Viaggio a Londra. Passaggio obbligato alla Royal Opera House.

Pubblico molto variegato: dall'aristocratico al popolare (colpisce la quantità di persone con sporte da picnic che consumano sandwich e thermos di caffé, nascosti in qualche anfratto delle labirintiche scale d'accesso all'Amphitheater). Molte memorabilia nell'angusto corridoio che collega il bar alla sala. Gli inglesi sono attentissimi alla memoria e all'esempio dei grandi.

Mercoledì sera si dà il Pelléas et Mélisande di Debussy, in uno spettacolo coprodotto col Festival di Pasqua di Salisburgo. Locandina molto attraente: Simon Keenlyside e Angelika Kirschlager protagonisti, dirige Simon Rattle.
Cast impeccabile, esecuzione smagliante, nessuna sbavatura.
Rattle ci convince pienamente forse per la prima volta, con una direzione rigorosa, controllatissima eppure piena di pathos e di colori. L'equilibrio con la scena è ammirevole, il dialogo appassionante. Un Debussy, quello di Rattle, di cui finalmente si apprezza lo spessore della concezione teatrale.
Tutto funziona anche grazie ad una compagine vocale che è difficile immaginarsi migliore, mche e lì per lì magari provoca qualche diffidenza.
Keenlyside, invece, disegna un Pelléas perfetto, lunare e lacerato, dalla fanciullesca gestualità. Perfetto nel passaggio dallo slancio dell'irruenza giovanile al mesto ripiegarsi in una malinconia attonita. Angelika Kirschlager gli tiene testa con la sua Mélisande forte e libera nel suo impeto giovanile, niente affatto diafana e pre-raffaelita, come vuole l'abitudine. Ammirevoli pure il sanguigno Golaud di Gerald Finley, la discreta Geneviève di Catherine Wyn-Rogers e il dolente Arkel del veterano Robert Lloyd. Il sorprendente George Longworth regala a Yniold la grazia e la freschezza della giovanissima età.
Infine, lo spettacolo bellissimo di Stanislas Nordey, fatto di segni, di colori dalle valenze simboliche, di gesti somministrati con encomiabile economia. Per il gioco di segreti della prima parte, lo scenografo Emmanuel Clolus costruisce dei tableaux di oggetti ripetuti, in cui domina il bianco, nascosti in grandi armadi spostati a vista. Anticipata da un grande pannello luminoso con la scritta "L'odore del sangie comincia a salire", la seconda parte è dominata da grandi pannelli dipinti di sangue che svelano, in un bel gioco geometrico, i segreti e precipitano verso l'ineluttabile tragedia. L'ultima scena, popolata di manichini vestiti come Pelléas, materializza e moltiplica l'incubo di Mélisande, svuotata, precipitata in un sonno che trapassa nella morte, mentre gli altri escono di scena e i macchinisti raccolgono i manichini lasciando Mélisande sola nella scena vuota. Molto belli i costumi di Raoul Fernandez, da clown triste, bianchissimi, per tutti i personaggi e rosso per Mélisande. Magiche le luci di Philippe Berthomé.


Il pubblico frettolosissimo (qui a Londra si corre sempre!) ha comunque risposto con entusiasmo.