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impressioni, incazzature, notizie di un curioso di musica italiano in Germania (ma anche in altri posti)

I due Barbablù di Francoforte

Curiosa coincidenza di Barbablù domenica scorsa a Francoforte: l'opera di Paul Dukas Ariane et Barbe-Bleue va in scena all'Oper Frankfurt diretta da Paolo Carignani e con la regia di Sandra Leupold, mentre nella Großer Saal dell'Alte Oper Christoph von Dohnányi porta il Castello del Duca Barbablú di Bela Bartók.

I mille colori del pittore Dohnányi 

L'opera di Bartok è preceduta da una sinfonia di Haydn (il la maggiore HoB I:64), che non potrebbe essere più estranea al mondo sonoro del massimo compositore ungherese. Esecuzione corretta, pulita, accademica, non particolarmente appassionante.

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Dopo l'intervallo, Dohnányi ci apre la porta del castello di Barbablù e ci conduce per i suoi cupi meandri, ci fa vedere gli improvvisi squarci di luce, ci fa sentire l'odore del sangue che gronda dalle pareti, ci fa intuire la dolente rassegnazione dell'uomo Barbablù di fronte all'inesorabile conclusione dell'assillante ricerca di Judith. È stupefacente la ricchezza della tavolozza sonora che Dohnányi dispiega complice la NDR Sinfonieorchester, strumento duttile nelle sue mani di pittore. Ammirevole la levigatezza delle superfici sonore e le dinamiche controllatissime eppure cariche di tensione. Non manca mai una scena, giacché il castello di suoni costruito da Dohnányi basta a definire lo spazio immaginario e a colmare la vaghezza della drammaturgia immaginaria di Bartók e Bálasz. Interpreti ideali il Barbablù di Matthias Goerne, colore cupo come cupi sono gli abissi della sua psiche, e la Judith di Yvonne Naef, talora più veemente che precisa ma funzionale nel ritrarre una donna compulsivamente attratta verso la sua stessa distruzione.

Ariane o scene della lotta fra sessi

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Praticamente in contemporanea con l'opera di Bartók all'Alte Oper, all'Oper Frankfurt andava in scena Ariane et Barbe-Bleue di Dukas e costringeva alla difficile scelta. Scena concettuale: una scatola nera praticamente vuota, occupata soltanto da grandi pannelli di plastica trasparente che tracciavano una linea di separazione e di demarcazione fra le dualità che esistono nel testo di Maeterlinck: il dentro/il fuori (il castello, le porte), l'uomo/la donna, la vita/la morte. Sandra Leupold muove i suoi personaggi come in un sogno, quasi sottolineando la dimensione psichica più che quella favolistica dell'opera: la folla minacciosa si vede solo in controluce dietro i pannelli così come spesso l'ombra incombente di Barbablu. E risolve in modo convincente e credibile la svolta femminista di Ariane che prende corpo nella seconda parte dello spettacolo. In altre parole, Leupold racconta la storia dell'emancipazione di una donna, Ariane, da oggetto a soggetto pensante e consapevole, una bambola di piacere (come le altre donne, sospese come marionette al loro apparire nel secondo atto) che, come una Nora ibseniana, abbandona la casa di bambola (l'harem?) messa in piedi del marito. Questo lo spettacolo.

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Quanto alla musica, la direzione di Carignani è sembrata meno incline a scavare nelle pieghe della partitura; ne offre invece una lettura solida, non specialmente introspettiva, vitale, che toglie forse un po' l'incanto dell'ambiguità e fa svaporare le brume che si respirano nella partitura. Approfitta dei pochi squarci di luce, che esalta, più che indugiare sulle ombre notturne. Cast equilibrato, con solo qualche veniale debolezza, nel quale Katerina Karnéus, Ariane introspettiva (spesso sommersa dalla virulenza orchestrale), ha offerto una prova nel complesso convincente.

A Cecilia, come Maria, caduta da cavallo

Vestita di rosso fuoco, imponente, entra la diva.

Immancabilmente preceduta da regolarissima strenna natalizia (di biennale frequenza, per chi ama la statistica) e, ma solo quest’anno, da un container di... [...]

Servitori della musica

A guardarlo, Lorin Maazel sembra un maggiordomo: elegante, discreto, misuratissimo, attento ad evitare sbavature o eccessi, panno sempre pronto ad eliminare impronte o tracce di polvere. Ascoltandolo stasera all'Alte Oper si capisce che è proprio così. Suoni levigati, dinamiche trattenute, mai un eccesso. Nemmeno nella ritmica nervosa e nei lividi colori del grottesco del Concerto per Orchestra di Béla Bartók che chiude una serata aperta da un sontuoso Karneval di Antonín Dvořák.

Si ammira, in compenso, la sontuosa New York Philharmonic e i suoi eccellenti interpreti, la sua pienezza di suono, la morbidezza, gli straordinari colori. Si ammira anche l'autorevole ed incisiva interpretazione della giovanissima Julia Fischer nel Concerto per violino di Johannes Brahms, cui Maazel contribuisce intessendo un pregevole e lussuoso tappeto sonoro. Malgrado i tempi non rapinosi dell'Allegro non troppo, e lo svenevole ed estenuato incedere dell'Adagio, la Fischer impone la sua lettura rigorosa e severa, sostenuta da una tecnica implacabile.

Grande successo di pubblico, che l'Orchestra ringrazia con due danze ungheresi di Brahms.

Urlatori

Gran successo l'altra sera all'Alte Oper dell'Andrea Chénier in versione concertante. Frankfurter Museumorchester e coro dell'Oper Frankfurt in gran spolvero diretti con deciso trasporto e totale convinzione da Paolo Carignani.

Ascoltando la sguaiata e muscolare prova del tenore 'in jeans' Antonello Palombi era legittimo chiedersi se finezze vocali fossero possibili in un tale profluvio di decibel. Ebbene, la solida e misurata prova di ´eliko Lučić, perfetto come Carlo Gérard, dimostrava che, volendo, si può. Micaela Carosi, spesso inghiottita dalla massa sonora, convinceva poco tranne in alcuni momenti topici. Comprimari di lusso Johannes Martin Kränzle come Mathieu e Marina Prudenskaja come Bersi. Dignitosi gli altri.

 

Giardino di voci

Dal 2002, Le jardin des voix funziona come vivaio di voci giovani coltivate con amorevole affetto da (zio) William Christie e Kenneth Weiss. Da qualche anno, i fiori del suo vivaio vengono portati ed esposti anche qui a Francoforte.

Il programma è raffinato. Nella prima parte trionfa il '600 veneziano con alcuni Madrigali e scene dell'Orfeo e della Poppea di Monteverdi, Francesco Cavalli e Biagio Marini (più un omaggio alla Roma barocca di Giacomo Carissimi). Nella seconda il '700 con un florilegio di arie händeliane e una scena dell'opera L'incontro improvviso di Haydn.

Il gruppo è sembrato più convincente nell aprima parte per il fresco gioco teatrale delle giovani voci e per l'indugiare di Christie sulla bellezza dei suoni, cesellati con estrema cura per esaltarne la bellezza assoluta. Voci tuttavia ancora acerbe con parecchi limiti tecnici che emergevano soprattutto nelle arie händeliane, eseguite in maniera un po' scolastica e senza quello slancio che dà vita ai mondi immaginifici di maghe ed eroi del caro Sassone. Molto riuscito il finale sella serata con la lunga scena conclusiva del primo atto dell'opera di Haydn.

Ottima la prova de Les Arts Florissants in tutti i diversi stili musicali, sempre in perfetta sintonia con il suo direttore William Christie.

La classe 2007 al completo: Laura Hynes Smith, Claire Meghnagi, Francesca Boncompagni, Sonya Yoncheva, Amaya Dominguez, Michail Czerniawski, Juan Sancho, Pascal  Charbonneau, Nicholas Watts, Jonathan Sells.

Garanča meccanica

Dicono sia la diva del futuro prossimo. Eppure, almeno da queste parti, non pare aver lasciato un grande segno, anche se qualche anno nell'ensemble dell'Oper Frankfurt c'è stata: se la ricordano in pochi, ed anche stasera i parecchi posti vuoti nella Sala Grande dell'Alte Oper, davano un po' il segno di un senso di freddezza che nemmeno una certa attenzione mediatica sembra vincere.

Comunque, complice un programma sfacciatamente ruffiano, un direttore (Heiko Mathias Förster) poco incline alle raffinatezze sonore e facile all'entusiasmo - frenato dall'Orchestra dei Münchner Symphoniker talora un po' allo sbando - ed un talento vocale indiscutibile, la Garanča ha riscosso un grande successo di pubblico, concedendo ben tre bis, tutti rigorosamente in linea con il gusto nazionalpopolare della serata.

La voce è bella, timbro brunito, grande omogeneità di registro, tecnica sicura e agilità impeccabili (sfoggiate soprattutto in "Parto, parto" dalla Clemenza di Tito e nel rondó della Cenerentola). Tuttavia, difetta e gravemente di calore e di quell'abbandono che, soprattutto nella seconda parte "francese" di Offenbach ("Ah! Que j'aime les militaires" e "C'est l'amour vainqueur" dai Contes d'Hoffmann), Massenet ("Werther! ... Qui m'aurait dit la place") e Bizet ("Les tringles des sistres tintaient" dalla Carmen), la rendrebbe davvero primadonna. È quell'incontebile guardate come sono brava, quell'aria da prima della classe, che ci spegne l'entusiasmo. E pure il gesto spagnolesco di Carmen o il saluto militare della Gerolstein o l'inflessione napoletana di A Marechiaro (uno dei bis) risultano fatalmente studiati.

Fra un'aria e l'altra, un centone di hits operistici da Bellini, Donizetti, Gomez e ancora Bizet e Offenbach.

Ovviamente, accoglienza calorosissima (...e ci mancherebbe!)

La solenne bellezza del Vespro di Jacobs

Dell'esecuzione di stasera del Vespro della Beata Vergine di Monteverdi all'Alte Oper ci ricorderemo a lungo la solenne bellezza. René Jacobs ha reso magnificante l'enorme ricchezza coloristica (veneziana) e la complessità della scrittura monteverdiana evitando ogni retorica e giocando invece su una fluidità ed levigatezza sonora. Jacobs privilegia tempi spediti e asciutti, che più che al rapimento mistico sembrano puttosto puntare ad esaltare la dimensione teatrale della composizione. Scelta questa, che ha molto di monteverdiano, come la scelta di disporre strumentisti e vocalisti su diversi piani per moltiplicare le sorgenti sonore e dare così una dimensione spaziale alla musica.

Un contributo fondamentale l'hanno dato i favolosi interpreti. Il parterre vocale era di eccezione: Sunhae Im, Sivia Schwartz, Maria Kristina Kehr e Marie-Claude Chappuis formavano il folto gruppo di soprani (che ha brillato negli echi suggestivi della Sonata sopra Sancta Maria); David Hansen era l'altista; strepitoso il terzetto dei tenori Emiliano Gonzalez Toro, Michael Slattery (di cui ci hanno colpito l'eleganza e il bellissimo colore vocale) e Johannes Chum; i bassi Sergio Foresti e Antonio Abete completavano degnamente l'ensemble dei solisti. Perfetti gli interventi del Vocalconsort di Berlino. Infine, gli impeccabili strumentisti dell'Akademie für Alte Musik contribuivano con estro virtuosistico ed autorevolezza stilistica ad arricchire la gamma di colori di un grande capolavoro restituito al pubblico in tutto il suo splendore.

Al vero, al bello, al buono

Costruita nel 20 Ottobre 1880 su progetto dell'architetto berlinese Richard Lucae e immediatamente riscoosciuta come uno dei teatri d'opera europei più belli e capienti con i suoi circa 2200 posti, l'edificio fu distrutto durante il bombardamento delle forze alleate nella notte del 23 marzo del 1944. Si salvarono le mura perimetrali e parte dell'atrio, ma la sala andrò completamente distrutta.

Seguì un lunghissimo dibattito che servì ad evitare la demolizione dei resti e che si concluse con la decisione di recuperare l'aspetto esterno mentre l'interno fu completamente rifatto e destinato ad auditorium (nel frattempo si era costruito un nuovo e moderno teatro per l'opera). I vecchi spazi disegnati da Lucae furono organizzati in una grande sala (Grosser Saal) di 2450 posti e una sala minore (Mozart Saal) di 720 posti.

L'Alte Oper fu riaperta il 28 agosto 1981 con l'ottava Sinfonia di Gustav Mahler eseguita dalla Frankfurter Opernhaus und Museumorchester diretta da Michael Gielen.

Dalla riapertura, a fronte di una riduzione del contributo pubblico da poco più di 12 milioni di euro nel 1993 agli attuali 5.3 milioni di euro, l'Alte Oper ha ospitato un numero crescente di eventi musicali, organizzati sia autonomamente che con il concorso di varie organizzazioni musicali cittadine, come l'Associazione degli amici dell'Alte Oper, le due orchestre stabili della città (Frankfurter Museumorchester e hr-Sinfonieorchester), l'Ensemble Modern, e le società concertistiche ProArte e Frankfurter Bachkonzerte.

I primi venticinque anni dalla riapertura sono stati celebrati con una serie di eventi già a partire dalla fine dell'estate. Oltre alla musica, la mostra di fotografie Quadri di una esposizione (Bilder einer Ausstellung) di Brigitte e Lutz Kleinhans, collaboratori della Frankfurter Allgemeine Zeitung, ne testimoniano alcuni dei momenti più significativi degli ultimi anni.


Le rovine dell'Alte Oper (1964)


All'inteno delle mura (ottobre 1963)


Il concerto per la riapertura (28 agosto 1981)


Herbert von Karajan (27 ottobre 1980)


Leonard Bernstein dirige i Wiener Philharmoniker (18 ottobre 1981)


Vladimir Horowitz (16 novembre 1981)


Lorin Maazel dirige la Pittsburgh Symphony Orchestra (9 febbraio 1996)


Georg Solti e Anne-Sophie Mutter con la Chamber Orchestra of Europe (27 gennaio 1991)

Le foto sono di Lutz e Brigitte Kleinhans.
Per la storia dell'Alte Oper si può andare
qui

 

Scholl e l'Accademia Bizantina all'Alte Oper

Una bella serata di musica lunedì sera nella sala grande dell'Alte Oper. Programma severo e rigoroso, in tono con l'Avvento, come usa da queste parti. Poche o nessuna concessione al divismo malgrado la presenza del controtenore Andreas Scholl. La sua asciutta interpretazione delle due cantate bachiane BWV 35 ("Geist und Seele wird verwirret") e BWV 170 ("Vergnügte Ruh', beliebte Seelenlust") ci è sembrata perfetta sia nell'intima adesione al religioso pathos sia nella ricchezza espressiva conferita alla scarna essenzialità dei testi bachiani. Interpretazione che trascende il fatto artistico per restituire alle due composizioni tutta la profondità di una meditazione sul sacro.

L'accompagnavano con grande competenza gli ottimi musicisiti dell'Accademia Bizantina diretta da Ottavio Dantone. Di questo gruppo colpisce soprattutto la varietà di colori e la versatilità, nonché il virtuosismo di alcuni strumentisti che emerge soprattutto nei due pezzi strumentali che completavano il programma: il concerto per organo in fa maggiore HWV 292 di Händel e il concerto per due violini in re minore BWV 1043 di Bach. In particolare, abbiamo trovato entusiasmante il dialogo fra Stefano Montanari, konzertmeister del gruppo, e Fiorenza De Donatis nel concerto di Bach. Un bravo anche ad Andrea Mion, il cui preciso intervento all'oboe d'amore aggiunge una nota di melanconica dolcezza all'aria bachiana "Vergnügte Ruh', beliebte Seelenlust".

Calorosissima accoglienza del numeroso pubblico ricambiato con due bis dall'orchestra, fra cui l'aria "Bereite dich, Zion" dalla Cantata di Natale.

Recensione della Frankfurter Rundschau, della Frankfurter Neue Presse e dell'Offenbach Post.

Muti

Evento musicale d'eccezione per celebrare i 25 anni della riapertura dell'Alte Oper domenica scorsa. Riccardo Muti dirige la gloriosa Philharmonia Orchestra di Londra. Il programma è decisamente in linea con sapori nazional-popolari, come piace al Nostro.

Si apre con la brillante esecuzione della sinfonia del Guglielmo Tell. Si continua con la Suite dell'Uccello di Fuoco. Molto levigato, si ammirano soprattutto la morbidezza dell'orchestra e la sua flessibilità, peccato (veniale?) per quell'attacco disordinato della danza infernale del re Kashchei che un po' lascia sorpresi. Pausa.

Si riprende con una assai poco ispirata Patetica di Ciaikovskij. Applausi di circostanza e bis obbligato. Almeno con l'amato Martucci Muti ritrova l'ispirazione (comuni radici campane?).

Usciamo muti e perplessi.

ps. grazie, be'!