Apertura precoce quest'anno dell'Opera di Francoforte con la ripresa dell'Agrippina di Händel che aveva chiuso la stagione passata lo scorso 2 luglio.
L'impressione di luglio che sul piano musicale la qualità fosse molto più che accettabile e che David McVicar abbia concepito uno spettacolo di grande classe (certo, con qualche scivolata sul facile) è confermata.
Al regista McVicar bisogna riconoscere il merito di essere riuscito a divertire con l'opera barocca (non è del tutto ovvio), costruendo uno spettacolo che regge benissimo le sue quattro ore di durata. D'accordo, magari lo si vorrebbe un po' meno facile talvolta, Nerone un po' meno michaeljacksoniano e Narciso un po' meno misterbean, ma in fondo il bisogno di arrivare al pubblico qualche semplificazione impone. E giocare con convenzioni e linguaggi non solo operitici (l'esibizione di Poppea nel night club, i numeri da musical dell'ingenuo Ottone) non sembrano nemmeno del tutto fuori tema, se si ripensa allo spirito dell'opera barocca.
Nessun cambiamento, almeno per la prima data, nel cast vocale. Le due primedonne sono sembrate più che all'altezza. Juanita Lascarro come Agrippina si dedica al ruolo con convinzione, talvolta si spinge forse troppo in una regione che non è la sua (qualche sovracuto sfocatissimo, mezze voci davvero non memorabili) ma lo stile non le manca del tutto e l'agilità pure. Ann Ryberg come Poppea si muove bene nelle asprezze del ruolo, anche se talvolta un po' in ansia (dalle sue lunghe scene, tuttavia, esce un po' in po' in affanno).
Sugli specialisti in campo, nulla da dire: sia Lawrence Zazzo, controtenore raffinatissimo e di gran classe, sia Malena Ernman, che però piacerebbe vedere più sciolta non solo negli esercizi ginnici (ottima comunque nell'aria Come nube che fugge dal vento: è l'abbondante cocaina che McVicar le impone di sniffare?)
Bene anche gli altri. Christopher Robson come Narciso è ottimo caratterista ma oramai al capolinea come cantante. Un po' generici sia il Claudio di Simon Bailey, che talvolta piacerebbe veder meno gigione, e il solido Pallante di Soon-Won Kang.
Infine, piccolo omaggio a Felice Venanzoni a capo della Frankfurter Museumorchester: avevano già colpito le sue prove monteverdiane, ma in Händel convince pienamente. La sua direzione morbida e rigorosa impone un grande equilibrio con le voci sul palco ma non rinuncia alla varietà di colori. Lo asseconda l'orchestra che, Monteverdi a parte (grazie all'apporto sostanziale di specialisti), forse per la prima volta trova il suono giusto, fatti salvi i violini che si vorrebbe talvolta più precisi e fermi. C'è da sperare che la ricchezza di offerte barocche nella prossima stagione aiuti l'altrimenti ottima Museumorchester a raggiungere risultati memorabili anche in questo repertorio.