Berlino, sabato 15 marzo: alla Staatsoper si inaugurano i Festtage, vero e proprio festival personale del Generalmusikdirektor ocale Daniel Barenboim. Va in scena Il giocatore di Sergej Prokofiev, titolo insolito per la seconda coproduzione con La Scala, dopo un non troppo amato (almeno a Milano) Don Giovanni qualche stagione fa.

Pubblico numeroso ed elegante, tappeto rosso su Unter den Linden, attesa.
Molte le telecamere, anche nella sala. Insomma, sembra di essere ad una vera prima (non è sempre così nei teatri tedeschi). Sarà l'effetto della collaborazione con la più modaiola Scala?

Puntuale alle 19 il sipario ... si abbassa. Già perché entrando in sala la scena già si mostra al pubblico: la hall qualsiasi di un hotel qualsiasi. Asettico, ordinato, gente che va gente che viene.
Entra Barenboim in buca ed è già festa: molti applausi, qualche bravo. Si rialza il sipario e si comincia.

Lo spettacolo (bello) di Tcherniakov, la brillante direzione musicale di Barenboim, i bravi interpreti convincono pienamente il pubblico.
Ovazioni e numerose chiamate a tutti gli interpreti per oltre 10'.

Appendice: il giorno dopo
Alle 16 si torna in scena: Die Meistersinger von Nürnberg.
Meno di 24 ore e Barenboim è di nuovo in buca al comando della sua Staatskapelle Berlin.
Travolgente l'ouverture, solo qualche segno di stanchezza e piccola defaillance nell'orchestra durante le quasi sei ore di durata dell'opera. Barenboim infaticabile guida tutti con autorità ed entusiasmo contagioso.
Cast di grande rilievo: il James Morris, wagneriano di lunghisimo corso, è un Hans Sachs solido con solo qualche cedimento e segno di stanchezza che recupera sul finale risolto con sicurezza e autorevolezza. Un cast formidabile con grandi voci anche nei ruoli minori festeggiatissimo dal pubblico entusiasta: René Pape (Veit Pogner), Dorothea Röschmann (Eva), Burkhard Fritz (Walther von Stoltzing), Hanno Müller-Brachmann (Fritz Köthner). Solo il David di Florian Hoffmann, non completamente all'altezza, è sanzionato da una parte del pubblico.
Lo spettacolo di Harry Kupfer invecchia bene nella sua essenzialità (processione dello Johannistag a parte, esageratamente folcloristica), anche se certi eccessi recenti lo fanno sembrare uno spettacolo archeologico a poco più di dieci anni dal battesimo.