Appendice: il giorno dopo

Alle 16 si torna in scena: Die Meistersinger von Nürnberg.
Meno di 24 ore e Barenboim è di nuovo in buca al comando della sua Staatskapelle Berlin.
Travolgente l'ouverture, solo qualche segno di stanchezza e piccola defaillance nell'orchestra durante le quasi sei ore di durata dell'opera. Barenboim infaticabile guida tutti con autorità ed entusiasmo contagioso.
Cast di grande rilievo: il James Morris, wagneriano di lunghisimo corso, è un Hans Sachs solido con solo qualche cedimento e segno di stanchezza che recupera sul finale risolto con sicurezza e autorevolezza. Un cast formidabile con grandi voci anche nei ruoli minori festeggiatissimo dal pubblico entusiasta: René Pape (Veit Pogner), Dorothea Röschmann (Eva), Burkhard Fritz (Walther von Stoltzing), Hanno Müller-Brachmann (Fritz Köthner). Solo il David di Florian Hoffmann, non completamente all'altezza, è sanzionato da una parte del pubblico.
Lo spettacolo di Harry Kupfer invecchia bene nella sua essenzialità (processione dello Johannistag a parte, esageratamente folcloristica), anche se certi eccessi recenti lo fanno sembrare uno spettacolo archeologico a poco più di dieci anni dal battesimo.

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Musicisti e istrioni

Un olandese chief executive del secolo XXI impegnatissimo in viaggi di lavoro. Un padre che è anche un manager aggressivo, ossessionato dal denaro e che arriva a vendere la figlia. Un gruppo di donne pettegole che sognano che i propri uomini riempiano la loro vita e i loro frigoriferi di alimenti (e più di 10 elettrodomestici si vedono contemporaneamente in scena). Un tumultuosa festa sulla spiaggia che termina con i due amanti che si allontanano fra l'immondezza unendo i loro cammino esistenziale verso la morte.

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È il Fliegende Holländer secondo Calixto Bieito, andato in scena alla Staatsoper di Stoccarda lo scorso gennaio. A Stoccarda Bieito è ormai di casa (ne ha anche rifiutato la direzione offertagli nel 2004 per non lasciare la sua Catalogna).

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Note le sue incursioni nel teatro verdiano ("Es cierto que con Verdi tengo química, pero todavía no puedo decir mucho acerca de la química que puedo tener con Wagner porque justo empiezo a introducirme en su obra como director de escena.") - diventò famoso dopo lo scandalo del suo Ballo in maschera al Liceu di Barcellona - puccinano e mozartiano (il suo Ratto dal Serraglio continua a tenere il cartellone alla Komische Oper a quattro anni dalla prima).

Wagner è un debutto. "Cuando tenía 18 y 19 años Wagner me fascinaba de una forma irracional. Hablo sólo de la parte musical. Me hacía sentir en el abismo, cerca de Dios. Pero ahora, con 44 años, la sensación es diferente. Musicalmente, el aprecio por la música de Wagner no ha variado, otra cosa es el personaje y todo su entorno. El mismo Richard Wagner ya es un personaje bastante conflictivo, por decirlo de una forma elegante. No me gusta todo ese autobombo fabricado por él mismo y por su entorno. Detesto a los artistas que acaban convertidos en dioses. Tengo ciertos problemas con la divinidad, con los mitos. No me gusta que al público se le pida que tenga fe."

Sulla genesi del progetto, Bieito racconta: "Me dejé arrastar e hice un primer proyecto sobre El holandés errante terriblemente influido por lo que había leído, por el concepto de artista del futuro, por todo el arte wagneriano. Lo presenté en la Ópera de Stuttgart y me lo aceptaron, evidentemente. Pero pasado un tiempo, al repasarlo, me pregunte: ¿qué estoy haciendo? Todo esto está equivocado. No reconocía en aquel proyecto la obra. Cuando lo hice estaba pensado en otra cosa. Wagner se había comido por completo la ópera. Y volví a empezar desde cero haciendo un nuevo proyecto, porque el encargo que había recibido era el de dirigir El holandés errante y no toda la obra de Wagner. Así que me centré en la obra, en buscar qué significaba para mí y para el público actual y cuál era el lenguaje que mejor le iba. Pensé mucho en los muchos significados que la palabra "errante" tiene en castellano. Y me pareció que un europeo occidental perdido era, visto desde nuestro presente, el holandés de la obra." Infine il progetto registico. "En la producción me centro en el personaje del holandés por encima de los demás. Y lo veo en esta especie de purgatorio pseudodepresivo y melancólico al que la sociedad actual echa a los que considera como residuos económicos, personas inservibles que crea la economía actual. Entonces leí La corrupción del carácter de Richard Sennett, y vi al holandés de la ópera en ese ejecutivo que ha perdido sus referencias, que busca esperanza, solidaridad, ternura y amor. Trato de mostrar de una forma humana el mito del personaje."

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Bieito non si fermerà lì. A Stoccarda si annunciano un Lohengrin nel 2009 e un Parsifal nel 2010.

Il making of della produzione.

Notizie tratte da El mundo e una intervista di El Pais.

Altri anelli

Il Ring der Nibelungen di Wagner è decisamente di moda.
A Bonn lo scorso 16 dicembre è andata in scena una versione musical scritta da Frank Nimsgern e messa in scena da Christian von Götz. Non per puristi, ma (dicono) per appassionati del genere.
Si replica fino al 10 giugno.

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Il buono: Sigfrido

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Il cattivo: Alberich

Il trailer dello spettacolo

Se ne è parlato anche in tv.

Il Mariinsky sbarca a New York

Corrispondenza da New York per un Rheingold + Walküre, evidentemente non troppo riusciti, con i complessi in trasferta del Mariinsky diretti da Valery Gergiev.

Overall – competent – no more.
I hesitated for a long time before buying tickets. I am familiar enough with Gergiev’s work, so I did not expect something special. I finally decided to get tickets because I have not been to a
Ring cycle since 1998.
The orchestra – good. Not a rich, dark sound. The Met orchestra does it much, much better. Gergeiv – got through it OK. No special shaping of the music, not much inner drama or excitement.
Vocalists. The Loge-outstanding. Wotan-again, competent. No special vocal presence or projection. Same with Brünnhilde – her top notes on
Hojotoho were whoops up to a pitchless shriek. I wanted to laugh out loud. It reminded me of Florence Foster Jenkins. Otherwise, she was not bad, neither was she particularly good. Sieglinde has no lower range so her narrative “Der Maenner Sippe…” was inaudible. The upper range was loud, in tune and ugly. The Siegmund’s voice, poor thing, barely lasted through the first act. Winterstuerme had absolutely no line or lyricism – but he moved his hands in a most expressive way. The last scene of act one, one of the highlights of the Ring, was simply vocal disaster.
As for the sets, I have given up trying to make sense of modern Wagnerian stagings. It was no better or worse than things I have seen at Bayreuth. I thought it ridiculous that the
Times critic spent so much time on the construction of the sets. So it’s a touring production, so they had a low budget, so what? Most of it made no sense, but I’d rather see a staged production than a concert performance. At least there is movement and some sense of drama imparted. If the singers had been special it would have mattered less.
But the music – it always gives me Gänsehaut. It is indestructible and irresistible – but you already know that and feel the same way.
I must say, that I was not at all disappointed, because I expected no more, although, of course, one always hopes for some special, unpredictable spark. In this case the music alone provided that.

On to Siegfried and Goetterdaemmerung.

Well, the last half was quite a different animal from the first.
During the intervening week the Kirov company had played though a complete cycle, and picked up on the acoustics of the full house, and learned how to project into the space. 
They were also over the opening night jitters, and probably had some rehearsals as well.  As soon as Siegfried  began, the sound had a fullness and balance that were not present at the beginning.
The Siegfried, Victor Lutsuk, was one of the best I have heard.  He sang the role right up to the end, as opposed to barking and straining.  The Brunhilde, Olga Sergeeva, still has her shortcomings, but she became better and better, reaching her peak in the scene with Waltraute, but still having enough for a creditable job in the Immolation scene. I now wish I had gotten tickets for both Ring cycles.  Next time such an opportunity occurs, I will not be burdened with the necessity of going to work!! 
I should also mention that the lighting was superb throughout, and was very effective in heightening the drama.

Thank you very much, Marc!

PS. La scena sopra ricorda tremendamente quella (terribile) del finale del secondo atto della recente messa in scena della Fura dels Baus, soltanto vagamente più sobria.

 

Nelle migliori famiglie...

Da anni se ne parla, ma quest’anno più che mai da queste parti è dientato il tormentone dell’estate: chi succederà al vecchio Wolfgang Wagner al timone di Bayreuth? A pochi giorni dall’inaugurazione del Festival wagneriano 2007, più che di eventi artistici, non passa giorno in cui giornali non parlino di questioni dinastiche in seno ai Wagner.

Il settimanale Die Zeit soltanto un paio di settimane fa ha dedicato all’annosa questione due lunghi e provocatori articoli – uno di Claus Spahn e un altro di Volker Hagedorn – dedicati al tormentone dell’estate. Carine anche le foto che documentano l’articolo.

Album di famiglia di Wolfgang


Il figlio di Richard: Siegfried con la moglie Winifried e i figli Friedelind, Verena, Wieland e lui, il nostro Wolfgang.


I due fratelli Wieland e Wolfgang (a destra) fotograno Adolf Hitler a Villa Wahnfried nel 1934.


Villa Wahnfried bombardata dagli alleati nel 1945
(si dice sia stato l'unico edificio danneggiato a Bayreuth. Un caso?)


Wieland mentre prova il Tannhäuser nel luglio del 1961


Il trionfo di Wolfgang: Gwyneth Jones, Patrice Chéreau, Wolfgang e il figlio Gottfried festeggiano il Ring del secolo nel 1976.
(Gottfried sarà ripudiato per lo scomodo Il crepuscolo dei Wagner)

Le eredi

Questa è la situazione post-Richard:


[L'albero viene dall'articolo di Die Zeit. Uno un po' più leggibile si trova qui oppure qui]

Ramificazioni a parte, non è un mistero oramai per nessuno che le preferenze dell’ottasettenne Wolfgang - monarca incontrastato da oltre quarant’anni – e della seconda moglie, la potente Gudrun, vanno alla figlia di secondo letto Katharina. Le altre due candidate “interne” comunque non demordono: l’altra figlia Eva e la nipote Nike. E quest’ultima non perde occasione di provocare la destra wagneriana.
Mentre la cugina Katharina assai diplomaticamente sostiene che «si sente dire spesso che Bayreuth funzionerebbe solo col nome Wagner. Noi diciamo piuttosto che se un Wagner non è qualificato per Bayreuth, allora di sicuro Bayreuth non funzionerebbe. In tal caso, sarebbe il caso di affidare l’incarico al signor Rossi o al signor Bianchi, anche se il binomio Bayreuth-Wagner resterebbe certamente la soluzione più attraente e più efficace» e ribadisce di fatto che se non sei un Wagner non se ne parla, la ribelle Nike - direttrice artistica del prestigioso Kunstfest di Weimar - sostiene che «il corpo Bayreuth non si danneggia, se si pompa del sangue estraneo nelle sue vene.»
In un articolo pubblicato ieri nel berlinese Tagesspiegel, Nike mostra di avere le idee chiare per quanto riguarda il profilo del prossimo direttore: «Deve portare una lunga esperienza in campo operistico, teatrale e artistico, deve avere una levatura internazionale, deve avere uno spirito aperto, fantasia, sensibilità artistica ed un po’ di follia – e deve avere il fegato di andare controcorrente.»
Quanto al suo progetto artistico presentato nel 2001, Nike si si dichiara soddisfatta poiché «è una bella ricompensa ai miei sforzi che mia cugina Katharina se ne serva ancora quando le vengono rivolte domande sul suo progetto per il Festival.» Carina, davvero!


Battaglia di dame: Katharina, Eva e Nike.

Ma chi decide?

Decide una Fondazione costituita nel 1973, che deve innanzitutto garantire la volontà del nume di Bayreuth: il Teatro del festival deve servire "unicamente all’esecuzione delle opere di Richard Wagner".
Concretamente, il consiglio della fondazione è formato da 24 membri. La Confederazione (Bund) e la Baviera, che contribuiscono al bilancio del Festival in maniera sostanziale, contano su 5 voti ciascuno. I quattro rami della famiglia Wagner hano dirito ognuno ad un rappresentante. Il comune di Bayreuth ha 3 voti, la Fondazione Stato Bavarese, la provincia della Franconia superiore e la Compagnia di Bayreuth hanno 2 rappresentanti ognuno, ed infine uno ne possiede la Fondazione della Franconia superiore.
Il consiglio della Fondazione decide anche sulla direzione del Festival, che è destinata in linea di principio ad uno o più componenti della famiglia Wagner. Nel 1999, la Fondazione ci aveva provato a indicare il successore dell’allora ottantenne Wolfgang. Dopo quasi due anni di discussioni, Wolfgang aveva spuntato un contratto a vita. Se ne andrà davvero a settembre?

P.S. In questo paese si dice che gli abitanti della Franconia siano degli intriganti. C'è da crederci?

Il bell'articolo A Bayreuth l’eredità più che sacra è inciucio di Sergio Sablich (giornale della musica, febbraio 2001) si può recuperare qui.

Ultim'ora: altro articolo oggi sulla Frankfurter Rundschau 

 

Svalchiria

Cronaca di una serata passata davanti alla tv (e nemmeno la stessa) per la diretta da [...]

Cronache berlinesi

Cronache essenziali di quattro giorni (musicalmente) intensi passati nella capitale federale.

venerdì 29 giugno: Parsifal o del viaggiare nel tempo (ed anche, almeno un po', nello spazio)


Routine di lusso per questo Parsifal che arriva quasi alla fine della stagione della Staatsoper di Berlino. L’interesse rimane comunque alto per uno spettacolo che è in circolazione da un paio di anni e che vede poche modifiche rispetto alla compagnia della prima. Come alla prima, dirige Daniel Barenboim, mentre del quintetto dei protagonisti vocali si ritrovano Burkhard Fritz come Parsifal, Michaela Schuster come Kundry e René Pape come Guremanz.

Non cambia ovviamente lo spettacolo montato nel 2005 da Bernd Eichinger, più noto come produttore cinematografico di successo (Il profumo, La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler, Il senso di Smilla per la neve, Il nome della rosa, Christiane F. e giù fino al wendersiano Falso movimento). Criticatissimo al debutto di due anni fa, in realtà Eichinger mette assai poco di originale nella sua concezione scenica a parte coordinare i movimenti scenici, peraltro piuttosto scarsi. L’unico tocco personale, è una abbastanza inspiegabile cavalcata nel tempo nel corso dell’azione che però offre l’occasione per mostrare dei set cinematografici, fra l’ovvio e l’oscuro, complessivamente gradevoli all’occhio: la foresta vergine dell’inizio, esotismo arcaico alla Indiana Jones per riti celebrati da Amfortas, sensuali architetture orientaleggianti per la dimora di Klingsor, una lurida periferia di Manhattan per l’apertura del terzo atto e immagini cosmiche per la celebrazione del finale.

Sul palco, una compagnia entusiasmante anche nei ruoli minori. Dominava su tutti la stupenda prova di René Pape come Gurnemanz: basso dal timbro pieno e dal colore di ammirevole omogeneità in tutti i registri, nonché interprete di irresistibile fascino. Insolitamente sottotono Roman Trekel come Amfortas, grande attrice come sempre Michaela Schuster nei panni di Kundry, un po’ impacciato ma vocalmente ineccepibile il Parsifal di Burkhard Fritz, efficace anche se non memorabile il Klingsor di Christof Fischesser. Daniel Barenboim dirige con energia e convinzione la smagliante Staatskapelle Berlin e trasmette il suo grande entusiamo al pubblico che risponde con travolgente entusiasmo. Come fosse una prima.

domenica 1 luglio: Il paese del sorriso o “Dein ist mein ganzer Schmerz”


Fino a che punto ci si può spingere con l’operetta per restituire uno spessore che (probabilmente) non ha? Peter Konwitschny ci prova alla Komische Oper con Das Land des Lächelns (ossia Il paese del sorriso) di Franz Lehár. Sarà la nostra scarsa simpatia per le operette, ma ci sembra che il gioco non valga davvero la candela.

 
 

Konwitschny però ci crede e ci si mette di impegno a smontare un meccanismo che è fatto di una abbondante quantità di melassa, un pizzico di divertimento, una spolverata di esotismo (qui, piuttosto abbondante). Perché, particolarmente nella Prussia protestante, occorre soprattutto espiare e non si può concepire la leggerezza gratuita. Intendiamoci: fin dal libretto, che racconta abbondatemente delle simpatie di Adolf Hitler per Franz Lehár (pare ricambiate) e del contesto storico bellico attrono alla composizione del lavoro, materia per una lettura 'antioperettistica' sembrano esistere ed in abbondanza. Ma tutto ciò sembra interessare poco Konwitschny, che invece pare si concentri a smontare il giocattolo e a mostrarci le molle, le imbottiture posticce, la fragilità dei meccanismi che lo costituiscono. Salvo che, in questa opera di smontaggio, ci si accorge che non rimane davvero nulla e che il nobile tentativo di Kowitschny è destinato a tradursi in eccessi di fastidioso didascalismo (il balletto dei capi di stato/grandi dittatori di mille anni di storia euroasiatica, la Cina maoista dello zio di Sou-Chong), di politica a buon mercato (il protofemminismo d'accatto, il coro delle migranti profughe che accompagnano Lisa nel suo ritorno a Vienna), di perdita di senso oramai diventata di moda (il gratuito massacro finale dei protagonisti, che ricordava, tuttavia senza averne la stessa efficacia, il finale 'in minore' della mozartiana Entführung dell'Oper Frankfurt secondo Christof Loy di un paio di stagioni fa). Quel che lascia un vago senso di delusione, alla fine, è che non si può nemmeno dirne male, giacché il tutto rimane sostanzialmente estraneo al contesto, che, per il resto, continua ad essere fatto di scintillanti melodie, sentimentalismo ipertrofico, di scherzi come da copione.

      
I capi di stato: Adolf Hitler, Napoleon, Stalin, Bush, Bokassa, Cesare, Ivan il Terribile

Interpreti funzionali, buon coro e orchestra in gran forma, tutti valorizzati da un energetico Kirill Petrenko che non sembra curarsi troppo, dalla buca, di quel che avviene in scena e dirige con grande convinzione e con rigoroso rispetto (fin troppo) la partitura di Lehár, così come è scritta.

E chi si aspettava lo scandalo, o almeno una reazione forte da parte del pubblico era pure destinato ad rimanere deluso: oramai anestetizzato da una provocazione che è diventata stile, il pubblico applaude convinto, apprezzando le melodie immortali e divertendosi al grottesco balletto dei dittatori più celebri della storia dell’umanità.



Valchirie da joystick

Nel manifesto di ieri, Federico Ercole informa sul nuovo gioco Walkyrie Profile: Lenneth. E lo fa con un tono davvero accattivamente che denuncia una certa conoscenza del soggetto (traspare solo qualche veniale debolezza entomologica):
"[...] il senso del dramma nipponico dall'irresistibile effetto lacrima di cartoni animati come Remì o l'Ape Magà, con i loro caratteri sofferenti e sfortunati, si avviluppa in un amplesso eretico-erotico con il «lirismo disperato» (secondo una definizione di Teodoro Celli) de La Walkiria di Richard Wagner.
[...] Se ci si ferma alla superficie la Valchiria di Norimoto è diversissima da quella di Wagner, ma le affinità sono nel profondo e di materia poetica e filosofica, d'altronde come scrisse il compositore tedesco nel finale de
L'Oro del Reno: «Solo nell'abisso ci sono tenerezza e verità, tutto quello che trionfa lassù è falso e vile».
Il trait d'union più potente tra le due opere dipende dai finali differenti che si possono ottenere completando il gioco: se si inviano anime potentissime a Odino e si forma un'esercito in grado di travolgere i nemici degli dei finiremo trionfando sul male, come soldati qualunque.
Ma c'è un modo per potersi ribellare agli eterni (prestate attenzione al «Seal Value», una voce nella schermata di stato di Lenneth) che manovrano destini come burattinai burocrati: la ribellione causerà la rovina del Walhall ma infine trionferà l'amore e Lenneth si ricorderà di quando era Plotina e per gli uomini ci sarà una nuova speranza.
Un finale non dissimile da quello dell'ultima giornata della tetralogia nibelungica per il quale Wagner scrisse dei versi che poi non musicò «
Non possesso, né oro, né fasto divino. Non casa, Né corte, né signoria, né pompa; non di torbidi patti ingannevole alleanza, non di ipocrita costume la dura legge: beato nel piacere e nel patire, fate che esista soltanto l'amore».
Così sarà per Lenneth e l'umanità postapocalisse, se come giocatori decideremo di essere curiosi e pietosi invece che agguerriti combattenti per gli dei, ciechi ubbidienti a divino-ludiche «regole del gioco».
"

Caldamente consigliato a chi, in questi giorni, a Firenze ha apprezzato il Wagner messo in scena dalla Fura dels Baus.

Carsen porta a Venezia il suo Siegfried

La scène de la Fenice, c'est la moitié de celle de Cologne, donc j'ai dû changer beaucoup de choses. Je ne parle pas seulement du décor mais aussi de la façon qu'ont les personnages de se comporter entre eux, c'est beaucoup plus intimiste, ici. Pour moi, créer la tension sur le plateau pour qu'on soit présent dans les pensées des personnages, c'est la base de tout théâtre. Le public, qui ne devrait pas être là, ce quatrième mur invisible, participe. Le sens de la musique demande aussi la participation du public : dans Wagner, vous entendez un thème, un Leitmotiv, mais est-ce que ça décrit ce que ressent la personne qui chante ou est-ce que c'est l'autre personne qui l'éprouve ? Il y a des dizaines d'explications et toutes sont possibles. Il faut que le public écoute la musique d'une manière active et pas d'une manière passive. Peut-être tout le monde ne sera-t-il pas d'accord avec moi ou n'aimera-t-il pas forcément la manière avec laquelle je veux le faire, ce qui est normal, mais je n'aime pas du tout cette passivité du public qui existe parfois, quand il n'y a pas assez de tension entre les comédiens.
(R. Carsen)

 

Abbiamo notato poche differenze nel Siegfried visto ieri sera alla Fenice dopo qualche mese dalla maratona di Colonia. Di sicuro nello spazio scenico ridotto del teatro veneziano la scena di Patrick Kinmoth soffre un po' e perde un po' del respiro spettacolare (la foresta decapitata del secondo atto) e del grandioso senso di rovina (il salone con caminetto di Villa Walhalla) che si apprezzava a Colonia. Rimane però la forza irresistibile della messa in scena di Carsen, la cura del dettaglio scenico, l'estrema attenzione ai valori drammaturgici del testo wagneriano anche nella (apparente?) infedeltà alle prescrizioni del libretto.

Del cast di Colonia ritroviamo solo Stefan Vinke, festeggiatissimo dal pubblico veneziano già alla fine del primo atto e salutato da ovazioni alla fine dell'opera. Ritroviamo il suo Siegfried solido, senza troppe sfaccettature, eroe senza macchia e senza paura. Insomma, efficace e sicuro. Uno dei punti di forza della distribuzione veneziana, Susan Bullock soprendemente delude come Brünhilde: spesso in affanno, spesso inudibile nella massa sonora orchestrale, in difficoltà nella tessitura acuta (imperdonabilmente abbandonando il suo Siegfried al do del leuchtende Liebe, lachender Tod). Irriconoscibile rispetto ad altre sue prove anche recenti. Molto bene in compenso il resto del cast, di cui vanno citate le solide prove vocali di Wolfgang Ablinger-Sperrhacke come Mime e di Greer Grimsley come Wanderer (che tuttavia ci è sembrato poco "in parte", forse per l'età relativamente giovane). Efficaci comunque anche gli altri.

Magnifica la direzione di Jeffrey Tate, ricca di colori e di umori, intensamente lirica, appassionata e appassionante nel finale. Il suo merito è anche quello di far risplendere la normalmente opaca Orchestra del Teatro La Fenice, che offre una prova finalmente pienamente convincente con solo poche (e veniali) sbavature.

Il pubblico della prima di ieri sera decreta un successo incondizionato a tutti gli interpreti, accoglie con ovazioni Tate e Vinke, punisce severamente la Bullock con una salva di fischi, e accoglie festosamente Carsen.

Stupidario. Letto in un articoletto pubblicato ieri nel Corriere del Veneto: "Chi ha visto La Valchiria non può non avere ancora impressa nella mente la trovata registica di Carsen, che aveva suscitato qualche polemica per l'ambientazione in epoca nazista, ma che in alcuni momenti si sposava perfettamente con la musica". Ma ci vanno i cronisti a teatro?

Questo Siegfried lo si può ascoltare in diretta su RadioTre Rai mercoledì prossimo 20 giugno dalle 18.

La Nilsson

Omaggio tardivo ad una grandissima.


(1957)

Eccessi di immagini

«Wagner aveva ragione: basta sentire e immaginare, a volte vedere distrae.
Ma i nostri sono gli anni dell'immagine invasiva, e la Fura s'inchina al gusto del tempo.»
(Sandro Cappelletto, La Stampa)




Alle prove


Durante una recita

Per non smentirsi, la scena pare funzionare meglio in tv. È già annunciato un DVD in alta risoluzione di questo Ring.

Quotidianità del Tristano

Piccola cronaca del Tristan prodotto dallo Staatstheater Kassel. Kassel, città nel nord dell'Assia, è nota soprattutto per la mostra di arte contemporanea Documenta, una specie di Biennale che si tiene ogni cinque anni, e la cui dodicesima edizione si potrà visitare dal 16 giugno al 23 settembre prossimi (e magari ci si tornerà più in là).

Tornando al Tristan, prova complessivamente riuscita con qualche significativo "ma".

1. Messa in scena iperminimalista di Johannes Schütz, cui si deve la concezione di questo signolare Tristan: scena vuota, salvo qualche sedia e dei tavoli impiegati per suggerire ambienti. Un solo riflettore illumina il fulcro dell'azione, luce di una lente sotto la quale si pratica una impietosa anatomia dei sentimenti e delle relazioni. I personaggi interagiscono in quanto persone, più che personaggi di un dramma. La stessa gestualità si ispira alla naturalità del quotidiano più che la solennità della tragedia. Gli stessi passaggi forti, tragici sono affidati ad elementi che annullano la valenza simbolica e ne esaltano la banalità. E quindi il filtro è un bicchiere di latte, il fiotto di sangue di Tristan pugnalato una spremuta d'arancia rovesciata da Melot.  
L'impressione è piuttosto di assistere ad una prova del Tristano più che ad uno spettacolo compiuto. Lo spettacolo però funziona, ha una sua forza e coerenza.
I "ma" sono altrove.

 

2. La direzione musicale di Roberto Paternostro benché tecnicamente ineccepibile, non ci ha del tutto convinto per il suo non scegliere che direzione prendere. Se lo spettacolo di Schütz opera una scelta estrema e chiarissima, Paternostro rimane in costante bilico fra una lettura intimista, che si traduce in pianissimi orchestrali ed in una dinamica accattivante, nonché in una attenzione al cesello cameristico (la notte dei due amanti, il lancinante dolore di Tristano del terzo atto), e una magniloquenza che si sposa pochissimo con la severa austerità della scena (deludente perché pochissimo intimo ci è sembrata la conclusione del duetto amoroso del secondo atto, così come la morte di Isotta). Di suo, l'orchestra dello Staatstheater di Kassel ci è sembrata ineccepibile e certamente al livello di teatri di rango.

3. Protagonisti assoluti costantemente sotto l'implacabile fascio di luce, sono il Tristan di Leonid Zakhozhaev e l'Isolde di Adrienne Dugger. La loro adesione al progetto scenico di Schütz si percepisce e se lo spettacolo funziona è soprattutto grazie al loro impegno totale.
Vocalmente, Zakhozhaev è un Tristano che combina la grande energia che il ruolo richiede ad una raffinatezza di canto che lascia il segno. La prova di Adrienne Dugger, al contrario, solleva qualche perplessità: voce notevole e di bel timbro ma talvolta discontinua nell'emissione. Inoltre, si avverte un indugiare eccessivo su raffinatezze agogiche che talora scompaiono nella massa sonora che esce dalla fossa. Resta comunque il dubbio - soprattutto avendo in mente la direzione talora non troppo sottile di Paternostro - se si tratti di un vocalismo eccessivamente raffinato per Wagner o piuttosto economia di mezzi per arrivare alla meta.
In quanto agli altri cantanti, già messi poco in rilevo dalla regia che li teneva molto spesso nascosti nell'oscurità della scena, ognuno ha svolto il ruolo dignitosamente. La Brangäne di Lona Culmer-Schellbach troppo spesso spariva sommersa dal fiume di suoni, Stefan Adam come Kurwenal offriva una prova più che dignitosa e Allan Evans era un nobilissimo Re Marke.

Grande successo di pubblico, con numerose chiamate ai vari interpreti. Anche l'orchestra sale sul palco per ricevere la sua quota di meritato successo (oramai sta diventando una moda con Wagner...)



A margine: Johannes Schütz non è nuovo a questo tipo di operazioni. Ci ricordiamo almeno di una Ariadne auf Naxos vista a Mainz nel 2003. Anche lì, magari un po' aiutato dal libretto di von Hofmannstahl, il Prologo si svolgeva in un palcoscenico completamente nudo. Scelta curiosa: scenografo di formazione, quando si occupa della regia sembra rinunciare volentieri al suo mestiere d'origine. Come se i corpi diventassero degli strumenti di scena.  

Woodstock wagneriana

Impresa degna del titanismo di Wagner: tutto il suo Ring des Nibelungen in due soli giorni. Avvenimento operistico ma anche festa popolare, entusiasmi da stadio (se non suonasse snobistico), scoperte e scambi fra compagni di viaggio.

All'Opera di Colonia (tutto) lo scorso weekend.


Sabato, poco prima di mezzogiorno: si comincia.


Folterkammer für Musiker


Si sta per cominciare.


Primo successo: Das Rheingold. Solo Philip Joll (Wotan, al centro) non è festeggiato come gli altri.


Prima pausa: nel foyer si servono Würst e Kartoffelnsuppe.




Si ricomincia nel tardo pomeriggio con la più bella: la Walküre.
La prima giornata è davvero finita.




L'alba del giorno dopo (sono le 10 meno un quarto).
Molti i connazionali.


La coppia più festeggiata: Brünhilde (Barbara Schneider-Hofstetter) e Siegfried (Stefan Vinke). Entusiasmo alle stelle.


Ci si prepara all'ultima tappa. È quasi finita.


Con la lunghissima prima scena del Götterdämmerung si torna a reazioni più umane.


Gran finale: il direttore Markus Stenz (festeggiatissimo) porta l'Orchestra Gürzenich e tutti i tecnici di scena sul palco a condividere il successo.

tredici febbraio

Oggi, centoventiquattro anni fa, a Venezia moriva Riccardo Wagner.

Foto fatta in occasione del centoventritreesimo anniversario (quando questo blog ancora non esisteva).

Oggi, parecchi decenni dopo, nasceva Robbie Williams, ma anche Peter Gabriel.

Wagner d'Arabia

Sachs
[...] State attenti! Cattive fortune ci minacciano!
Se avvenga un giorno, che popolo e impero tedesco cadano
sotto falsa maestà latina;
e che nessun principe comprenda ormai più il suo popolo,
e latino fumo e frivolità latina
trapiantino essi nella nostra terra tedesca;
nessuno allora più saprà quel ch'è puro tedesco,
se esso non vivrà nella gloria dei Maestri tedeschi.
E perciò io vi dico:
onorate i vostri Maestri tedeschi!
e sacri tenete i loro buoni genî;
e se darete favore al loro operare,
andasse anche in polvere
il sacro romano impero,
a noi resterebbe sempre
la sacra arte tedesca!  

L'abbiamo letta oggi sui giornali di qua: è nata la prima associazione wagneriana del mondo arabo ad Abu Dhabi. Patron è lo sceicco Nahjan bin Mubarak al-Nahjan, ministro della cultura degli Emirati Arabi Uniti.
L'evento è stato battezzato da un concerto al quale hanno assistito un pubblico internazionale di circa 400 spettatori. Il programma comprendeva una serie di (poco wagneriani) brani da "L'olandese volante", "Parsifal", "Lohengrin", "Tannhäuser" e "La Vachiria" eseguiti da sei cantanti accompagnati da Christof Stoecker.
Dopo gli enormi investimenti edilizi da quelle parti, si comincia a spendere anche un po' in cultura?

Le associazioni wagneriane nel mondo si trovano qui.

Effettacci senza cause

Quel che dispiace di più assistendo al pasticcio del Tannhäuser di stasera all'Oper Frankfurt, indigesta combinazione di arroganza mista a insipienza, è che non si riesce a godere nemmeno della musica e, ancor meno, a mantenere un giudizio equilibrato sullo spettacolo nel suo complesso. Ci è sembrato tutto molto opaco e poco interessante, a cominciare da un cast vocale che si farà ricordare solo per la grande eleganza del Wolfram di Christian Gerhaher. Persino la direzione di Paolo Carignani - solitamente convincente in Wagner per non dire superlativa (come nel Tristan e nel recente Parsifal) - ci è sembrata anodina e priva di ispirazione. Serata da dimenticare.

Fenomenologia del Tannhäuser

"I've seen things you people wouldn't believe.
Attack ships on fire off the shoulder of Orion.
I watched C-beams glitter in the dark near the Tannhäuser gate.
All those moments will be lost in time,
like tears in rain.
Time to die."
[il replicante Roy in Blade Runner]

Piccola rassegna iconografica prima della prima del Tannhäuser di domenica a Francoforte.


Der Tannhäuser nel Codex Manesse


Henri Fantin-Latour Tannhäuser sul Venusberg (1864)
Los Angeles County Museum of Art, Los Angeles, CA, USA


Sándor Liezen-Mayer Vénusz és Tannhäuser (1875)
Budapest, Magyar Nemzeti Galéria



Otto Knille Venere e Tannhäuser (1873)
Berlino, Alte Nationalgalerie



Gabriel von Max Venere e Tannhäuser (1873, 1878 o 1888)
Varsavia, Museo Nazionale


John Maler Collier In the Venusberg (Tannhäuser) (1901)


Paul Cézanne Ragazza al pianoforte (L'overture del Tannhäuser) (1869)
San Pietroburgo, Museo dell'Ermitage

 
Due illustrazioni di Aubrey Beardsley per Under the Hill




J. Aigner Tannhäuser nella grotta di VenereTannhäuser nella Wartburg
Castello di Neuschwanstein

Wagner e altre visioni di artisti sono qui.

Il talento teatrale di Sandra Bullock

Di Susan Bullock ricorderemo una immagine: un attimo prima di riconoscerlo, Elektra sente Oreste. Il suo corpo è come scosso da un tremore che diventa un orgasmo, un movimento incontrollabile, totale. Elektra sa che avrà l'agognata vendetta. Nello spettacolo andato in scena un paio di stagioni fa all'Opera di Francoforte, prima ancora che la voce comunque perfetta, ci impressionò l'identificazione fisica col personaggio.
Ascoltandola stasera sullo stesso palcoscenico, accompagnata da Philip Thomas, nei quattro lieder straussiani che aprivano il programma della serata di Lied, e poi nelle cinque romanze di Rachmaninov ed infine nel capolavoro wagneriano dei Wesendonck-Lieder, non riuscivamo a trovare nulla più del canto corretto di una solida professionista. Mancava, ci mancava, quella forza espressiva, quell'identificazione nel canto che si coglieva nella sua Elektra.
Dopo un discreto Duparc - nel quale però lo spessore della sua voce importante non rendeva l'immaterialità, le trasparenze del musicista francese - la Bullock nella scena shakesperiana del delirio di Lady Macbeth musicata in Banquo's Buried dall'australiana Alison Bauld ritrova finalmente quella forza ed offriva la prova più convincente della serata. Il talento della Bullock è essenzialmente teatrale ed attraverso il teatro la voce riesce a trovare una personalità, un carattere. E il pubblico reagiva finalmente con calore.
Concludevano la serata quattro songs di Roger Quilter, cantate con elegante souplesse. Accoglienza calorosa ricambiata con l'aria wagneriana "Dich, teure Halle, grüß'ich wieder" dal Tannhäuser e una ninna nanna gallese, la sua madre lingua, come lei stessa spiega al pubblico.

- IL PROGRAMMA -

Richard Strauss (1864-1949)
Zueignung op. 10 n. 1
Ich trage meine Minne op. 32 n. 1
Befreit op. 39 n. 4
Hat gesagt - bleib nicht dabei op. 36 n. 3

Sergej Prokof'ev (1891-1953)
Cinque romanze da poesie di Anna Achmatova op. 27

Richard Wagner (1813-1883)
Wesendonck-Lieder WWV 91

Henri Duparc (1848-1933)
L'invitation au voyage
Le Manoir de Rosamonde
Chanson triste
Phidylé

Alison Bauld (1944- )
Banquo's Buried

Roger Quilter (1877-1953)
Fair House of Joy op. 12 n. 7
Autumn Evening op. 14 n. 1
Dream Valley op. 20 n. 1
Love's Philosophy op. 3 n. 1

 

What's Opera, Doc?


The complete works of Richard Wagner (abridged).
Special guest: Bugs Bunny

I Meistersinger di Wagner tornano all'Oper Frankfurt

Domenica 24 va in scena all'Opera di Francoforte l'ultima recita dei wagneriani Meistersinger von Nürnberg, nella ripresa dell'allestimento già visto quattro anni fa. Oggi si respira un'aria più giovane, un entusiasmo nel fare musica insieme che non ci ricordavamo.

Compagnia di canto da citare in blocco: Wolfgang Koch come Hans Sachs, Johannes Martin Kränzle come Beckmesser (perfetto!), Raymond Very come Walther von Stolzing, Juliane Banse come Eva, Carsten Süß come David, Claudia Mahnke come Magdalena, Magnus Baldvinsson come Veit Pogner, gli alti maestri cantori di Christian Dietz, Carlos Krause, Franz Mayer, Christoph Kayser, Hans-Jürgen Lazar, Michael McCown, Florian Plock, Gérard Lavalle, Jacques Does, la ronda di Simon Bailey e infine i giovani attendenti di Katharina Magiera, Linda Sommerhage, Dzuna Kalnina, Don Harrison, Sung Ho Kim, Thilo Busch, Thomas Jakobs, Juan Noval Moro, Danilo Tepsa, Thomas Althammer, Markus Ahme.

Roland Böer dirige con grande autorità e soprendente competenza l'ottima Frankfurter Museumorchester. Superlativo il coro.

La controversa lettura del regista Christof Nel, decisamente meno contestata di quattro anni fa, divide ancora: fortemente ideologica, non priva di forzature (il Beckmesser ebreo non ci convince del tutto), rigorosa e non compiacente, è tuttavia profondamente ed efficamente teatrale. Uno spettacolo che divide e fa discutere, soprattutto per quel finale che aprendo uno squarcio sinistro sulla deriva nazionalsocialista dell'ideologia wagneriana e che colpisce come un pugno allo stomaco.

A titolo di cronaca, piuttosto affaticato nel finale, l'elegante Very viene forse troppo severamente redarguito da parte del pubblico. Meno contestabile il fatto che il crocifisso ariano fosse decisamente fuori forma rispetto al 2002.

(Fast) Gesamtkunstwerk

Ci rassicura la definizione di Jacqueline Ott di Gesamtkunstwerk nel Dizionario Internazionale dei Termini Letterari:

Richard WagnerGesamtkunstwerk. Sostantivo neutro tedesco, composto da Kunstwerk, "opera d'arte" e dall'aggettivo gesamt, "totale, completo, globale"; gesamt ha un significato molto generale che dipende dal contesto, da cui il possibile significato di "opera d'arte totale"; con una idea di comunione, di "ri-unione delle arti, fusione dei mezzi, e/o riunione di artisti per un fine comune". [...] Il concetto di Gesamtkunstwerk appartiene al dominio dell'arte e della filosofia europea, in particolare a quella tedesca del XIX secolo. A tale espressione diede rilievo Richard Wagner, cui se ne attribuisce la paternità (Das Kunstwerk der Zukunft, 1850). La stessa espressione fu impiegata da Richard Wagner soltanto due o tre volte nei suoi Saggi a proposito della tragedia greca. Wagner preferisce l'espressione Kunstwerk der Zukunft, "opera d'arte dell'avvenire". Osserviamo che non se ne fa alcun riferimento nel voluminoso Wagner - Lexicon di Glasenapp (1883).

Jonas KaufmannCi rassicura quando leggiamo quel che ci dice il tenore Jonas Kaufmann: «Per Tristan, [Domingo] ha registrato dapprima la sua voce e poi tutta l'orchestra, il coro e gli altri cantanti. Tutti sentivano la sua voce in cuffia.»

Se fosse anche solo stati sfiorati dal sospetto di tradimento delle intenzioni del compositore, ebbene non è così: non si tratta di tradimento ma di opera d'arte del futuro (o almeno della sua registrazione).

Ci rassicura ancora di più leggere il seguito della definizione:

[...] Per estensione, il termine potrebbe essere - ed è stato - applicato a genere composito verbale/visuale/gestuale/d'ascolto, ai grandi spettacoli multimediali della fine del XX secolo, ma l'espressione resta malgrado tutto legata alla sfera germanica ed europea.

Nella chiara notte d'estate, nel giardino con alti alberi davanti alla sua camera, Isolde, sola, ascolta il cd con la voce del suo amante.

Frammenti di anello


Il finale di Das Rheingold con Bryn Terfel (Wotan), Philip Langridge (Loge), Rosalind Plowright (Fricka), Emily Magee (Freia), Will Hartmann (Froh), James Rutherford (Donner). Dirige Antonio Pappano.


Die Walkure con Bryn Terfel (Wotan) e Lisa Gasteen ( Brünnhilde). Dirige Antonio Pappano.

Londra, Royal Opera House Covent Garden (2005)

L'altro Tanhäuser

Occasione ghiotta: a Darmstadt, il Residenzfestspiele ripesca una vecchia opera di Carl Amand Mangold e ne propone una versione concertante domenica 30 luglio, all'aperto, in un cortile del Castello. Si va!

Coincidenze storiche

Carl Amand MangoldA dare un'occhiata alle (scarse) note biografiche di Mangold, salta all'occhio qualche curiosa coincidenza. Nasce a Darmstadt nel 1813, proprio lo stesso anno in cui Wagner nasce a Dresda. Entrambi compositori, entrambi dedicano una loro opera al leggendario trovatore Tannhäuser. E le compongono grossomodo negli stessi anni: nel 1845 a Dresda debutta il Tannhäuser di Wagner e solo qualche mese dopo, nel 1846 quello di Mangold (che ha una n in meno nel nome) vede la luce a Darmstadt.

In quanto a Mangold (1813-1889) si sa che visse per lo più a Darmstadt dove fu compositore e direttore, nonché personaggio di primo piano della vita musicale della capitale del Granducato d'Assia, il cui centro della vita politica era proprio il Castello dove si fa rivivere l'opera. Dal 1848 ricoprì la carica di direttore musicale di corte. Compose un certo numero di opere fra cui Fiesco (1840), Das Köhlermädchen oder Das Tournier zu Linz (1843), Tanhäuser (1846), Die Fischerin (1848), Gudrun (1851) e Der Cantor von Fichtenhagen (1856). Tutte, almeno a giudicare dai titoli, figlie del loro tempo. Compose pure il balletto Dornröschen (1848) con melologhi e canto, da cui si dice Mangold prese parte della musica per il suo Tanhäuser (la scena finale del primo atto, quella della festa popolare).

Avventure estive

Ecco qui il Castello:

Il cielo cupo fa temere il peggio, ma si va. Ambiente piuttosto casereccio, molta buona volontà. Un piccolo esercito di signore di mezza età si dà piuttosto da fare per accogliere e sistemare il pubblico.
Il luogo comunque è molto azzeccato, tempo a parte.

La locandina è anche interessante, con più di una vecchia conoscenza dello Staatstheater locale.

 Poco prima dell'inizio, però, si scatena, inesorabile, l'acquazzone...

Con una buona mezz'ora di ritardo, asciugate alla belle e megli le sedie, finalmente si va in scena, anche se proprio del tutto non ha smesso di piovere. Il pubblico, eroico, resiste anche sotto l'acqua.  

Opera interessante, weberiana, con più di una lungaggine, specie nella seconda parte. Ãˆ vero però La Venere di Mangold non ha nemmeno vagamente la sensualità di quella di Wagner. È anche vero che l'eroe, con la n del nome, perde anche parecchio in personalità. Per tacere della fedele-ad-ogni-costo Innigis (che prende il posto della wagneriana Elisabeth) e passando sopra l'assenza di un Wolfram (la saggezza del vecchio Eckhart non basta)... L'opera comunque si fa ascoltare e denuncia una certa artigianale sapienza.

Pioggia intermittente, umidità e temperatura decisamente fresca mettono alla prova il pubblico, che, specie dopo l'improvvido entr'acte, si dimezza. Alla fine, però, i pochi rimasti festeggiano doverosamente i dedicatissimi interpreti.

 

Bayreuth 2006

Sulla collina verde si è inaugurato il festival wagneriano il 25 luglio scorso. Nel silenzio. Normalmente è un grande evento, anche e forse soprattutto mediatico, ma quest'anno devi faticare per trovare qualche notizia.

Insolitamente silenzioso, nessuna polemica
Tankred DorstAnzi sì. Due. L'evento di quest'anno doveva essere il Ring di Lars von Trier, clamorosamente ritiratosi poco più di un anno fa per probalemi artistici/budgetari. Il suo assai meno mediatico rimpiazzo, Tancred Dorst, si è beccato l'accusa del baritono Alexander Marco Buhrmester (Günther nel Crepuscolo) di ridurre i cantanti a belle statuine mostrando interesse solo per le belle immagini. Niente comunque al casino del tenore Endrich Wottrich per la regia del Parsifal di Christoph Schlingensief solo due anni fa (e ripresa per la seconda volta quest'anno).

Quadri
In effetti a guardare almeno le immagini delle prime due puntate, l'occhio, una volta tanto, ne esce soddisfatto (un po' meno le altre due):


Alberich e le tre figlie del Reno sulla ghiaia del grande fiume


Sieglinde e Sigmund stregati dalla luna


Brünhilde dorme. Troppo calore?


...solito trash alla tedesca?


Tutti al cocktail dai Gibicunghi, stasera...

Si va?
Trovare un biglietto è un gran problema, se non si ha la pazienza di aspettare più di dieci anni oppure non si ama stazionare davanti all'ingresso armati di cartello sperando di raccattare qualcosa. Consoliamoci con l'idea che almeno una volta ci siamo riusciti tre anni fa...


Il mio biglietto, tre anni fa