publicoperaimpressioni, incazzature, notizie di un curioso di musica italiano in Germania (ma anche in altri posti) |
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martedì, 19 agosto 08 23:33
Tanti effettiDopo Aix e Bayreuth, l'ultima tappa dell'estate musicale del 2008 è in Italia per il Rossini Opera Festival. Un bel modo di trascorrre una delle estati più piovose che si siano viste in centro Europa negli ultimi anni. Tra poco riaprono i teatri e si ricomincia con le stagioni normali.
Prima tappa: un profeta affondato nella polvere Un po' la distanza dalla città, un po' il tempo da lupi, un po' il pubblico abbastanza dimesso non creano un clima di festa che ci si aspetterebbe e la serata all'Adriatic Arena si presenta un po' dimessa. Malgrado gli sforzi per rendere accettabile e gradevole l'ambiente, l'edificio rimane un palasport e per di più enorme. Comunque la grande cassa in legno costruita per correggere l'acustica funziona perfettamente. Per finire ci si mette il rumore della pioggia (e qualche goccia che filtra nella sala) a disturbare la prima parte dello spettacolone di gusto archeologico messo in piedi da Michael Hampe per il Maometto Secondo. Non c'è niente nello spettacolo che non sia convenzionale: le scene e i costumi da figurina Liebig di Alberto Andreis e Chiara Donato, una gestualità enfatica e banale che sembra la caricatura di un'opera, un vago senso di noia e prevedibilità.
Intanto nell'altro spazio, vuota, riposa la scena dell'opera che vedremo domani: Ermione.
Seconda tappa: reali efferatezze Molto più convincente l'Ermione vista l'indomani nell'altra "sala" simmetrica ricavata nello stesso catino dell'Adriatic Arena. Tornato il sereno, torna anche il pubblico ed il clima è un po' più festoso (aiuta in qualche occasione per creare la giusta tensione prima cheil sipario si alzi). Lo spettacolo di Daniele Abbado è asciutto e non banale, anche se scivola su qualche eccesso francamente gratuito che un po' sporca l'apprezzabile rigore e la tensione che riesce a costruire. Quei due tipi leather al guinzaglio, strizzata d'occhio all'estetica sadomaso, e quel cadavere di Pirro oscenamente esibito nel finale ci azzeccano poco col resto e distraggono dalla grandezza del finale prima e l'allucinata tensione della grande scena di follia di Ermione.
Il cast è complessivamente migliore del Maometto, ma anche in questo caso lontano dall'essere ideale. Sonia Ganassi è l'impegnata protagonista, anche se non siamo certi che la sua voce calzi a pennello al ruolo né che il suo progessivo abbandono dei ruoli di mezzosoprano sia un buon affare. Bisogna però riconoscerle una maturazione che comunque le permette di affrontare un ruolo molto complesso e di riuscire convincente o comunque accettabile. Chi invece convince molto meno è il Pirro di Gregory Kunde non tanto per le sue qualità drammatiche (che sono fuori discussione) ma qui si tratta di cantare e oramai i suoi mezzi sembrano irrimediabilemte compormessi: a Kunde resta qualche bell'acuto a nascondere un centro opaco e privo di profondità, una regione grave inesistente e colorature molto approssimative. Smagliante invece l'altro tenore, Antonino Siracusa, un Oreste sicuro e con totale dominio delle asperità del ruolo. Marianna Pizzolato convince più nel primo atto che nel secondo, nel quale la sua presenzasi percepisce appena. Fra i comprimari (di lusso) si distingono Nicola Ulivieri e Riccardo Botta, mentre il Pilade di Ferdinand von Bothmer è spesso impreciso e non particolarmente gradevole. L'orchestra del Teatro Comunale di Bologna svolge diligentemente il suo compito sotto la guida sicura di Roberto Abbado, che è passabile nel primo atto ma si riscalda nel secondo e specie nelle due grandi scene di Ermione nel finale.
Al di là di qualche limite esecutivo - Ermione è comunque un'opera di complessità estrema - questa produzione ci sembra restituisca la grandezza di quest'opera e sia più riuscita della precedente. C'è davvero di augurarsi che il ROF riesca nell'impresa di farla diventare merce più comune nelle scene d'opera non festivaliere. Terza tappa: bollicine Per l'ultima opera ci si sposta nell'ottocentesco Teatro Rossini, (finalmente un teatro vero!) all'ingresso del piccolo ma apprezzabile centro storico di Pesaro.
L'opera non è davvero un capolavoro soprattutto per il suo libretto banalotto e con parecchie cadute di stile. Gli ingredienti del Rossini più maturo ci son già tutti e comunque l'operina è accattivante.
Tappe future Il festival continua fino al 23 agosto ma il programma del 2009 è già stati annunciato. Aprirà una nuova edizione della Zelmira il 7 agosto con il debutto di Juan Diego Florez e la regia di Giorgio Barberio Corsetti. In concomitanza con l'ultima edizione critica curata dalla Fondazione Rossini andrà in scena per la prima volta al ROF il Sigismondo con la regia di Damiano Michieletto. Entrambi gli spettacoli saranno montati nell'Adriatic Arena. Invece, al Teatro Rossini andranno in scena la ripresa del Comte Ory firmato da Lluis Pasqual, un Tancredi in forma di concerto e l'oramai tradizionale Viaggio a Reims dell'Accademia Rossiniana in una messa in scena firmata da Emilio Sagi. A casa Rossini
Non c'è molto da fare a Pesaro, soprattutto quando il tempo è incerto. Una visita alla casa natale di Gioachino Rossini però è d'obbligo. Il piccolo museo non è di quelli che cambia la vita, ma è comunque un piccolo viaggio nelle memorie operistiche di primo ottocento da una prospettiva domestica. Si vedono una raccolta di stampe con le celebrità dell'epoca, una galleria di ritratti di Rossini (e tra questi, il disegno di Doré di Rossini sul letto di morte), una collezione di caricature nella cucina della casa e la spinetta di fabbricazione veneziana su cui Rossini studiò da ragazzo e alcuni (pochissimi) autografi.
domenica, 11 maggio 08 23:36
Maggio musicaleInizio folgorante, non c'è che dire: lunedì Baden Baden per il Fidelio diretto da Claudio Abbado, venerdì Lipsia per la Manon Lescaut diretta da Riccardo Chailly. Due trionfi attesi e decisamente meritati. Claudio Abbado e il suo primo Fidelio Arriva in Germania a conclusione di una tornée di poco meno di un mese che ha toccato tutti i teatri che hanno partecipato alla coproduzione:debutto a Reggio Emilia, tappa a Madrid e finalmente a Baden Baden. Tanto s'è scritto sul debutto tardivo di Abbado in quest'opera e gli elogi si sono sprecati, a quali aggiungiamo anche il nostro. Bello lo spettacolo di Chris Kraus, criticato da alcuni per una certa eccessiva cupezza specie nel primo atto e l'eccesso di ghigliottine nel secondo. A Kraus interessa dare una cornice unitaria ad un'opera che, malgrado le numerose rielaborazioni, resta drammaturgicamente bicefala e, malgrado le numerose gemme musicali, decolla teatralmente solo a partire dal secondo atto. Kraus parte dalla fine e (ri)costruisce la sua parabola pessimista di un potere malato - Don Pizarro è un povero storpio - che ha comunque bisogno della violenza - la ghigliottina - per reggersi ed in questo i nuovi potenti non sono diversi dagli altri, come suggerisce il Don Fernando cardinalizio che allude all'eternità di questo gioco ambiguo. La cornice fornita da Maurizio Balò è preziosa nella sua efficace ed espressiva semplicità. Gli interpreti sono tutti convincenti, con qualche riserva nella coppia dei protagonisti. La Fidelio/Leonore di Anja Kampe è poco incisiva nel primo atto ma cresce e convince pienamente nel secondo, nonstante qualche non bellissima forzatura nel registro acuto. Il Florestano di Clifton Forbis sarebbe perfetto … se il ruolo non fosse così acuto! La voce ha un centro brunito molto apprezzabile, ma Forbis tende a a forzare troppo sugli acuti emettendo suoni molto ingolati, non gradevolissimi (non si poteva non pensare ai famosi capponi rossiniani!). Ottimo invece il truce Pizarro di Albert Dohmen, che avremmo volentieri graziato dalla decapitazione finale se il teatro non avesse le sue esigenze. Ed infine che dire di Abbado? Ci è sembrato che, ancor più del suo Zauberflöte visto proprio in questo teatro un paio di anni fa, Abbado abbia raggiunto un equilibrio miracoloso grazie al quale fa sembrare tutto facile e necessario. Più invecchia più conquista una leggerezza, che ricorda quella del Verdi estremo: non è cinismo, ma lo sguardo sereno di chi ha compreso il senso. Il suo Fidelio non è cupo né pesante. Al contrario, scoppia di energia vitale, è incalzante e trasmette davvero ansia nel passaggio drammatico del secondo atto fra Pizarro, Florestano e Leonore, ed infine gioia nel duetto "coniugale" che conduce al luminoso finale. La Mahler Chamber Orchestra è perfetta nell'interpretare le sue intenzioni e preziosa nella trama strumentale (colpisce l'incisività dei legni, in particolare).
Accoglienza trionfale, ma stupiscono le parecchie poltrone vuote nella grande sala dello Festspielhaus (2000 posti forse troppo cari per riuscire a riempirli tutti in un lunedì lavorativo). Riccardo Chailly e la prima Manon Lescaut Difficile riuscire a sorprendere con qualche novità in questo anno pucciniano. L'Italia ci rinuncia in partenza, rispolverando quanto di più vecchio si possa immaginare (si vedano la zeffirelliana Tosca e una Fanciulla del West restaurativa a Roma) pur con qualche timida eccezione. Una di queste è stata la Scala che ha puntato sul Trittico, mai troppo popolare sulle scene liriche, concertato da Riccardo Chailly, il direttore pucciniano più autorevole in circolazione oggidì. Lo stesso Chailly però riservava una chicca al "suo" teatro di Lipsia: la prima versione (Torino 1893) della Manon Lescaut, basata sulla nuova edizione critica di Roger Parker. E Lipsia lo ricambiava con un cast di prim'ordine che ha trionfato alla prima di venerdì scorso.
La differenza più evidente è nel finale primo, decisamente più complesso di quello che siamo oramai abituati a sentire, e qualche passaggio strumentale, particolarmente nel quarto atto. La vera sorpresa è però tutta nel preziosismo di una strumentazione che Chailly fa risplendere in tutta la sua sontuosità e nella ricchezza dell'ispirazione. Se mai qualcuno nutrisse ancora dei dubbi su Puccini musicista colto e di statura europea, sarebbe destinato ad una folgorante conversione ascoltando la direzione di Chailly. Molto aiuta la mitica Gewandhausorchester che evidentemente si è fatta convincere dal suo direttore principale sulla validità dell'impresa e ci mette la sua storia plurisecolare più uno spessore di suono che impreziosiscono ancor più il disegno di Chailly. Ascoltavamo per la prima volta il giovane tenore Aleksandr Antonenko (Des Grieux), destinato a diventare rapidamente una star di prima grandezza (presto sarà Otello a Salisburgo e Roma con Muti): i numeri li ha tutti. Ottimo fraseggio, omogeneitá di colore nei diversi registri vocali, sicuro nella tessitura acuta. La sua seduttrice era Sondra Radvanovsky, soprano drammatico di gran carattere, del tutto convincente nel difficile ruolo di Manon. Ottimo anche lo spavaldo Lescaut di Teddy T. Rhodes, baritono vitaminico di scuola americana (anche se in realtà è neozelandese), e il Geronte di James Moellenhof.
Giancarlo Del Monaco contribuiva con uno spettacolo nel complesso gradevole ed essenziale, con solo qualche ammiccante volgarità (un po' gratuita) nel secondo atto. Suggestive le scene spartane dagli sfondi pastello di Johannes Leiacker e belli i costumi anni Trenta di Birgit Wentsch. La proiezione prima del secondo atto di alcune sequenze della Manon Lescaut di Friedrich Murnau (1926) con la fuga in carrozza dei due amanti, alludeva evidentemente alla Lulu berghiana, in un ulteriore sforzo di concedere una patente culturale europeista all'italianissimo Puccini.
mercoledì, 01 novembre 06 02:14
Comincia l'inverno?
Richard Strauss, Vier letze Lieder Traduzione di Andrea Casalegno |
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