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impressioni, incazzature, notizie di un curioso di musica italiano in Germania (ma anche in altri posti)

Maggio musicale

Inizio folgorante, non c'è che dire: lunedì Baden Baden per il Fidelio diretto da Claudio Abbado, venerdì Lipsia per la Manon Lescaut diretta da Riccardo Chailly. Due trionfi attesi e decisamente meritati.

Claudio Abbado e il suo primo Fidelio 

Arriva in Germania a conclusione di una tornée di poco meno di un mese che ha toccato tutti i teatri che hanno partecipato alla coproduzione:debutto a Reggio Emilia, tappa a Madrid e finalmente a Baden Baden. Tanto s'è scritto sul debutto tardivo di Abbado in quest'opera e gli elogi si sono sprecati, a quali aggiungiamo anche il nostro.

Bello lo spettacolo di Chris Kraus, criticato da alcuni per una certa eccessiva cupezza specie nel primo atto e l'eccesso di ghigliottine nel secondo. A Kraus interessa dare una cornice unitaria ad un'opera che, malgrado le numerose rielaborazioni, resta drammaturgicamente bicefala e, malgrado le numerose gemme musicali, decolla teatralmente solo a partire dal secondo atto. Kraus parte dalla fine e (ri)costruisce la sua parabola pessimista di un potere malato - Don Pizarro è un povero storpio - che ha comunque bisogno della violenza - la ghigliottina - per reggersi ed in questo i nuovi potenti non sono diversi dagli altri, come suggerisce il Don Fernando cardinalizio che allude all'eternità di questo gioco ambiguo. La cornice fornita da Maurizio Balò è preziosa nella sua efficace ed espressiva semplicità. Gli interpreti sono tutti convincenti, con qualche riserva nella coppia dei protagonisti. La Fidelio/Leonore di Anja Kampe è poco incisiva nel primo atto ma cresce e convince pienamente nel secondo, nonstante qualche non bellissima forzatura nel registro acuto. Il Florestano di Clifton Forbis sarebbe perfetto … se il ruolo non fosse così acuto! La voce ha un centro brunito molto apprezzabile, ma Forbis tende a a forzare troppo sugli acuti emettendo suoni molto ingolati, non gradevolissimi (non si poteva non pensare ai famosi capponi rossiniani!). Ottimo invece il truce Pizarro di Albert Dohmen, che avremmo volentieri graziato dalla decapitazione finale se il teatro non avesse le sue esigenze.

Ed infine che dire di Abbado? Ci è sembrato che, ancor più del suo Zauberflöte visto proprio in questo teatro un paio di anni fa, Abbado abbia raggiunto un equilibrio miracoloso grazie al quale fa sembrare tutto facile e necessario. Più invecchia più conquista una leggerezza, che ricorda quella del Verdi estremo: non è cinismo, ma lo sguardo sereno di chi ha compreso il senso. Il suo Fidelio non è cupo né pesante. Al contrario, scoppia di energia vitale, è incalzante e trasmette davvero ansia nel passaggio drammatico del secondo atto fra Pizarro, Florestano e Leonore, ed infine gioia nel duetto "coniugale" che conduce al luminoso finale. La Mahler Chamber Orchestra è perfetta nell'interpretare le sue intenzioni e preziosa nella trama strumentale (colpisce l'incisività dei legni, in particolare).

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Accoglienza trionfale, ma stupiscono le parecchie poltrone vuote nella grande sala dello Festspielhaus (2000 posti forse troppo cari per riuscire a riempirli tutti in un lunedì lavorativo).

Riccardo Chailly e la prima Manon Lescaut

Difficile riuscire a sorprendere con qualche novità in questo anno pucciniano. L'Italia ci rinuncia in partenza, rispolverando quanto di più vecchio si possa immaginare (si vedano la zeffirelliana Tosca e una Fanciulla del West restaurativa a Roma) pur con qualche timida eccezione. Una di queste è stata la Scala che ha puntato sul Trittico, mai troppo popolare sulle scene liriche, concertato da Riccardo Chailly, il direttore pucciniano più autorevole in circolazione oggidì. Lo stesso Chailly però riservava una chicca al "suo" teatro di Lipsia: la prima versione (Torino 1893) della Manon Lescaut, basata sulla nuova edizione critica di Roger Parker. E Lipsia lo ricambiava con un cast di prim'ordine che ha trionfato alla prima di venerdì scorso.

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La differenza più evidente è nel finale primo, decisamente più complesso di quello che siamo oramai abituati a sentire, e qualche passaggio strumentale, particolarmente nel quarto atto. La vera sorpresa è però tutta nel preziosismo di una strumentazione che Chailly fa risplendere in tutta la sua sontuosità e nella ricchezza dell'ispirazione. Se mai qualcuno nutrisse ancora dei dubbi su Puccini musicista colto e di statura europea, sarebbe destinato ad una folgorante conversione ascoltando la direzione di Chailly. Molto aiuta la mitica Gewandhausorchester che evidentemente si è fatta convincere dal suo direttore principale sulla validità dell'impresa e ci mette la sua storia plurisecolare più uno spessore di suono che impreziosiscono ancor più il disegno di Chailly. Ascoltavamo per la prima volta il giovane tenore Aleksandr Antonenko (Des Grieux), destinato a diventare rapidamente una star di prima grandezza (presto sarà Otello a Salisburgo e Roma con Muti): i numeri li ha tutti. Ottimo fraseggio, omogeneitá di colore nei diversi registri vocali, sicuro nella tessitura acuta. La sua seduttrice era Sondra Radvanovsky, soprano drammatico di gran carattere, del tutto convincente nel difficile ruolo di Manon. Ottimo anche lo spavaldo Lescaut di Teddy T. Rhodes, baritono vitaminico di scuola americana (anche se in realtà è neozelandese), e il Geronte di James Moellenhof.

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Giancarlo Del Monaco contribuiva con uno spettacolo nel complesso gradevole ed essenziale, con solo qualche ammiccante volgarità (un po' gratuita) nel secondo atto. Suggestive le scene spartane dagli sfondi pastello di Johannes Leiacker e belli i costumi anni Trenta di Birgit Wentsch. La proiezione prima del secondo atto di alcune sequenze della Manon Lescaut di Friedrich Murnau (1926) con la fuga in carrozza dei due amanti, alludeva evidentemente alla Lulu berghiana, in un ulteriore sforzo di concedere una patente culturale europeista all'italianissimo Puccini.

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