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impressioni, incazzature, notizie di un curioso di musica italiano in Germania (ma anche in altri posti)

Gli oscar tedeschi della lirica 2005/06

Assegnati la scorsa settimana i premi della rivista Opernwelt per la stagione 2005/06, ossia gli oscar della lirica tedesca. Stoccarda fa man bassa. Ecco tutti i premi:

  • Teatro d'opera dell'anno: Staatsoper Stuttgart
  • Allestimento dell'anno: Alceste di Christoph Willibald Gluck, regia di Jossi Wieler e Sergio Morabito (Staatsoper Stuttgart)
  • Riscoperta dell'anno: Aeneas in Karthago di Joseph Martin Kraus (Staatsoper Stuttgart)
  • Creazione dell'anno: Ein Atemzug - die Odyssee di Isabel Mundry (Deutsche Oper Berlin)
  • Cantanti dell'anno: Catherine Naglestad e René Pape
  • Direttore dell'anno: Simone Young
  • Regista dell'anno: Sebastian Baumgarten per Orest di Georg Friedrich Händel  (Komische Oper Berlin)
  • Scenografo dell'anno: Anna Viebrock per Tristan und Isolde, regia di Christoph Marthaler (Festival di Bayreuth 2005)
  • Costumista dell'anno: Achim Freyer per Medée di Luigi Cherubini (Nationaltheater Mannheim)
  • Orchestra dell'anno: Staatskapelle Berlin
  • Flop dell'anno: Die Lustige Witwe regia di Peter Mussbach (Deutsche Staatstoper Berlin) e la stagione dell'Oper Köln, in particolare per Orphée aux Enfers regia di Bernd Weikl

Médée e la magia del teatro

Mentre la gran parte dei teatri sono chiusi e già si pensa alla prossima stagione, a Mannheim si continua fino alla fine del mese. È sempre così: il Nationaltheater è un porto sicuro, su cui puoi sempre contare fino a metà estate. Stasera tocca a Médée, capolavoro quasi dimenticato di Cherubini, che si dà nella versione originale con dialoghi (che qui si danno nella traduzione tedesca, benché per le parti musicali, si preferisca l'originale francese).

Giornata caldissima. Pubblico non numeroso e piuttosto rilassato (molti infradito e shorts), ma davvero con questo tempo magari pensi a fare altro che occuparti della tragica storia della maga Medea e del suo amore infelice per Giasone. Ed invece, come entri in sala e si abbassano le luci, l'incanto comincia...

Già l'ouverture ti sorprende ed intriga con l'orchestra a livello della platea, che lentamente scende fra movimenti di luci e lascia spazio al teatro. E poi di nuovo nelle due introduzioni orchestrali del secondo e terz'atto, l'orchestra riemerge e la musica riconquista il suo spazio, lo spazio della scena.

Sulla scena, quella vera, Achim Freyer imprime la sua cifra più autentica, fatta di giochi di luci e di illusioni teatrali. C'è anche, e sottile, il rimando a mondi arcaici e brutali, ma fatto di gesti ieratici, di simboli e di segni, che hanno la bellezza della poesia.

Nella scatola nera della scena, avvolti in rigidi costumi/involucro, gli interpreti prestano voce e corpo al disegno astratto ed essenziale di Freyer, sacrificando il volto, coperto da maschere grottesche di un teatro classico visto con gli occhiali dall'espressionismo. Ed in questo straniamento, forse, l'interpretazione soffre, così come la personalità dei singoli.  

Il pubblico, ammaliato, festeggia a lungo.